La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Questa è la recensione dedicata a Derelitti e delle pene da Alessandro Mantovani su Le Monde Diplomatique, nel marzo 2004:
L’ambizione è considerevole, raccontare la sofferenza nelle carceri italiane e al tempo stesso scardinare luoghi comuni e ipocrisie che si annidano nelle premesse filosofiche e giuridiche del sistema penale.
Derelitti e delle pene – Carcere e giustizia da Kant all’indultino prende le mosse dalla crisi del carcere nel nostro paese – che si riflette nei dibattiti periodici quanto sterili sul sovraffollamento – per suggerire una riflessione a tutto campo. E propone un contributo colto e originale, tutt’altro che ideologico, che investe i fondamenti stessi della potestà punitiva e della criminologia, invitandoci a tornare alla domanda «perché punire?» e a non accontentarci delle risposte via via formulate dalla civiltà occidentale.Alla prima parte, dedicata alla «pena pensata», segue la seconda, storica, sulla «pena applicata». Bassetti ripercorre le vicende drammatiche e talvolta bizzarre delle carceri dall’Unità d’Italia al fascismo e alla repubblica, fino alla stagione delle rivolte, alle riforme degli anni 70 e 80 e ai loro successi e fallimenti. Il libro offre al lettore gli strumenti fondamentali per comprendere l’ordinamento penitenziario e le problematiche più attuali: le pene alternative, il 41 bis, l’inferno del lavoro e della sanità in carcere e la burocrazia grottesca e asfissiante.
La terza parte, «la pena vissuta», è una galleria di brevi monologhi molto intensi, tratti dagli incontri dell’autore con una trentina di detenuti (e una guardia carceraria): immagini della loro vita dietro sbarre e cancelli, incubi e sogni, luci e colori da un mondo senza luce. È un libro di denuncia, un libro contro il carcere perché ne evidenzia gli aspetti di normale mostruosità, ne mette in discussione scopi e natura. E forse risulta efficace e interessante anche perché Bassetti, come spiega lo stesso autore nell’introduzione, non è un addetto ai lavori (di professione fa il notaio) né era mosso, almeno all’inizio del suo «viaggio», da particolare sensibilità verso i detenuti. Si definisce «un borghese medio», confessa di aver cominciato a ragionare sul carcere solo quando ci sono finiti gli imputati di Tangentopoli, così simili a lui e così diversi dalla generalità dei carcerati. Da lì ha cercato di andare a vedere da vicino, senza pregiudizi, restituendoci un severo atto d’accusa contro un sistema che infligge dolori indicibili nella sostanziale indifferenza verso le vittime dei reati.
Dal sito di Federnotai, riportiamo la relazione tenuta il 19 novembre 1999, in qualità di Segretario Nazionale della Giunta Federnotai (l’associazione sindacale di categoria).
L’espressione qualità, nell’accezione originaria, è ciò che attiene a qualcosa, come suo elemento essenziale. Con il tempo la parola, se non preceduta da ulteriore aggettivo, ha assunto una connotazione esclusivamente positiva: qualità sta per buono, utile, efficace. La frequenza, ossessiva e leggermente trendy con la quale si chiama in causa la qualità, è legata all’ascesa della figura che viene definita come consumatore e alla sua aspirazione di scegliere i migliori tra i servizi e i prodotti offerti sul mercato.
L’epoca della qualità appartiene al benessere, sottintende uno sviluppo economico compiuto, tale che le persone abbiano risolto i problemi inerenti alla quantità dei beni loro indispensabili per vivere e siano messi di fronte a una pluralità di alternative; oppure, quando si tratta di beni offerti dallo Stato in condizioni di monopolio, tale che essi abbiano diritto di esigere degli standard minimi.
Tuttavia la nozione è ormai suscettibile di estendersi al di là dei singoli beni, investendo l’intera esistenza individuale, cosicché è abituale sentire parlare di qualità della vita. E’ anzi accaduto che il termine, nato nell’osservazione del settore industriale, abbia cominciato a riflettere una ribellione contro la tecnologia, l’impresa, i ritmi della produttività, cosicché la qualità della vita viene misurata da altri indici: una dimensione dalla quale sia parzialmente assente lo stress, il recupero del contatto con la natura, un equilibrio psicofisico soddisfacente, una intensa relazionalità affettiva.
