La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Cristina Tagliabue scrive di Contro il target il 26 marzo 2008, riportiamo integralmente il suo intervento:
Il target non è la pretesa di offrirci ciò che desideriamo, ma ciò che siamo. Diciamoci la verità, al giorno d’oggi il target è una gran bufala in cui credono ancora in pochi.
Perché segmentando i consumi, si predente di conoscere le persone. Il che, invece, è insostenibile. Visto che le persone non sono più coerenti come una volta. Visto che le persone cambiano consumi e non sono fedeli a nulla. Neppure alla moglie o al marito. Neppure a se stessi. Figuriamoci ad un prodotto, o a uno stile di vita..
Un libro, edito da Bollati Boringhieri, ci spiega perché il target non funziona più. Si intitola Contro il target e il suo autore è Remo Bassetti, che vive e lavora come notaio a Torino, è collaboratore della «Stampa» ed ha fondato e dirige il mensile Giudizio universale.
Oggigiorno credo molto di più in prodotti nati dalla necessità di essere creati, invece che in uno studio sui target e delle sue esigenze. Remo Bassetti approfondisce così questo ingenuo mio pensiero.
Nessuna produzione è ormai pensabile se non è stato preventivamente individuato il suo target, ossia un insieme di persone intravisto come possibile fruitore del bene o del servizio. Attraverso il target, tuttavia, l’azienda si propone di offrire ai consumatori non tanto ciò che essi desiderano ma ciò che essi sono, e opera affinché la loro personalità non si sviluppi.
Lungi dall’essere un mero strumento tecnico d’impresa per favorire l’incontro tra domanda e offerta, il target è alla radice della cristallizzazione sociale e, quel che è peggio, ha allargato il suo ambito di applicazione ben oltre il marketing tradizionale. Nella politica, all’originario compito di orientare la comprensione (cercare di indirizzare le persone a un’ideologia attraverso la persuasione) è subentrato quello di comprendere l’orientamento (carpire gli umori delle persone per appiattire su di essi la propria azione politica).
Nell’editoria i principali quotidiani si sono costruiti un pubblico su misura, che riconfermano continuamente nelle opinioni che già possiede. Il risultato finale è che la società non è più abitata da gruppi di opinione ma da gruppi d’impressione, formati da individui suggestionabili, conservatori e privi tra loro di relazioni sostanziali.
Può essere sorprendente scoprire che realtà apparentemente inconciliabili, come il partito di Berlusconi e il quotidiano “la Repubblica”, producano eguali e dannosi effetti di segmentazione della comunità. Ma ogni singolo esempio, anche l’università o la produzione culturale, rivela che il target ormai domina e costituisce le nostre vite e la nostra personalità. Per riscattarle è necessario abbandonare la moderna metafisica del consumo e ricercare modelli sociali radicalmente nuovi. Scoprendoli, imprevedibilmente, persino nel link o nella metropolitana.
Aggiungerei, anche in taxi…
Questo articolo è stato pubblicato su La Stampa il 4 gennaio 2007. Si parla di come il vecchione che porta i regali sia ormai diventato anacronistico, in una società dove internet e cellulari hanno annullato il divario tra generazioni.

Babbo Natale venne impiccato il 24 dicembre del 1951, davanti alla cattedrale di Digione. Alcune centinaia di famiglie della parrocchia, sostenute dal clero, lasciarono penzolare dalla cancellata un fantoccio vestito come Santa Claus, e poi lo bruciarono sulla piazza, colpevole di infiammare le pulsioni consumistiche nei giorni sacri. Ad onta di quell’incidente di percorso il barbuto beniamino dei bimbi, negli anni successivi, si e’ felicemente insediato nel loro immaginario, accomodandosi nel complesso con le resistenze cattoliche. Ma ecco che, a meta’ dicembre, una maestra inglese viene espulsa dalla scuola elementare per avere rivelato agli alunni che BABBO NATALE non esiste. La sua iniziativa, bollata come arrogante e antipedagogica, assumerebbe tuttavia una diversa pregnanza se la si leggesse come coraggiosa e nietzschiana posizione filosofica; se risultasse, insomma, che l’affermazione era in realta’: BABBO NATALE e’ morto. Certo, la scorsa settimana, i doni sotto l’albero sono comunque arrivati. Ma la spinosa questione metafisica relativa a BABBO NATALE per il futuro non puo’ piu’ essere elusa. E’ chiaro che lasciarlo in vita dove non c’e’ infanzia sarebbe accanimento terapeutico (a meno di non volerlo ricollocare in nome della flessibilita’). Ed esiste ancora l’infanzia? Il 2006 che va a concludersi e’ stato un annus horribilis per i bambini. Nei Paesi del Terzo Mondo il loro sfruttamento lavorativo, il turismo sessuale, l’arruolamento negli eserciti, la denutrizione contrapposta all’obesita’ da cheeseburger dell’Occidente sono le piu’ macroscopiche vergogne della specie umana. Ma da noi, presso cui pure approdano impuberi profughi per attaccarsi a un termosifone, il quadro e’ deprimente quanto basta: violentate, violentatori, bulli, enfant prodige della camorra, vittime di faide, spettatori del padre separato che minaccia di darsi fuoco. Nell’ultimo quadrimestre, sulla prima pagina della Stampa, sei notizie di cronaca su cento sono relative a minori, un aumento del quaranta per cento rispetto a dieci anni fa. Eppure mai tante premure sono state rovesciate sui bambini. Occupano il quarantacinque per cento degli spot commerciali. Il fatturato dei giochi e’ il dieci per cento del totale degli scambi. Hanno a disposizione una decina di canali satellitari. Impongono le loro scelte nella gestione del tempo libero familiare. Sono ferocemente sindacalizzati, in Germania passare dalla carota al bastone e’ addirittura vietato.
