La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento

Come un mese fa, è già arrivato il momento di fare il bilancio mensile dell’attività su questo sito:
- 1 ottobre: l’appello del mese, “Oggi studia qualcosa che non ti serve assolutamente a niente”
- 2 ottobre: il target dei piccoli. Un documentario sul rapporto fra i bambini e la televisione.
- 3 ottobre, due iniziative legate al mondo carcerario: Youprison e le stanze dell’affettività.
- 4 ottobre: il Sole 24 online recensisce Stanno uccidendo i notai.
- 6 ottobre: la crisi economica scatena sui media il dibattito sull’iperliberismo, toccando molti temi dei affrontati in Contro il target.
- 8 ottobre: sbatti il latino in prima pagina. Ogni tanto i giornali si accorgono che la lingua degli antichi romani va di moda, ma non sembrano avere le idee molto chiare.
- 9 ottobre: la hostess. Una minirecensione di Sarah Palin, tratta dall’editoriale di ottobre su Giudizio Universale.
- 10 ottobre. Esce il nuovo numero di Giudizio Universale, con l’apertura dedicata al costo di una vita: il prezzo di nascere in provetta, imparare a sciare, laurearsi allo IULM, sposarsi a Venezia, tenere in casa animali domestici, invecchiare, farsi cremare.
- 14 ottobre, divertissement. Resoconto dell’incontro-performance alla libreria Bibli di Roma: con il vero Notaio Capasso, Giulio Ferroni, Giampaolo Rugarli ed altri ospiti a discutere e leggere brani da Stanno uccidendo i notai.
- 16 ottobre: l’angolo della posta. Rispondo a un lettore che si chiedeva se gli stereotipi, che circondano la professione notarile, non avessero una spiegazione storica e sociale.
- 29 ottobre: il costo della facoltà. Su Radiotre viene segnalato l’articolo di Matteo Sacchi (dall’ultimo numero di Giudizio Universale) dedicato a quanto costa studiare all’università ed in particolare allo IULM.

Sull’ultimo numero di Giudizio Universale c’è un pezzo di Lorenzo Monaco su un nuovo “museo” a Perugia che raduna folle enormi di visitatori:
Gli italiani non sanno molto di scienza. Lo dicono le statistiche. Lo ripetono i ministri, che si sentono addosso gli occhi di tutta l’Europa. In questo clima, appare incredibile quanto sta accadendo nel cuore stesso dell’Italia. A Perugia. Qui, sul fianco di una collinetta, esiste un museo che tra mille difficoltà si sforza di diffondere la cultura scientifica. Poche stanze, poco pubblico, se si esclude quello scolastico. Finora. Perché, a quanto riferiscono i lavoratori del museo, da un anno è avvenuto qualcosa di straordinario. Sempre più persone si riuniscono davanti alle porte del centro. Qualcuno espone la propria opinione, altri cercano di confutarla. Si fanno ipotesi ardite e proiezioni predittive. Si dibatte, seguendo schemi che renderebbero felice Popper. Emerge il desiderio di vedere e toccare con mano quanto teorizzato. Insomma, si ha voglia di fare esperienza, la base stessa della scienza. Qual è il motivo di tanta effervescenza? La piccola e discreta mostra sull’acqua allestita nelle aule del museo? Oppure il fatto che tra qualche mese (a maggio 2009) Perugia ospiterà il Festival europeo della divulgazione scientifica? Per rispondere bisogna andare più a fondo. Anzi più giù. Diciamo una decina di metri, lungo la fiancata della collina. Infatti nel museo non ci entra nessuno. Tutti gli occhi puntano qualche metro più in basso, sulla CASA DELL’OMICIDIO DI MEREDITH. Altro che mostre e festival, dunque: per salvare la scienza sarebbe più utile mettere un machete in mano a Dulbecco, o invitare a qualche orgetta perversa la Montalcini. Un suggerimento, quindi, agli organizzatori del festival di maggio. Cercate una location? Usate il vecchio bar di Lumumba, vedrete che folle.