I nostri lettori più affezionati ricorderanno quest’ inchiesta già fatta tre anni fa. Abbiamo ritenuto, tuttavia, che ripeterla non costituisce un doppione, perché in questo lasso temporale le vittorie italiane si sono moltiplicate e si poteva pensare che la gente si fosse più appassionata alla scherma, memorizzando anche i nomi dei maggiori campioni. Il risultato in realtà è deludente, proprio perché molto simile a quello precedente. Ciò che sconforta non è tanto la prevalenza dei no sui si, alla domanda “le piace la scherma?”, ma piuttosto la totale disinformazione che nella maggior parte dei casi ha accompagnato l’una e l’altra risposta. A vedere come solo il 35% degli intervistati sia a conoscenza della regola più elementare, il significato del filo dietro gli schermitori, cadono le braccia e viene da domandarsi se non sarebbe stato il caso, nel corso di qualche trasmissione sportiva, di spiegare il funzionamento, a livello elementare, del nostro sport, per spogliarlo della sua apparente occultezza congenita. Se non si riesce ad interessare il pubblico ora che la scherma ha almeno il pregio di regalare all’Italia medaglie a palate, davvero non si capisce cosa succederà quanto finiranno i tempi delle vacche grasse.
(more…)
Vittorio Bassetti, mio padre, arrivò tardi, più che ventenne, alla scherma.
A diciassette anni aveva saltato 1.75 in alto, miglior prestazione stagionale di uno juniores. Aveva praticato la corsa a ostacoli, il canottaggio, giocato a tennis nella napoletana Villa Comunale (era nato a Roma nel 1925, ma a sette anni si trasferì all’ombra del Vesuvio) con il campione d’Italia Sirola…
Nella scherma, allora assai statica, aveva tratto beneficio dal consistente background atletico. In pochi anni si era classificato tra i primi dodici sciabolatori d’Italia.
Nel corso degli assoluti si era trovato opposto al nazionale Aldo Masciotta e dalla familiarità che questi aveva manifestato con la giuria comprese che doveva ridurre a nulla o quasi le possibilità di giudizio sulle stoccate. Riuscì a tenere a distanza l’avversario, andando avanti e indietro, e a imporre lunghi tempi morti all’incontro. Si arrivò così allo scadere del tempo sullo zero a zero (poteva capitare allora, e anche nella sciabola). “Oh, adesso possiamo stare qui anche due giorni” commentò ad alta voce. Dopo di che, sull’a voi, infilò lo scatto più veloce della sua vita e vibrò un plateale e decisivo traversone all’avversario, ancora immobile.
Le modeste risorse finanziarie lo costringevano a frequentare le gare in economia, e ove possibile cercava d’imbucarsi.
Durante una gara internazionale, si sedette al ristorante degli atleti al tavolo del maestro livornese Bini. Quando arrivò il cameriere, si accodò con ampi gesti e muti assensi alle ordinazioni del commensale. Terminato il dolce se la squagliò, autorizzato da un cenno d’intesa di Bini. “Cameriere, mi porta il conto?” disse Bini. “Va bene signore, per due?” “Pe ddue?” obiettò sbigottito Bini. “ Ma il signore…” “So ‘na sega io chi era il signore, sarà stato un polacco, un russo, non parlava mai!”.
Mentre calcava le pedane lavorò come giornalista a “Il Tempo”, affiancandosi a colleghi forse meno dotati di lui ma più pazienti: sarebbero tutti più o meno diventati direttori di giornali o agenzie stampa, mentre lui abbandonò la partita.
Frequentava con grande competenza le corse dei cani. I cavalli lo appassionavano meno ma animò per qualche tempo una sala corse, descrivendo in finta diretta radiofonica le corse agli scommettitori. In realtà le corse erano già finite, e lui badava a infilare il nome del vincitore solo sul traguardo dopo avere descritto con passione cavalcate sfibranti e sorpassi mai accaduti.