da Derelitti e delle pene, Editori Riuniti (2003)
Nel 1983, dunque, il carcere attraversa una crisi tremenda, moralmente peggiore di quella che aveva conosciuto all’inizio degli anni settanta. Se in quell’epoca la repressione ottusa era frutto di un’odiosa ma coerente impostazione ideologica, la situazione dei primi anni ottanta denotava sbando e ingovernabilità, per non dire del fatto che la distanza misurabile tra le aspettative suscitate dalla riforma e i suoi risultati dava ai detenuti la fondata sensazione che si giocasse cinicamente sulla loro pelle.
A capo della Direzione Penitenziaria viene chiamato l’uomo giusto, Nicolò Amato, che aveva svolto la funzione di pubblico ministero nel processo Moro e in quello per l’attentato al Papa. Sin da subito Amato capovolge la secolare tradizione dell’amministrazione penitenziaria, per la quale la burocrazia carceraria doveva rispondere a una grigia impersonalità. Si fa vedere ovunque e dovunque, anche dai detenuti, che per la prima volta percepiscono, quale controparte, una persona in carne e ossa, pronta a scendere nella minimalità dei loro problemi- che mostra di avere più a cuore dell’ordinato andamento degli uffici- e che porta alla giornaliera attenzione dell’opinione pubblica la drammaticità di un luogo normalmente cancellato dalla rimozione. Né, dato il suo temperamento narcisista, un simile presenzialismo gli costa sforzo particolare.
Dopo poche settimane dall’incarico, in nome della necessità del dialogo, comincia persino a farsi aprire le celle dei detenuti. Un giorno, ad onta delle resistenze dell’agente, si fa introdurre da Moretti. Racconta Amato che il capo brigatista, dopo un attimo di sorpresa esitazione, gli disse: “Non crede che per lo stato sia venuto il momento di arrendersi?”. E Amato: “A dire il vero, vedendola qui, mi verrebbe da pensare il contrario”. Pare che dalla spiritosa replica, che in condizioni materiali di maggior favore l’interlocutore avrebbe probabilmente salutato con una sventagliata di mitra, sia nata una conversazione cordiale. Al momento del congedo, Moretti avrebbe chiesto a Amato il favore di entrare anche nella cella di un altro compagno affinché non si pensasse che l’aveva chiamato lui per rendergli dichiarazioni di pentito.
