La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento



December, 2008

Il Fermacarte
December 31st, 2008


Quasi certamente conoscerete già il banner qui sopra, che campeggia ormai da tempo sulle pagine dell’enciclopedia libera. Qui l’appello del fondatore Jimmy Wales, dove spiega: “Noi abbiamo un piccolo numero di dipendenti stipendiati, solo ventitré”, e “Le nostre spese annuali sono meno di sei milioni di dollari”.

Solo sei milioni? Un affarone, si potrebbe dire. Qui comunque si spiega come verranno spesi i soldi, e si mostrano addirittura i bilanci degli anni passati: con una trasparenza che dovrebbe essere da modello per tutti, e tuttavia non è sufficientemente dettagliata da fugare ogni dubbio. Alcuni ex dipendenti parlano infatti di una gestione finanziaria un po’ allegra, facendo riferimento fra l’altro a cene da 1300 dollari. A tutto questo si aggiunge il sexgate che vide protagonista lo stesso Wales – accusato di avere indebitamente “protetto” la voce relativa ad una giornalista tv con la quale aveva avuto una relazione. Poi Wales è rimasto al suo posto, ma a questo punto che affidabilità potrà avere Wikipedia su quel particolare tema?

D’altra parte, la scelta di ricorrere al finanziamento volontario va a configurare una sorta di “mecenatismo dal basso” che ultimamente (in particolare con la campagna elettorale di Obama) si sta dimostrando un modello sempre più efficace. Che in questo caso consentirebbe a Wikipedia di continuare ad esistere senza la pubblicità, e senza dunque alcun sospetto di condizionamento economico.

Sullo stesso argomento:

Leggi l’articolo del New York Times

Leggi l’articolo di Jaime D’Alessandro su repubblica.it

Leggi il post di Dario Salvelli

Leggi l’articolo de ilgiornale.it



*

Il Fermacarte
December 30th, 2008


In questi giorni su La Stampa c’è una discussione sulle possibili misure da adottare contro l’affollamento delle carceri italiane. Oggi Diego Novelli (ex sindaco di Torino) scrive una lettera nella quale ricorda un esperimento risalente agli anni 80, ma la cui idea mi sembra ancora valida:

[...] un gruppo di operatori sociali del Comune di Torino con volontari della San Vincenzo, operanti nella casa circondariale, presentarono uno studio che consentiva in 6-7 mesi di alleggerire di circa 300 unità la popolazione delle carceri torinesi. Una commissione insediata dal Comune, formata da architetti, sociologi, giuristi e operatori sociali metteva a punto un progetto esecutivo sia per la parte edilizia, sia per le modifiche riguardanti i codici, con dettagliato esame dei costi di realizzazione e di gestione. Si trattava di realizzare in città dieci Case di custodia (una per circoscrizione) con 30-40 posti letto. La scelta degli edifici riguardava case pubbliche e private da ristrutturare o già costruite ma ancora sfitte o invendute. Con poche modifiche interne si realizzavano camere (due-tre letti) e servizi collettivi (mensa, palestra, sala di svago, servizi igienici, cucina).
Le misure di sicurezza erano minori che in un normale carcere, con una drastica riduzione dei costi [...]

Novelli racconta nei particolari questo progetto, che però dopo il cambio di amministrazione non fu realizzato. Tempo dopo, con Alfredo Biondi ministro della Giustizia, se ne riparlò, ma ancora senza successo; mentre oggi il clima è ben diverso, e Novelli chiude la sua lettera avvertendo: “La cultura di rinchiudere chi sgarra e di buttar via la chiave non appartiene a una società civile”.

