La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
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Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Questo mese Giudizio Universale recensisce in apertura sette particolari spazi di lavoro, dalle piattaforme petrolifere al pupazzo dell’Italia in Miniatura. Stefania Stecca in particolare analizza il fenomeno dell’open space: si parla di cortine architettoniche, moduli cubicolari, menzogne sostenibili, isole tondeggianti, post-it e microcosmi burocratici.
“Vendesi particolare soluzione open space di 10 metri quadri”. Così su un cartello affisso nel centro di Milano, in piena allucinazione da bolla immobiliare. Dopo il planetario successo delle soluzioni open space, oggi questo modello, anche denominato work flow office, ha realmente perso la sua spinta utopica di dinamismo e libertà?
Quello scelto per la nostra recensione è l’ufficio interno di una banca, aspetto che introduce un primo elemento di ironia nell’ambizione implicitamente proclamata dal termine: lo space in questione non è open, intanto perché, seppur aperto a un pubblico di professionisti, non è un servizio aperto al pubblico, come peraltro molti dei contesti lavorativi che dell’open space hanno consacrato il successo, dai call center alle redazioni giornalistiche. Poi perché, per tutelarne l’accesso, una mente tayloristicomilitare ha creato una cortina architettonica e umana tale per cui a raggiungerlo possono essere solo pochi esclusivi eletti, determinati da tenacia o necessità.
Confezionata una menzogna sostenibile, superiamo con colpevole disinvoltura custodi, centraliniste, barriere e tornelli per riprendere fiato solo nell’ascensore che ci risucchia e sputacchia al secondo piano. Se prima l’atmosfera era cupamente scurita dalle vetrate fumé dell’ampio e desertico ingresso (nel quale le centraliniste all’orizzonte appaiono come timidi soli in un’alba ancora lontana), ora è il candore di un neutro e sanitario beige ad ammantare pavimenti, pareti e soffitti. Non è dunque un caso se il primo essere umano incontrato, in quello che si presenta immediatamente come un labirintico succedere di corridoi uguali a se stessi, sia un medico. Lì per “visite in corso”, come proclama il cartello sulla porta alle sue spalle, sarà il primo di una serie di persone spaesate, incapaci come noi di individuare l’ufficio richiesto – che ci costringeranno ad una mezza maratona in interni. E’ qui che inizia un viaggio cupo e struggente in quella che è diventata l’organizzazione del lavoro per i nuovi operai del terziario: colletti bianchi che trovano nell’open space la loro quotidiana e anonima catena di montaggio. Nella nostra banca, come in molti luoghi affascinati dalla razionalità del work flow office, gli stanzoni sono separati da pareti mobili. Qui si organizza il personale in isole tondeggianti, torte senza panna, tagliate e separate in quattro fette di egual porzione: quattro postazioni di lavoro. In ogni spicchio trovano asilo le sinapsi tecnologiche per connessioni con il resto del mondo: telefono e computer. Penne fogli e post-it sono l’arida farcitura di una torta che vede la sua timida ciliegina nelle vignette ingiallite aggrappate alle paretine di separazione dei “cubicoli”: più che garanzie di una privacy impossibile, cesoie che recidono ogni naturale relazione col vicino. Armadi, stampanti e fotocopiatrici sono confinate ai margini dello stanzonetrincea, a rinforzare il perimetro del proprio confine di libertà vigilata. Centrale alle isole, troneggia infatti una vecchia scrivania in legno, sulla quale – seppur temporaneamente assente – non si può non immaginare il monarca di quel microcosmo burocratico.
E’ questo un esempio di action office, il sistema di arredi nato nel 1964 dalla creatività di Robert Propst come risposta a un sogno: creare un ambiente di lavoro che “non isolasse il lavoratore ma lo mettesse in costante comunicazione con il mainstream aziendale”. Ma il sogno - nella sua traduzione organizzativa – si è rattrappito: quello spazio fluido e indeterminato destinato a costruire dinamismo e a favorire le interazioni si è progressivamente ridotto, irrigidito in moduli cubicolari, seminando anomia e alienazione. Dall’utopia della libertà, alla dittatura della presenza altrui, rumori e disturbi connessi. Lo stesso Prospt, poco prima di morire, chiese scusa al mondo per la “triste metamorfosi subita dalla sua invenzione”. Il mondo, sopravvissuto, non rispose, con volgare indelicatezza continuò ostinatamente a ruotare sul proprio asse. Come per il suo ideatore, anche per noi è triste constatare che il collega più prossimo per ciascuno degli interpellati ha l’immaterialità, la leggerezza e l’impersonalità di un software. Ed è lui, infatti, a essere ripetutamente interrogato, non il vicino, non il collega dell’ufficio a fianco, per cercare risposta alla nostra ripetuta domanda: scusi, l’ufficio cancellazioni? Telefoni, stampanti, brusio, via vai: le distrazioni si ripetono, con incostante regolarità. Ogni elemento che squarcia la routine visivo- acustica introduce disturbo, alimenta stress, riduce la produttività. Lo confermano tutte le ricerche, passate e recenti, italiane europee e americane: l’open space ha tradito le promesse. Anziché costruire socialità, la congela e distrugge, costringendo il lavoratore a rapporti unidirezionali con il proprio computer. Dall’open space all’open source?
(da Giudizio Universale n.36, settembre 2008)
10 Responses to “La stroncatura dell’open space”
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la disamina sugli spazi lavorativi destinati al terzario avanzato da te elaborata è abbastanza dettagliata e analizza discretamente la percezione che ha degli stessi un visitatore, un cliente o più semplicemente un “superiore gerarchico”, ma l’utente dei medesimi spazi, il lavoratore insomma, come pensi viva lo spazio aperto dei cosidetti “open space”? credi che preferisca richiudersi tra le anguste mura dei vecchi uffici di memoria risorgimentale?, io penso di no, noi crediamo che gli attuali concetti sullo strutturare i volumi destinati all’organizzazione del lavoro impiegatizio, sia si da sviluppare, ma assolutamente si debba salvare il fin qui sviluppato, senza comunque cessare la ricerca del “benessere” del personale.
ciao e complimenti per il tuo lavoro “rossano del caffè gran duc”
Dopo tanti anni in un uffcio , con finestra, chiuso tranquillo mi sono ritrovata al centro di un grande uffiicio mi sento quasi un pezzo d’arredamento, arrivano tuttti i rumori di corridoio, dei colleghi vicini, e per quanto mi sforzi di concentrarmi …..suona il telefono, è il mio… un cliente, i colleghi si avviano per la pausa caffè chiacchierando animatamente, dietro alle mie spalle, non riesco a sentire cosa dice il cliente…che disagio!!!! quanto mi manca il mio ufficio!!!!
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