La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento

L’appello di questo mese è: “Studia qualcosa che non ti serve assolutamente a niente”, ed è un modo per dire che non sempre bisogna buttare via ciò che non ha un’utilità pratica. Bene, leggo proprio oggi su Repubblica un articolo dal titolo “Sorpresa, nei licei americani è di moda studiare latino”: rilanciando quanto scritto dal New York Times due giorni fa, si spiega che “la lingua di Cicerone” ha raggiunto il record degli ultimi trent’anni.
C’è da dire però che i giornali, quando parlano della lingua di Cicerone, non dimostrano una grande coerenza. Ecco quello che riportavo a febbraio 2007:
Ciò che non si usa è da buttare. E’ il destino che ciclicamente si vorrebbe riservare al latino. Pungolato dalla lettera di uno studente italiano, il Financial Times ha irriso le nostre scuole, che continuano a praticarlo, e nello stesso periodo a Cambridge hanno rifiutato l’iscrizione all’alunno di un liceo scientifico italiano, senza nemmeno farlo passare per il test, sostanzialmente perché nel nostro paese lo studio delle lingue morte va a detrimento delle discipline applicate. Il principio per il quale una lingua che non si parla è inutile si potrebbe estendere ad altre materie: che m’importa di studiare i vulcani se abito nella pianura padana? Perché dovrei perdere il tempo con la famiglia Medici se non c’è un solo sondaggio che le assegni il seggio nel collegio del Mugello? Forse c’è un filo di retorica esagerazione nel considerare insostituibile per lo sviluppo cerebrale il meccanismo logico della grammatica latina. E’ drammatica, tuttavia, questa montante incapacità di capire come dietro l’uso delle cose vi sia un’invisibile catena di relazioni, alcune anche molto remote, che danno un senso e un valore a quell’uso. E, sarà un caso, ma l’imbecille che non lo capisce il più delle volte non ha studiato latino.
Poco tempo dopo, a giugno, facevo notare che Repubblica aveva già cambiato disinvoltamente idea:
[...] Poi c’è la bava che lasciano le notizie giornalistiche. Qualche mese fa censuravo in quest’editoriale l’ignoranza britannica nello snobbare il latino. Avevo letto su Repubblica una pagina in argomento, che prendeva spunto dal rifiuto di uno studente italiano da parte di Oxford. Allegramente, a maggio, leggo sullo stesso giornale che in Inghilterra impazziscono per il latino. Dopo un articolo dell’Independent, si afferma che negli ultimi tre anni i corsi di latino nelle scuole d’oltremanica sono raddoppiati e che nelle professioni chi non lo conosce è considerato un mentecatto. E farla prima quest’indagine? Un crescente fastidio per il ricorrente fenomeno, sulle labili pagine dei quotidiani, di tendenze che sovvertono quelle di due mesi prima.
Fino a che oggi, ottobre 2008, la riscoperta del latino torna ad essere una “sorpresa”. Chissà con cosa ci sorprenderanno la prossima volta.
9 Responses to “Sbatti il latino in prima pagina”
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Negli anni’70, all’Università di Bologna gli studenti del neonato Dams (c’era lo zampino di Eco, che come ogni laurea innovativa che crea- vedi scienze della comunicazione- teoricamente è una rivoluzione e poi scema nella pessima qualità, basta farsi un giro tra gli smarrimenti mentali dei dams e degli scienziati della comunicazione di oggi-) facevano le barricate e lottavano per avere nel loro cdl gli esami di Latino e dunque la possibilità nella vita di insegnare, forse non a torto (checchè ne dica il dantista Pasquini, che in una intervista qualche anno fa sintetizzava per lettere meno filmologia e più latino, nel XXI secolo è ragionevole considerare un’ottima opera letteraria latina non tanto dissimile da un ottimo film o un’ottima canzone, specificando che esistono ottimi film e pessime opere di latino e viceversa): Giovanni Moretti, giovane studente romano, figlio di un accademico grecista e fratello di quel che sarebbe diventato uno dei più importanti italianisti e comparativisti letterari mondiali, venuto a Bologna con l’idea di fare il Dams, dopo aver assistito alle polemiche sull’inserimento del latino al Dams, schifato, decise di lasciar perdere. Successivamente divenne un importante regista autore e un bravissimo attore, noto col diminutivo. Qualche romanista (la sensi non ha responsabilità, si intende qualche filologo di romanistica, la disciplina che studia le letterature romanze) forse un po’ troppo hooligan del latino, pensa che il latino non sia morto, ma sia la lingua che parliamo, nè più ne meno, aggiornata ai giorni e alle grammatiche nostre, quel che stupisce è che nel 2008 siamo ancora ancorati a considerare il latinorum di don abbondio lontano da noi, e maggior ragione il greco, lingua della più alta forma di letteratura (inter)nazionale, e ad ancorarci a querelles tra gli antichi e i moderni circa l’inesistente lontananza tra letteratura, cinema, spettacolo, fumetto ecc. in tempi di scuole holden non stupisce che la scuola non insegni l’educazione musicale e non trasmetta la contamporaneità della letteratura, per dirla con uno che i padri li uccideva non solo scrivendo, “io sono una forza della tradizione”, leggi noi, “i primi che si amano sono i poeti e i pittori della generazione precedenteo dell’inizio del secolo: prendono nel nostro animo il posto dei padri restando, però, giovani, come nelle loro fotografie ingiallite. [...]Godi delle tue prime ingenue e testarde esperienze, timido dinamitardo, padrone delle notti libere, ma ricorda che tu sei qui solo per essere odiato, e per uccidere” (Pier Paolo Pasolini, 1968). Questa distinzione tra Catullo, Marziale, Herzog e Ferreri o Schultz e Rino Gaetano non ha un po’ rotto i maroni?Cosa ne pensa l’editorialista di questo spazio??
E’ curioso il fatto che quelli che dicono che il latino non serve a nulla siano poi amanti dello sport.
A che serve correre 5km tre volte alla settimana? A che serve sollevare manubri d’acciaio sempre più pesanti? A che serve nuotare 60 vasche?
A niente, salvo il fatto che chi lo fa è più pienamente umano, e quindi semplicemente più felice, di chi non lo fa.
Il latino sta alla mente come 100 flessioni al giorno stanno al corpo. Trovatemi qualcuno che dica che chi non riesce a farle sta meglio di chi ci riesce e la smettiamo subito con le polemiche e le contropolemiche.
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