La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Quale tipo di codice morale trasgredisce il doping?

Cominciamo col dire che la storia del progresso nella civiltà occidentale è la storia di un gigantesco doping. A partire dalla mitologia greca. Giasone e gli Argonauti non sarebbero riusciti a impadronirsi del vello d’oro senza il supporto delle erbe miracolose e delle pomate magiche di Medea. Ma soprattutto, ad arrivare alla tecnologia moderna. L’umanità non si è confrontata con la natura ad armi pari e per piegarla alle proprie esigenze non ha esitato a servirsi di strumenti esterni e di protesi meccaniche e ad “anabolizzare” la sua capacità di resistenza fisica.

Nella società contemporanea, che ha eretto a modello i parametri della produttività e dell’efficienza, attingere a qualsiasi sostanza che renda efficienti e produttivi è considerato indice di laboriosità e quindi di merito. Se i ritmi del lavoro fiaccano la tempra mentale, il cittadino modello, anziché rifugiarsi in campagna, ingurgita qualche antidepressivo, per poter riprendere con brillantezza le proprie funzioni al mattino successivo. Durante la giornata si sostiene con la caffeina: ciò che allo sportivo sarebbe vietato. Se è uno stressatissimo uomo di spettacolo o un rampante in carriera si farà una bella tirata di coca, di tanto in tanto. La cocaina, droga di fine secolo, è molto diversa dall’eroina. Chi si inietta eroina si costruisce nel trip un mondo alternativo rispetto a quello reale da cui si chiama fuori. Chi sniffa cocaina vuole invece ipertendere i sensi, la ricettività, per non disperdere un grammo dal mondo reale. Ben più che l’eroina, la coca è una droga di classe, la droga del benessere esteriore (ma della solitudine e del malessere interiore) e dell’integrazione. Anche lo sportivo che vuol tenersi ben sveglio viene tentato dalla sirena della cocaina. Ma il biasimo rivoltogli contro sarebbe assai superiore a quello che colpirebbe il manager o l’attore verso i quali, al massimo, si manifesterebbe la disapprovazione riguardo quella che rimarrebbe, tuttavia, una privata scelta di vita.

Se non si vogliono accettare due pesi e due misure bisogna provare a cercare nello sport la ragione etica del rifiuto del doping. E in effetti, una comune considerazione è che esso violi l’obbligo di lealtà nelle competizioni, l’essenza dello sport per la quale il confronto si deve svolgere in condizioni di eguaglianza, cosa che non avviene se uno dei due è dopato. Senonchè, ricaviamo da questo una violazione commessa dall’individuo sul piano squisitamente normativo, non uno scantonamento etico. L’argomentazione anti-doping che ne esce è più debole del previsto, perché ci avvisa che se il regolamento vieta il doping, l’atleta deve rispettare il divieto per non avvantaggiarsi rispetto all’avversario che è ligio all’obbligo, ma non ci dice che l’ordinamento deve vietare il doping. In effetti, la situazione di eguaglianza sarebbe rispettata non solo se tutti i concorrenti non fossero dopati ma anche se tutti i concorrenti fossero dopati. Alla luce del criterio di eguaglianza, insomma, l’ordinamento potrebbe consentire a chiunque di assumere sostanze stimolanti o anabolizzanti. Che poi i soggetti preferiscano doparsi o meno resterebbe una scelta puramente personale, come alienarsi superficialmente piuttosto che con sistematicità.