Sullo stesso argomento: Il primo amore
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Ieri mattina a Tabloid, su Radiotre, parlavano fra le altre cose del decreto Gelmini. Ed è stata una bella sorpresa vedere citato l’articolo di Matteo Sacchi sull’ultimo numero di Giudizio Universale:
[...] Una inchiesta dal risvolto ironico, ed anche interessante, su Giudizio Universale (il mensile che recensisce tutto, lo trovate in edicola, è il numero di questo mese). Alle pagine 14 e 15, il mensile fa un’inchiesta sulle facoltà a Milano: quanto costa studiare in una grande città. E cosa ne viene fuori? Viene fuori che i figli di chi si può permetterlo vanno nei posti come lo IULM, l’università privata, pagano moltissimo, hanno un buon servizio; mentre chi ha meno denaro deve andare alla statale. Ma poi, in questo pezzo di Matteo Sacchi, viene fuori che comunque perfino chi va alla statale spende moltissimo: perché a Milano se non si fanno gli aperitivi non si vive.
Ascolta la puntata di Tabloid del 28 ottobre 2008
Vai alla pagina dei podcast di Radio3
Leggi il post sul numero di ottobre di Giudizio Universale
In questo post dell’1 ottobre, c’è il commento di un lettore che si firma “Un non notaio”. Mi chiede:
Nell’intervista al TG5 l’autore parla dell’etimologia sociale e storica del notaio, fa ripensare a federico II e anche all’etimologia sociale di altri mesteri (il segretario, cioè quello che detiene il segreto, secretarium e secretum col latinorun), ma non parla dell’apparente fine del notaio, ruolo oggi associato a una figura arida, intrallazzata con un potere della Bureaucratia, disprezzata quasi quanto il ragioniere, il fiscalista e il commercialista. Lo stereotipo è quello del tozzo uomo meschino, una specie del fu cuccia molto più brutto, pelato, arido. Ogni stereotipo è sbagliato, ma spesso l’origine ha una spiegazione storica e sociale, l’ebreo usuraio da shakespeare in poi ha una spiegazione economica: il romanzo non è un autocritica, ma se fosse un’autocritica quale sarebbe?Cosa ha contribuito insomma a modificare l’immagine originaria ed etimologica del notaio intellettuale, ci sono delle colpe nel notariato attuale? O è solo una vittima?
Il notariato ha la sua parte di colpa nel peggioramento della sua immagine pubblica. E non solo, e non tanto, perchè singoli notai hanno eccessivamente imprenditorializzato e spersonalizzato la professione, ma perchè a lungo le istituzioni notarili hanno difeso competenze logore (come quelle in materia di autoveicoli) e in qualche modo accreditato l’inesatta idea che il fulcro dell’attività notarile consista nel certificare qualche cosa, quasi indipendentemente dal legame di questa cosa con una complessità giuridica da governare. Ma adesso mi pare che a giocare negativamente siano forze esterne, talora sotto forma di interessati competitori tra le professioni, talaltra in senso di sfondi storici (rimando all’articolo sulla Stampa in questo stesso sito). Chissà che questa crisi finanziaria, fortemente legata ai difetti di trasparenza del mercato, non avvii una controtendenza, inducendo a riflettere sul significato delle garanzie all’interno degli scambi economici.

[...] montava il desiderio di un più ampio regolamento di conti con i malvezzi della clientela. Perché non proibire anche una frase stupida come Se rinasco faccio il notaio, epigramma da discount che, al momento di onorare la parcella, una buona percentuale dell’utenza si sente in obbligo di pronunciare? O vietare quell’omaggio, quel florilegio verbale con il quale i clienti più melliflui cercano di accattivarsi la mia benevolenza (ma il notaio è lei! Così giovane! E con una giacca colorata! Ci aspettavamo un signore anziano e grigio!) [...]
(da Stanno uccidendo i notai, p.8)
Almeno non potrà dirlo chi partecipa a questa nuova iniziativa chiamata Il notaio è un libro aperto:
Consulenza notarile gratuita dall’11 ottobre al 2 dicembre nel capoluogo torinese dove notai a turno, si alterneranno nelle quattro biblioteche civiche cittadine per offire consigli sull’acquisto di una casa, la stipulazione di un contratto, la predisposizione di un testamento. L’iniziativa denominata «Il notaio è un libro aperto» è promossa dal Collegio notarile di Torino in collaborazione con gli assessorati al bilancio e alla cultura. Il servizio di consulenza sarà offerto su appuntamento.