da Derelitti e delle pene, Editori Riuniti (2003)
A 44 anni le cose le vedi diversamente che a 20, anche se li hai passati tutti in galera, prima prendevi l’ergastolo e dicevi vaffanculo spacco tutto ma adesso invece cosa concludo, e in alternativa cosa concludo con la buona condotta, se uno sceglie la prima scelta è pazzo, non ragiona sano, cerchi di vivere meglio anche se non è che dipende solo da quello che fai tu, in questi posti il direttore deve tenere le molle, lascia vivere e al momento opportuno ti tronca di vivere, in queste parti capita sempre lo scemetto, come quello che l’altro giorno si è ammazzato con la droga, più scemo di quello che ci può essere, e la direzione tira le molle di nuovo. Anch’io mi sono ammalato di cuore, è tutto lo stress, eppure non stavo male, facevo ginnastica due volte al giorno, facevo un lavoro più pesante, oddio qua lavori faticosi non ce ne sono, facevo lo spesino, adesso faccio il bibliotecario, è più leggerino, mi mantengo con lo stipendio, e problemi ora non ne abbiamo perché mia moglie lavora, mia figlia ha 25 anni, e io ho già due nipotini, siamo precoci in Sicilia, l’altro figlio ha 14 anni, l’ho lasciato a un annetto, finché il bambino è piccolo uno gli dice le bugie, sai papà lavora a Torino alla Fiat, il bambino si accontenta, poi a 7 anni comincia a vedere anomalie perchè a scuola vengono accompagnati dal papà, e uno gli ha detto tu il papà non lo hai, il bambino si innervosiva, poi ha capito che non era vera la storia della Fiat, perché veniva al colloquio e diceva portami fuori a prendere un gelato, tutte le volte attaccava col gelato, non mi accompagni a scuola, almeno pigliamoci il gelato insieme, papà perché tutta la polizia, e io un giorno ho detto va bene sono in galera, e lui si è messo a piangere come un pazzo, tu mi dicevi di non dire bugie e mi dicevi bugie, batteva su questo tasto, non chiedeva cosa hai fatto, e io dicevo ti volevo far crescere sano, e alla fine sembrava più o meno appagato, e arrivato a 10 anni diceva per la comunione ti aspetto, io avevo l’ergastolo, papà quando esci, io cercavo di sviare il discorso oppure dicevo fattela la comunione, posso uscire domani come fra tre o quattro anni, poi però ero arrivato nei tempi del permesso, ho parlato col prete, sa don Alfrè il bambino si vuole fare la comunione, minchia mi sembra strano non esserci anche perché con la bambina neppure c’ero, e invece il permesso non me l’hanno dato, e allora ho fatto la scena, con mia moglie e lui davanti ho cominciato quasi a urlare, oh stà comunione gliela facciamo? e il pericolo della comunione è passato, e nella foto era molto più alto dei compagni, che poi è molto lungo lui, non so che gli danno a mangiare a stì bambini oggi, e del resto anche più grande di età, ma si capisce che il problema non era proprio la comunione, è che mio figlio ha bisogno di uno fuori, ho parlato col magistrato, ero disposto a tutto, lo so che non è facile decidere per un permesso, è una decisione faticosa, che se uno sbaglia quando sta fuori paga lui, il magistrato, se non fanno uscire un ergastolano ci può dire niente nessuno? ma io ho saputo ripagare la fiducia, gli ho detto guardi se lei decide di mandarmi in permesso ora è il momento giusto, è un’età pericolosa per il bambino, ho capito com’era fatto il carcere per uscire, il carcere per rimanere già lo conoscevo, il magistrato mi chiamava e io dicevo sono innocente, e quello pensava che questo o è scemo o si pensa che è scema la magistratura, e allora ho detto i fatti che erano evidenti e io volevo nasconderli, e quando è arrivato il permesso avevo paura, e chissà se aveva paura pure lui, un ergastolano che riesce a fotterlo può distruggere un giudice e gli rimane nel fascicolo, me l’hanno comunicato il 23, dovevo uscire il 24, era Natale, nel corridoio facevo i salti mortali, mi stava venendo di nuovo l’infarto, in un minuto ho pensato tutto quello che in 11 anni avevo pensato che avrei fatto fuori e chi ha dormito, e al mattino un ispettore dice io la voglio accompagnare fuori perché voglio vedere le reazioni che ha lei, non ho mai visto uno che esce dopo così tanto tempo, e si è avverato il sogno di portare mio figlio in una gelateria, papà quando lo prendiamo stò gelato, era dicembre, ora ti faccio vedere che pigliarsi il gelato con papà è come pigliarsi il gelato con la mamma, e il giorno dopo ho dovuto dirgli tutta la verità, quello che avevo fatto, in quel contesto avrebbe capito meglio di quando eravamo dentro, e di nuovo ha pianto 4 ore, ho detto che avevo ammazzato uno, e come, abbiamo fatto le lotte e le fiaccolate a scuola contro la mafia, e la fiaccolata contro chi ammazzava le persone, e allora io non lo sapevo ma stavo facendo la fiaccolata contro mio padre, io lo sapevo che faceva la fiaccolata, e insomma ero contento perché così non si sentiva diverso dagli altri compagni, certo a volte mi veniva da dirgli ma manda a ‘fanculo le fiaccolate, e povera mia moglie, le è andata peggio che alle sorelle, una ha beccato un medico, solo lei fa questa vita, l’ho mollata da sola col bambino che aveva sedici anni, lei mi ha aspettato e mi sta aspettando oggi, e anche se lei sta fuori e io dentro le sofferenze le abbiamo divise, si è ammalata di nervosismo, di tutti i mali, cronica, 15 giorni fa stava con le fleboclisi, per fortuna è rimasta giovane in viso, e pure io, o almeno mi pare, siamo rimasti nello stesso modo che ci siamo