Dal n.34, pagina 3, giugno 2008
“Stai per compiere ottantadue anni. Sei rimpicciolita di sei centimetri, non pesi che quarantacinque chili e sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai. Porto di nuovo in fondo al petto un vuoto divorante che solo il calore del tuo corpo contro il mio riempie”. Così si apre e si chiude la Lettera a D. Storia di un amore, del filosofo André Gorz alla moglie Dorine, scritta nel 2006 e ripubblicata in Italia da Sellerio, qualche mese dopo il suicidio dei due ultraottantenni. Dorine si stava spegnendo per una lunghissima malattia degenerativa e Gorz non poteva lasciarla partire da sola poiché “la notte vedo talvolta la figura di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto cammina dietro un carro funebre. Quest’uomo sono io. Sei tu che il carro funebre trasporta. Non voglio assistere alla tua cremazione, non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri”. Gorz si era da ventitré anni ritirato a vivere con la moglie in campagna, come immaginava dovessero ritirarsi il capitalismo dalla società e il lavoro dal tempo della vita. Alla moglie ha offerto il braccio per accompagnarla, come si fa verso l’altare, né poteva negarle quest’appartenenza e svicolare in un tributo diverso se davvero, come le ha scritto, lei ha “dovuto lavorare anni per farmi accettare la mia esistenza. E questo lavoro, credo proprio, non è mai stato finito”. Esistere e appartenersi, le due declinazioni dell’amore che non sfiorisce.




Spopola nelle vendite il romanzo Firmino di Sam Savage, il cui protagonista è un topo che per nutrirsi mangia i libri e in seguito impara a leggerli e ad apprezzarne gli insegnamenti. Diversi intellettuali lo hanno elogiato con implicito o esplicito compiacimento narcisistico: eh, tale e quale a me questo topo, li divora i libri, li divora. In realtà la metafora sulla letteratura è la cosa più didascalica e stucchevole dell’opera, che si giova piuttosto del contrasto tra l’atmosfera e lo stile dickensiani e la psicologia visionaria, e al tempo stesso crepuscolare, del roditore. Se c’è una parte che commuove è quando Firmino si illude di avere fatto breccia nel cuore di un umano (che si accinge invece ad avvelenarlo) e conclude che questa è la felicità poiché “adesso ero sicuro di non essere solo. Appartenevo a qualcuno”. Si possono pure leggere tutti i libri del mondo ma, come sempre Gorz ha scritto a Dorine: “Tu non avevi bisogno di scienze cognitive per sapere che senza intuizioni né affetti non c’è né intelligenza né significato”.



Alla Biblioteca Nazionale di Parigi, Sophie Calle replica la mostra Prenez soin de vous, nella quale parte, come sempre, da una propria esperienza intima, nel caso specifico la lettera, anzi la mail, di abbandono con la quale un non identificato X tronca la sua relazione sentimentale con lei. La Calle ha passato la lettera a 107 donne dalle più varie professioni, e chiesto loro di reinterpretarla, e in questo modo diversamente comprenderla. Vi sono dunque foto, installazioni, video e scritti, in cui la cantante la canta, l’attrice la recita, e così via sino al filtro della propria esperienza anche per la sordomuta, la psicanalista, l’insegnante di ikebana. Svanita l’illusione della reciproca appartenenza, l’amante deluso allestisce di buon ora una bancarella di rigattiere. Se l’amore perfetto reclama che ogni cosa si ripieghi infine in esso come in un buco nero, l’amore sconfitto si pacifica, all’inverso, quando rotola nudo nelle piazze.


L’ostentazione dell’intimità è la principale chiave dell’arte contemporanea, ed è la fuga inorridita dall’astrattismo. L’artista tedesco Gregor Schneider è addirittura a caccia di un morente disposto a esibire gli ultimi giorni di agonia in uno spazio pubblico, idea ripugnante ma pure coerente con il dogma di un’arte che cerca di smarcare il suo senso dalla riproduzione o costruzione della bellezza. Peraltro, conoscendo Schneider (e chi non lo conosce tenga presente che dal 29 maggio è in mostra a Roma e Venezia), è probabile che a lui non interessi, verso la morte, l’indifferenza del simile umano ma quella del cosmo. E’ stata appena smantellata, alla Maison Rouge di Parigi, un’installazione nella quale il visitatore entra, muovendosi in una casa spoglia, le cui stanze sono tutte connotate da un qualche eccesso, di luce, suono, dimensione, temperatura. E’ obbligatorio effettuare il percorso da soli, e nell’ultima stanza totalmente buia può affiorare il panico. Se non si trova l’uscita, si ricorderà davvero il guardiano che siamo ancora lì dentro? L’interrogativo, insomma, diventa metafisico: c’è davvero (lì fuori, lì in alto) qualcuno che sa della mia esistenza e la controlla? O sono solo, e senza appartenenza, come temeva Firmino?

