La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Non siamo fanatici nazionalisti, ma non si capisce che senso abbia l’emozione sul podio durante l’inno di Mameli quando uno si dice disposto, come si cambia velina, a cambiare passaporto alle prossime olimpiadi se la federazione non gli mette a disposizione il suo allenatore (francese) preferito. Ad Aldo Montano sarebbe giusto ritirare, se non la medaglia olimpica, tutte le onorificenze che sono state attribuite. e in attesa del cambio di passaporto, ritirargli il permesso di soggiorno (agli allenamenti della nazionale).
Leggi la notizia sull’esilio di Aldo Montano
Al congresso dei notai, in corso a Firenze, si è avuta una delle ennesime prove che la matematica è un’opinione. Si deve infatti sapere che tra poco entreranno in attività 840 nuovi notai, un aumento del venti per cento. Senza stare qui a discutere sull’effettiva o non utilità del provvedimento, si vuole solo riportare quanto ha detto il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, e chiedersi se più in generale sia sempre così lucido sulle questioni economiche. Premessa: i notai non vengono pagati dallo Stato, e le loro pensioni maturano con la propria Cassa Previdenziale. Di fronte alla preoccupazione che, in prospettiva, il bilancio della cassa debbe essere gravato di altri 840 notai, il Minsitro, che era in collegamento esterno, ha detto che grazie a questi 840 notai aumenteranno i contributi versati alla Cassa! Capito? Come se le persone dicessero: “ma sì, mi hanno messo un notaio qui a trecento metri…andiamo a comprare una casetta a questo punto, sarebbe da stupidi non farlo”. Così come l’aumento dei medici non farebbe ammalare di più le persone per garantire nuovo lavoro. E’ ovvio che in questi casi il guadagno complessivo rimane immutato ma ne cambia la distribuzione. Ovvio per tutti, fuorchè per un ministro. Cos’è oggi, che si discute di welfare in Consiglio dei Ministri? Che Dio ce la mandi buona.
Francesco Piccolo, “La separazione del maschio” (Einaudi) – In un periodo in cui tanti libri vengono scritti come sceneggiature, pensando già alla traduzione in film, è apprezzabile che uno sceneggiatore di valore come Francesco Piccolo (che lavora con Nanni Moretti) tenga fede alla sua estrazione di scrittore e realizzi un’opera narrativa intensamente letteraria. “La separazione del maschio” (Einaudi), ha una trama strutturalmente semplice, la storia di un uomo che si sente teneramente marito e padre, ma ossessionato dal sesso ed incapace di sensi di colpa si disperde in una serie innumerevole di rapporti erotici e a suo modo sentimentali. Piccolo, piuttosto, usa il cinema a pro della letteratura: e così non solo attribuisce al suo protagonista il lavoro di montatore, ma eleva il montaggio a inesauribile fonte metaforica. Il montaggio è un addestramento alla vita coniugale, perchè il confronto col regista fotogramma per fotogramma è un’esasperazione della vita quotidiana che spinge al reciproco rancore i suoi animatori, chiusi nella gabbia dei dettagli, ma costringe ad un certo punto a recuperare il filo della logica narrativa; il montaggio consente di spezzettare digressivamente il lavoro, in modo che alla fine la delusione per una scena sia compensata dalla soddisfazione per un’altra, come può avvenire per un uomo immerso in esperienze apparentemente contraddittorie ma dal suo punto di vista complementari; il montaggio produce una lenta modifica del film quale era stato girato, prendendo dai fatti “tutto ciò che serviva e cerca di fare meglio, tradendoli se è necessario”, e in questo senso è una quasi-verità: come l’oblio e la menzogna rimodellano, anche con un’unica omissione, i comportamenti inaccettabili. Lo stesso romanzo è una sequenza di fotogrammi, sempre filtrati dall’interpretazione del narratore. E’ un montaggio alla Ejzenstejn, sviluppato per conflitti, vista l’apparente difficoltà di comporre un quadro psicologico individualmente armonico.
E’ in edicola il numero 38, quello di novembre/dicembre, con il quale si conclude questa prima serie di Giudizio Universale. L’editoriale è adeguato all’occasione:
Nel primo numero di questo giornale presentammo ai lettori un nostro codice deontologico. Uno dei suoi punti salienti, fermamente mantenuto nei sin qui tre anni e mezzo di vita della rivista, era che non si recensiscono le opere dei collaboratori.
Non verremo certo meno al nostro proposito in maniera eclatante spendendo elogi per la rivista stessa, e lasciamo ai lettori il compito di giudicare se l’entusiasmo che abbiamo riversato in ogni respiro di Giudizio Universale si sia tradotto in un adeguato appagamento estetico ed intellettuale.