(da lastampa.it).
Piccolo resoconto della presentazione romana di Stanno uccidendo i notai (7 ottobre). E’ stata quasi una performance, basata su un’idea già applicata in altri incontri: io, seduto sulla scrivania, che ricevo uno per uno i vari ospiti come fossero clienti del mio studio. Fra questi Giulio Ferroni:
Stanno uccidendo i notai è un atipico noir- parodia, giocoso divertissement, con qualcosa da romanzo umoristico settecentesco, sul mondo notarile, messo in bocca ad uno strano notaio che, al di là del lavoro svolto in ufficio, usa redigere singolari contratti “notturni”, relativi ad attività illegali di ogni sorta (dal rapporto di un cliente con una prostituta, alla vendita di una grossa partita di eroina, alla celebrazione di messe nere): il paludato linguaggio notarile che pretende di certificare queste attività suscita esilaranti combinazioni, della cui assurdità il notaio, animato da un suo bislacco moralismo, approfitta per far fallire azioni indecenti o criminali. Muovendosi tra una serie di omicidi a catena, tra una ricca dose di spunti satirici (non solo sul mondo notarile, che ben conosce dall’interno), Bassetti rilancia così quella tradizione degli scrittori notai, che risale fino alle origini della letteratura italiana (ricordate il “notaro” Giacomo da Lentini?).
Un saluto a tutti i presenti, peccato che questa volta non sia stato possibile fare delle riprese (grazie a Stefania per la foto).
A pagina 22 di Contro il target citavo una famosa storiella – riportata da Philip Kotler – che spiega l’aspetto più creativo del marketing. Si tratta della cosiddetta parabola delle scarpe:
Un industriale calzaturiero di Hong Kong manda in un’isoletta del Pacifico, al fine di valutare se esportarvi le scarpe, un suo agente di commercio. Quello scopre che girano tutti scalzi e torna dicendo che non vale assolutamente la pena di investire un soldo, perché le scarpe non servono a nessuno. L’industriale manda poi un addetto alle vendite che ritorna entusiasta: c’è un mercato eccezionale, dice, perché nessuno ha le scarpe e quindi possiamo mandarne tante paia quanti sono gli abitanti. Infine, l’imprenditore invia l’esperto di marketing, che valuta quali e quanti infortuni derivano agli indigeni dal non calzare scarpe, svolge una ricerca di mercato sul prezzo che alcuni di loro sarebbero disposti a pagare, e fa una stima esatta di quante paia di scarpe possano essere profittevolmente vendute.
Qualche giorno fa ho ritrovato la stessa storiella nell’articolo di Zygmunt Bauman, Il mondo drogato della vita a credito, su Repubblica:
C’era un vecchio aneddoto su due agenti di commercio che giravano l’Africa per conto dei rispettivi calzaturifici. Il primo inviò in ditta questo messaggio: inutile spedire scarpe , qui tutti vanno scalzi. Il secondo scrisse: richiedo spedizione immediata di due milioni di paia di scarpe, tutti qui vanno scalzi.
A proposito di questo impiego del pensiero laterale nel marketing, vanno comunque fatte alcune considerazioni (ancora da Contro il target, pagina 24):
Ovviamente, la creatività non si richiede al consumatore. Non che debba essere cartesiano, perché la promozione dei prodotti punta soprattutto al valore simbolico; ma prevedibile, se non piatta, deve essere la motivazione che lo spinge all’acquisto, per non vanificare lo sforzo intellettuale del marketing. La principale dote che il consumatore deve avere, agli occhi di una direzione marketing, è quella di farsi incasellare, essere categorizzabile”.
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Segnalo infine che su affaritaliani.it c’è una nuova recensione del libro, ad opera di Piero Selva:
La pubblicità è ipnotica, ci trasporta in un mondo di sogni e di illusioni? Questa, dice Remo Bassetti [...] è una definizione in parte obsoleta, perché il marketing è andato avanti ed ha esteso stabilmente e definitivamente la regola ferrea del Target. Che cos’è il Target, questa strategia non certo nuova nel mondo della comunicazione ma che è arrivata a far coincidere l’idea di sé con ciò che si acquista in beni e servizi? Targettizzare significa dividere il mercato degli utenti-clienti in segmenti omogenei cui inviare messaggi e merci “in linea” con il loro profilo.