E poi magari esci da quel tunnel buio, e non trovi né Dio né l’usciere ma, tanto per dire, Giulio Tremonti. A proposito, dato che, non senza un certo pregiudizio, partirei con lui da tre o quattro ombrelli, ma al tempo stesso giudico positiva e coraggiosa l’uscita sui sacrifici che ora toccano alle banche e alle rendite petrolifere, mi pare un buon punto di equilibrio un ombrello di attesa. Ciò non elimina una certa perplessità: vince la sinistra e chiede i sacrifici al sindacato, che se dovesse mandare giù gli stessi bocconi dalla destra indirebbe scioperi ininterrottamente; sale la destra usando la leva del federalismo fiscale, e tuttavia toglie l’Ici, e usando il sostegno dei grandi gruppi industriali, che però si accinge a scontentare con misure che, proposte dall’altra parte, sarebbero state subito tacciate di comunismo. Si potrebbe anche pensare che è senso di responsabilità, ma certo rende più insensato il furore con cui nella campagna elettorale si solleticano e sollecitano i legami di appartenenza, e avvalora l’idea, tutt’altro che esaltante, di una sostanziale intercambiabilità programmatica dei due blocchi.

Se uno comincia benino, il rivale conclude assai male. Che si possa pensare, come ha fatto Vincenzo Visco, di pubblicare la lista dei redditi on line tre giorni prima di lasciare il mandato, a sorpresa e senza accordarsi preventivamente con l’Authority della privacy, spiega in base a quali attitudini di strategia e provvedutezza il governo Prodi abbia perso venti punti di consenso in un anno. Criticato il metodo, tuttavia, davvero non si comprende come si possa discutere il principio. Leggiamolo così: non è rilevante che si conoscano i guadagni delle persone ma è fondamentale che si sappia quanto ognuno contribuisce, con le imposte, a finanziare lo Stato. E’ quasi un vincolo per rivendicare l’appartenenza alla comunità. Credo in effetti che le proteste, a parte Grillo, non siano venute tanto da quelli che dichiarano molto ma da quelli che dichiarano poco o nulla. E che magari al mattino tuonano contro i fannulloni degli uffici pubblici, finanziati dagli altri.


Il problema è che gli individui faticano sempre più a considerarsi sullo sfondo di relazioni più ampie che li comprendono e trascendono. D’altronde, le relazioni umane spariscono dagli ambienti quotidiani, in nome dell’automazione. Le Ferrovie dello Stato annunciano un piano di definitiva sostituzione degli sportelli con biglietterie automatiche in ventiquattro stazioni. Lo scopo della produzione sembra sempre più quello di estromettere l’uomo. Come sorprendersi se le stazioni diventano un abbandonato luogo di degrado? Il prossimo passaggio sarà quello di accogliere sui treni viaggiatori automatici.



Mettiamo pure che Pietro Maso sia stato un episodio. Facciamo che lo sia stato pure Furlan. Ma il giovanotto massacrato dai naziskin? Non ne capitano un po’ troppe a Verona? E’ ovvio che non si deve criminalizzare ogni singolo cittadino, ma perché additare Napoli come punto critico di un sistema e non Verona come punto critico di un diverso, e non meno tragico, sistema? Non si può pensare che siano una questione politica i rifiuti per strada e non lo siano le vie della città consegnate alla violenza e negate radicalmente a chi si segnala per una forma di diversità. Se da una parte preoccupa l’esplosione delle periferie e l’arcaismo tribale, dall’altra allarmano il disagio borghese e la modernità non meno tribale, saldate tra loro nel corto circuito di territori che non riescono più a creare appartenenza comune. Antitetiche e precarie, Verona e Napoli rendono eterno l’antico conflitto fra le loro tifoserie calcistiche, quando gli ultrà scaligeri esposero uno striscione con scritto “Forza Vesuvio” che gli altri, nella partita di ritorno, ricambiarono con un più signorile “Giulietta è una zoccola”. Bella, elegante, desiderabile, ma rimpicciolita di qualche secolo, Verona porta nel petto un vuoto che nessun calore del corpo riesce ancora a colmare.




