La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



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Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




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Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




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Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




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Articoli, Il Fermacarte
December 14th, 2008


Francesco Durante, “Scuorno” (Mondadori) - A Napoli neppure le maleparole sono più quelle di una volta. L’idea di concentrarsi (anche) su quest’indicatore per riflettere sulla decadenza della città è contenuta nel colto e piacevole “Scuorno” di Francesco Durante, un saggio scritto con un andamento narrativo, edito da Mondadori. Durante scrive che pure la carica vitale e sboccata del dialetto è scivolata in “un’afasia che va verso l’adozione di un linguaggio minimale”. Ricordo che una parola come “cazzimma” veniva presa a modello nei corsi di linguistica, per quanto complesse sono le sue sfumature, che la rendono persino insuscettibile di traduzione letterale. Oggi “sfaccimma” o “bucchì” sono intercalari oppure tappabuchi per tutte le occasioni (come capita nella lingua laotiana, dove alcune parole assumono una quantità grottesca di possibili significati), suscettibili di indicare spregio o ammirazione per effetto di una minima variazione di tono. Viene forse a cadere l’ultimo già debole anello di contatto tra il proletariato e la borghesia napoletana, che sapeva usare la sconcezza verbale dandole il lustro di un vezzo aristocratico. Pure le maleparole ormai sono una chiavica. Oppure sono munnezza, epiteto piuttosto trendy. (Adottato persino da una pubblicità municipale a difesa della città. “Munnezza a chi?” c’era scritto. Il sociologo Mimmo De Masi mi raccontava che si era immediatamente dimesso da assessore per non sottoscrivere questa pubblicità. “Come munnezza a chi?- ripeteva con la sua trascinante teatralità- “A te! possono rispondere. Come uno cecato che dice: Cecato a chi?”).
In tributo della bella volgarità di una volta, si trascrive a seguire una poesia del Marchese di Caccavone (1798-1873).

Taniello ch’ave scrupole
Mò che se vo’ nzorà
Piglia e da Frà Liborio
Va pe’ se confessà
Patre- le dice- i’ roseco
E pe niente me ‘mpesto
Ma po’ dico o’ rosario
E chello va pe chesto
Patre, ‘ncuollo a le ffemmene
Campo e ‘ncopp a nù burdello
Me sento messe e prediche
E chesto va pe chello
Jastemmo, arrobbo…’O prossimo
Spoglio e le dongo o’ riesto
Ma po’ faccio a’ llemosina
E chesto va pe chello
E mo Patre, sentitela,
St’urtema cannonata:
la sora vostra Briggeta,
me l’aggio ‘nzaponata…
Se vota Fra Liborio:
Guagliò, tu sì Taniello?
I’ me ‘nzapono a mammeta
E chesto va pe chello!

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