Ma sono dati di fatto che la rivista ha ospitato alcune tra le migliori firme della cultura nazionale e persino internazionale, che ha dato spazio a circa tremila recensioni, che con il meccanismo valutativo dei soli/ombrelli non si è mai nascosta dietro un pigro e diplomatico understatement, che la spigolosità di alcune opinioni non è degenerata in scorrettezza tanto che mai alcuno ha sporto querela o richiesto risarcimenti, che ha offerto opportunità di scrittura a dei giovani senza altra raccomandazione se non il personale talento, che mai ha fatto commercio dell’indipendenza dei suoi articolisti.
E’ possibile che le caratteristiche dei fondatori, per estrazione lontani sia dal mondo editoriale che da quello dell’impresa, abbiano agevolato il rigore dell’impostazione. Alla lunga, tuttavia, dobbiamo riconoscere che continuare a realizzare un periodico, a maggior ragione se cresce nel prestigio e nelle potenzialità, richiede una consistenza strutturale e gestionale che una compagine “leggera” – e i cui membri sono distratti dalle loro professioni – non è in grado di assumere.
Ci stiamo allora muovendo per trasformare, attraverso una partnership significativa, quella che diverrebbe una fase irreversibilmente critica in un’occasione di grande rilancio. In testa abbiamo un progetto che non solo valorizza la rivista al meglio, ripensandola senza nessuno snaturamento, ma che pure estende il marchio di Giudizio Universale oltre quello di un mensile da edicola. Su tale progetto dobbiamo in questo momento concentrare ogni nostra energia e per questo GU deve temporaneamente fermare le rotative. Ci sforzeremo affinché il rientro possa essere veloce e all’altezza delle aspettative dei lettori, che nel frattempo ne avranno notizie in anteprima attraverso il nostro sito, sul quale l’attività proseguirà senza interruzioni.
Va da sé che questo numero non poteva essere proposto allo stesso modo degli altri, e così abbiamo scelto di ripubblicare alcune recensioni: non si tratta però di una semplice antologia bensì un tentativo di riflettere su come l’intelletto critico sia in grado di sottrarsi alla caducità delle mode. Le recensioni scelte risalgono a uno, due o tre anni fa, ma potrebbero essere state redatte quindici giorni or sono. Rileggendole, in un mondo che è abituato a rapidamente consumare e rendere inutilizzabile ciò che produce, e a smentire in continuazione ciò che veniva contrabbandato come evidente, ci si sorprende di quanto conservino la loro vitalità: non vengono fuori come l’ultimo rivolo di dentifricio dal tubetto spremuto ma come il ciclico zampillo di una fontana di piazza.
Quello zampillo che Giudizio Universale tornerà ad essere.
Ieri segnalavo la posizione eretica del teologo Vito Mancuso (per alcuni addirittura rivoluzionario, vista la rigidità degli ambienti ecclesiastici). Ora ho ritrovato questo ampio pezzo sul Foglio di qualche mese fa:
Leggi Eluana e il Padre celeste di Vito Mancuso
Nel drammatico caso di Eluana alcune voci, specialmente quelle che cercavano di liquidare il dramma del padre come la meschinità di un uomo che aspira a sgravarsi di una fastidiosa incombenza quotidiana, avevano il gusto scadente della faciloneria. Tanto più mettevano la maiuscola sul termine Vita, accettando che tale possa essere il residuo larvale che segue un cataclisma biologico, tanto più si coglieva l’assenza della pietas e dell’immedesimazione: che richiedono la capacità di passare dalla Vita alle vite, capacità senza la quale quelle vite sono sempre e solo vite degli altri. Nel quadro delle opinioni cattoliche mi fa piacere riportare la breve e densissima intervista di Vito Mancuso, il teologo che già aveva suscitato qualche mal di pancia negli ambienti ecclesiastico con il suo saggio L’anima e il suo destino.
Di lui avevo parlato scritto qualche mese fa nell’editoriale del numero 30 su Giudizio Universale:
Per chi [...] ha abbandonato Dio potrebbe sembrare inutile leggersi un libro come L’anima e il suo destino di Vito Mancuso, benché il suo autore lo definisca, con apparente ossimoro, un trattato di teologia laica. Se esista o meno il peccato originale è forse questione da addetti ai lavori (ma è coraggioso il cattolico Mancuso quando dice che se Adamo fosse stato così imbecille da cadere di fronte alla prima tentazione si dovrebbe almeno parlare di “difetto di fabbricazione”). Però a Mancuso qualsiasi lettore, agnostico o credente, sarà grato per diverse pagine, e soprattutto per una citazione di Dietrich Bonhoeffer. Autorevoli scienziati sostengono che la nascita dell’universo non è frutto del caso, ma risponde a una naturale evoluzione dell’universo verso l’ordine e la complessità. Siccome però gli scienziati stessi non sono riusciti a dare conto di questa legge, dobbiamo per forza ricorrere a Dio per colmare il vuoto? Il cattolico abitualmente risponde di sì. Mancuso dice di no e cita Bonhoeffer: “Dobbiamo cogliere Dio in ciò che conosciamo, non in ciò che non conosciamo, nelle questioni risolte, non in quelle irrisolte. Dio non è un tappabuchi”. Che è un’affermazione capace di restituire all’uomo, nel contesto degli eventi che lo riguardano, tutta la sua responsabilità.
