Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
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Rassegna Stampa
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Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
[Con questo inauguriamo una nuova sezione dedicata ad ospitare i contributi esterni. Si comincia con Massimo Balducci, collaboratore di Giudizio Universale]
Fino ad oggi, il Teatro alla Scala si è salvato dal rischio default che coinvolge ormai quasi tutti i teatri lirici italiani. Ma nessuno è così al sicuro da potersi permettere investimenti artistici azzardati: per questo è abbastanza allarmante che gli ultimi rumors diano Daniele Gatti favorito per il posto di direttore musicale (come successore di Daniel Barenboim). Il Teatro alla Scala, che tre anni fa si è permesso di cacciare a calci nel sedere un certo Riccardo Muti, sarebbe dunque sul punto di mettersi nelle mani del peggiore direttore d’orchestra che abbia calcato il suo palco. Non è bastata la prima della vergogna, dunque, per aprire le orecchie sul baratro incombente.
Ovviamente non ci interessa la famigerata sostituzione all’ultimo minuto del tenore inetto, che comunque è stata una mossa tutt’altro che brillante – perché se era inetto dovevano accorgersene prima, e se non lo era non dovevano cancellarlo con una pecetta manco fosse un epurato del Pcus – e il fatto che tali episodi siano “normali” nell’opera, come minimizza Lissner, non è che sia in effetti una gran giustificazione.
Ma il punto è un altro. Premesso che abbiamo sentito il Don Carlo per radio, l’impressione è che stavolta Gatti non sia riuscito a fare suonare male l’orchestra – come gli capita di solito – ma l’abbia comunque condotta alla performance più flaccida e smusicalizzata da molte prime a questa parte. Se c’è una cosa che un direttore d’opera dovrebbe saper fare è coordinare le voci con l’orchestra, mentre qui siamo davanti ad uno che ha seri problemi a coordinare già l’orchestra da sola. L’armonia che ne esce fuori ricorda quella che regna fra i cacicchi del Pd, e il leader dimostra altrettanta autorevolezza: del resto i livelli di suono costantemente sballati, il polso inesistente e la rozzezza da elefante, sono le principali doti stilistiche del probabile (Dio ce ne scampi) futuro direttore stabile della Scala. Nell’ambiente musicale è nota a tutti, e da anni, l’imbarazzante inadeguatezza del Maestro perfino a realtà molto meno eccelse (come Bologna). Il fatto che venga scelto per guidare l’evento di punta di un teatro che potrebbe avere tutti i direttori che vuole – e si sceglie consapevolmente il meno capace – si spiega solo con la rincorsa all’effetto facile, al wall of sound superfluo, allo sfoggio di muscoli che prevale sulla definizione del dettaglio. Tutte cose in cui effettivamente Gatti eccelle, e che del resto compensano la povertà delle scenografie imposta dalla crisi economica.
Certo, se i giornalisti ascoltassero le opere invece dell’applausometro, avrebbero potuto accorgersene già da un pezzo. E invece c’è voluto che Daniele Gatti fosse sommerso di fischi nella serata più importante della sua carriera, perché si interrompesse la gara a chi spara l’elogio più grosso. La cronaca del Corriere della Sera prende per buona la versione ufficiale, secondo la quale le contestazioni sarebbero opera degli amici del tenore scartato (deve averne tanti, allora). Il sospetto che fossero pienamente meritate pare non sfiorarli, potrebbe mettere a repentaglio il sonno delle orecchie. Del resto anche Gatti dorme sonni tranquilli, dice infatti che anche Verdi fu fischiato e tanto gli basta: almeno in autostima, nulla da invidiare a Muti.
6 Responses to “Il peggiore direttore d’orchestra del mondo”
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[...] Leggi il post su Daniele Gatti [...]
Sono completamente d’accordo con l’autore dell’articolo. Gatti mi sembra un direttore che decide le sue scelte a tavolino, senza tener conto dell’effettiva realtà (orchestra e voci) che si trova davanti. Ho ascoltato una sua “Nona” di Mahler a Firenze decisamente imbarazzante. Tutto era estremizzato e privo di equilibrio. In questo senso Pappano, Chung o Chailly mi sembrano nomi molto più adatti alla Scala, anche se nessuno di loro riesce ad uguagliare, neppure alla lontana, la sensibilità e il livello tecnico di Riccardo Muti, una bacchetta grandissima, allontanata in modo irresponsabile. E la tragica crisi in cui versa La Scala, una crisi che dura da quattro anni e di cui non si vede la fine, lo conferma ogni giorno di più.
Marco Ninci
[...] Il pezzo di oggi è di Massimo Balducci (il suo intervento precedente qui). [...]
Il redattore del su citato articolo è un somaro con tanto di orecchie, oltre che un ‘evidente nemico di Gatti….chissà chi lo manda…..mah!
Anche se purtroppo privo di cultura musicale un pochino approfondita, sono un mahleriano sfegatato. E col tempo una certa cultura riguardo alla musica me la sono fatta da solo. Un giorno ho avuto la ventura di ascoltare, forse sulla filodiffusione, la Quarta diretta da Daniele Gatti. Mai sentito niente di meno mahleriano in vita mia, da fare fatica a convincersi che fosse davvero una sinfonia di Mahler. Lontana anni luce dalle interpretazioni di altri direttori, anche se non mahleriani eccelsi.
Postilla, mio figlioccio, diplomato in basso tuba al Conservatorio di Torino, attualmente carabiniere a Milano dove suona nella banda ma non solo, è anche richiesto per concerti da svariate orchestre, fra le quali la Sinfonica della RAI, mi ha raccontato questo aneddoto. Mentre Daniele Gatti stava provando non ricordo cosa con la New York Shimphony Orchestra, neanche alla fine della prima prova il primo volino si era alzato e se n’era andato, invitando gli altri orchestrali a fare altrettanto. Alla seconda prova non si era presentato nessuno, i componenti dell’orchestra gli avevano semplicemente
fatto trovare sul leggìo il compenso per la prima prova e un biglietto aereo di ritorno…
Mi sono fatto rinfrescare la memoria, per cui rettifico quanto scritto a proposito delle prove di Daniele Gatti con l’orchestra americana. Non era la New York ma la Chicago, si provava la Quinta di Mahler, ad alzarsi e andarsene invitando gli altri orchestrati a fare altrettanto non era stato il primo violino ma la prima tromba, alla seconda prova sul leggìo gli avevano fatto solo trovare il biglietto aereo di ritorno.