La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





I successi, tuttavia, non sarebbero stati possibili senza l’ingaggio del più forte calciatore del mondo, indubbiamente il migliore che abbia mai militato nel nostro torneo, l’argentino Diego Armando Maradona. L’acquisto avviene quasi per caso. Ad avviare la trattativa è il direttore generale del club, l’ex calciatore Juliano, che si muove solo per creare imbarazzo a Ferlaino, del quale è divenuto nemico. Egli prevede che il presidente porrà il veto per ragioni economiche, ciò che lo metterebbe in cattiva luce agli occhi dell’esigente tifoseria. Invece Ferlaino riesce ad ottenere il coinvolgimento del Banco di Napoli e definisce l’operazione. Il tripudio cittadino non coinvolge tutti gli intellettuali e cento di loro firmano un manifesto di protesta, ritenendo immorale l’esborso di miliardi in un posto che è carente delle strutture essenziali e delle fogne. Analogo cipiglio viene manifestato al nord dove si tuona contro la dissennatezza napoletana: i derelitti, è noto, sono simpatici solo finché accettano il ruolo istituzionale di pezzenti. Giuste le riflessioni sui vorticosi flussi finanziari che circolano nel calcio, improprio che tali riflessioni emergano solo quando i protagonisti non appartengono alla sfera dei potentati economici. Ferlaino è un comune imprenditore che attua un investimento. A Napoli, del resto, l’acquisto di Maradona crea un indotto tale da far impallidire qualsivoglia moltiplicatore Keynesiano. Le sole feste-scudetto realizzano un fatturato di sessanta miliardi e l’economia dei vicoli, su cui la città in parte si regge, viene parzialmente distolta da attività delinquenziali a favore di altre, patetiche talvolta ma penalmente corrette. Naturalmente molti sottolineano che la gente viene in tal modo deviata dai problemi reali. Sono immemori, costoro, della lezione impartita a un Astuto Intervistatore da un pastore sardo, colto dalla telecamera mentre festeggiava gioiosamente in un angolo di montagna lo scudetto del Cagliari. “Scusi, ma a lei che gliene viene che il Cagliari ha vinto lo scudetto?”. E quello: “Ma perché, se il Cagliari perdeva che me ne veniva, cosa cambiava di questa mia vita di merda?”.

I tifosi partenopei hanno sempre avuto un debole per i campioni stranieri. Il primo beniamino fu Attila Sallustro che, negli anni trenta, rifiutava lo stipendio essendo benestanti di famiglia.

La società si sdebitava regalandogli automobili e altri generi voluttuari. Sallustro divideva la sua passione per il calcio con quella per la soubrette Lucy d’Albert, che andava a trovare, se necessario, calandosi nottetempo con le lenzuola dalle finestre degli alberghi in cui soggiornava, essendo gli ingressi principali vigilati da chi avversava questa distrazione dall’agonismo. Poi ci sono stati i vari Jeppson, Vinicio, Sivori ma con nessuno si è creato un rapporto simbiotico come con Maradona. La spiegazione non può essere solo tecnica. Certo Maradona  col pallone aveva più intimità che confidenza. Incontenibile nel dribbling, di euclidea precisione nei calci da fermo, rapido nell’esecuzione grazie al suo bassissimo baricentro, capace di improvvise accelerazioni, molto presente in ogni momento sul campo, alieno cioè da quei lunghi torpori che hanno storicamente afflitto i grandi numeri dieci della storia. Ai mondiali dell’86 trascina al successo l’Argentina e vince partite quasi da solo, fornendo dimostrazioni pratiche di tutti i modi con i quali la palla può entrare in porta: con l’Inghilterra prima segna con la mano, poi dribbla mezza squadra avversaria in una fuga solitaria di sessanta metri e spiazza il portiere. Però il suo carattere è impossibile. Allergico ad ogni regola, accresce col tempo la sua lunatica alterigia. Il colmo lo raggiunge quando, alla partenza  per una partita di coppa Uefa a Mosca, resta a casa a dormire e poi raggiunge la capitale russa nella notte con un aereo privato e, prima di unirsi ai compagni, si fa un giretto sulla piazza rossa, con il beneplacito dei militati sovietici che pure avevano recintato lo spazio in vista delle celebrazioni per il centenario della Rivoluzione d’Ottobre. E il suo pubblico gli perdona questo e altro.