lasciati, ricominciamo da là, rivivere quello che potevamo fare quando avevamo 20 anni, andiamo al ristorante con mia moglie e il bambino, cerco di rivivere la vita di quando avevo 20 anni, piano piano arriviamo a 44 anni, un permesso alla volta, ogni permesso ci facciamo un anno, ci raccontiamo che stiamo seduti quello che avremmo fatto quell’anno e alla fine ci sembra quasi che l’abbiamo fatto sul serio, e continuiamo questo gioco nelle lettere, siamo arrivati a trent’anni. Col bambino abbiamo riparlato che avevo ammazzato uno, dopo mangiato mi faccio sempre un pisolino, e quella volta il bambino viene a letto, posso anch’io? non avevo mai dormito con mio figlio, non lo avevo mai provato quel contatto, mi sembra strano, è come abbracciare un altro uomo e allora avevo riserbo ad abbracciarlo, dopo mezzora facevo finta di dormire ma pensavo ma scusa ma non me lo devo abbracciare a mio figlio, ho messo una mano attorno al collo e lui si è stretto, e ho pensato mi viene un altro infarto, ho sentito un’esplosione, e lui dice ma vedi papà cosa ti sei perso, sotto il braccio sentiva il tremore e me l’ha detto, i ragazzi di oggi sono così, mica si tengono niente, e così lui continua ci pensi al figlio di quello che hai ucciso, io non te ne voglio fare una colpa ma la vita ha un valore, e io sono riuscito solo a rispondere ma io lo so che la vita ha un valore, ho l’ergastolo, e dentro di me pensavo ma che cazzo mi sta dicendo mio figlio, ma non è che forse l’ho fatto crescere un po’ troppo bene, minchia, sempre il padre sono, e lui intanto diceva tu ora l’hai avuta l’opportunità di abbracciarmi, io ho detto è giusto, non volevo disturbare quella veduta, però pensavo mò mi devo aggiustare, non può essere lui papà a me, dopo non posso più fargli lezione di vita, e allora ho detto sì è giusto ma bisogna pure saperle dire le cose, e se tu certe cose le capisci significa che te le abbiamo insegnate, abbiamo regolato la cosa, se no non facciamo più padre e figlio, ci sono cose che si possono dire facilitate e altre che ci vuole metodo, minchia, si è messo a piangere, entra mia moglie, si mette a piangere pure lei perché vedeva piangere il bambino, fallo sfogare, mi ero innervosito dentro, fallo sfogare, ci fa bene, magari era un pianto di prima, e io ho detto secondo me era un pianto di nervosismo, capisci, gli ho detto dopo, se ti metti su questo piano io poi come ti posso aiutare più, già su certe cose che penso di poterlo crescere poi scopro che sono ridicolo, una volta gli ho parlato del sesso e quello rideva, io andavo avanti ma pensavo è scemo, dicevo minchia magari è che gli piacciono i maschi, papà che mi insegni, stè cose le ho fatte già. Quello che gli ho sparato in una rapina era un brigadiere, ho pensato meglio la vita sua della mia, avevo la rivoltella e ho sparato, non pensi più a niente, erano in due, uno è rimasto vivo, pensavo fossero morti tutti e due, e a quello che è morto per vero ci penso spesso, specie dopo le parole di mio figlio, mi vengono delle sudorazioni, comincio a sudare freddo, io vivo per dimenticare, non per ricordare, ma penso al bambino che aveva l’età di mio figlio, e allora invece pensavo che volevo guadagnare 50 milioni e spenderli, e avevo un brutto carattere, se mi dici muovi un tavolino lo faccio ma già la seconda volta non lo faccio più. Ogni tanto mi frullava, dicevo ma cosa cazzo hai combinato, mi dico voleva ammazzarmi lui, aveva messo il colpo in canna, e allora ho cominciato a domandare agli agenti scusate ma quando mettete il colpo in canna significa che certamente state per sparare, e mi rispondono che quando scendono dalla pattuglia notturna mettono sempre il colpo in canna però non è detto che stanno per sparare, secondo me l’infarto l’ho preso per questo, stavo una notte intera a discutere tra me sul perché avevo sparato, e tornava la questione del colpo in canna, e domandavo a un altro agente, se state mettendo il colpo in canna è perché volete sparare vero? fumavo tutta la notte e mi venivano i sensi di colpa, ora con questi tre anni che esco in permesso sono più tranquillo. L’infarto l’ho avuto cinque anni fa, facevo lo spesino, un giorno avevo un po’ di bruciore allo stomaco, mi ero mangiato tre uova con il pane toscano, pensavo fossero quelle, a un certo punto cado a terra, riesco ad arrivare in infermeria, non c’andavo mai, la dottoressa dice si accomodi, si metta nella barella, tre uova sono tante, mi fa il buscopan, io dico guardi mi fa male il braccio, mi guarda strano, si presenta con la macchina per l’elettrocardiogramma e poi fa stia calmo ha un infarto in corso, si rilassi, minchia, come faccio a rilassarmi, mi dice che ho un infarto in corso, massaggi di qua e là, non ho capito più niente, mi hanno spiegato che si era bloccata l’aorta, 45 minuti a cuore fermo, mi hanno messo un by-pass, mi sono risvegliato che c’era mia moglie, ha assistito a tutta l’operazione da dietro un vetro, in tutti gli anni che ho passato in carcere ho avuto questa fortuna qua, che non era mai capitato che ci guardassimo da dietro un vetro, abbiamo parlato sempre senza la divisione, adesso stavo lì col mio infarto a 38 anni, e lei mi guardava da dietro il vetro, e la questione era la mia vita, e dici che ti frega della vita se si tratta di passarla in galera tutta, ed è vero, però adesso coi permessi la vita è tornata e se penso spesso a una cosa penso al braccio sotto al collo di mio figlio.
