Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Dal n.34, pagina 3, giugno 2008
“Stai per compiere ottantadue anni. Sei rimpicciolita di sei centimetri, non pesi che quarantacinque chili e sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai. Porto di nuovo in fondo al petto un vuoto divorante che solo il calore del tuo corpo contro il mio riempie”. Così si apre e si chiude la Lettera a D. Storia di un amore, del filosofo André Gorz alla moglie Dorine, scritta nel 2006 e ripubblicata in Italia da Sellerio, qualche mese dopo il suicidio dei due ultraottantenni. Dorine si stava spegnendo per una lunghissima malattia degenerativa e Gorz non poteva lasciarla partire da sola poiché “la notte vedo talvolta la figura di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto cammina dietro un carro funebre. Quest’uomo sono io. Sei tu che il carro funebre trasporta. Non voglio assistere alla tua cremazione, non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri”. Gorz si era da ventitré anni ritirato a vivere con la moglie in campagna, come immaginava dovessero ritirarsi il capitalismo dalla società e il lavoro dal tempo della vita. Alla moglie ha offerto il braccio per accompagnarla, come si fa verso l’altare, né poteva negarle quest’appartenenza e svicolare in un tributo diverso se davvero, come le ha scritto, lei ha “dovuto lavorare anni per farmi accettare la mia esistenza. E questo lavoro, credo proprio, non è mai stato finito”. Esistere e appartenersi, le due declinazioni dell’amore che non sfiorisce.




Spopola nelle vendite il romanzo Firmino di Sam Savage, il cui protagonista è un topo che per nutrirsi mangia i libri e in seguito impara a leggerli e ad apprezzarne gli insegnamenti. Diversi intellettuali lo hanno elogiato con implicito o esplicito compiacimento narcisistico: eh, tale e quale a me questo topo, li divora i libri, li divora. In realtà la metafora sulla letteratura è la cosa più didascalica e stucchevole dell’opera, che si giova piuttosto del contrasto tra l’atmosfera e lo stile dickensiani e la psicologia visionaria, e al tempo stesso crepuscolare, del roditore. Se c’è una parte che commuove è quando Firmino si illude di avere fatto breccia nel cuore di un umano (che si accinge invece ad avvelenarlo) e conclude che questa è la felicità poiché “adesso ero sicuro di non essere solo. Appartenevo a qualcuno”. Si possono pure leggere tutti i libri del mondo ma, come sempre Gorz ha scritto a Dorine: “Tu non avevi bisogno di scienze cognitive per sapere che senza intuizioni né affetti non c’è né intelligenza né significato”.



Alla Biblioteca Nazionale di Parigi, Sophie Calle replica la mostra Prenez soin de vous, nella quale parte, come sempre, da una propria esperienza intima, nel caso specifico la lettera, anzi la mail, di abbandono con la quale un non identificato X tronca la sua relazione sentimentale con lei. La Calle ha passato la lettera a 107 donne dalle più varie professioni, e chiesto loro di reinterpretarla, e in questo modo diversamente comprenderla. Vi sono dunque foto, installazioni, video e scritti, in cui la cantante la canta, l’attrice la recita, e così via sino al filtro della propria esperienza anche per la sordomuta, la psicanalista, l’insegnante di ikebana. Svanita l’illusione della reciproca appartenenza, l’amante deluso allestisce di buon ora una bancarella di rigattiere. Se l’amore perfetto reclama che ogni cosa si ripieghi infine in esso come in un buco nero, l’amore sconfitto si pacifica, all’inverso, quando rotola nudo nelle piazze.


L’ostentazione dell’intimità è la principale chiave dell’arte contemporanea, ed è la fuga inorridita dall’astrattismo. L’artista tedesco Gregor Schneider è addirittura a caccia di un morente disposto a esibire gli ultimi giorni di agonia in uno spazio pubblico, idea ripugnante ma pure coerente con il dogma di un’arte che cerca di smarcare il suo senso dalla riproduzione o costruzione della bellezza. Peraltro, conoscendo Schneider (e chi non lo conosce tenga presente che dal 29 maggio è in mostra a Roma e Venezia), è probabile che a lui non interessi, verso la morte, l’indifferenza del simile umano ma quella del cosmo. E’ stata appena smantellata, alla Maison Rouge di Parigi, un’installazione nella quale il visitatore entra, muovendosi in una casa spoglia, le cui stanze sono tutte connotate da un qualche eccesso, di luce, suono, dimensione, temperatura. E’ obbligatorio effettuare il percorso da soli, e nell’ultima stanza totalmente buia può affiorare il panico. Se non si trova l’uscita, si ricorderà davvero il guardiano che siamo ancora lì dentro? L’interrogativo, insomma, diventa metafisico: c’è davvero (lì fuori, lì in alto) qualcuno che sa della mia esistenza e la controlla? O sono solo, e senza appartenenza, come temeva Firmino?