Si potrebbe a questo punto obiettare che ad astratta parità di scelte (vietare il doping o consentirlo) l’ordinamento dovrebbe optare per quella che tutela meglio i beni fondamentali degli individui, in questo caso la salute. Infatti, pur volendo riconoscere che ognuno può amministrare la propria salute come meglio gli aggrada, e quindi anche scegliere di praticare il doping, sta di fatto che, in questo modo, viene incentivato al doping anche colui che se ne sarebbe astenuto, ma di fronte all’alternativa di partecipare a una gara di condizioni d’inferiorità, assume a sua volta le sostanze dopanti-intossicanti e pregiudica la salute del suo organismo. Anche quest’argomento, però, non è decisivo. Se due persone decidono entrambe di fare pugilato, e una pesa cinquanta chili e l’altra cento, l’ordinamento sportivo non impone al primo di dimagrire per timore che l’altro si sottoponga a una cura ingrassante, aumentando il tasso di colesterolo, ma semplicemente impedisce che i due si incontrino fra loro, facendoli gareggiare in categorie diverse, suddivise per peso. Allo stesso modo, per non ledere la libertà e la salute di nessuno e rispettare le scelte individuali, l’ordinamento potrebbe dividere le gare tra competizioni per normali e competizioni per dopati. Ma a questo punto potrebbe essere posta una nuova obiezione. Il senso del doping è quello di partecipare come dopati alle gare dei non dopati per avvantaggiarsi nei confronti di questi ultimi.  I dopati diserterebbero le loro gare per cimentarsi, dopandosi occultamente, in quelle normali. Ora, è vero che l’assunzione di sostanze dopanti è puramente strumentale al successo, ma è poi vero che essa risponde necessariamente alla volontà di “barare”? In teoria, il doping, anziché alimentare l’ineguaglianza tra gli atleti impegnati, potrebbe servire a superarla. Si pensi a un ragazzo di buona famiglia, ipernutrito, con un naturale talento per la corsa, mantenuto agli studi dai genitori e con il tempo a disposizione per allenarsi quattro ore ogni giorno e se ne immagini un altro, povero, dalla muscolatura esile per via degli stenti, costretto a lavorare duramente per sfamarsi, ciò che gli lascia due ore di tempo libero per allenarsi, per giunta già stanco del lavoro. Potremmo dire che, ricorrendo, al doping costui infrangerebbe una condizione di eguaglianza con il primo ragazzo e che egli pratica il doping per volontà di barare?

Come si vede, a un primo esame, i valori interni allo sport non offrono alcun appiglio che giustifichi la disapprovazione etica del doping. Proviamo allora ad allontanarcene per un attimo ed esaminiamo la cosa sotto una diversa angolazione. Il dopato è un tipo di drogato particolare. Il drogato compra un bene o un servizio. Il dopato, perlomeno nel caso degli anabolizzanti, fa entrare nella transazione commerciale il proprio corpo, in maniera analoga a quelli che cedono gli organi per i trapianti. Egli consente che il suo corpo sia luogo di transito di molecole intruse, che vengano incrementati alcuni organi dei quali egli offre la disponibilità. La vendita del corpo in Italia (ma quasi in ogni paese) è proibita. Per via non tanto dell’art. 32 della Costituzione, che tutela il diritto alla salute, quanto dell’art. 5 del codice civile che “vieta atti di disposizione del proprio corpo quando cagionino una riduzione permanente della propria integrità fisica”. I dati scientifici che attestano la tossicità del doping evidenziano che una “riduzione permanente dell’integrità fisica” esiste. E non sembra dubbio che nel doping un atto di disposizione del corpo ci sia, diverso dalla vendita, ma probabilmente persino più odioso. Se pensiamo al risultato sportivo come un quid che comprende ma trascende la volontà e la soddisfazione del singolo atleta (investendo il tecnico, i dirigenti, i tifosi, il medico, lo sponsor), dovremmo parlare di un contratto associativo nel quale ciascuno conferisce qualcosa per pervenire all’obbiettivo e lo sportivo, in particolare, apporta il suo corpo o, più esattamente, la sua salute. Con uno sforzo di fantasia, se inquadriamo il fenomeno non tanto per quello che i contraenti scientemente perseguono ma per quello che obiettivamente si presenta, potremmo richiamare la figura del mutuo ipotecario. Il mutuo è il contratto con il quale una persona riceve da un’altra una quantità di cose fungibili (denaro per lo più) e si impegna a restituirne altrettante, di solito con un compenso che, se il prestito riguardava una somma di denaro, saranno gli interessi. A garanzia di chi presta, nel caso di insolvenza o negligenza di colui che ha ricevuto il prestito, quest’ultimo iscrive ipoteca su un immobile di sua proprietà. Nel caso non pagasse, quell’immobile sarà messo all’asta e il ricavato sarà utilizzato per rimborsare il creditore. Nel doping, lo sportivo riceve effettivamente nel suo organismo una quantità di beni fungibili (molecole, ormoni, proteine) destinati a stazionarvi pro tempore. Ma il mutuo è truccato poiché l’atleta-debitore non potrà mai restituirli. Egli sconterà il suo prestito con la precoce consumazione del corpo, la cui integrità egli ha ipotecato con l’assunzione di quelle sostanze tossiche. Scambierà le molecole che gli assicurano un temporaneo e parziale potenziamento del fisico con una anticipata distruzione di cellule. Un corpo offerto alla comunità per raggiungere uno scopo associativo, un corpo ipotecato per garantirsi un improprio approvvigionamento proteico. Sono schemi negoziali che troviamo sinanco più raccapriccianti della vendita di parti del corpo che, almeno, imponendo un nesso di corrispettività fra le prestazioni ingiungerebbe che l’altleta riceva all’incirca tanto quanto perde (anche se sul piano concreto ciò potrebbe non essere possibile).