Leggi la lettera di Diego Novelli a La Stampa

(fonte img)



*

Il Fermacarte
December 29th, 2008


“Se cessiamo di essere una nazione” si intitolava un noto libro dello storico Gian Enrico Rusconi, pubblicato all’inizio degli anni Novanta. “Se cessiamo di essere una nazionale” potrebbe aver nome un volume dei giorni nostri a commento dei recenti esempi di disaffezione alla maglia sportiva della propria nazione. Disaffezione, si noti, che non è meramente egoistica ma ideologica e sbandierata. Hanno cominciato gli schermitori Montano e Tagliarol a ipotizzare tranquillamente che se la Federazione non li fa allenare dal loro trainer preferito si vanno a prendere un altro passaporto. Solo qualche anno fa, la minaccia tutt’al più sarebbe stata: se non mi accontentate mi ritiro. In queste ora Amauri ci annuncia, senza vergogna, che per lui l’importante è giocare in una nazionale, una qualsiasi: se lo chiama prima il Brasile ( che confessa preferirebbe) bene, se lo chiama prima l’Italia bene lo stesso. Ma l’hanno capito questi signori che le gare per nazionali si fanno per le nazionali e non per loro, e si fanno sul presupposto che i giocatori che compongono una nazionale abbiano un legame effettivo e infungibile con il paese che rappresentano? Che l’ambaradan pubblicitario delle Olimpiadi non è ancora un baraccone da fiera giusto perché i partecipanti non scelgono la squadra che offre di più ma con il loro gesto atletico dicono qualcosa che riguarda il paese in cui sono nati? Si obietterà che il fenomeno degli oriundi non esiste da ieri, e che uno (Camoranesi) gioca tuttora nell’Italia e ha contribuito a vincere i mondiali. Ma il più delle volte la nazionalizzazione dell’oriundo, o dell’immigrato (Fiona May, per esempio) è stata il frutto di un preventivo ed effettivo inquadramento nella comunità nazionale, al termine del quale l’atleta gareggiava per il paese che sentiva suo. Sarà pure stata ipocrisia, in qualche caso, ma c’è sempre un salto di qualità quando dal trucchetto ipocrita (che riconosce pur sempre, nel suo camuffarsi, la subordinazione alla regola) si passa all’aperta teorizzazione. Per quanto mi riguarda, se chiamasse il super-patriota Amauri, sarei curioso di vedere se Lippi avrebbe ancora la faccia di chiudere la porta a Totti perché, con il suo capriccio di non volersi spaccare le consunte ginocchia giocando anche le amichevoli, ha dimostrato poco sentimento per la nazionale. Per la cronaca, Totti non è solo uno che non è andato a chiedere il passaporto in Argentina (come il ciclista Rebellin), ma è l’unico calciatore italiano che non ha mai abbandonato il club della sua città, e che per questa scelta ha vinto la quarta parte di quanto avrebbe potuto.

Argomenti:
Categoria: Il Fermacarte
Commenti


*

Il Fermacarte
December 21st, 2008


Alla voce “direttore orchestra gatti”:

Leggi il post su Daniele Gatti

Argomenti:
Categoria: Il Fermacarte
Un Commento


*



Nel filmato qui sopra Giulio Ferroni, critico letterario e firma di Giudizio Universale, recensisce “Stanno uccidendo i notai”.



*

Appuntamenti
December 17th, 2008


Segnalo che questa mattina a Ferrara si tiene un incontro sul tema: “Il garante dei diritti delle persone private di libertà personale”. L’evento si tiene nella Sala dell’Arengo in Comune, e sarà un confronto di esperienze fra i garanti di Ferrara, Bologna, Firenze e Milano.

In effetti si tratta di una figura recente e ancora poco conosciuta: su Ristretti.it c’è però un’accurata rassegna che permette di ripercorrere tutta la storia della sua introduzione in Italia, da quando era soltanto una proposta alla situazione attuale.

