La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento



September, 2008

Il Fermacarte
September 18th, 2008


Il linguaggio del marketing è pervaso dalla terminologia che fa riferimento ad un immaginario bellicoso: si può fare una campagna di guerra come una pubblicitaria; si colpiscono “Target”; il termine slogan deriva dal gaelico e significa “urlo di guerra”; il “brand” era il marchio segnato a fuoco sul bestiame; ci sono i getekeeper.
Una evoluzione c’è stata, certo e dalla guerra si è passati alla fede (loyalty, fidelizzare ecc..) e più di recente ci si è tribalizzati e ritualizzati: si appartiene a delle community.

Leggi il post di NextMediterranean



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Appuntamenti
September 17th, 2008


{B}Una mostra per raccontare 200 titoli{/B}

Da ieri è aperta a Milano una mostra di Guido Scarabottolo, l’autore della nostra homepage: sono esposti oltre quaranta ritratti di scrittori, da Neruda a Hornby, utilizzati per le celebri copertine di Guanda. La casa editrice festeggia in questo modo i 200 titoli della collana Fenici Tascabili.

Fino al 30 settembre alla Libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte, Milano. Ingresso gratuito.

Leggi la notizia su Corriere.it

(fonte img: Repubblica.it)

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Giudizio Universale (estratti)
September 7th, 2008


Questo mese Giudizio Universale recensisce in apertura sette particolari spazi di lavoro, dalle piattaforme petrolifere al pupazzo dell’Italia in Miniatura. Stefania Stecca in particolare analizza il fenomeno dell’open space: si parla di cortine architettoniche, moduli cubicolari, menzogne sostenibili, isole tondeggianti, post-it e microcosmi burocratici.

“Vendesi particolare soluzione open space di 10 metri quadri”. Così su un cartello affisso nel centro di Milano, in piena allucinazione da bolla immobiliare. Dopo il planetario successo delle soluzioni open space, oggi questo modello, anche denominato work flow office, ha realmente perso la sua spinta utopica di dinamismo e libertà?
Quello scelto per la nostra recensione è l’ufficio interno di una banca, aspetto che introduce un primo elemento di ironia nell’ambizione implicitamente proclamata dal termine: lo space in questione non è open, intanto perché, seppur aperto a un pubblico di professionisti, non è un servizio aperto al pubblico, come peraltro molti dei contesti lavorativi che dell’open space hanno consacrato il successo, dai call center alle redazioni giornalistiche. Poi perché, per tutelarne l’accesso, una mente tayloristicomilitare ha creato una cortina architettonica e umana tale per cui a raggiungerlo possono essere solo pochi esclusivi eletti, determinati da tenacia o necessità.
Confezionata una menzogna sostenibile, superiamo con colpevole disinvoltura custodi, centraliniste, barriere e tornelli per riprendere fiato solo nell’ascensore che ci risucchia e sputacchia al secondo piano. Se prima l’atmosfera era cupamente scurita dalle vetrate fumé dell’ampio e desertico ingresso (nel quale le centraliniste all’orizzonte appaiono come timidi soli in un’alba ancora lontana), ora è il candore di un neutro e sanitario beige ad ammantare pavimenti, pareti e soffitti. Non è dunque un caso se il primo essere umano incontrato, in quello che si presenta immediatamente come un labirintico succedere di corridoi uguali a se stessi, sia un medico. Lì per “visite in corso”, come proclama il cartello sulla porta alle sue spalle, sarà il primo di una serie di persone spaesate, incapaci come noi di individuare l’ufficio richiesto – che ci costringeranno ad una mezza maratona in interni. E’ qui che inizia un viaggio cupo e struggente in quella che è diventata l’organizzazione del lavoro per i nuovi operai del terziario: colletti bianchi che trovano nell’open space la loro quotidiana e anonima catena di montaggio. Nella nostra banca, come in molti luoghi affascinati dalla razionalità del work flow office, gli stanzoni sono separati da pareti mobili. Qui si organizza il personale in isole tondeggianti, torte senza panna, tagliate e separate in quattro fette di egual porzione: quattro postazioni di lavoro. In ogni spicchio trovano asilo le sinapsi tecnologiche per connessioni con il resto del mondo: telefono e computer. Penne fogli e post-it sono l’arida farcitura di una torta che vede la sua timida ciliegina nelle vignette ingiallite aggrappate alle paretine di separazione dei “cubicoli”: più che garanzie di una privacy impossibile, cesoie che recidono ogni naturale relazione col vicino. Armadi, stampanti e fotocopiatrici sono confinate ai margini dello stanzonetrincea, a rinforzare il perimetro del proprio confine di libertà vigilata. Centrale alle isole, troneggia infatti una vecchia scrivania in legno, sulla quale – seppur temporaneamente assente – non si può non immaginare il monarca di quel microcosmo burocratico.
E’ questo un esempio di action office, il sistema di arredi nato nel 1964 dalla creatività di Robert Propst come risposta a un sogno: creare un ambiente di lavoro che “non isolasse il lavoratore ma lo mettesse in costante comunicazione con il mainstream aziendale”. Ma il sogno - nella sua traduzione organizzativa – si è rattrappito: quello spazio fluido e indeterminato destinato a costruire dinamismo e a favorire le interazioni si è progressivamente ridotto, irrigidito in moduli cubicolari, seminando anomia e alienazione. Dall’utopia della libertà, alla dittatura della presenza altrui, rumori e disturbi connessi. Lo stesso Prospt, poco prima di morire, chiese scusa al mondo per la “triste metamorfosi subita dalla sua invenzione”. Il mondo, sopravvissuto, non rispose, con volgare indelicatezza continuò ostinatamente a ruotare sul proprio asse. Come per il suo ideatore, anche per noi è triste constatare che il collega più prossimo per ciascuno degli interpellati ha l’immaterialità, la leggerezza e l’impersonalità di un software. Ed è lui, infatti, a essere ripetutamente interrogato, non il vicino, non il collega dell’ufficio a fianco, per cercare risposta alla nostra ripetuta domanda: scusi, l’ufficio cancellazioni? Telefoni, stampanti, brusio, via vai: le distrazioni si ripetono, con incostante regolarità. Ogni elemento che squarcia la routine visivo- acustica introduce disturbo, alimenta stress, riduce la produttività. Lo confermano tutte le ricerche, passate e recenti, italiane europee e americane: l’open space ha tradito le promesse. Anziché costruire socialità, la congela e distrugge, costringendo il lavoratore a rapporti unidirezionali con il proprio computer. Dall’open space all’open source?