Resta però il fatto che altro è dire che esistono norme risalendo alle quali è possibile ostacolare il doping, altro è dire che tali norme devono esistere in nome di un’indiscutibile esigenza etica. Certo, se si parla di vendita del proprio corpo (o di analoghi atti negoziali) ci sovviene l’insegnamento di Kant che distingue tra persona e proprietà per affermare che “l’uomo non può disporre di se stesso poiché non è una cosa; egli non è una proprietà di se stesso, poiché ciò sarebbe contraddittorio. Nella misura, infatti, in cui egli è una persona, egli è un soggetto cui può spettare la proprietà di altre cose. Se invece fosse proprietà di se stesso egli sarebbe una cosa… è impossibile essere insieme una cosa e una persona, facendo coincidere il proprietario con la proprietà. In base a ciò l’uomo non può disporre di se stesso”. Ma tali argomentazioni non catturerebbero il consenso di un liberale convinto, il quale obietterebbe che la vera essenza della persona è la libertà, intesa come signoria assoluta su di sé, e che tale libertà non può non spingersi sino alla libertà di distruggersi, a dispetto del moderno Stato clinico che considera la salute fisica il sostituto laico della salvazione dell’anima. Ciò sarebbe tanto più vero nel caso del doping, che non è distruzione sic et simpliciter bensì un patto faustiano, una giovinezza prosperosa in cambio di una dannazione futura. Si può impedire all’individuo di massimizzare la sua gloria immediata per fargli coltivare con maggior zelo una vecchiaia sana ma forse mediocre? Pur mantenendo fermo quanto acquisito con il ricorso all’argomento della vendita del corpo conviene, per vincere le possibili recalcitranze finali, tornare alla natura dello sport e capire se non sia sussumibile dai suoi caratteri qualcosa di incompatibile col doping.

Ciò che appare evidente, nel doping, è che il costo del successo è particolarmente elevato. Chi si droga per vincere accetta che la conseguenza del successo sia l’integrità fisica che assieme a poche altre cose (l’affetto dei cari, la stima di sé o quant’altro) è uno dei costi più elevati che potrebbe pagare, certamente assai diverso dal costo normale che gli sportivi pagano (sforzo fisico, tempo dedicato all’allenamento ecc.). Chi pratica il doping pensa che lo sport possa consistere nel vincere ad ogni costo. E’ sbagliato. Lo sport è esattamente il contrario. Lo sport agonistico presuppone che chi gareggia lo faccia per vincere, ma esclude che ciò debba avvenire ad ogni costo. Il calcio non è il gioco che consiste nel mandare la palla nella porta dell’avversario, ma è il gioco che consiste nel mandare la palla nella porta dell’avversario secondo regole molto precise (con i piedi, senza commettere falli sugli avversari, sfruttando lo spazio di campo delimitato dalle righe, ubbidendo all’arbitro, giocando contemporaneamente in non più di undici) che non potrebbero mai essere violate e che non ammetterebbero mai un caso di forza maggiore. Ciò che contrassegna lo sport rispetto ad altre attività umane è l’impossibilità della forza maggiore. Ogni regola, del diritto, della politica, dell’etica, per quanto salda possa essere non esclude la forza maggiore. Non far soffrire i genitori, non mentire, non picchiare i bambini, pagare regolarmente le tasse, attraversare la strada con il verde sono tutti comportamenti che conoscono la possibilità di deroga in casi eccezionali, in casi di forza maggiore. Anche l’uccisione di una persona, se è dipesa da un caso di forza maggiore, per esempio difendere la propria vita che da quella persona era minacciata, non viene penalmente punita né incontra riprovazione morale. Ebbene, le regole sportive sono inderogabili. Nessun caso di forza maggiore giustificherebbe una rete segnata con le mani o dall’allenatore sceso in campo per sopperire a qualche carenza dei suoi giocatori. Lo sportivo gioca per vincere ma perfino in un caso eccezionale, di forza maggiore, deve accettare l’uniformazione alle regole e la sconfitta. Questo è un grande insegnamento dello sport ed è il momento nel quale lo sport autocertifica la propria futilità, spiegando che non per tutte le cose, anche quelle che in un dato momento viviamo come essenziali, esiste la possibilità di piegarle al nostro volere per condizionarne l’esito. Questa è la sportività, della quale, per la prima volta in questo libro, possiamo dare una chiara definizione. La sportività è l’accettazione dell’ipotesi della sconfitta all’interno di una situazione antagonistica, è il rifiuto di avvalersi in ogni caso della giustificazione della forza maggiore.