Articolo sui notai pubblicato da La Stampa.

La palma della più inattesa pubblicità dell’anno, per una volta, non spetta a Oliviero Toscani. La conquistano invece i notai. Per contrastare, al limite anche con suggestioni subliminali, la crescente acrimonia che essi incontrano presso il pubblico, l’Ordine professionale più austero d’Italia ha comprato intere pagine di giornali. Ma ciò non ha commosso gli estensori della “manovrina”, che ci annovera (anch’io sono notaio) tra gli Uomini Neri delle Rendite.
E’ da qualche anno che commentatori economici, leader politici, imprenditori e gente comune hanno maturato una certa ossessione negativa verso i notai. Eppure una persona normale li incontra non più di quattro o cinque volte nella vita, e tendenzialmente in occasione di eventi fausti. In più ci va (ci andava, ormai) per vendere la macchina, ma con un costo di trenta euro, e non cinquecento come dice Capezzone. Per le imprese sono un costo ridicolo. Risultano la prima categoria di contribuenti italiani. Non saltano mai fuori in uno scandalo.
Senza entrare qui nel merito della discussione sulla loro utilità sociale, il meno che si possa dire è che tanta attenzione critica pare quanto meno sproporzionata e svela, al di là di ogni argomentazione razionale, un fastidio quasi idiosincratico. C’è dunque qualcosa nei notai che urta contro lo Zeitgeist? E che cosa?
di Vittorio Bassetti
In questi tempi si fa un gran parlare di concentrazioni editoriali, di rapporti fra proprietà e stampa. Può un giornale mantenere l’obiettività se perde la propria indipendenza economica? Il tema che, nelle sue applicazioni più significative, investe addirittura la sostanza della libertà di pensiero e dissenso in Italia non manca di riproporsi, in minuscola scala e conseguenze ben meno devastanti, anche in ambienti ridotti.
E’ il caso del nostro giornale. Nel quale non c’è alcun azionariato da conquistare. Fondata sul volontariato e priva di pubblicità, “La Stoccata” si regge sui suoi abbonati. E dato che la potenziale clientela non è granché estesa (e non sempre risponde debitamente) conta anche su un contributo della F.I.S.
La Federazione cioè, su richiesta de “La Stoccata” attualmente, e da qualche anno, sottoscrive un certo numero di abbonamenti.
Qualcuno magari penserà che un siffatto legame possa influenzare la linea del giornale e annacquarne lo spirito critico. Qualcun altro va oltre e pensa che ciò non “potrebbe” ma “dovrebbe” avvenire. Tale teorizzatore è il segreto della FIS Aldo Stefanini che ha, molto chiaramente, esternato il suo pensiero al maestro Antonio Lo Mele, nel numero precedente, ha scritto un articolo nel quale, peraltro con garbo e senza acrimonia, faceva considerazioni, anche critiche su alcuno nostri massimi dirigenti.
Stefanini ha detto all’articolista che ciò che lo sconcertava era che il giornale avesse pubblicato quel testo in prima pagina e senza dissociarsi “Sai, noi gli diamo i soldi!”. “Si, ma anche noi glieli diamo” era la pronta risposta di Lo Mele (dove il noi stava per gli abbonati). E Stefanini di rimando: “Si ma noi molti di più!”.
In realtà questo colloquio ci ha fatto molto piacere. In primo luogo perché ci dà l’opportunità di annunciare una nostra filosofia, crediamo da molti condivisa, per la quale qualsiasi stipendio o contributo in denaro non può comprare il pensiero e la dignità umana fermo restando che lasciamo libero chiunque, incluso il dottor Stefanini, di pensarla diversamente e comportarsi di conseguenza.
Secondo motivo di conforto è che, se riesce ancora ad irritare, “La Stoccata” evidentemente riesce ancora a mordere. Testimonianza più attendibile non si poteva ricevere.
