La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento

Quando, tra il 2001 e il 2002, ho fatto il mio giro delle carceri per scrivere il romanzo “Derelitti e delle pene”, ho spesso incontrato tra i detenuti persone di una certa dolcezza. Alcuni di loro avevano visto la loro vita stravolta da qualche Grande Errore; altri non avevano avuto neppure questo risvolto di grandiosità, ma marcivano regolarmente dentro una cella perché invischiati in una lunga, interminabile, ineluttabile serie di Piccoli Errori, perché non erano riusciti ad accomodarsi decentemente con la quotidianità né, probabilmente, avevano trovato qualcuno che li aiutasse ad accomodarcisi. Uno di questi, Pasquale Laganà, aveva passato una quantità inverosimile di anni in prigione, almeno un terzo dei suoi più-o-meno quaranta, ma senza mai essersi macchiato di un reato serio, caduto nel meccanismo della recidiva e quindi schiacciato sotto un cumulo di condanne di scarso significato sociale, tra le quali qualche impazienza nello svincolarsi dagli obblighi coattivi di soggiorno. Era assolutamente cosciente delle sue responsabilità, ma non mi pareva vittimista quando si doleva del fatto che una volta risucchiati nella china sbagliata, specialmente in Meridione (il colloquio era avvenuto nel carcere di Reggio Calabria), è difficile riconquistare la fiducia degli altri o farsi offrire un lavoro stabile. Mi è sembrato una persona sostanzialmente per bene, e quella è stata una delle circostanze in cui mi sono reso conto che tale positiva inclinazione di personalità possa tranquillamente sposarsi con una biografia comprendente una quindicina di anni di carcere, e senza che nessuno ci abbia messo un sovrappiù persecutorio. Accade perché, nel nostro sistema di vita, può accadere. Punto.
Un mesetto fa, Pasquale Laganà, del quale mai più avevo avuto notizie, mi ha prima telefonato e poi scritto una lettera molto disperata. Ad essa allega una sentenza della Corte d’Appello di Reggio, che sostituisce la misura dell’obbligo di firma con gli arresti domiciliari perché Laganà è stato visto da un maresciallo girare sopra un motorino fuori dal comune di Campo Calabro, nel quale doveva rimanere. Laganà mi scrive che non è vero, e io ovviamente non sono in grado di dire chi abbia ragione: però constato che, sulla base della semplice dichiarazione di una persona e senza nessun altro elemento indiziario, è stato adottato un provvedimento decisivo per la vita di un’altra persona. In parole povere, tra uomini liberi nessuno potrebbe mai essere condannato solo perché, senza alcun elemento a sostegno che la sua testimonianza (che potrebbe anche essere frutto di una svista), viene accusato di qualcosa da una persona. Se invece si tratta di una persona sottoposta a misura di sicurezza, questo principio di parità viene meno e la parola di uno vale, per definizione, meno di quella di un altro. E’ una delle tante pene accessorie del carcere, uno dei tasselli di smantellamento di quella personalità che, teoricamente, il carcere dovrebbe aiutare a ricostruire. Per inciso, da quel che leggo sul provvedimento che riguarda Laganà, la misura di sorveglianza speciale serviva a Laganà per raggiungere il centro di cura riabilitativa, che ora presumo sospesa.
Quando si dice buttare la chiave.
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