da Derelitti e delle pene, Editori Riuniti (2003)
Dal punto di vista della violenza la pena moderna si discosta dalle pene più antiche non per la mitezza ma per altre due ragioni: 1) al posto di una violenza concentrata nel tempo si è passati a una violenza frazionata nel tempo 2) al posto di una violenza visibile è subentrata una violenza invisibile. Il vero mutamento di sensibilità non è stato il distacco dalla violenza ma il cambiamento delle modalità che la facciano considerare accettabile.
I diritti attribuiti ai detenuti, dunque, per quanto possano contribuire a renderne più umana la condizione, sono palliativi miseri e ipocriti se non vengono esercitati su uno sfondo di reale riduzione della violenza. Certo, è una violenza spesso impalpabile ( proprio in quanto invisibile e frazionata), per cogliere la quale occorrerebbe un atteggiamento diverso dalla rimozione. E resterebbe comunque arduo compenetrarsi in quell’esperienza che le parole faticano a restituire. Bisognerebbe immaginarcisi in una cella, caro lettore.
La pena come castigo guarda al passato e, secondo alcuni, è dunque questo il suo limite poiché non si possono ricomporre i cocci di ciò che è già andato in frantumi.
La punizione può essere giustificata solo volgendosi al futuro. La risposta alla domanda “Perché punire” deve allora essere “per evitare che altri commettano lo stesso crimine”. L’esistenza della pena avverte i consociati di ciò che rischiano se ledono il bene giuridico tutelato dalla norma. Prevedere una pena per chi uccide non serve tanto a punire chi ha già ucciso (benché quest’operazione sia indispensabile per conferire credibilità alla sanzione) quanto a impedire che si uccida, o almeno a renderlo meno probabile. E’ questa la prevenzione generale o deterrenza. Chi crede nella retribuzione vede un successo in ogni applicazione della pena, poiché il colpevole sconta il delitto che ha commesso; chi crede nella prevenzione vede in ogni applicazione della pena un fallimento poiché, in quel caso, la dissuasione non ha avuto effetto.
Su Repubblica (ed.Torino) di ieri, due pagine intere dedicate a Remo Bassetti: “intellettuale tra la sciabola e la penna”. Di Gian Luca Favetto.
Da ragazzo aveva il sogno di scrivere. A trent’anni è diventato notaio. Adesso che ne ha quarantasei un libro sui notai l’ha scritto, diviso in articoli invece che in capitoli: un notaio come protagonista e molti colleghi come vittime di un misterioso serial killer. Un romanzo ambientato a Torino, dai toni surreali, grotteschi. L’ha pubblicato a fine maggio Cairo Editore, s’intitola Stanno uccidendo i notai. E due mesi prima ha dato alle stampe un altro libro, un saggio, edito da Bollati Boringhieri, quasi un pamphlet: Contro il target. Un libro come una stoccata feroce e divertita.
E tutto da una stoccata comincia. Da una sciabola. Da un’arma bianca impiegata come una penna. Perché Remo Bassetti questo faceva: lo schermitore. A Napoli, dove è nato nell’ottobre del 1961 ed è vissuto fino al ‘91. Ha cominciato con il fioretto a sette anni, poi è passato alla sciabola. Il papà era maestro di scherma e proprio sciabola insegnava. E quando hai tirato di scherma, e hai tirato bene, questo rimani per tutta la vita: nel suo caso, sciabolatore. Così dovrebbe presentarsi, seduto dietro la scrivania nel suo studio affacciato su piazza Lagrange: sciabolatore, giornalista, scrittore, editore e notaio.