Leggi l’intervista di Vito Mancuso al Corriere della Sera.

Nello straordinario film di Laurent Cantet, “La classe”, c’è una sequenza che vale come cento documentari sociali e cinquanta saggi di filosofia. La classe in questione è quella di una scuola media parigina di periferia, frequentata da quindicenni quasi tutti immigrati di seconda generazione. Il più irrequieto tra loro, dopo una reazione violenta, viene portato dinanzi al consiglio di disciplina che deve giudicare sulla sua espulsione. Lo accompagna la mamma del Mali che non capisce praticamente una parola di francese, salvo dire buongiorno signore e signori. Il ragazzo si rifiuta di giustificarsi o di interloquire con la commissione, e allora la mamma si fa tradurre da lui quello che dicono, e poi fa la sua perorazione, che costringe il figlio a fare da traduttore, ma in un certo senso da mediatore culturale, tra lei e i giudici. Le cose che la donna dice sono semplici e probabilmente vere: il figlio è un bravo ragazzo, a casa aiuta i genitori e lava i piatti. Dice anche che studia, e questo magari non è vero, ma lei lo crede perché lo vede chiudersi nella sua stanza. Il preside eccepisce che non è in discussione che Soulamayn (così si chiama) sia un buon figlio, bensì il fatto che in classe non è disciplinato, e anzi ostacola l’apprendimento degli altri studenti. La donna rimane con lo sguardo impassibile: è uno sguardo fiero, per nulla sottomesso, irritato dalla certezza che lo svolgimento dei rapporti sociali miri a penalizzare per classismo e razzismo lei e la sua famiglia. Dopo di che riparte con la sua arringa. “Cosa dice?” chiede il preside a Soulamayn. “Lo stesso “ replica lui. E’ una rappresentazione esemplare di un’incomunicabilità disperatamente necessaria, all’interno della quale alla donna rimarranno incomprensibili e pregiudizialmente ostili le ragioni dell’espulsione: è una situazione in cui è assurdo a priori pensare, come tradizionalmente si pensava, che la scuola e la famiglia possano essere due percorsi educativi in qualche modo convergenti.
Per ogni reato, salvo i più gravi, stabilisci una pena alternativa.

Nel post qui sotto si rifletteva sull’assurdità della pena carceraria per chi getta in strada i rifiuti ingombranti. Ma in Italia l’impiego delle misure alternative sembra decisamente in disuso, e a quanto pare lo sarà sempre più: è infatti in discussione il ddl Berselli-Balboni “in materia di permessi premio e di misure alternative alla detenzione”. Su Ristretti.it viene analizzato e spiegato nei dettagli da Angelo Ferrarini, mentre qui c’è il commento di Vincenzo Andranous (un detenuto condannato all’ergastolo, che ha già scontato 33 anni di carcere).
Inoltre sull’argomento circola da alcuni mesi l’appello “Salviamo la Gozzini“.
Le nuove misure del governo prevedono da sei mesi a tre anni di reclusione per chi abbandona rifiuti ingombranti per strada (solo in Campania, peraltro). Chi va con le prostitute, chi guida dopo avere bevuto, che scarica i rifiuti…benchè le carceri siano piene, ogni giorno arriva dal Governo un suggerimento per riempirle di più. La partenza del decreto sul carcere per chi scarica i rifiuti in Campania ha scatenato reazioni legate soprattutto al difetto di costituzionalità: e indubbiamente non ha senso che a Roma o Venezia si possa fare più o meno tranquillamente ciò che è vietato in Campania. La questione va però pensata anche da un altro punto di vista: si tratterebbe di un’ottima occasione per cominciare a sperimentare un sistema sanzionatorio che releghi il carcere a ipotesi residuale, puntando piuttosto ad applicare a carico dei trasgressori la pena alternativa di un servizio sociale volto a far riflettere al reo sul disvalore della condotta. Tanto per dire, in un caso come questo, lavorare per un mese alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti stessi.