Il fatto è che Maradona somiglia a Napoli, pur se della napoletanità richiama spesso il peggio (la parte che lo scrittore La Capria chiama napoletaneria). Tracotanza, insofferenza alle regole, ostentazione, egocentrismo, superficialità, incoerente gestione del quotidiano, grandezza stracciona e pacchiana, come nel suo satrapesco matrimonio che, alla presenza di migliaia di invitati, si conclude con il taglio di una torta, offensiva nella sua ridondante verticalità, al pari dei casermoni di Secondigliano. Ma è anche generoso, geniale ed estroverso, come napoletanità esige. Non a caso le sue bizze non incrinano mai il rapporto con i compagni di squadra che lui rende grandi in campo e per i quali -non certo per diplomazia, qualità che gli è ignota- ha sempre pronto a Natale un regalo, così come per le loro mogli e bambini. E soprattutto nelle sue giocate incomparabili pare di scorgere la testimonianza di un’armonia lontana eppure presente: così come la promenade di via Caracciolo, devastata dal disordine e dall’immondizia e affacciata su acque dove galleggiano le più putride scorie della modernità, sembra, in qualche ineguagliabile giornata di sole, togliersi quel velo e restituire il golfo splendente nella sua orgogliosa unicità, con il mare inchiodato al cielo, quale lo contemplavano nel Settecento i pittori vedutisti e i viaggiatori stranieri dalle carrozze. E’il sogno (o il segno?) della napoletanità: il risolversi delle contraddizioni in un’armonia primigenia.

Maradona, inoltre, è il primo al mondo: come tale è il re. E Napoli è stata sempre affascinata dalla monarchia. Specie quando esercitata da un sovrano che ama confondersi con la plebe, che intarsia la passionale visceralità di quella con una sua umorale amoralità, che fa del potere una forza solare, fracassona e canagliesca dove il peso del caso e del capriccio supera ampiamente il rigore e la disciplina. Così era il re Lazzarone, Ferdinando I, che amava intrattenersi sino a notte inoltrata in schiamazzi assieme agli scugnizzi di strada. Così è perfino per i camorristi, plateali e visibili a confronto dei silenziosi e discreti mafiosi siciliani. Ma a Napoli il potere o si vede o non c’è.

La partenza dell’argentino, che segue e precede disavventure legate alla cocaina, non dissolve alcune nubi. In primo luogo una paternità da lui non riconosciuta ma impostagli giudizialmente. Quel bimbo esibito nel Tribunale e sui rotocalchi con una pettinatura da indio che renderebbe somigliante a Maradona anche un terrier è un’immagine amara che non fa onore ai protagonisti.

In secondo luogo, l’accusa- proveniente da camorristi pentiti- di essersi piegato alle richieste dell’organizzazione criminale giocando a perdere nella fase finale di un campionato che la camorra, per non pagare troppi soldi agli scommettitori clandestini, non gradiva vinto dal Napoli. Tutto può essere, ma sia consentito a chi scrive un certo scetticismo. La camorra fonda la sua forza sulla penetrazione e sul consenso nei vicoli e nei paesi di periferia, nei quali le sorti della squadra di calcio sono una religione che nessun interesse economico  potrebbe calpestare in maniera indolore. Non ci crediamo, insomma, non  perché non ne sarebbe stato capace Maradona ma perché non ne sarebbe stata capace la camorra.



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(disegno originale di Guido Scarabottolo)