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Articoli
August 6th, 2008


Articolo pubblicato su La Stampa.

Si dice che nello studio di Rodin, ai primi del ‘900, ci fosse un via vai pazzesco e che le donne, vezzose aristocratiche come prosperose lavandaie, facessero praticamente la fila per posare nude al cospetto dell’artista. Il quale, per osservarle con criterio, ometteva anche di guardare il foglio su cui disegnava, lasciando che la matita vibrasse secondo impulsi emotivi piuttosto che geometrici. Poteva allora capitare, per via di questo pressappochismo sul punto di partenza, che al momento di aggiungere una gamba o un braccio il lato del foglio fosse esaurito. Poco male: Auguste riprendeva dalla parte opposta, se non sul retro, come se l’unico tabù, rispetto al fluire libidico, fosse quello di estrometterlo. Al Museè Rodin di Parigi sono esposti fino al 18 marzo, in un’antologica di rara completezza e ammirevole ordine, i disegni erotici dell’artista francese, in una mostra sotto il titolo Les figures d’Eros. La sorpresa, per i meno informati, è che i disegni non erano affatto preparatori alle sculture, bensì pensati e realizzati come opere a se stanti. Rodin ci lavorò con continuità negli ultimi trent’anni della sua vita, e il risultato è non meno emozionante delle sue statue. Sono figure femminili, chiamate soltanto a esprimere la loro sessualità, sottratte a qualsiasi sfondo e contesto: quasi mai c’è un oggetto, neppure il letto sul quale frequentemente sono stese.

Queste donne, per capirci, non mascherano la pruderie dietro la contingenza di un’azione diversa e ammiccante: non si pettinano, né si specchiano, non si spogliano mentre vanno a coricarsi o si destano, non sbadigliano né guardano fuori dalla finestra. Si esibiscono, si masturbano, si titillano, copulano. La linea dei corpi si dissolve, mobile e stilizzata. Ma miracolosamente trova un argine nella solidità della forma e nella nettezza plastica del gesto, capolavoro di acrobazia che poteva riuscire solo a un grande scultore. In alcuni acquerelli il colore va a confluire sugli organi genitali. Il suo rosso non è quello tragico dell’angoscia espressionistica. E’ un rosso umorale-mestruale, serenamente rappresentativo della biologia femminile. Il tutto è un invito alla disinibizione, tanto programmatico da risultare ingenuo. O anche un’ode al godimento, visto in primo luogo come atto di natura, ma spogliato di ogni perturbante animalità. Non sappiamo quanto sentimento ci sia dietro ogni carezza, ma intuiamo che quei corpi sono in grado di accoglierlo e percepirlo, e tanto basta a scacciare ogni pericolo di volgarità.

Infatti i disegni sono denominati erotici e non pornografici. Senonchè l’orgasmo vi viene esibito senza tante manfrine. E qui le cose si complicano. Perché da pochi mesi è uscito il libreria, per la CSE un pregevole “Dizionario della pornografia” ad opera di un gruppo di intellettuali francesi, sotto la direzione di Philippe Di Folco. Ricco e allettante nelle sue voci, che riempiono ognuna almeno una pagina. Trasversale quanto basta: per dire, c’è “Clitoride” ma anche “Cartoni animati”. C’è “Orgia” e c’è “Apollinaire”. O anche pin-up, Freud, stupro, o Internet. Duecentoquarantotto in tutto. Ma nel leggere l’essenziale lemma “Erotismo”, affrontato da Jacques Wainberg, si rimane un attimo interdetti. Non eravamo rimasti, specialmente in Francia, al relativismo di Alain Robbe-Grillet che diceva: “La pornografia è l’erotismo degli altri”? Bene, dimenticatelo. Qui il confine tra i due generi viene marcato con il filo spinato, e l’erotismo imparentato con la castità. “Una pedagogia della continenza” è scritto esplicitamente. Citando Bataille (invero con una certa disinvoltura) e la sua idea dell’erotismo come “memoria del sesso”, si proclama che esso celebri soprattutto la pigrizia dei suoi organi. E si dice chiaro e tondo che “l’erotismo censura l’orgasmo perché gli esseri che godono sono spogliati di qualsiasi umanità” e cade quando “la verità anatomica ha la meglio sull’intelligenza e fa precipitare tutto nella fatalità fisiologica”. Niente meno. Non vorrei con questo dare l’impressione che in tutto il volume spiri un’aura bacchettona: si veda per esempio la voce “Tirannia del coito” dove Gabriel Cohn-Bendit tira sferzate al culto della monogamia. Rimane il fatto che, con la scusa di censurare l’erezione (vista come la quintessenza della pornografia), si trascina nell’iconoclastia della sessualità il piacere femminile. E questa è un’operazione neo-vittoriana. Per chi vuole ricordare quanto tempo la donna abbia dovuto attendere per ottenere la pari dignità nel godimento vale la pena di dedicarsi a un’altra recente uscita in libreria, per Raffello Cortina: “L’orgasmo e l’Occidente”, di Robert Muchembled che contiene anche l’intrigante tesi che a conferire fisionomia peculiare alla storia dell’Occidente e al suo processo di accumulazione capitalistica sia stata la repressione della sessualità assai più che il puritanesimo calvinista a cui pensava invece Max Weber.
Di quella storia l’età vittoriana è stato l’acme: e non era questione che riguardasse soltanto l’Inghilterra. A maggior ragione sembra incredibile che Rodin, in quella temperie culturale, sapesse tirare fuori quei piccoli gioielli. Ma perché non sono pornografici? Perché, con buona pace dei nostri amici francesi, ci vuole ben altro che la copula, o l’autoerotismo, per scadere nella mera animalità. Intanto, è connaturata alla pornografia la sopraffazione di un corpo sull’altro. Nel messaggio pornografico c’è un sottinteso violento e maschile, e la scena non può esimersi dal richiamare stereotipi che lo confermino. Nei disegni di Rodin, al contrario, non vi è traccia di violenza, e nemmeno di aggressività o nevrosi. La donna è innegabilmente sovrana e gli uomini, quando ci sono, sbiadite comparse.
C’è un dettaglio ancora più importante. Quando le modelle andavano da Rodin lui non indicava loro le posizioni da assumere ma diceva: mettetevi come vi pare, fate come vi sentite. E in fondo il vero discrimine tra pornografia ed erotismo sta qui: l’azione pornografica è quella che si svolge sotto la vigilanza di un occhio direttivo, che il gesto sessuale mira a soddisfare; l’erotismo è il corpo che riacquista la sua naturalezza, e si muove in libertà, e non necessariamente secondo la “pedagogia della continenza”. Si può leggere secondo questa sfumatura il motto di Robbe-Grillet: la pornografia è nell’occhio di chi guarda, non perché solo noi, secondo le nostre convenienze o i nostri pregiudizi, conferiamo il senso all’azione altrui, ma perché quando l’azione sessuale si organizza esclusivamente in funzione dell’occhio dell’osservatore perde la sua energia e, per questa via, la sua dignità. Il tema della pornografia, in altre parole, non è il godimento esibito ma il godimento ceduto. Rodin fu grandioso nell’eclissare la sua presenza alle modelle non meno che nel disegnare la loro.

(fonti img: Musee-Rodin, guidedurenard.org)

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