La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



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Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




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Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




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Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




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Gli interventi sull'argomento





da Derelitti e delle pene, Editori Riuniti (2003)

Nel 1983, dunque, il carcere attraversa una crisi tremenda, moralmente peggiore di quella che aveva conosciuto all’inizio degli anni settanta. Se in quell’epoca la repressione ottusa era frutto di un’odiosa ma coerente impostazione ideologica, la situazione dei primi anni ottanta denotava sbando e ingovernabilità, per non dire del fatto che la distanza misurabile tra le aspettative suscitate dalla riforma e i suoi risultati dava ai detenuti la fondata sensazione che si giocasse cinicamente sulla loro pelle.
A capo della Direzione Penitenziaria viene chiamato l’uomo giusto, Nicolò Amato, che aveva svolto la funzione di pubblico ministero nel processo Moro e in quello per l’attentato al Papa. Sin da subito Amato capovolge la secolare tradizione dell’amministrazione penitenziaria, per la quale la burocrazia carceraria doveva rispondere a una grigia impersonalità. Si fa vedere ovunque e dovunque, anche dai detenuti, che per la prima volta percepiscono, quale controparte, una persona in carne e ossa, pronta a scendere nella minimalità dei loro problemi- che mostra di avere più a cuore dell’ordinato andamento degli uffici- e che porta alla giornaliera attenzione dell’opinione pubblica la drammaticità di un luogo normalmente cancellato dalla rimozione. Né, dato il suo temperamento narcisista, un simile presenzialismo gli costa sforzo particolare.
Dopo poche settimane dall’incarico, in nome della necessità del dialogo, comincia persino a farsi aprire le celle dei detenuti. Un giorno, ad onta delle resistenze dell’agente, si fa introdurre da Moretti. Racconta Amato che il capo brigatista, dopo un attimo di sorpresa esitazione, gli disse: “Non crede che per lo stato sia venuto il momento di arrendersi?”. E Amato: “A dire il vero, vedendola qui, mi verrebbe da pensare il contrario”. Pare che dalla spiritosa replica, che in condizioni materiali di maggior favore l’interlocutore avrebbe probabilmente salutato con una sventagliata di mitra, sia nata una conversazione cordiale. Al momento del congedo, Moretti avrebbe chiesto a Amato il favore di entrare anche nella cella di un altro compagno affinché non si pensasse che l’aveva chiamato lui per rendergli dichiarazioni di pentito.


