La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Al di là delle esigenze pratiche, tuttavia, l’attrazione per lo sport era connaturata ad alcuni temi centrali dell’ideologia fascista che non a caso in un’espressione para-atletica, la marcia su Roma, trovava un fatto saliente nonché il mito fondativo della presa di potere. E il militante originario del movimento, lo squadrista, veniva accomunato all’atleta. Lo squadrismo era “entusiasmo sportivo che aveva trovato un’idea” e, secondo il giornalista Adolfo Cotronei, “se pigliamo lo squadrista, lo liberiamo del suo manganello, lo riportiamo alla vita normale, troviamo in lui un tipo di atleta capace di battersi non più sulla strada, ma in un ring o in una palestra”. La dottrina fascista incontrava lo sport perlomeno su cinque punti essenziali, che tra loro si richiamavano ed assorbivano: l’azione, l’eroe, il corpo, la gioventù e l’ideale dell’uomo nuovo.
Lo sport metteva in primo piano l’azione pura e semplice, nella sua spoglia e spontanea immediatezza, e in ciò pareva un suggello dell’ideologia fascista, che rivendicava il privilegio del gesto risolutore sull’assunto della ragione e dell’istinto sull’intelletto. Ma se il fascismo, teoricamente, propugnava la priorità dell’azione, nella quotidianità non esisteva un luogo maggiore di inazione dello Stato Mussoliniano. Le settimane si consumavano da una parata all’altra: e la parata è, al massimo, celebrazione e simulazione dell’azione. Si vantavano le virtù della nazione combattente, ma intanto la fibrillazione della comunità veniva garantita solo attraverso mobilitazioni simboliche che alla lunga erano un modesto surrogato della belligeranza che si proclamava animatrice della rivoluzione fascista. Il 29 ottobre si marciava per celebrare l’anniversario della marcia su Roma, una settimana dopo per celebrare una vittoria. In mezzo ci si infilava qualcos’altro, come nel 1934 una curiosa contemporanea celebrazione di 820 matrimoni nella basilica romana di Santa Maria degli Angeli, simile in fondo anch’essa a una parata militare. Di più: le parate non avevano valore di per sé ma lo acquisivano per il fatto di essersi svolte dinanzi al Duce o al Re, la cui presenza ed approvazione erano il vero evento in luogo della sfilata di persone, che nello sguardo altrui trovavano non solo una certificazione ma l’unica condizione di esistenza. L’atto, insomma, proveniva dallo spettatore. “L’alta e ardente parola di Mussolini ai decorati al valore” “ Il Duce acclamato all’annuale della rivoluzione”, “Il Duce ha presenziato alla cerimonia svoltasi nella capitale”.
Capitavano così, nel rapporto tra regime e gesto atletico, due fenomeni contradditori. Da un lato che, soffocato dalla simulazione dell’azione, il regime fosse affamato di azione autentica, quale almeno lo sport poteva realmente offrire; e dall’altro che, oramai anestetizzato dalla sostanziale immobilità della vita nazionale, esso fosse completamente incapace di coglierla anche nell’evidente espressione del gesto atletico. Quel gesto, infatti, non veniva mai apprezzato per l’estetica che gli era propria ma solo in quanto idoneo a rimandare a un contenuto simbolico che lo trascendesse, legandosi ad un’improbabile fascistità. Così, mai come sotto fascismo l’azione atletica venne considerata con tanto artificioso (e rozzo) intellettualismo. E alla fine anche per le vittorie dei campioni il dato significativo era che Mussolini fosse presente o consegnasse un premio.
