La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento

Nello straordinario film di Laurent Cantet, “La classe”, c’è una sequenza che vale come cento documentari sociali e cinquanta saggi di filosofia. La classe in questione è quella di una scuola media parigina di periferia, frequentata da quindicenni quasi tutti immigrati di seconda generazione. Il più irrequieto tra loro, dopo una reazione violenta, viene portato dinanzi al consiglio di disciplina che deve giudicare sulla sua espulsione. Lo accompagna la mamma del Mali che non capisce praticamente una parola di francese, salvo dire buongiorno signore e signori. Il ragazzo si rifiuta di giustificarsi o di interloquire con la commissione, e allora la mamma si fa tradurre da lui quello che dicono, e poi fa la sua perorazione, che costringe il figlio a fare da traduttore, ma in un certo senso da mediatore culturale, tra lei e i giudici. Le cose che la donna dice sono semplici e probabilmente vere: il figlio è un bravo ragazzo, a casa aiuta i genitori e lava i piatti. Dice anche che studia, e questo magari non è vero, ma lei lo crede perché lo vede chiudersi nella sua stanza. Il preside eccepisce che non è in discussione che Soulamayn (così si chiama) sia un buon figlio, bensì il fatto che in classe non è disciplinato, e anzi ostacola l’apprendimento degli altri studenti. La donna rimane con lo sguardo impassibile: è uno sguardo fiero, per nulla sottomesso, irritato dalla certezza che lo svolgimento dei rapporti sociali miri a penalizzare per classismo e razzismo lei e la sua famiglia. Dopo di che riparte con la sua arringa. “Cosa dice?” chiede il preside a Soulamayn. “Lo stesso “ replica lui. E’ una rappresentazione esemplare di un’incomunicabilità disperatamente necessaria, all’interno della quale alla donna rimarranno incomprensibili e pregiudizialmente ostili le ragioni dell’espulsione: è una situazione in cui è assurdo a priori pensare, come tradizionalmente si pensava, che la scuola e la famiglia possano essere due percorsi educativi in qualche modo convergenti.
D’altronde la reazione di Soulamayn era iniziata quando aveva saputo che il professore di lettere, protagonista del film, nel consiglio scolastico lo aveva definito “limitato”. In realtà il professore lo aveva fatto per difenderlo da alcuni suoi colleghi, che volevano evidenziare sulla pagella del trimestre la cattiva condotta; e la sua linea del Piave, discutibile ma certamente protettiva, era stata più o meno: ma non è che va male perché non vuole impegnarsi, è scolasticamente limitato. Le due rappresentanti di classe, che hanno riso come due idiote (o “sgallettate” come le apostroferà il professore) per tutta la durata del consiglio, riportano l’espressione a Soulamayn, che ne rimane ferito. Ora, si potrebbe dire che l’equivoco nasca dall’avere estrapolato la frase dal suo contesto: ma il problema che si percepisce è che quel contesto sarebbe comunque insignificante per ragazzi di quell’età e di quel disagio, abituati a una franchezza rude e vittimista, che farebbe strame dell’appeseament di un adulto che cerca, con un compromesso veicolato da ampi cedimenti agli avversari (il professore non pensava affatto che Soulamayn fosse limitato), di ottenere un risultato mediocre e ragionevole.
Dal punto di vista cinematografico il film è perfetto, e questa perfezione è raggiunta, proprio mentre si discute del sistema scolastico, con l’utilizzazione del sistema scolastico: i ragazzi, infatti, sono studenti veri che hanno recitato in incontri settimanali col regista durati un anno, quasi si trattasse di un corso come un altro. In questo senso è un film metascolastico. Il professore stesso è un ex professore vero, ed è l’autore del libro diaristico da cui è stato tratto il film. Di lui, inteso come protagonista della “Classe” non si sa nulla di biografico, e se ne apprendono solo i dati caratteriali manifestati dentro la scuola. Un uomo onesto, con qualche forma di supponenza e provocatoria petulanza, fortemente immerso nel senso della propria funzione, talvolta inadeguato e superficiale nelle risposte quando il confronto con gli studenti lo mette in gioco personalmente, ma ciononostante egualmente consapevole del fatto che senza mettersi in gioco non ha nessuna possibilità di trasmettere e formare, e dunque disposto quotidianamente a pagare questo dazio. Non a caso il piano su cui più facilmente si sviluppano i discorsi con i ragazzi sono quelli del “rispetto”. Benché ne abbiano una prospettiva diversa da quella scolastica, i ragazzi lo rivendicano continuamente e vigorosamente per sé, e avvertono che la scuola è comunque un punto centrale e critico nell’elaborazione di questo concetto, e forse è questo ciò che ancora li lega in qualche modo ad essa.
Il film, che si svolge quasi interamente nella classe, è un continuo parlato sovrapposto. Eppure l’abilità del maestro riconduce sempre questo brulichio verbale a un filo unitario, e offre in questo modo, anche simbolicamente, il valore insostituibile della scuola rispetto alle altre forme di apprendimento e socializzazione.
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