Quattro notizie lampo che dicono la persona Remo Bassetti, e la sua personalità: non ha cellulare; è dotato di un’ironica partenopea vanità; ha una forte etica che si traduce in leggerezza nell’affrontare la vita; la curiosità in lui è dote e non vizio. A mò di introduzione, osserva: “Credo si possa scrivere più serenamente, se dallo scrivere non dipende la tua esistenza quotidiana. Così ho cercato un mestiere che mi piacesse e mi permettesse di organizzare il tempo per fare anche altro”.
L’altro che ha fatto per primo è la scherma. “Per me è stata la cosa più importante fino ai trent’anni. Mio padre Vittorio è stato uno dei grandi maestri italiani di sciabola. A dodici anni, appena sono passato alla sua arma, ho vinto i campionati italiani giovanissimi. Per prepararmi alla gara, l’ultima lezione l’ho fatta nel salone di casa, dove papà mi ha insegnato la covazione in tempo”. Nel 1980 vince gli assoluti a squadre con il Cus Napoli. Nell’86 diventa maestro e comincia a insegnare. L’ultima gara la vince nel ‘90 a Rotterdam, il campionato mondiale maestri. E intanto studia, si laurea in legge, scrive per un paio di giornali, una rivista di scherma e il Roma di Napoli, prova il concorso da notaio e passa. Nel ‘91 gli tocca scegliere la sede. Non ci sono posti a Napoli e neanche in Toscana. Finisce a Torino. Cambia città e non tocca più una sciabola, chiude una fase della sua vita. Così gli sembra.
“Sono arrivato ai primi di gennaio del 1992 e pensavo di andarmene dopo qualche anno – racconta – Una grande tristezza al mattino. Mi alzavo alle otto meno venti e mi sembravano le quattro di notte. Credevo di non resistere. Abitavo in corso Dante e venivo in studio in autobus. Era deprimente. Poi invece mi sono trovato bene. Torino è ricettiva. Se uno lavora, è una magnifica città dove vivere. Però, come dice un mio amico, è come se qui ogni giorno si dovesse rinegoziare l’intimità”.
A Torino da quindici anni, come notaio, fa atti di società, di famiglia, immobiliari, successori. E poi fa correre idee, produce pensiero, offre spunti di riflessione. Al figlio ancora piccolo, il suo mestiere l’ha spiegato così: “Le persone vengono da me a farsi delle promesse e io faccio in modo, scrivendo, che poi siano costretti a mantenerle”. E aggiunge: “Il lavoro del notaio è una forma di magistratura preventiva”. Il resto che fa non è da spiegare, è da raccontare e da leggere.
Per due anni, dal 1993, organizza serate culturali. Nel suo studio, a discutere e presentare libri, passano Gad Lerner, Furio Colombo, Gianni Vattimo, Curzio Maltese. “Il consiglio notarile ha avviato un procedimento disciplinare – ricorda – Diceva che mi facevo pubblicità. Hanno chiesto la mia sospensione. Poi sembrava dovessi pagare 40 lire, questa era l’ammenda stabilita. Infine ho avuto una censura, che per me è una medaglia”. E finalmente, oltre a scrivere atti, comincia a scrivere libri. “L’uomo di oggi, specializzato negli interessi, nei consumi, nelle professioni, è una involuzione antropologica – nota – Se ragioni solo sulla tua materia finisce che non capisci niente nemmeno di quella”. Remo Bassetti spazia. Ha per modello l’intellettuale settecentesco: curiosità e istinto.
Il primo libro esce nel 1999 edito da Marsilio: Storia e storie dello sport in Italia. Dall’Unità a oggi. Il secondo è Derelitti e delle pene. Carcere e giustizia da Kant all’indultino, pubblicato dagli Editori Riuniti nel 2003. Gli ultimi due quest’anno, a due mesi di distanza l’uno dall’altro, il romanzo sui notai e il pamphlet che considera il target una rovina per l’umanità. In mezzo, nell’aprile 2005 s’inventa editore, direttore e titolista di un mensile come non ne esistevano, uno spazio per le idee, una rivista di giudizi: Giudizio Universale si chiama. Una sorta di catalogo del mondo dove si recensisce tutto, libri, musiche, film, spettacoli, oggetti, slogan pubblicitari, opinioni, uffici, processi e anche persone. E’ il suo specchio, il suo ritratto in forma di pagine. Se fosse una rivista, Remo Bassetti sarebbe proprio Giudizio Universale. Non la copertina, il contenuto.