(da Giudizio Universale n.36, settembre 2008)



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Il Fermacarte
September 7th, 2008


Nell’ambito della riforma della giustizia, si discute in questo periodo anche delle professioni ad essa collegate: fra cui ovviamente quella dei notai. Il blog QuestioneNotariato riporta gli ultimi sviluppi della vicenda, elencando anche cosa attualmente gioca a favore e cosa contro la categoria.

Leggi il post di QuestioneNotariato sull’argomento

(fonte img: LaStampa.it)

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Il Fermacarte
September 6th, 2008


The Believer è un mensile letterario americano fondato da Heidi Julavits, Vendela Vida e Dave Eggers nel 2003. Il titolo di lavorazione era The Optimist. [...] Nelle pagine del Believer si alternano brevi saggi, interviste, recensioni varie (di bambini, luci, attrezzi, motel, e a volte anche di libri).

Ricorda qualcosa?

Vai alla scheda di The Believer/2, il nuovo volume antologico pubblicato da Isbn

Leggi il post di Vertigine sull’argomento



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Appuntamenti
September 5th, 2008


Roberto Alajmo, Björn Larsson, Massimo Carlotto e diversi altri collaboratori di Giudizio Universale si stanno dando il cambio a bordo di Adriatico, la barca di Velisti per Caso. Si propongono di recensire il Mediterraneo raccogliendo le voci di pescatori, agricoltori, gente comune: oggi l’incontro è a Santa Maria di Leuca, dove si parlerà di Corto Maltese.

Vai al Diario di bordo

Leggi il calendario dell’impresa

Vai al forum di Velisti per caso sull’argomento

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Articoli
September 5th, 2008


Ecco l’editoriale di settembre per Giudizio Universale: dove si parla di panni stesi, call center, Paul Madeley, sculture di cioccolato, voyeurismo mediatico, dialetto bergamasco, intercettazioni e campi nomadi.