E poi magari esci da quel tunnel buio, e non trovi né Dio né l’usciere ma, tanto per dire, Giulio Tremonti. A proposito, dato che, non senza un certo pregiudizio, partirei con lui da tre o quattro ombrelli, ma al tempo stesso giudico positiva e coraggiosa l’uscita sui sacrifici che ora toccano alle banche e alle rendite petrolifere, mi pare un buon punto di equilibrio un ombrello di attesa. Ciò non elimina una certa perplessità: vince la sinistra e chiede i sacrifici al sindacato, che se dovesse mandare giù gli stessi bocconi dalla destra indirebbe scioperi ininterrottamente; sale la destra usando la leva del federalismo fiscale, e tuttavia toglie l’Ici, e usando il sostegno dei grandi gruppi industriali, che però si accinge a scontentare con misure che, proposte dall’altra parte, sarebbero state subito tacciate di comunismo. Si potrebbe anche pensare che è senso di responsabilità, ma certo rende più insensato il furore con cui nella campagna elettorale si solleticano e sollecitano i legami di appartenenza, e avvalora l’idea, tutt’altro che esaltante, di una sostanziale intercambiabilità programmatica dei due blocchi.

Se uno comincia benino, il rivale conclude assai male. Che si possa pensare, come ha fatto Vincenzo Visco, di pubblicare la lista dei redditi on line tre giorni prima di lasciare il mandato, a sorpresa e senza accordarsi preventivamente con l’Authority della privacy, spiega in base a quali attitudini di strategia e provvedutezza il governo Prodi abbia perso venti punti di consenso in un anno. Criticato il metodo, tuttavia, davvero non si comprende come si possa discutere il principio. Leggiamolo così: non è rilevante che si conoscano i guadagni delle persone ma è fondamentale che si sappia quanto ognuno contribuisce, con le imposte, a finanziare lo Stato. E’ quasi un vincolo per rivendicare l’appartenenza alla comunità. Credo in effetti che le proteste, a parte Grillo, non siano venute tanto da quelli che dichiarano molto ma da quelli che dichiarano poco o nulla. E che magari al mattino tuonano contro i fannulloni degli uffici pubblici, finanziati dagli altri.


Il problema è che gli individui faticano sempre più a considerarsi sullo sfondo di relazioni più ampie che li comprendono e trascendono. D’altronde, le relazioni umane spariscono dagli ambienti quotidiani, in nome dell’automazione. Le Ferrovie dello Stato annunciano un piano di definitiva sostituzione degli sportelli con biglietterie automatiche in ventiquattro stazioni. Lo scopo della produzione sembra sempre più quello di estromettere l’uomo. Come sorprendersi se le stazioni diventano un abbandonato luogo di degrado? Il prossimo passaggio sarà quello di accogliere sui treni viaggiatori automatici.



Mettiamo pure che Pietro Maso sia stato un episodio. Facciamo che lo sia stato pure Furlan. Ma il giovanotto massacrato dai naziskin? Non ne capitano un po’ troppe a Verona? E’ ovvio che non si deve criminalizzare ogni singolo cittadino, ma perché additare Napoli come punto critico di un sistema e non Verona come punto critico di un diverso, e non meno tragico, sistema? Non si può pensare che siano una questione politica i rifiuti per strada e non lo siano le vie della città consegnate alla violenza e negate radicalmente a chi si segnala per una forma di diversità. Se da una parte preoccupa l’esplosione delle periferie e l’arcaismo tribale, dall’altra allarmano il disagio borghese e la modernità non meno tribale, saldate tra loro nel corto circuito di territori che non riescono più a creare appartenenza comune. Antitetiche e precarie, Verona e Napoli rendono eterno l’antico conflitto fra le loro tifoserie calcistiche, quando gli ultrà scaligeri esposero uno striscione con scritto “Forza Vesuvio” che gli altri, nella partita di ritorno, ricambiarono con un più signorile “Giulietta è una zoccola”. Bella, elegante, desiderabile, ma rimpicciolita di qualche secolo, Verona porta nel petto un vuoto che nessun calore del corpo riesce ancora a colmare.




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