Con Amato parte dal vertice dell’amministrazione un segnale di gradimento all’applicazione della riforma. Anche se il 1984 è ancora cruciale sul piano dell’ordine pubblico, facendo segnare il primato di 112.000 arrestati nel corso dell’anno, i conflitti sociali si stanno raffreddando e nelle prigioni si inizia a respirare un’aria diversa. I permessi e i provvedimenti alternativi cominciano a decollare, i detenuti esprimono le proteste in maniera pacifica con lo sciopero della fame, le ispezioni ministeriali mettono a nudo senza reticenze l’inadeguatezza delle strutture. Con una schiettezza non consueta, un tour delle prigioni liguri riconosce gli “aspetti disumani” del carcere di Savona, in cui “le celle sono ubicate al di sotto del livello stradale”, la totale assenza di attività ricreative, scolastiche e sportive a Sanremo o lo svolgimento, a Chiavari, delle prestazioni infermieristiche e della distribuzione dei medicinali da parte dei detenuti. Certo non sempre gli ispettori sono abili a penetrare i dettagli essenziali. Leggiamo cosa scrive il visitatore della Casa di Rieducazione Femminile di Acireale, condotta dalle suore, nel novembre del 1983: “Scale di marmo spezzate in modo armonico da piante ben curate e rigogliose, quadri religiosi e non alternano l’ieratico con l’austero e richiamano, in un rapido succedersi, spunti umani e aperture in un contrasto in cui la molteplicità si fa analisi e si ricompone in sintesi. Questo pensavo salendo le scale, attraversando lunghi e solitari corridoi dove il silenzio non raggiunge mai i vertici dell’armonia….qualcuna ha gli occhi umidi di pianto, una lacrima sulla guancia repentinamente cancellata con la mano”. E gli avranno pure pagato l’indennità di trasferta!
Una migliore ripartizione negli istituti degli affiliati alle organizzazioni criminali e lo sfaldarsi del terrorismo rosso, anche con il fenomeno della dissociazione che prende avvio proprio nel carcere, pongono le premesse per una rivisitazione, stavolta in senso migliorativo, della riforma. Un progetto organico viene elaborato da Amato e da alcuni magistrati di sorveglianza, fra i quali un ruolo di primo piano svolge il fiorentino Alessandro Margara. La via più rapida per far passare le norme è agganciarle a un già esistente disegno di legge giacente già in Senato, composto da un unico articolo e presentato dal senatore Mario Gozzini. Nel 1986, quindi, in un consenso parlamentare generalizzato nasce l’omonima legge che abolisce l’articolo 90, e quindi i carceri speciali, e rilancia le misure alternative, prevedendone l’applicazione – per reati di minore entità – anche senza che il condannato transiti per il carcere, abbassando il limite di pena per usufruirne, concedendo anche all’ergastolano gli sconti di pena e la possibilità di uscire per una parte della giornata dopo diciotto anni e riacquistare la libertà dopo ventisei. Ancor più che quella del 1975 essa si presta alla duplice e complementare lettura di un’umanizzazione della pena e di un sistema alternativo di controllo del sistema carcerario. Ogni detenuto adesso sa che con una condotta disciplinata le porte della prigione gli si potranno aprire molto prima di quanto prevede la sentenza che lo ha condannato.
Il vero banco di prova della riforma, in un certo senso, è una rivolta che si svolge a Porto Azzurro, carcere modello, tra i primi seguire la strada della moderazione e a organizzare iniziative, come concerti e convegni, che ripristinino i contatti con il mondo esterno. Nell’estate del 1987, un gruppo di sei detenuti, dei quali il più famoso è il terrorista nero Mario Tuti, prova un’evasione-lampo, fallita la quale sequestra in infermeria trenta fra agenti, civili, detenuti e direttore dell’istituto. I rivoltosi chiedono un elicottero per la fuga e per dimostrare che hanno intenzioni serie legano alcuni prigionieri in posizione di crocifissione alle sbarre delle finestre e ne fanno stendere altri per terra inzuppandoli di alcool. I loro curriculum criminali, infarciti di omicidi, non promettono niente di buono. Le forze dell’ordine sembrano propendere in un primo momento per il blitz, poi comincia per giorni una sfibrante trattativa che fatica a trovare sbocchi. Ma la sorpresa è che, per la prima volta nella storia, la popolazione detenuta si dissocia da un’azione di rivolta, temendo, giustamente, che un bagno di sangue possa pregiudicare nuovamente la svolta riformista dentro le prigioni. Nicolò Amato, giunto sul posto, mette Tuti e i compagni di fronte alla responsabilità che assumono, in questo senso, davanti a tutti i reclusi d’Italia. E lascia balenare anche per essi la possibilità di beneficiare delle misure alternative, una volta che si sia rapidamente definito il processo penale che conseguirà alla loro iniziativa. In realtà l’idea di assicurargli la possibilità dei futuri benefici, come dignitosa uscita dalla situazione, viene al direttore prigioniero, Cosimo Giordano; ma i sei gli dicono che la proposta deve venire da fuori, perché la loro non appaia una disonorevole resa. E il direttore, attraverso una serie di messaggi telefonici cifrati, che all’inizio paiono agli interlocutori le frasi sconclusionate di un uomo sconvolto dall’agitazione, riesce a far filtrare il suggerimento.
Alla fine i rivoltosi liberano gli ostaggi e si consegnano. Verranno successivamente condannati a 14 anni, ciò che tecnicamente non preclude future concessioni di misure alternative. Peggio di tutti forse va al povero e coraggioso Giordano: dopo essere stato espropriato dell’intuizione risolutiva, che Amato, in interviste e convegni, passerà per sua, viene declassato e trasferito per avere omesso il controllo ( ma in sostanza per essere stato troppo conciliante coi detenuti; rilievo grottesco in quel momento, visto che proprio a una linea carceraria buonista viene ascritto il successo della trattativa ) e riabilitato adeguatamente a distanza di anni, dopo essere passato per un emorragia nervosa che gli fa quasi perdere la vista. Il suo ricordo più tenero di quell’esperienza è del bandito sardo Tolu che durante la notte gli tira su la coperta mentre dorme.
Con l’episodio di Porto Azzurro si conclude la lunga stagione delle rivolte e delle grandi evasioni. Più realisticamente i detenuti confidano  nella libertà che potranno raggiungere legittimamente grazie ai benefici della Gozzini.



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(disegno originale di Guido Scarabottolo)