Dove si parla di: Umberto Eco, infanzia anaffettiva, sovversione dell’ordine bellocentrico, totalitarismo fisionomico. Articolo pubblicato su La Stampa.

A fronte della pletora di opere dedicate alla definizione del bello si conosce nella storia un unico trattato dedicato al tema inverso: l’Estetica del brutto, dell’hegeliano Karl Rosencranz, del 1853. Adesso Umberto Eco si accinge a mandare in stampa una Storia della Bruttezza, e chi di questi tempi si aggirasse in libreria potrebbe imbattersi contemporaneamente in “Brutta”, “Brutti”, e “Elogio alla bruttezza”. Sarà davvero un caso? O c’è da farci sopra qualche riflessione più generale?
Per capirlo cominciamo dai libri: tre romanzi il cui titolo rispecchia fedelmente l’argomento. Brutta, edito da Corbaccio, è scritto da una donna inglese, Constance Briscoe, divenuta avvocato dopo un’infanzia particolarmente disagiata e anaffettiva, che racconta in questo romanzo autobiografico. Solo col conseguimento della laurea Constance si sentirà legittimata a sottrarsi ai maltrattamenti abnormi dell’abietta madre. Nel progressivo, comprensibile eclissarsi della devozione filiale, cosa la inchioda per tanti anni nei confronti della genitrice? E’ presto detto: Constance è brutta. La mamma glielo ha rinfacciato sin dalla tenerissima età. Il dileggio sembra un peccato veniale rispetto al resto dei soprusi, eppure è l’unico contro il quale la scrittrice non ci esplicita una resistenza interiore. Assume la bruttezza come colpa, e inadempimento di un obbligo familiare.
Nell’Elogio alla bruttezza, scritto da Loredana Frescura per Fanucci, la protagonista e un’amica si definiscono “brutte totali”, e redigono per la scuola una tesina-trattato sulla bruttezza. Ogni larvata forma di sovversione dell’ordine bellocentrico si dilegua quando un piacevolissimo giovanotto si innamora della ragazza, trovandola meravigliosa. E lei rientra nei ranghi, aggregata alla felicità in nome di un relativismo estetico socialmente depotenziante (non si contesta la discriminazione dei brutti, ma si scopre di poter essere classificati nell’altra parte del mondo) e individualmente consolatorio. Anche in questo libro, tuttavia, si disegna con precisione la sensazione del sentirsi brutti, come incanalamento privilegiato dell’angosciato senso di inadeguatezza che si accompagna alla crescita.
Dove si parla di: debiti formativi, spauracchio della sanzione, principio di autorità, dramma della sinistra reazionaria. Articolo pubblicato su La Stampa.

Cadono in contemporanea la dichiarazione del ministro dell’Istruzione Fioroni di volere ripristinare l’esame di riparazione e l’intervista al Ministro della Difesa, nella quale Parisi rimpiange i tempi delle leva obbligatoria. A scuola i debiti formativi, a quanto pare, sono un fallimento. Del resto cosa volete che importi ai ragazzi italiani, che già viaggiano con una quota di 27.000 euro pro capite di debito pubblico (e che abitano in un paese che ha sempre visto con favore la prospettiva di vivere sopra i propri mezzi) di accollarsi un debito in più, per giunta onorato di un appellativo grazioso, come “formativo”? La responsabilità della loro impreparazione, peraltro, ricade sugli istituti, il cinquanta per cento dei quali si astiene dall’organizzare i previsti corsi di recupero.
Quanto all’esercito, qualche giorno fa aveva destato sospetto l’aggiornamento delle liste di leva da parte del Ministero, benché liquidata come procedura burocratica. Nello smentire l’intenzione di reintrodurre la naja, tuttavia, il Ministero ha voluto ricordare che la leva non è stata abolita ma solo “sospesa”. E l’intervista di Parisi insiste sul dato che il numero di soldati professionalmente arruolatisi è insufficiente rispetto alle esigenze dell’Italia.
Nella parte finale di Contro il target si parla degli antidoti alla targettizzazione: il link, per il suo carattere aperto ed imprevedibile; e la metropolitana, per la sua mancanza di connotazioni che ne fa un luogo perfettamente neutro e dunque impermeabile alle segmentazioni di mercato.
Benché il consumo targettizzato occupi ormai quasi tutti gli spazi sociali, è ancora possibile reperire oggetti che si sottraggano al suo dominio. Qui ne indicheremo due, che sono il link e la metropolitana.