Per chi è rimasto deluso dalla Quadriennale di Roma, l’antidoto è la parallela Decennale organizzata nelle belle sale di Palazzo Anastasi a Spoleto. L’opera che più lascia il segno è probabilmente Panni stesi, dell’artista serbo Dragan Dzaijc. Al centro di una stanza disadorna si trova posato uno stendipanni in plastica, con gli indumenti sgocciolanti al mattino e che saranno completamente asciutti verso sera, quando il piccolo attrezzo domestico verrà piegato e ritirato. Forse mai avevamo riflettuto su come plasticamente lo stendipanni rappresenti la metafora della trasformazione e del divenire unita a quella della ciclicità. L’artista effettua alla sera il nuovo lavaggio in lavatrice a una temperatura bollente, dunque i capi puntualmente si restringono. E’ un assottigliarsi radicale e ineluttabile, un processo di decomposizione senza purulenza ma anzi incorniciato dall’ambiguo alibi della profumazione. Al mattino la ritualità eucaristica dei panni che nuovamente vengono ostentati sul loro altare di plastica (per chi arriva di buon ora e ha la fortuna di assistervi è una scena commovente) è anche, in equilibrio tra il carnale e il metafisico, l’allegorica rappresentazione dell’umana fatica di vivere, e delle scorie liquide (Dzaijc sembra avere meditato molto su Bauman) da cui ci si proverà a liberare durante il giorno, non senza pagare il dazio di una restrizione dei propri orizzonti e di un amaro prosciugamento dell’identità.

Il lavoro di Sergio Santarini, Call center, è un’installazione complessa che comprende un televisore sul quale vengono proiettate alcune facce di personaggi politici, con l’audio di un imitatore che, per il tempo in cui il volto sorridente permane sullo schermo, riproduce più volte di fila la frase: “Buongiorno sono Silvio, in che posso aiutarla…”, oppure “Buongiorno, sono Walter in che posso servirla?”, e così via a seconda del personaggio che è sullo schermo. Attorno al televisore, e in perfetto sincronismo con la cortese richiesta del centralinista di turno, pezzi di costruzioni Lego si staccano e rovinano al suolo, strumenti a compressione deflagrano spargendo vapori maleodoranti, l’altoparlante diffonde fragori di urla e sirene, schizzi di un liquido indefinito si rovesciano sui visitatori, pezzi di intonaco si scrostano violentemente dalle pareti. Un crescendo apocalittico che ovviamente rende particolarmente incongrua la gentile profferta dell’interlocutore e che suona quale rumorosa metafora dello scollamento tra la classe politica e le necessità della gente comune.

Il titolo Ufficina è un piccolo omaggio a Luigi Meneghello, che coniò questo neologismo nel romanzo Libera nos a malo, nel quale fra l’altro parlava delle botteghe-negozi come “estensioni delle case e delle famiglie”, nelle quali “per comprare si poteva sempre entrare per il cortile, scusandosi appena con la famiglia a cena in cucina”. Ancor più tra i contadini non vi era distinzione tra la casa e lo spazio del lavoro, cosicché “si lavorava praticamente sempre… senza interruzione e senza orario.” In Ufficina, Paul Madeley dimostra come questo incatenamento domestico al lavoro si sia trasferito dalle classi umili ai ceti professionali e imprenditoriali, e propone, quale installazione, una casa dallo spartano minimalismo (ma affiancata da una piscina ricoperta di alghe e un campo da tennis invaso dalle muffe) che, oltre alle varie e abituali stanze, ha una stalla in cui il computer sostituisce la mucca, un capanno agricolo dove al posto del torchio c’è un pannello per proiezioni sul quale scorrono slide con scritto “l’uomo moderno è sempre connesso”, mentre nella legnaia sono accatastati centinaia di blackberry, le cui suonerie si accavallano sgradevolmente.

Sono ormai frequenti le sculture di cioccolato che chiamano alla partecipazione lo spettatore, invitato a mangiarne un pezzetto. L’opera Forme oscure di Mario Martiradonna va oltre: gli spettatori, un’oretta dopo avere assaggiato le sculture in questione, sono pregati di accomodarsi a turno sopra due water posti nella stanza ed espellere quanto ingurgitato. Al di là delle citazioni di Duchamp e Piero Manzoni, vi è un sottile discorso sul difficile assorbimento interiore delle opere culturali. Il fatto che i water non possiedano lo scarico cumula gli escrementi come forme stratificate e compromesse del sapere, e l’olezzo che inevitabilmente si diffonde prende di petto il nodo della commercializzazione dell’arte, della sua crescente incapacità di favorire forme positive di sintesi e convivenza, e della sua regressione ludica allo stadio anale dell’infanzia. O forse ragiona sul fatto che la coscienza consapevole non può elevarsi senza che l’operatore culturale si metta in gioco, anche accettando di sporcarsi le mani (oltre lo scarico, manca accanto al water pure la carta igienica).

