La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Uno degli interventi più importanti su Stanno uccidendo i notai è apparso il 2 luglio, su Repubblica (edizione di Napoli). A scriverlo è Giampaolo Rugarli, e lo riportiamo integralmente. Ma attenzione: il pezzo contiene uno spoiler fondamentale, ovvero rivela il nome dell’assassino.
Remo Bassetti, napoletano, residente a Torino, notaio, è noto come intelligente operatore culturale. Dirige la rivista mensile “Il giudizio universale”, che certo non pecca di conformismo e meriterebbe di essere meglio conosciuta. Adesso Bassetti si propone come narratore, e pubblica presso Cairo il suo primo romanzo che ha un titolo di buon auspicio: “Stanno uccidendo i notai” (Milano, maggio 2008, pagine 336, euro 16). La storia raccontata – un killer seriale che imperversa contro chi ha la funzione di dare certezze – è un pretesto.
Un paradosso. E infatti il libro ha un andamento folle che ricorda “Helzapoppin” (”Il cabaret dell’inferno”), un film del 1942, che fu la bibbia di Mel Brooks, di Woody Allen e di John Belushi. Bassetti dunque va controcorrente, e, in un tempo che sembra non conoscere altro all’infuori della cronaca nera, ha il coraggio di essere inverosimile e ironico. Non è un piccolo merito.
Vediamo le cose più da vicino. Il notaio Lorenzo Capasso si muove su tre fronti: da una parte la “routine” professionale, da un’altra parte la messa a verbale delle attività di un giro di malavitosi (puttanesimo, droga, messe nere eccetera), infine il dissidio con la moglie Amalia, in attesa di una separazione con tutti i crismi di legalità. La moglie Amalia è forse il personaggio più riuscito del romanzo. Partenopea Doc, si esprime in un suo italo-napoletano con la visceralità e con la violenza di una vaiassa dei Quartieri (vaiassa, parrebbe, è la corruzione di bagascia): Amalia evoca schiattamuort, zoccole, strunz eccetera, e terrorizza il marito minacciando una separazione litigiosa, in luogo di un accordo amichevole. “A’ giudiziale facimm a’ giudiziale!” è il suo grido di battaglia.
Il povero Capasso finisce sempre per inciampare nel cadavere di un collega: ne conta cinque, e le efferatezze del misterioso assassino si moltiplicano, tra spoglie tagliate a pezzi o dissolte nell’acido o evirate o appese a testa in giù. Capasso vaga per una Torino notturna, e elegante, pacata, silenziosa: una città che custodisce un proprio arcano, un modello di perfezione, e che, in quanto tale, ha latebre consacrate all’occulto, alla memoria della medium Eusapia Palladino e alla Pazzia di Nietzsche (se non forse a Satana in persona). Se il romanzo di Bassetti fosse un giallo, come ne girano tanti, non direi chi è l’assassino, ma questa convenzione omertosa nel caso di specie è insensata, e lo scioglimento del dramma un po’ poco mi tocca: l’omicida è Cravero, il direttore di banca, e anch’io per alcuni anni sono stato direttore di banca, però non ho mai ucciso.
Non mi risulta che vi sia ruggine tra dirigenti bancari e notai, semmai vi è una sorte di implicita complicità, gli uni e gli altri chiamati ad essere testimoni, sia pure in ruoli distinti, di fortune talvolta figlie di vergogna.
Cravero, l’assassino immaginato da Bassetti, è in guerra contro la vita, il mondo e, di riflesso, contro chi attesta l’esistenza: il suo sentire è quello di un paranoico solo che (attenzione) le esplosioni demenziali che punteggiano il romanzo sono altrettante spie dei punti di crisi, di collasso della realtà intorno a noi. Consegue che il racconto di Bassetti, assurdo e demenziale per quanto concerne la vicenda, diventa di un realismo allarmante quante volte balena lo sfondo, l’habitat che, ahimè, non rassicura. L’autore non ha inteso narrare una storia di follia: semmai ha messo a rogito il contesto di viltà, di indecenza e di idiozia che ci assedia. Ha scritto un libro importante: si è ricordato di Campanile ma più ancora di Voltaire.
Viene puntualmente rievocata la disputa che appassiona il notariato, cioè il dilemma che oppone certificazionisti e sostanzialisti. Le funzioni del notaio devono limitarsi a dare il crisma della verità ai fatti accertati o devono spingersi oltre e, in qualche misura, la verità forgiarla o almeno aiutare a forgiarla? A ben guardare, l’interrogativo concerne tutti noi, chiamati a scegliere tra essere agiti ed agire: purtroppo delle due eventualità trova meno favore la seconda, e, al dunque, tutto o quasi tutto sembra andare alla deriva. Tant’è che il peccato più grave della politica, tra i mille che le vengono imputati, è non scegliere, non sapere e non voler scegliere (detto tra parentesi: fare ammoina non è decidere, i tricchetracche non vanno confusi con i colpi delle armi da fuoco).
Il romanzo di Bassetti ha anche il merito di non arretrare di fronte alle divagazioni: non vuole che il lettore sia divorato dall’ansia di andare alla pagina successiva, come nella letteratura attuale, ma al contrario suggerisce di indugiare e di pensare prima di passare avanti. E’ magistrale un capitolo che accompagna a un amplesso un sorta di radiocronaca, recitata dal protagonista maschile, cioè da Capasso: la genialità della trovata sta negli accenti del cronista che, anziché propiziare un’atmosfera di abbandono di sensualità e, perché no?, di peccato, descrivono quanto accade come in un trattato di fisiologia.
Bassetti ha inteso satireggiare (e non solo in questo capitolo) uno dei tic contemporanei ossia la pretesa di ragguagliare a scienza anche ciò che si sottrae, che deve sottrarsi al metodo sperimentale. Gli studiosi della psiche riflettano.
Bassetti non si fa mai sorprendere con la lacrima sul ciglio – un atteggiamento che approvo e condivido, perché un certo giornalismo e una certa narrativa, che si nutrono di umane sciagura e che speculano sconciamente sull’altrui dolore, alla lunga suscitano solo disgusto. Nondimeno azzardo il dubbio che il nevrotico Rachmaninov e il suo Secondo concerto per piano tocchino il cuore del nostro imperturbabile romanziere: e inoltre si avvertono trasalimenti nelle pagine che interessano Valentina, una figuretta femminile incantevole. Valentina finisce sbranata da un cane, e anche questa orribile morte tradisce la pervicace volontà di scansare ogni coinvolgimento emotivo.
Bassetti non vuole ammettere di essere innamorato di Valentina: mi scuserà se ne sono innamorato io.
Di ogni assassinio viene fornito un processo verbale, un rogito che, stilato con le clausole rituali, comprova l’avvenuta nefandezza, e immancabilmente conclude con la formula: Ego complevi et absolvi. E’ una vecchia formula, dove ciò che conta è l’”Ego sum”, attestazione dell’esistenza di chi ha operato, di chi ha voluto lasciare la sua impronta di sterminio alla faccia di tutti gli altri. Non per dare consigli, ma forse non guasterebbe un aggiornamento: meglio scrivere Berlusconi et Veltroni sunt, mentre le vittime sono gli italiani.
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