Non possiamo esimerci, tuttavia, dal richiamare uno scritto nel quale si è fornito della sportività un profilo assolutamente antitetico a quello qui prospettato. Lo storico della letteratura Alessandro Portelli, in una brillante incursione nella filosofia dello sport, ha osservato che di “sportività” si parla soltanto nei momenti di pausa dell’avvenimento agonistico. Sportivo è il giocatore che “salta” il portiere quando questi si è ormai impossessato del pallone o l’atleta che, dopo essere stato coinvolto in uno scontro e prima di battere la punizione, stringe la mano all’avversario. Quando invece la partita è in pieno svolgimento, i protagonisti tendono ad agire diversamente e il giocatore che ha saltato il portiere sarà disposto a rompergli la testa se ha ancora la possibilità di impadronirsi della palla e quello che ha stretto la mano al rivale è capace di restituirgli il fallo alla prima occasione. La sportività, ne deduce Portelli, è un puro rituale, praticato nelle pause e nelle interruzioni, che serve a nascondere il codice economico che informa i comportamenti normali durante la partita. E per questo, secondo lui, un plateale fallo di mano o un fallo di reazione sono puniti severamente rispetto al fallo di gioco, anche se questo il più delle volte consiste in un atto più pericoloso per la salute della vittima: si tratta di falli ideologici, che svelerebbero l’economia implicita del gioco e il fatto che esso si regge non su vigore e agonismo bensì su violenza e aggressione. “La complementarità degli atti rituali ed economici tiene in piedi la falsa coscienza dei valori sportivi negati dalla prassi economica della partita”.

Ora, che un incontro sportivo obbedisca a un assetto razionale e a una logica di tipo utilitaristico (e quindi in tal senso economica) nessuno l’ha mai messo in dubbio. Nemmeno è dubbio che il tipo di razionalità applicato in un incontro sportivo ha carattere antagonistico, di modo che essa sarebbe inapplicabile in altre attività umane. Se quando chiediamo a qualcuno di lanciarci la tazzina cinese costui seguisse la stessa logica del tennista che rimanda la palla nel campo dell’avversario, presto non avremmo più dove bere il caffè: ciò che troviamo normale in una partita di tennis, che il giocatore lanci la palla nell’angolo opposto a quello dove ci troviamo, assumerebbe certo una connotazione stravagante se esteso al passaggio della tazza cinese, ed è un gesto che potrebbe compiere solo un nostro acerrimo nemico o un deficiente.

Ciononostante, anche fuori dal contesto sportivo, elogiamo colui che nella vita si comporta con sportività. Come mai? Ci riferiamo al rituale di cui parla Portelli o a un modo di essere proprio dell’autentico momento agonistico? Propenderemmo decisamente per la seconda ipotesi. La sportività è il temperamento dell’ottica utilitaristica in un contesto utilitaristico, è il senso del limite, l’accettazione della sconfitta, la rinunzia alla forza maggiore. Il rito serve solo a rammentarla agli stessi atleti, oltre che agli spettatori.

Il doping, dunque, è negazione della sportività in quanto teorizza la vittoria ad ogni costo, ed in tal senso è anche negazione dello sport. C’è anche un altro aspetto. Lo sport è potenziamento delle risorse individuali, è l’instaurazione di un legame positivo con il proprio io che il doping finisce per spezzare. Chi pratica il doping si attenderà, da quel momento, una soluzione ai suoi problemi che parta dall’esterno e non da se stesso. Se lo sport, in definitiva, significa lottare per vincere, ma non ad ogni costo, e comunque facendo conto esclusivamente sulle proprie risorse, il doping è una totale negazione dello sport.

Naturalmente per sottoscrivere tale conclusione è necessario ammettere che lo sport esprima una sua autonoma ragion d’essere e non sia l’anello di una catena che lo oltrepassa e se ne serva strumentalmente. Il doping, come detto, ha origini antichissime ma la sua diffusione è andata di pari passo con l’ingresso massiccio dell’industria nello sport, che non solo ha introdotto il metodo della capillare ricerca scientifica e i capitali che la consentono ma ha fatto del risultato agonistico un affare economico. Se lo scopo è quello di fare un investimento redditizio e lo sport è solo uno strumento, quanto detto sinora ha un’importanza limitata. Se lo sport resta centrale a se stesso gli argomenti sono pienamente validi. Ed ecco che si evidenzia una volta di più come la struttura industriale rischi di essere un cappio che stritola lo sport o, se vogliamo, un anabolizzante che ne altera la morfologia e dal quale si impone una parziale disintossicazione. Ne riparleremo .

Ne riparleremo alla fine del libro.



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(disegno originale di Guido Scarabottolo)