Mentre anche oggi la borsa perde il 7%, la buona notizia è che è arrivato il nuovo numero:
Il costo di una vita appunto, visto non tanto come dato statistico ma nelle sue implicazioni più profonde (come si diceva qui, l’economia ha al centro la persona). E ogni fase di una vita ha il suo costo: nascere in provetta, imparare a sciare, laurearsi allo Iulm, sposarsi a Venezia, tenere in casa animali domestici, invecchiare, farsi cremare.
Leggi la recensione di Giulia Stok sul costo della vecchiaia.
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Il mio editoriale si intitola invece I conti senza l’hostess:
L’unica misura pubblica seria che i governi oggi potrebbero varare, di fronte alla crisi dei mercati e a quella dei destini, sarebbe quella di assumere migliaia, forse milioni di hostess. Quando mio padre morì, per un infarto, rimasi molto colpito dal fatto che, prima dell’angina decisiva, avesse spedito mia madre a prendergli un bicchiere d’acqua in cucina, quasi volesse risparmiarle la scena finale. Se così fu, scelse coraggiosamente di stare da solo, senza una mano cui aggrapparsi, senza l’ultima illusione che quella mano potesse ancora tirarlo su. Sarebbe stato forse giusto che avesse goduto almeno di una compagnia meno impegnativa dal punto di vista emotivo, eppure rassicurante, una che guardi quando sembra inequivocabile che stai precipitando ma tiene fede al suo ruolo, ti sorride, ti fa pensare che ti sbagli, e magari tira fuori una salvietta rinfrescante. Baluardo della nostra sicurezza è la hostess in quella situazione in cui sei incollato con la faccia al vetro, nella contemplazione di ciò che più assomiglia all’infinito: ma se ti sei appena svegliato il panorama rende angosciosamente simili, o magari intercambiabili, una nuvola e una palla di zucchero filato. Sarebbe bastata una hostess vicino per dissuadere David Foster Wallace dall’infilarsi la corda al collo? D’altronde non era, anche nel titolo, una spericolata incursione nell’infinito il suo libro più conosciuto? Sembra particolarmente assurdo che un uomo così, ad un certo punto, consideri finite le parole. O forse è normale che un genio del quale probabilmente afferriamo la metà di quello che intende, perché la sua intelligenza vola troppo alto, ad un certo punto si annoi. O ancora: un’ipotesi su Infinite Jest, ma in fondo su tutta l’opera di Foster Wallace, è che quella forma di gigantismo, centrifughismo della trama e dispersione narrativa fosse la presa di coscienza dell’autore che il libro non è più concepito per essere letto ordinatamente dall’inizio alla fine. E da lì, chissà, il pensiero che ciò valga anche per la vita individuale.
Leggi tutto l’editoriale del n.37
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Infine, per chi non avesse mai sentito parlare del nuovo Premio Nobel per la letteratura (e fino a 24 ore fa erano in tanti), segnalo la recensione che avevamo dedicato al suo ultimo libro:

L’attacco è folgorante: “Dicono che l’Africa sia il continente dimenticato. L’Oceania è il continente invisibile. Invisibile, perché i primi viaggiatori che vi si sono avventurati non ne hanno colto la natura, e perché rimane ancora oggi un luogo senza riconoscimento internazionale, un passaggio, quasi un’assenza”. In un colpo solo accende l’interesse come se fosse un thriller, o un libro di avventura di altri tempi, e rievoca tele di Gauguin, scenari di Stevenson, collane di conchiglie e fiori di tiaré. Perché è proprio questa la fortuna e insieme la sfortuna di questa manciata di isole del Pacifico: la loro capacità di suscitare un immaginario potente, così radicato che superarlo per arrivare a una visione più realistica e rispettosa di questi luoghi e della loro storia è quasi impossibile. Qui si sono persi o hanno trovato pace Cook e Melville, oltre a Gauguin e Stevenson. Nei secoli gli esploratori hanno dato all’arcipelago molti nomi diversi: Nuove Ebridi, Grandi Cicladi, tutti che cercavano di identificarlo come una versione del mondo conosciuto, e dunque tutti inappropriati.