Entrando nello spazio che ospita White reality show, di Kazymir Deyna, ci si trova davanti a un enorme tela bianca (circa 9 x 7), di un bianco ancor più lattiginoso di quelli che segnano tante opere di Ryman. Seduta a fianco al quadro c’è una ragazza giovane e carina, apparentemente una hostess, o una vigilante. Invece è parte dell’opera, anzi è in sostanza l’opera stessa. Lo spettatore trascorre meditabondo attorno al quadro, investito e stordito da quel biancovedere, la ragazza osserva il vuoto e non muove un muscolo, come una guardia svizzera. Si comprende come l’assenza di eventi e l’espunzione emotiva contraddistinguano simmetricamente la tela e la donna, si può persino immaginare che lei abbia posato come modella (o forse, nel vortice non si sa bene se atarassico o nichilistico che trascina l’opera verso il nulla, non-ha posato, e così ha svolto egregiamente il suo compito). L’ironico riferimento del titolo al reality show sposta la critica verso la società del voyeurismo mediatico, suggerendo che la dimensione dello spettacolo in cui siamo immersi restituisca del nostro essere nulla più che una pallida immobilità. Già presentata con successo a Berlino, lo scorso anno, l’opera è stata, in un certo senso, più volte battuta all’asta: con dubbio gusto della provocazione, l’artista si è infatti infiltrato tra il pubblico in alcune aste di Sotheby’s e ha picchiato la ragazza davanti a tutti, facendone discendere serie contusioni a lei e una notte in prigione a lui. Il suo commento (”Voglio portare alla luce la violenza sottesa alla commercializzazione dell’arte”) non gli ha evitato le critiche.

Tra le pitture figurative ha suscitato polemiche la tela di Carlo Muraro, Incontro di civiltà. Vi è ritratto a olio, e con una pennellata fortemente realistica, un tizio in braghe corte e canottiera che, in prossimità di un lago presso il quale cerca di procurarsi la tintarella, insegue con la tipica paletta le moschee che lo accerchiano, provando a scacciarle. Sulle braccia porta qualche segno delle punture dei minareti, il volto è congestionato dal sudore, ed è evidentemente questo sforzo a restituirne un espressione bovina. Ai piedi del quadro, un supporto sonoro manda in onda una frettolosa masticazione verbale, che da lontano si potrebbe scambiare per il richiamo del muezzin, ma ad un ascolto più attento si rivela un dialetto, forse bergamasco, con voci sovrapposte, impastate da osteria, e un argomentare claudicante, irriconducibile a un pur embrionale pensiero sistematico. A parte alcuni difetti cromatici, un lavoro discutibile per quanto butta benzina sul fuoco di un tema già così rovente: la tintarella.

Legata all’attualità politica, e solo apparentemente aperta all’apporto attivo dei visitatori, è l’opera Intercettazioni dell’argentino Mario Kempes. Il pubblico è invitato a indossare un paio di cuffie attaccate al muro: esse sono collegate con una serie di microfoni installati negli angoli più vari dei padiglioni e consentono di origliare le conversazioni di chi vi transita vicino. Lo spettatore, premendo un tasto, può istantaneamente scegliere quali registrare, e secondo le indicazioni all’ingresso, tutte quelle raccolte dovrebbero costituire l’opera finale, che può dunque considerarsi un work in progress. L’iniziativa scade nel goliardismo da luna-park quando, nel pieno di una frase come: “Sono quintali di droga. E’ un affare pazzesco”, a lato dello spettatore-cavia saltano fuori malamente dei nastri di bobine, avvolti come pitoni su se stessi, chiaramente inutilizzabili. Se lo spettatore preme un altro tasto per scoprire a che punto è l’opera, e cosa è rimasto del suo contributo udirà solo la voce roca di una settantenne che dopo un sospiro aggiunge: “Pensare che oggi è già martedì”.

