La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Su Repubblica (ed.Torino) di ieri, due pagine intere dedicate a Remo Bassetti: “intellettuale tra la sciabola e la penna”. Di Gian Luca Favetto.
Da ragazzo aveva il sogno di scrivere. A trent’anni è diventato notaio. Adesso che ne ha quarantasei un libro sui notai l’ha scritto, diviso in articoli invece che in capitoli: un notaio come protagonista e molti colleghi come vittime di un misterioso serial killer. Un romanzo ambientato a Torino, dai toni surreali, grotteschi. L’ha pubblicato a fine maggio Cairo Editore, s’intitola Stanno uccidendo i notai. E due mesi prima ha dato alle stampe un altro libro, un saggio, edito da Bollati Boringhieri, quasi un pamphlet: Contro il target. Un libro come una stoccata feroce e divertita.
E tutto da una stoccata comincia. Da una sciabola. Da un’arma bianca impiegata come una penna. Perché Remo Bassetti questo faceva: lo schermitore. A Napoli, dove è nato nell’ottobre del 1961 ed è vissuto fino al ‘91. Ha cominciato con il fioretto a sette anni, poi è passato alla sciabola. Il papà era maestro di scherma e proprio sciabola insegnava. E quando hai tirato di scherma, e hai tirato bene, questo rimani per tutta la vita: nel suo caso, sciabolatore. Così dovrebbe presentarsi, seduto dietro la scrivania nel suo studio affacciato su piazza Lagrange: sciabolatore, giornalista, scrittore, editore e notaio.
Quattro notizie lampo che dicono la persona Remo Bassetti, e la sua personalità: non ha cellulare; è dotato di un’ironica partenopea vanità; ha una forte etica che si traduce in leggerezza nell’affrontare la vita; la curiosità in lui è dote e non vizio. A mò di introduzione, osserva: “Credo si possa scrivere più serenamente, se dallo scrivere non dipende la tua esistenza quotidiana. Così ho cercato un mestiere che mi piacesse e mi permettesse di organizzare il tempo per fare anche altro”.
L’altro che ha fatto per primo è la scherma. “Per me è stata la cosa più importante fino ai trent’anni. Mio padre Vittorio è stato uno dei grandi maestri italiani di sciabola. A dodici anni, appena sono passato alla sua arma, ho vinto i campionati italiani giovanissimi. Per prepararmi alla gara, l’ultima lezione l’ho fatta nel salone di casa, dove papà mi ha insegnato la covazione in tempo”. Nel 1980 vince gli assoluti a squadre con il Cus Napoli. Nell’86 diventa maestro e comincia a insegnare. L’ultima gara la vince nel ‘90 a Rotterdam, il campionato mondiale maestri. E intanto studia, si laurea in legge, scrive per un paio di giornali, una rivista di scherma e il Roma di Napoli, prova il concorso da notaio e passa. Nel ‘91 gli tocca scegliere la sede. Non ci sono posti a Napoli e neanche in Toscana. Finisce a Torino. Cambia città e non tocca più una sciabola, chiude una fase della sua vita. Così gli sembra.
“Sono arrivato ai primi di gennaio del 1992 e pensavo di andarmene dopo qualche anno – racconta – Una grande tristezza al mattino. Mi alzavo alle otto meno venti e mi sembravano le quattro di notte. Credevo di non resistere. Abitavo in corso Dante e venivo in studio in autobus. Era deprimente. Poi invece mi sono trovato bene. Torino è ricettiva. Se uno lavora, è una magnifica città dove vivere. Però, come dice un mio amico, è come se qui ogni giorno si dovesse rinegoziare l’intimità”.
A Torino da quindici anni, come notaio, fa atti di società, di famiglia, immobiliari, successori. E poi fa correre idee, produce pensiero, offre spunti di riflessione. Al figlio ancora piccolo, il suo mestiere l’ha spiegato così: “Le persone vengono da me a farsi delle promesse e io faccio in modo, scrivendo, che poi siano costretti a mantenerle”. E aggiunge: “Il lavoro del notaio è una forma di magistratura preventiva”. Il resto che fa non è da spiegare, è da raccontare e da leggere.
Per due anni, dal 1993, organizza serate culturali. Nel suo studio, a discutere e presentare libri, passano Gad Lerner, Furio Colombo, Gianni Vattimo, Curzio Maltese. “Il consiglio notarile ha avviato un procedimento disciplinare – ricorda – Diceva che mi facevo pubblicità. Hanno chiesto la mia sospensione. Poi sembrava dovessi pagare 40 lire, questa era l’ammenda stabilita. Infine ho avuto una censura, che per me è una medaglia”. E finalmente, oltre a scrivere atti, comincia a scrivere libri. “L’uomo di oggi, specializzato negli interessi, nei consumi, nelle professioni, è una involuzione antropologica – nota – Se ragioni solo sulla tua materia finisce che non capisci niente nemmeno di quella”. Remo Bassetti spazia. Ha per modello l’intellettuale settecentesco: curiosità e istinto.
Il primo libro esce nel 1999 edito da Marsilio: Storia e storie dello sport in Italia. Dall’Unità a oggi. Il secondo è Derelitti e delle pene. Carcere e giustizia da Kant all’indultino, pubblicato dagli Editori Riuniti nel 2003. Gli ultimi due quest’anno, a due mesi di distanza l’uno dall’altro, il romanzo sui notai e il pamphlet che considera il target una rovina per l’umanità. In mezzo, nell’aprile 2005 s’inventa editore, direttore e titolista di un mensile come non ne esistevano, uno spazio per le idee, una rivista di giudizi: Giudizio Universale si chiama. Una sorta di catalogo del mondo dove si recensisce tutto, libri, musiche, film, spettacoli, oggetti, slogan pubblicitari, opinioni, uffici, processi e anche persone. E’ il suo specchio, il suo ritratto in forma di pagine. Se fosse una rivista, Remo Bassetti sarebbe proprio Giudizio Universale. Non la copertina, il contenuto.
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