Infine ci fa piacere che, al di là dello zelo di un funzionario, il Consiglio Direttivo (ossia “quelli che ci danno i soldi”) mostri in buona parte, di capire ed apprezzare il taglio e la finalità del periodico. Ci risulta che, anche di recente, il Presidente Nostini, che già altre volte aveva condiviso apertamente la funzione di critica costruttiva del giornale, ha aggiudicato positivo che sulla “Stoccata” ogni tanto si legge che qualcosa non va, perché non è possibile che sia tutto giusto e ogni cosa fili alla perfezione, né alla FIS né in alcun altro luogo.
Ha capito, lui come gli altri, che se si tratta solo di alimentare un veicolo propagandistico esistono forme più semplice ed economiche. La verità è che se contribuisce alla vita del giornale, la FIS in questo modo, ci rende suoi amici. Con la precisazione che, in un’ottica intelligente, amico è colui che consiglia e critica, forse pure sbagliando, e che non si limita a fare sì con il capo. Anche perché appartenente a quest’ultima tipologia in giro c’è n’è più d’uno e (qualche volta) non c’è bisogno nemmeno di dargli stipendi o contributi. Il sì con la testa lo farebbe anche gratis.
di Enrico Campoli
Grazie ad una persona che ama davvero la scherma, – intesa come categoria assoluta, – da cui pur mi dividono numerose idee, sono venuto in possesso di un articolo, pubblicato dalla rivista francese specializzata “Ecrime Magazine,” (n. 10 – 1987, pag. 30 – 31), a firma del Presidente della Commissione di Propaganda della F.I.E., nonché Tesoriere della stessa, tale Sig. René Roch.
Già il titolo dello stesso è un programma niente male: “1989, Evolution ou devolution”. Ebbene le follie che vi sono contenute hanno dell’incredibile. Dico follie ma dovrei, ad essere più sincero, parlare di vere e proprie baggianate, e quando penso che si tratta del Presidente di una Commissione Internazionale mi si accappona la pelle. Questo dirigente è una mina vagante che sarebbe assai opportuno qualcuno provvedesse a disinnescare in tempo.
Per ovvie ragioni di spazio non mi è possibile riportare tutto il contenuto, e comunque – a chi ha una discreta conoscenza del francese – consiglio di procurarselo. Il divertimento, ve lo assicuro, è garantito.
Nel leggere l’articolo la prima cosa che s’apprende è che la genialità del signor Roch è stata provocata dall’analisi degli arbitraggi svolta in occasione dei campioni del mondo di Losanna dove, – ha suo dire – , “anche i migliori non hanno potuto evitare qualche errore”. A prescindere dal fatto che l’infallibilità non è degli uomini, e meno che mai degli arbitri, viene da chiedersi: ma quali erano questi migliori? Forse il giapponese, il coreano, o il cubano che sono stati designati per la maggior parte delle finali in virtù del principio della neutralità assoluta?
Ma veniamo, dunque, alle geniali “modificazioni che io preconizzo”. (Mi astengo dall’usare punti esclamativi e soprattutto dal commentare quell’io maiestatico del tutto fuori luogo).
Esse sono:
- l’unificazione del tempo d’esecuzione schermistico per fioretto e sciabola;
- l’eliminazione del bersaglio non valido nel fioretto;
- l’uso di cellule fotoelettriche sul limite del metro (e dei due metri per sciabola e spada) di modo che lo schermitore abbia un certo terreno a disposizione da utilizzare senza che l’arbitro debba segnalarli nulla più se non l’avvenuto superamento del limite, che fa arrestare automaticamente l’apparecchio;
- l’istituzione del colpo doppio anche per la sciabola e il fioretto;
- l’utilizzazione di cartoncini per gli avvertimenti (come nel calcio cioè) ma per le modalità nessuna parola;
- le divise e le attrezzature degli atleti in pedana multicolori;
- la sostituzione della classica pedana con un più moderno ring.
Non sto qui a controbattere minuziosamente l’assurdità delle proposte anche perché alcune si commentano da sole.
Quel che meraviglia non è tanto l’astrusità (di cui ognuno si assume la responsabilità della propria) quanto in certi casi l’erroneità di certe posizioni di partenza.