Infine, del tedesco Pierre Littbarski, l’installazione Campo nomadi, troppo triste per serbarla con sé nella memoria. Sopra un pavimento, sparpagliate come baracche, decine di radiografie di malati gravi. Per chi ha qualche cognizione medica è possibile insinuarsi nelle loro opacità e incappare nella macchia che ha impartito l’ordine di sgombero. Nell’anonimato di quel breve e decisivo tratto di destino siamo sommersi dalla pietà, quella che a volte ci scappa via quando un volto vivo e solcato mette in scena davanti a noi la propria miseria e la propria estraneità.

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Il Fermacarte
September 4th, 2008


Panopticon (”che fa vedere tutto”) è il nome del carcere progettato nel 1791 da Jeremy Bentham, con una forma tale che consentisse ad un unico guardiano di controllare simultaneamente tutti i carcerati. Naturalmente non era necessario che lo facesse, ma che potesse farlo in qualsiasi momento: e i prigionieri, non avendo modo di stabilire quando fossero osservati o meno, si sarebbero trovati in una condizione di eterna sudditanza ad un osservatore onnisciente ed invisibile.

Per queste caratteristiche, il Panopticon è stato assunto da Michael Focault – nel libro Sorvegliare e punire – come emblema del potere nella società contemporanea; e si presta anche ad esemplificare il modello comunicativo del broadcasting (da uno a molti), come suggerisce oggi Marco Bertoni.

Leggi il post di Semplicemente.org sull’argomento

Vai alla scheda del libro Sorvegliare e punire di Michael Focault

Vedi alla voce Panopticon su Wikipedia



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Oggi il romanzo Stanno uccidendo i notai viene segnalato dal blog AgenzieImmobiliari.it:

Devo riconoscere che anch’io, vittima dei pregiudizi e degli stereotipi, tanta fantasia non me l’aspettavo in un notaio.

Un altro bel commento viene inserito da Skizotonic su Anobii.

Leggi il post su AgenzieImmobiliari.it

Vai alla scheda di Stanno uccidendo i notai, su Anobii



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Il Fermacarte
September 3rd, 2008


Il testamento olografo è quello scritto di pugno dal testatore, senza intermediazioni del notaio nè di altri. Il libro Essendo capace di intendere e di volere (Sellerio 1992), di Salvatore De Matteis, ne raccoglie alcuni risalenti alla prima metà del Novecento; opere che rivelano in poche righe situazioni spesso paradossali e umorismo nero a piene mani: dal malato che si augura ancora di sopravvivere alla consorte (”Ma lei si è sempre curata bene e schiatta di salute alla faccia mia che non ce speranza”), a quello che chiede di essere seppellito con lo “iochitochi” nel caso si risvegli e possa così chiamare l’erede per essere tirato fuori (”Se mi sveglio e lo chiamo e lui non risponde gli mando l’anatema e nessuno potra’ per questo condannarmi, nemmeno San Giuseppe. E se poi esco vivo dalla bara gli tolgo l’eredita’ a lui e a San Giuseppe, cosi’ avranno piu’ tempo per distrarsi”).

Leggi l’antologia dei testamenti olografi, dal sito notaio.org

(fonte: Sorciccio)

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Quando non è un refolo di vento, è il sovrapporsi di un impegno o un difetto di prontezza o un vuoto di memoria: quella carta che volevamo leggere o rileggere ci è stata ormai portata via. Un gran dispiacere, quasi come quello di chi ha visto la nave staccarsi dal porto e una cara persona partire. In tutte le sezioni del "Fermacarte" propongo articoli scovati da qualche parte, specialmente inerenti ai temi di cui si sono occupati i miei libri (carcere, sport, sociologia dei consumi, notariato), con l’obiettivo di rendere su tali argomenti il sito uno strumento di consultazione che si rinnova e segue l’attualità. Qualche volta invece di notizie o articoli letti altrove possono essere pensieri o appunti personali, pure quelli perennemente a rischio di essere travolti e dimenticati. Ma tra le carte svolazzanti e imprigionate magari si troveranno anche altre cose, di argomenti svariati, perché è proprio da ciò che è più casuale o trasversale che nascono spesso le riflessioni più intense e produttive...

(disegno originale di Guido Scarabottolo)