L’incontro sul piano dell’oroismo tra sport e fascismo non è altrettanto scontato. Che il soldato fosse anche un atleta non era affermazione nuova e lo aveva già scritto Platone. Tutt’altro che conseguenziale era l’inversione della proposizione. L’atleta non necessariamente è un eroe. Non mette a repentaglio la vita e, in linea di massima, la sua condotta è estranea a una dimensione etica che, può, al massimo, sovrapporvisi. Ma così come era affamato di azione, il fascismo era a caccia di personaggi che a quelle azioni conferissero un rilievo eroico. Per questo predilesse sempre gli sport caratterizzati dal rischio dell’incidente fisico, a costo di dilatare la categoria e inglobare nel novero delle discipline atletiche anche l’escursionismo e l’aviazione. E per questo guardò con simpatia alla morte nel corso delle competizioni motoristiche, che sembrava dimostrare la fondatezza dell’equitazione che pareggiava lo sport all’eroismo. Sulla stampa si legge che “proprio perché rischiano la vita i piloti possono porsi dinanzi agli occhi della folla in una luce di bravura eroica. Ogni vittoria vuole le sue vittime”. E quando a Monza nel settembre 1933 durante una corsa muoiono a causa di una macchia d’olio tre piloti, fra i quali il famoso Campari, la gara continua “nel maschio clima di consapevole umanità che il fascismo ha saputo introdurre nel costume degli italiani: non si è disertato il campo”. Ma anche quando lo sport non era precisamente vivere pericolosamente, portando all’estremo la copertura retorica dell’agonismo e valorizzando alcuni particolari tratti dello sportivo (l’aggressività competitiva, l’indifferenza al dolore, la sopportazione della fatica) il fascismo otteneva la trasfigurazione dell’evento atletico. Per attribuire all’eroe la tensione etica, la si reperiva nella totale e leale dedizione alla causa patriottica, ammantando di aura gloriosa anche avvenimenti apparentemente poco sacrali, come il campionato di tiro al piccione: “Forse il nuovo campione del mondo vorrebbe correre verso la sua ultima vittima e stringerle la fredda zampetta in segno di riconoscenza e di giubilo. Ma la folla gli sta intorno, non gliene dà il tempo…Mentre risuonano le note della “Marcia reale “ e di “Giovinezza”, la bandiera italiana sale sul pennone”. Con gli sport più marcatamente borghesi e antieroici l’operazione non è facile. Del tennis troviamo scritto che è un “bellissimo sport, ma presenta il difetto di non esercitare affatto il coraggio; è cioè un esercizio fisico per quelle infrequenti epoche storiche di stanchezza e sosta che il mondo di tanto in tanto attraversa ma non è un esercizio adatto per le epoche dinamiche ed evolutive”.
Il culto del corpo fascista, applicato allo sport, produceva risultati diversi dal quelli igienisti e genericamente educativi propugnati dal pensiero anglosassone. L’amore per il corpo degenerava facilmente in adorazione della forza fisica che fosse anche sopraffazione e violenza; e dall’attenzione per la salute rapido era il passo al culto della razza, anche se non così smaccato come nell’arianesimo tedesco. “I campioni valgono in quanto sono espressione di razza sviluppata e potenziata; se no sono l’eccezione e l’espressione effimera. Nella bellezza del gesto atletico si deve riflettere la sanità della stirpe” diceva Starace. E ancor più perspicuamente un articolo su “Critica Fascista” auspicava: “data la rapida successione degli avvenimenti non è lontano il giorno in cui al posto dei professori di ginnastica saranno chiamati veri e propri medici perché conducano sin dalla fanciullezza la razza verso gli ideali della perfezione e della grandezza”. Sempre in relazione al corpo, poi, non si dimentichi che lo Stato veniva comunemente descritto dal fascismo come un organismo unitario, e le manifestazioni ginniche di massa erano di quell’organismo la manifestazione verso l’esterno, e, nella loro ricerca di ordine, bellezza e potenza (che conobbe maggiore approfondimento in Germania) volevano rendere visibile il corpo collettivo.