Partiamo dal bersaglio non valido nel fioretto. Il sig. Roch motiva questa innovazione sulla scia – afferma – di quanto accadrà nella sciabola elettrica. Egli dimentica, ma forse ignora, un particolare fondamentale e cioè che nella sciabola elettrica il bersaglio non valido non è stato affatto eliminato, tant’è che vi saranno due assessori preposti appositamente alla segnalazione dello stesso. Più semplicemente, dunque, per la sciabola elettrica non s’è trovato l’accorgimento tecnico per inserire nella segnalazione elettrica anche il bersaglio non valido (o meglio ciò avrebbe fatto lievitare ancor più i costi). Sul merito poi della c osa è meglio lasciar perdere.
Quella dell’applicazione delle cellule fotoelettriche ha un qualche fondamento ma anche qui esprimo forti perplessità sul rapporto costo dell’operazione e reale beneficio. Circa il colpo doppio anche nel fioretto e nella sciabola cosa volete che dica: è uscito di senno. A suo avviso questo sarebbe un modo eliminare i simultanei, in quanto statisticamente (!) nella spada ce ne sarebbero di meno proprio perché conteggiati nel punteggio. Ma cosa centra questo? Allora tanto vale eliminare qualsiasi concetto di convenzione.
E poi viene da chiedere: qual è utilità di mantenere tre armi distinte visto che oltre al colpo doppio egli vuole anche unificare il tempo schermistico del fioretto e della sciabola? Cosa rimarrebbe come diversità: solo il differente bersaglio? Sic.
Per quanto riguarda i cartoncini per gli avvertimenti anche il G. S. A. italiano ci si è provato. Si può anche fare ma è necessaria una preventiva opera di assemblaggio e semplificazione dell’intera materia degli avvertimenti in non più di 3 categorie. In caso contrario le idee e gli eventuali spettatori gli e le confonderemo ancor più che adesso (dove capita che non si accorgono di niente). Infine del ring – pur comprendendo la provocazione – c’è da dire che meglio non si potevano sintetizzare le stupidaggini precedenti. Si può dire che essa ne è la somma ideologica.
La verità e che la scherma non potrà mai essere uno sport popolare a mò del calcio, della pallacanestro, della boxe perché mentre per tutti gli sport il risultato è sempre più o meno facilmente comprensibile non altrettanto può dirsi per la tecnica che porta ad esso.
Mi spiego meglio: nel calcio la palla deve entrare in un determinato spazio e vince chi riesce a farlo più volte; nella boxe vince chi dà più cazzotti; e fin qui ci siamo perché nella scherma vince chi colpisce con un’arma più volte l’altro. Ma la differenza sta nella tecnica. Da una parte ci sono cose facili e visibili grossolanamente (che sò: la finta, il dribbling, la parata, il tunnel), dall’altra cose difficili da vedere (la cavazione in tempo, la circolata, il filo).
Allora cosa pensano queste menti lucide? Semplifichiamo la tecnica, riduciamo il tutto ad un gioco di due lampadine colorate. Questa è la strada più semplice ma non sempre la semplicità và d’accordo con l’intelligenza.
Cosa voglio dire con questo? Che la scherma sarà sempre uno sport per pochi, e che l’intelligenza non sta nel renderlo uguale agli altri bensì nel renderlo intelligentemente distante. E’ una scelta obbligata la nostra: non possiamo per andare incontro alla popolarità depauperarlo tecnicamente, il successo, ammesso che così si raggiunga, sarebbe un fuoco di paglia. Chi sogna un incontro di scherma in un palazzetto da 20.000 deve rendersi conto che non c’è bisogno di simili stravolgimenti che creerebbero addirittura un altro sport.
E’ necessario invece cercare di divulgare il nostro sport e farne conoscere i contenuti: pian piano, con certosina pazienza, fidando nell’intelligenza dell’interlocutore, non perdendo nulla della nostra eredità che non sia desueto (e Dio solo sa quanto in tal senso c’è già da eliminare).
“Chi pretende l’impossibile non ha voglia di ottenere nulla”; credo che quanto uno studioso italiano diceva nel settecento a proposito di velleitari rivoluzionari s’addica profondamente alle farneticazioni del “folle francese”.
Che qualcun – che può – provveda a fermarlo ed a toglierlo da quella sedia.

