La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
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Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Siamo all’inizio dell’Articolo 10 (decimo capitolo), pagina 214, e la vicenda si interrompe lasciando spazio ad un’ampia digressione musicale…
Le note di apertura della Quinta sinfonia di Beethoven, forse le più famose nella storia della musica, rappresentano il destino che picchia sull’uscio. L’arpeggio pianistico iniziale del Secondo concerto di Rachmaninov, un cupo rimuginare sulla seconda ottava che guadagna spazio col passare dei secondi, suggerisce piuttosto l’immagine della nostalgia che gratta sulla porta. Le si apre con incertezza, il suono è il medesimo del fruscio del vento o del gioco di un gatto. L’ingresso è travolgente: la nostalgia è passione ancora viva e potente. Solo dopo qualche minuto la tenerezza prende il posto della tracotanza e sullo sfondo si colloca il crepuscolo. Il ricordo riaffiora nelle sue contraddizioni. Ma l’introduzione del secondo tema è di nuovo resa struggente dalla voce della viola; e il dispiegarsi degli archi conduce la memoria a snodarsi nella sua pienezza. E’ solo a questo punto che ci si confronta con l’assenza di ciò che viene rimpianto: dall’angoscia per l’impossibilità del ritorno germina una marcia misteriosa, come un corteo di fantasmi. Nella tensione che crolla, il sostegno degli archi diventa puro conforto e non più evocazione impetuosa. Il corno riporta una voce da lontano, quasi un’eco. Mentre si raccolgono le briciole ai piedi di una tavola che un tempo fu imbandita, il ricordo si deposita e torna a soffiare vita nel corpo.
Il secondo movimento, l’Adagio, fa entrare il pianoforte in punta di piedi. Lo si immagina scostare le tendine dalla finestra appena rischiarata dall’alba, e poi spostarsi per cedere il posto al flauto. Subentra la fiducia che tutto si potrà ripetere. Contrariamente al tradizionale adagio romantico, di solito la parte più commovente dei concerti ottocenteschi, in questo l’intelletto e la forma cercano di riprendere il governo dell’emozione.
Nel terzo movimento la vita è riattraversata dalla mondanità e i richiami più fatui medicano lo spirito. Il primo tema, però, svela ben presto l’ambiguità e la maschera d’ironia. Sotto la frenesia emerge un nervosismo sotterraneo, un umore irritabile, litigioso a tratti. Il secondo tema sono dita che esplorano, poi un pianto liberatorio. E’ la melodia del riassaporamento. In una nuova consapevolezza, che accetta il fardello dell’umana fragilità, la desolazione della perdita è il seme della nuova gioia.
Rachmaninov potrebbe definirsi, sotto due profili, un notaio della composizione. Il primo isporandosi alla tradizione spregiativa che qualifica notai coloro che nulla aggiungono, in termini di elaborazione intellettuale, e si limitano al controllo e alla certificazione. Rachmaninov prende materiale emotivo esistente e lo ordina con una grammatica definita da molti semplice e sin troppo ingenua. Di contro, condisce i suoi temi di un virtuosismo ritenuto verboso e fine a se stesso, come un giurista magniloquente riversa sul profano una pletora di richiami normativi, fatti per suggestionare più che per catturare sostanza. In effetti Rachmaninov si vantava quasi di essere un traduttore dell’emotività, come un notaio potrebbe convertire i fatti comuni in clausole giuridiche, senza necessità di un apporto creativo nel merito. Così il compositore definiva la musica: “Una calma notte di luna, un frusciare attivo di foglie, uno scampanio lontano nella sera. La musica nasce solo dal cuore, e si rivolge al cuore. E’ amore. Sorella della musica è la poesia e madre la sofferenza”. Riprendendo la distinzione che avevo fatto una volta a Valentina, non esiterei a definirlo un notaio sostanzialista piuttosto che un certificatore.
Il secondo senso in cui Rachmaninov può essere definito notaio è: colui che riceve le ultime volontà della passione. Le sue musiche sono intrise di sentimento (che alcuni hanno preferito definire sentimentalismo), ma affondano sempre nella nostalgia, parlano dell’assenza di ciò che è stato amato eppure continua a far pulsare il cuore. Sono sospese tra un passato che non cessa di riaffiorare a galla e un futuro contraddistinto dall’angoscia di ciò che non tornerà. La declinazione al presente è sempre sospesa all’interno di questa polarità, il qui e ora non brilla di luce propria. Per questo colui che prova passione non si sente mai a casa sua. Come Rachmaninov che visse a disagio nella sua Russia, tanto da abbandonarla all’indomani della rivoluzione, ma che nel New Jersey e poi a Beverly Hills, cove andò a vivere, cercò di ricreare un ambiente familiare, sino a addobbare le sue residenze di mobili d’epoca che le rendevano simili a un’antica dimora pietroburghese.
Il Secondo concerto è il primo (e forse l’unico) dedicato a un terapeuta. Scritto nel 1900, risolse una lunga e profonda crisi depressiva a seguito della quale Rachmaninov non aveva composto per anni. L’evento scatenante era stato il clamoroso fiasco cui era andata incontro l’esecuzione della sua prima Sinfonia, nel marzo del 1897 a San Pietroburgo. “Se all’inferno ci fosse un Conservatorio, se uno dei suoi studenti più dotati fosse stato incaricato di scrivere una Sinfonia programma sulle Sette piaghe d’Egitto e questi avesse composto una sinfonia come quella di Rachmaninov, egli avrebbe assunto brillantemente il suo compito e fatto la delizia degli abitanti dell’inferno” commentò un critico illustre. In realtà al clamoroso insuccesso contribuì non poco la direzione di Glazunov, che aveva ceduto al suo antico vizio di scolarsi un litrozzo di vodka per mettersi in tiro in vista dell’esecuzione.
Gli studenti del Conservatorio avevano scoperto perché mai Glazunov, durante le lezioni che teneva, ogni tanto si piegasse sino a scomparire sotto la cattedra, come colto da improvvisi crampi gastrici o in cerca di una posizione comoda per arginare le fitte alla cervicale. Un giorno che il maestro interruppe il corso in anticipo e uscì dall’aula barcollando più del solito, si avvicinarono alla sua postazione e videro una bottiglia di liquore in piedi, dentro la quale si tuffava una cannuccia con l’orlo crepato dai segni di un’avida morsicatura. Non a caso fu proprio Glazunov il primo musicista a concepire un concerto classico per sassofono. “Mi piacerebbe trovare uno strumento solista che ricordasse la roba che mi rimbomba in testa prima di andare a dormire… non so bene cosa sia, sembra una tromba ma non è esattamente una tromba…” diceva sempre.
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