Il corpo e l’azione trovano la loro migliore espressione in un fisico giovane. Il fascismo nacque nel secolo che aveva elevato la gioventù a grande protagonista, mandandola a morire in massa dietro le trincee e rendendola soggetto attivo rispetto al resto della popolazione che, con poche eccezioni, era stata risparmiata dal primo conflitto mondiale. Nell’irrequietezza giovanile, che seguiva l’incapacità di tornare a una vita normale e ridimensionata dopo la guerra, il fascismo trovò un fertilizzante potentissimo. Anche se alle istanze movimentiste delle avanguardie giovanili il fascismo preferì, una volta conquistato il potere, l’accomodamento con i poteri forti, la giovinezza restò sempre un simbolo che il regime amava cucirsi addosso. Era una giovinezza più simbolica che reale, che faceva coincidere l’ardimento e la virilità con la gioventù ma che faceva di questa essenzialmente una condizione di spirito, capace di proiettare il suo volatile dinamismo anche sopra le occupazioni che, apparentemente, meno le si confacevano. Così si diceva che il giovane fascista potesse offrire anche “all’immagine frusta dell’impiegato la pienezza della gioventù, un modo di fare dinamico dato che le ore passate in ufficio non invecchiano, non fanno stagnare il sangue né rilassano le energie”. Gli sportivi parevano in grado di infondere, simbolicamente, il loro virile giovanilismo nella nazione a cui appartenevano. Definendosi rivoluzione, il fascismo temeva per sé la vecchiaia, che di ogni rivoluzione è la tomba. E cercava nello sport un antidoto.
Infine, centrale nell’organizzazione fascista dello sport fu il mito dell’uomo nuovo, al quale i militanti fecero constante riferimento. Da Russeau in poi poche cose sono rapidamente diventate vecchie come l’idea che lo Stato possa, attraverso l’educazione autoritaria, creare l’uomo nuovo. In un certo senso, il fascismo si distingueva su questo piano dal nazismo che aspirava semmai a recuperare l’uomo vecchio, depurandolo dalle tossine della modernità. L’uomo nuovo, si diceva, sarebbe stato quello del libro e moschetto, colui che plasmato dal regime avrebbe saputo superare l’odiata e indolente figura del pigro borghese nella sintesi di pensiero e azione. In realtà, l’uomo nuovo a cui pensavano i fascisti era soprattutto quello che avrebbe annegato la sua tensione individuale nel mare della collettività. La dottrina fascista pensava hegelianamente che l’esistenza singola avesse un senso solo come parte della vita della comunità, rispetto alla quale doveva segnare il passo sul piano non solo dei comportamenti ma anche del pensiero e della volontà. L’individuo doveva diventare tutt’uno col gruppo e, in particolare, con lo Stato, che ara il gruppo per eccellenza. Era il famoso organicismo statalista di cui fu compiuto assertore Alfredo Rocco.
La comprensione di tale assunto contribuisce a fare chiarezza sul rapporto che il fascismo aveva istituito tra lo sport di massa e sport compionistico. Sulle riviste dell’epoca, si leggevano frequentemente critiche feroci verso il divismo degli atleti, qualificando il culto dei campioni come una transitoria necessità di cui, con lo sviluppo dello sport di massa, si sarebbe fatto a meno. Si trattava quasi di uno schema marxista, nel quale un’elite di atleti professionisti avrebbe spianato la strada alla rivoluzione dei costumi. Se così fosse stato, tuttavia, l’attenzione riservata dal regime alla creazione dei campioni e la loro pubblica esaltazione sarebbero dovute andare decrescendo. Invece, nonostante gli iscritti alle associazioni di base dove si praticavano discipline atletiche andassero aumentando, il fascismo incrementò prepotentemente l’allevamento dei campioni. Non erano solo le esigenze realistiche a spezzare le velleità movimentistiche. In un disegno di annichilimento dell’individualità, le parate ginniche o la disciplinata azione dei raduni dopolavoristici e le partite della nazionale erano reciprocamente funzionali, perché servivano, su due piani diversi, a proiettare l’identità individuale sullo schermo della collettività.
One Response to “Lo sport e il fascismo”
Lascia la tua Opinione


wauuuuuuu