La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





L’ascensione di una montagna, a detta degli stessi alpinisti, è un percorso solitario e narcisistico anche quando avviene in compagnia; il compagno di cordata è solo il più sicuro strumento di autoassicurazione che ci si possa procurare, poco più che un chiodo robusto, rispetto a quello con il difetto di dire qualche parola di troppo, o, semplicemente, qualche parola. E se l’alpinismo riceve diverse sulle sue coordinate dalla dimensione agonistico-sportiva, anche lo sport presenta delle angolazioni scopertamente alpinistiche. La classifica di una gara ha una struttura brulla e verticale come il profilo del Cervino ed è una vetta da raggiungere. Il vincitore, durante la premiazione, sale sul gradino più alto del podio e si gode la contemplazione del panorama dell’umanità ai suoi piedi. Nonostante le apparenze la pendenza che lo separa dal secondo è assai più che un morbido declivio.

Tuttavia, è innegabile che, se l’alpinismo è anche fortemente sport, esso non è solo sport. Per prima cosa, il margine di simulazione rispetto allo sport è ristretto. Lo spazio di gioco non è artificialmente costruito e delimitato bensì gentilmente omaggiato dalla natura. E se si sbaglia non si perde solo il gioco. Si perde la vita. Ciò rende agli occhi di molti riprovevole e balorda la scalata lungo la parete di una montagna. Nessuno vuol negare come il diletto di mettere a repentaglio l’esistenza al di fuori della necessità presenti non di rado tratti patologici. Ma possiamo condannare in blocco lo spirito di avventura? Evidentemente no. Senza una punta di follia gratuita la nostra civiltà avrebbe intrapreso un cammino diverso. Lo spirito di avventura ingloba in sé il gusto che offre il brivido del rischio. L’uomo, nella sua insoddisfazione per il finito, ricerca non di rado la vertigine, la perdita del dominio di sé che il contatto col rischio gli procura. Si dice per lo più che chi non va in montagna perché ha paura di cadere soffre di vertigini. Ma forse è vero il contrario. Forse sono proprio gli alpinisti che soffrono di vertigini. Almeno, se ha ragione Milan Kundera quando scrive che la vertigine non è esattamente la paura di cadere bensì la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere. Aggiungiamo che un borghese europeo occidentale degli ultimi cinquant’anni di secolo, avvolto in un’esistenza fortunatamente confortevole, dispone di poche occasioni per esercitare il gusto dell’avventura. Così come ne ha poche per reagire all’anonimato e all’indifferenziazione o per compiere serie di gesti che non rispondano a una meccanicità ripetitiva, ma abbiamo ognuno una giustificazione, per giunta connessa alla salvaguardia della propria vita. Ovviamente bisogna stare attenti a non esaltare in maniera assoluta queste sensazioni che sono anche la molla alla base del comportamento di coloro che si schiantano sull’autostrada pigiando l’acceleratore a tavoletta. Per la cronaca, la logica che segnala il pericolo che la giustificazione di un comportamento conduca alla benevolenza verso altri comportamenti, palesemente negativi, in filosofia si definisce, alpinisticamente, argomento del pendio scivoloso.

L’alpinismo obbedisce anche ad altre chiavi di lettura. Forse anche psicanalitiche: si è ipotizzato che gli osteggiatori della scalata artificiale siano inibiti sessuali turbati dalla profanazione della donna-montagna, con la quale vogliono intrattenere un rapporto di tenerezza, senza mediazioni falliche (quelle del chiodo). E si è anche sostenuto che gli alpinisti in blocco sono una massa di esibizionisti, frustrati, incapaci di confrontarsi con la realtà, al punto da doversene costruire una parallela, nella quale trovare la via di accesso a una parete è (nel linguaggio degli alpinisti) risolvere un problema. Ma c’è anche una lettura mistico-religiosa, nella quale il percorso verso le torri calcaree, gli spigoli granitici, gli scisti cristallini, le creste ghiacciate è ascesa e ascesi, distacco dalla terra,  allontanamento dall’umano; mai un paradiso ma solo un enorme e disabitato purgatorio, un delirio di onnipotenza, un abbandono all’umanità, che non può che concludersi, nell’insensatezza di una qualsiasi meta, nella fine dell’umanità, nella caduta, che per i più fortunati è l’amaro e inaccettato ritorno alla dimensione grigiamente quotidiana dopo la delusione della vetta, e per i meno fortunati un tuffo in uno strapiombo.



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(disegno originale di Guido Scarabottolo)