Il link è il collegamento che da un sito internet consente di passare a un sito diverso. Logicamente ogni sito tenderà a proporre spostamenti che abbiano una qualche coerenza con i suoi contenuti e che possano essere apprezzati dal proprio target di riferimento. Ma la migrazione su un altro sito metterà in contatto anche con i link che quell’altro sito propone, e che inevitabilmente si discosteranno parzialmente da quelli indicati sul sito di provenienza. Continuando il viaggio ci si allontanerà sempre più dal sito originario e dalla sua prospettiva, e soprattutto dal controllo che quello poteva esercitare e dalle sue indicazioni. Il link è una ramificazione ingovernabile. Il sito non vi si può sottrarre perché una buona dotazione di link è una condizione di appetibilità, gradevolezza, competitività, ma al tempo stesso è costretto a cedere una parte del suo monopolio discorsivo. Da una pagina web di una catena di alberghi si risalirà, per mezzo di link, ai siti che parlano di quel luogo, e tra questi si perverrà a siti istituzionali, di persone, di hobby disparati. Con il link il navigatore costruisce un suo personale senso per l’escursione in Rete, di volta in volta rinnovabile anche a partire dalla stessa meta, e viene in contatto con categorie di individui distanti tra loro. La personalizzazione si accentua se, come è ormai è normale, tra i link ci sono anche dei blog e dei forum che aggiungono alla difformità della fonte l’improgrammabile apporto dei partecipanti alla discussione, e l’alta probabilità che essi stessi rimandino a fonti disparate, e produttive di nuovi link.
La metropolitana è un mezzo di trasporto non classista che, per l’obiettiva capacità di ridurre considerevolmente i tempi di spostamento urbano, attrae utenti senza distinzione di ceto. La sua estetica è fatta di stratificazioni apparentemente inconciliabili: in alcune città i sotterranei vengono adornati di opere d’arte contemporanea, che servono a dare lustro alle amministrazioni ma che non sono specificamente pensate per il godimento di un pubblico che normalmente si muove con speditezza. Nelle stazioni delle metropolitane si esibiscono, in pratica assommando la totalità delle forme musicali, artisti scalcinati e storditi dall’alcool e concertisti che hanno felicemente studiato in conservatorio. Le condizioni estetiche ed igieniche sono enormemente differenziate da luogo a luogo, persino all’interno della medesima stazione. La mescolanza di odori e di stili che circola in metropolitana è persino difficile da riprodurre nelle zone all’aperto, dato che le persone tendono a frequentare queste ultime secondo una certa omogeneità, quasi un implicito criterio di spartizione di aree. Ma ciò che più trafigge questa compattezza sociale è proprio la metropolitana, che attira verso le zone borghesi e residenziali gli abitanti dei quartieri periferici, con un meccanismo non dissimile da quello dell’emigrazione extrastatuale. (…). Mai si ricorda un intervento di marketing volto ad agire sul pubblico della metropolitana, a indurlo a comprare il biglietto. La ragione non sta tanto nella percezione di una certa anelasticità della curva della domanda, nel senso che la motivazione pratica della scelta di quel mezzo di trasporto sarebbe insensibile ad altra politica che quella dei prezzi e indifferente al valore simbolico. Dobbiamo spiegarci invece perché del viaggio in metropolitana non venga proposto il valore simbolico, che pure per le non poche peculiarità dell’oggetto potrebbe attingere a diverse e originali fonti di significato, non ultimo l’attraversamento delle viscere della terra. La ragione è che la metropolitana non è targettizzabile: nessun messaggio le può essere abbinato in esclusiva poiché ciò che sedurrebbe il professionista con la ventiquattrore passerebbe inosservato allo studente, ciò che colpirebbe l’insegnante disturberebbe il manovale. Per questo, buona parte della pubblicità che viene affissa nelle stazioni o è generalista o è di taglio informativo, e si riferisce agli eventi che si svolgono in città. Si può anzi ricavare dalla pubblicità in metropolitana la prova che, dove si concentra un flusso di persone generalista piuttosto che targettizzato, il livello della comunicazione scritta tende a elevarsi, restituendo spazio alle segnalazioni culturali, che invece in ambiti diversi vengono trascurate od omesse.
Chi pensa dunque che il principio del target sia una sciagura, si troverà ad auspicare che il link e la metropolitana si sviluppino esponenzialmente. (…). Ma perché la detargettizzazione abbia un significato più profondo è necessario che il link e la metropolitana divengano metafore dell’organizzazione sociale. Bisogna linkizzare e metropolitanizzare la nostra vita, per spezzare la segregazione, l’incomunicabilità, l’attorcigliamento dell’individuo attorno a una propria artificiale identità, predeterminata e meccanicamente replicata.