Argomenti:
Categoria: Appuntamenti
Commenti


*

Articoli, Il Fermacarte
December 14th, 2008


Francesco Durante, “Scuorno” (Mondadori) - A Napoli neppure le maleparole sono più quelle di una volta. L’idea di concentrarsi (anche) su quest’indicatore per riflettere sulla decadenza della città è contenuta nel colto e piacevole “Scuorno” di Francesco Durante, un saggio scritto con un andamento narrativo, edito da Mondadori. Durante scrive che pure la carica vitale e sboccata del dialetto è scivolata in “un’afasia che va verso l’adozione di un linguaggio minimale”. Ricordo che una parola come “cazzimma” veniva presa a modello nei corsi di linguistica, per quanto complesse sono le sue sfumature, che la rendono persino insuscettibile di traduzione letterale. Oggi “sfaccimma” o “bucchì” sono intercalari oppure tappabuchi per tutte le occasioni (come capita nella lingua laotiana, dove alcune parole assumono una quantità grottesca di possibili significati), suscettibili di indicare spregio o ammirazione per effetto di una minima variazione di tono. Viene forse a cadere l’ultimo già debole anello di contatto tra il proletariato e la borghesia napoletana, che sapeva usare la sconcezza verbale dandole il lustro di un vezzo aristocratico. Pure le maleparole ormai sono una chiavica. Oppure sono munnezza, epiteto piuttosto trendy. (Adottato persino da una pubblicità municipale a difesa della città. “Munnezza a chi?” c’era scritto. Il sociologo Mimmo De Masi mi raccontava che si era immediatamente dimesso da assessore per non sottoscrivere questa pubblicità. “Come munnezza a chi?- ripeteva con la sua trascinante teatralità- “A te! possono rispondere. Come uno cecato che dice: Cecato a chi?”).
In tributo della bella volgarità di una volta, si trascrive a seguire una poesia del Marchese di Caccavone (1798-1873).

Taniello ch’ave scrupole
Mò che se vo’ nzorà
Piglia e da Frà Liborio
Va pe’ se confessà
Patre- le dice- i’ roseco
E pe niente me ‘mpesto
Ma po’ dico o’ rosario
E chello va pe chesto
Patre, ‘ncuollo a le ffemmene
Campo e ‘ncopp a nù burdello
Me sento messe e prediche
E chesto va pe chello
Jastemmo, arrobbo…’O prossimo
Spoglio e le dongo o’ riesto
Ma po’ faccio a’ llemosina
E chesto va pe chello
E mo Patre, sentitela,
St’urtema cannonata:
la sora vostra Briggeta,
me l’aggio ‘nzaponata…
Se vota Fra Liborio:
Guagliò, tu sì Taniello?
I’ me ‘nzapono a mammeta
E chesto va pe chello!

Argomenti:
Categoria: Articoli, Il Fermacarte
Commenti


*

Ospiti
December 12th, 2008


[Con questo inauguriamo una nuova sezione dedicata ad ospitare i contributi esterni. Si comincia con Massimo Balducci, collaboratore di Giudizio Universale]

Fino ad oggi, il Teatro alla Scala si è salvato dal rischio default che coinvolge ormai quasi tutti i teatri lirici italiani. Ma nessuno è così al sicuro da potersi permettere investimenti artistici azzardati: per questo è abbastanza allarmante che gli ultimi rumors diano Daniele Gatti favorito per il posto di direttore musicale (come successore di Daniel Barenboim). Il Teatro alla Scala, che tre anni fa si è permesso di cacciare a calci nel sedere un certo Riccardo Muti, sarebbe dunque sul punto di mettersi nelle mani del peggiore direttore d’orchestra che abbia calcato il suo palco. Non è bastata la prima della vergogna, dunque, per aprire le orecchie sul baratro incombente.

Ovviamente non ci interessa la famigerata sostituzione all’ultimo minuto del tenore inetto, che comunque è stata una mossa tutt’altro che brillante – perché se era inetto dovevano accorgersene prima, e se non lo era non dovevano cancellarlo con una pecetta manco fosse un epurato del Pcus – e il fatto che tali episodi siano “normali” nell’opera, come minimizza Lissner, non è che sia in effetti una gran giustificazione.