Leggi tutta la recensione di Giulia Stok su Il continente invisibile.

(Dall’editoriale su Giudizio Universale di ottobre)
Del personaggio di Sarah Palin, scelto per salire sul volo elettorale di McCain, ci sono alcuni aspetti del campionario simbolico della hostess: la sessualità evidente ma algida, l’indipendenza da donna emancipata, i compiti di assistenza rispetto a una figura maschile cui spetta il ruolo di guida e decisore, la compatibilità con il viaggio e l’avventura, il richiamo ai valori del focolare sintetizzati dalla cura materiale del passeggero. Naturalmente l’hostess archetipica che io ho in mente non avrebbe mai inneggiato alla guerra in Iraq e non andrebbe a caccia. Nella Palin rimane comunque irrisolto il pasticciato compromesso tra la costruzione di una figura ruvida e in ultima analisi mascolinamente aggressiva e l’espediente ultimo e vigliacchetto di (sottile la differenza coi vigili di Parma) passare col rossetto.

L’appello di questo mese è: “Studia qualcosa che non ti serve assolutamente a niente”, ed è un modo per dire che non sempre bisogna buttare via ciò che non ha un’utilità pratica. Bene, leggo proprio oggi su Repubblica un articolo dal titolo “Sorpresa, nei licei americani è di moda studiare latino”: rilanciando quanto scritto dal New York Times due giorni fa, si spiega che “la lingua di Cicerone” ha raggiunto il record degli ultimi trent’anni.
C’è da dire però che i giornali, quando parlano della lingua di Cicerone, non dimostrano una grande coerenza. Ecco quello che riportavo a febbraio 2007:
Ciò che non si usa è da buttare. E’ il destino che ciclicamente si vorrebbe riservare al latino. Pungolato dalla lettera di uno studente italiano, il Financial Times ha irriso le nostre scuole, che continuano a praticarlo, e nello stesso periodo a Cambridge hanno rifiutato l’iscrizione all’alunno di un liceo scientifico italiano, senza nemmeno farlo passare per il test, sostanzialmente perché nel nostro paese lo studio delle lingue morte va a detrimento delle discipline applicate. Il principio per il quale una lingua che non si parla è inutile si potrebbe estendere ad altre materie: che m’importa di studiare i vulcani se abito nella pianura padana? Perché dovrei perdere il tempo con la famiglia Medici se non c’è un solo sondaggio che le assegni il seggio nel collegio del Mugello? Forse c’è un filo di retorica esagerazione nel considerare insostituibile per lo sviluppo cerebrale il meccanismo logico della grammatica latina. E’ drammatica, tuttavia, questa montante incapacità di capire come dietro l’uso delle cose vi sia un’invisibile catena di relazioni, alcune anche molto remote, che danno un senso e un valore a quell’uso. E, sarà un caso, ma l’imbecille che non lo capisce il più delle volte non ha studiato latino.
Poco tempo dopo, a giugno, facevo notare che Repubblica aveva già cambiato disinvoltamente idea:
[...] Poi c’è la bava che lasciano le notizie giornalistiche. Qualche mese fa censuravo in quest’editoriale l’ignoranza britannica nello snobbare il latino. Avevo letto su Repubblica una pagina in argomento, che prendeva spunto dal rifiuto di uno studente italiano da parte di Oxford. Allegramente, a maggio, leggo sullo stesso giornale che in Inghilterra impazziscono per il latino. Dopo un articolo dell’Independent, si afferma che negli ultimi tre anni i corsi di latino nelle scuole d’oltremanica sono raddoppiati e che nelle professioni chi non lo conosce è considerato un mentecatto. E farla prima quest’indagine? Un crescente fastidio per il ricorrente fenomeno, sulle labili pagine dei quotidiani, di tendenze che sovvertono quelle di due mesi prima.
Fino a che oggi, ottobre 2008, la riscoperta del latino torna ad essere una “sorpresa”. Chissà con cosa ci sorprenderanno la prossima volta.