Ma il punto è un altro. Premesso che abbiamo sentito il Don Carlo per radio, l’impressione è che stavolta Gatti non sia riuscito a fare suonare male l’orchestra – come gli capita di solito – ma l’abbia comunque condotta alla performance più flaccida e smusicalizzata da molte prime a questa parte. Se c’è una cosa che un direttore d’opera dovrebbe saper fare è coordinare le voci con l’orchestra, mentre qui siamo davanti ad uno che ha seri problemi a coordinare già l’orchestra da sola. L’armonia che ne esce fuori ricorda quella che regna fra i cacicchi del Pd, e il leader dimostra altrettanta autorevolezza: del resto i livelli di suono costantemente sballati, il polso inesistente e la rozzezza da elefante, sono le principali doti stilistiche del probabile (Dio ce ne scampi) futuro direttore stabile della Scala. Nell’ambiente musicale è nota a tutti, e da anni, l’imbarazzante inadeguatezza del Maestro perfino a realtà molto meno eccelse (come Bologna). Il fatto che venga scelto per guidare l’evento di punta di un teatro che potrebbe avere tutti i direttori che vuole – e si sceglie consapevolmente il meno capace – si spiega solo con la rincorsa all’effetto facile, al wall of sound superfluo, allo sfoggio di muscoli che prevale sulla definizione del dettaglio. Tutte cose in cui effettivamente Gatti eccelle, e che del resto compensano la povertà delle scenografie imposta dalla crisi economica.

Certo, se i giornalisti ascoltassero le opere invece dell’applausometro, avrebbero potuto accorgersene già da un pezzo. E invece c’è voluto che Daniele Gatti fosse sommerso di fischi nella serata più importante della sua carriera, perché si interrompesse la gara a chi spara l’elogio più grosso. La cronaca del Corriere della Sera prende per buona la versione ufficiale, secondo la quale le contestazioni sarebbero opera degli amici del tenore scartato (deve averne tanti, allora). Il sospetto che fossero pienamente meritate pare non sfiorarli, potrebbe mettere a repentaglio il sonno delle orecchie. Del resto anche Gatti dorme sonni tranquilli, dice infatti che anche Verdi fu fischiato e tanto gli basta: almeno in autostima, nulla da invidiare a Muti.

(fonte img)

Argomenti:
Categoria: Ospiti
6 Commenti


*

Il Fermacarte
December 10th, 2008


In questa fase sabbatica di Giudizio Universale, c’era davvero bisogno di qualcuno che riempisse il vuoto creatosi nel mondo della critica. Ed eccolo qui infine:

Il Ministro per i beni e le attività culturali, Sen. Sandro Bondi, inaugura questa rubrica dedicata alla recensione di libri, soprattutto quelli editi dalle piccole case editrici, realtà preziose per la divulgazione della cultura nel nostro Paese. “Credo sia un dovere istituzionale promuovere e sostenere le piccole e medie case editrici e più in generale la divulgazione del libro”.

Si avvicina la fine per il monopolio culturale della sinistra?

Vai alla pagina del MIBAC contenente le recensioni di Sandro Bondi

(fonte img)

Argomenti:
Categoria: Il Fermacarte
Commenti


*



Il blog Sport e dintorni cita una pagina del mio libro, in cui si parla delle teorie fallocentriche sul calcio:

Suggestiva è l’ipotesi che il legame tra i gruppi maschili in competizione per il gol sia di tipo libidico, e che il gol, nel suo infilare il pallone nella porta, si configuri come l’appropriazione sessuale della donna. Con le spiegazioni fallocentriche, tuttavia, talvolta si esagera: anche la rammendatrice infila l’ago nella cruna eppure nessuno ha mai sostenuto che ciò sottintenda alcunché. D’altronde, non osiamo immaginare cosa, coloro che con troppa semplicità parificano calcio e sesso, pensino della rincorsa nel salto con l’asta. Indubbiamente, ma ciò è cosa diversa, il calcio, essendo praticato da gruppi maschili giovani e in salute, ha accolto nel suo linguaggio certi lapsus viriloidi, come penetrare la difesa e violare la porta.

L’autore del post raffronta inoltre questo passo con il fallocentrismo di Gianni Brera, suscitando un vivace dibattito nei commenti. Dell’equiparazione fra sesso e calcio si parla anche qui e qui.



*


(disegno originale di Guido Scarabottolo)