La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento



December, 2008



A proposito di politica e marketing, SindacoSpa cita Contro il target:

Ugo Sposetti, che gestiva i cordoni della borsa nei Democratici di Sinistra prima che questi confluissero nel Partito Democratico, sul Riformista di sabato scorso si dice preoccupato da “questo riformismo che ha come retropensiero l’atteggiamento pernicioso e snob per cui il popolo sia da educare, da formare”. Preoccupazione sacrosanta se viene dalla memoria delle tentazioni pedagogiche del socialismo reale.
Ma quella memoria non dovrebbe far dimenticare la distinzione tra un autista e una guida: il primo non ha alcuna responsabilità sul traguardo e sulla strada da fare per arrivarci; il secondo ne assume sia sul traguardo che sul percorso. Insomma, c’è differenza tra “comprendere l’orientamento” e “orientare la comprensione”, come dice Remo Bassetti nel geniale Contro il target (Bollati Boringhieri). In altre parole: in politica ci si può limitare a promettere al proprio target quello che già vuole? “Fare politica” non dovrebbe comportare un ruolo attivo nella società per orientarne la sensibilità e la direzione del cambiamento? I grandi partiti di massa non hanno forse contribuito a fare progredire il Paese promuovendo maggiore consapevolezza sociale e culturale in modo trasversale a tutte le classi?
Si può cercare un equilibrio vincente tra promesse “popolari” (quello che le imprese chiamano marketing) alla competizione elettorale e la promozione di uno specifico modello (quello che le stesse imprese chiamano consumer education), un modello sociale capace di offrire maggiore benessere a una quota crescente della popolazione [...].

Leggi l’articolo su SindacoSpa

(fonte img)



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L'appello del mese
December 6th, 2008


Stabilisci un prezzo per l’indipendenza di Giudizio.

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Articoli, Il Fermacarte
December 5th, 2008


Adriano Prosperi, “Giustizia bendata” (Einaudi) - Il problema della giustizia, da sempre, è il falso in bilancia. Il più classico degli strumenti di peso, infatti, si accompagna alla tradizionale iconografia della giustizia, a rivendicarne l’equilibrio. Ma ci sono state epoche e luoghi in cui per esplicitare la neutralità e saggezza del giudicare si è fatto ricorso a immagini diverse, e il dotto Adriano Prosperi ne dà puntuale conto nella “Giustizia bendata” (Einaudi). Tra questi simboli proprio la benda è il più sorprendente. In Italia non ha mai attecchito, però nella Germania riformata cominciarono nel Cinquecento a circolare quadri e incisioni che ritraevano la figura femminile della Giustizia con gli occhi coperti. Si trattava di una precisa congiuntura storica, poiché il diritto comune scritto stava sostituendo quello consuetudinario. Alcuni guardarono a questa fase come l’avvento del caos, e la benda era un modo satirico per sbeffeggiarla; ma, nello stesso periodo, prese piede un filone opposto, per il quale la forzata cecità era la migliore garanzia di terzietà. Non è da escludere che quest’ultima corrente sia stata un’abile e pronta appropriazione di quella antagonista, cronologicamente anteriore. Un po’ come quando Craxi cominciò a scrivere sull’Avanti gli editoriali col soprannome Ghino di Tacco che gli era stato spregiativamente affibbiato da Eugenio Scalfari.
I dipinti e disegni italiani, peraltro, ritraggono non di rado la giustizia con lo sguardo che oltrepassa gli osservati oppure rivolto verso il cielo, ad attendere l’indicazione divina, disinteressata allo scenario caotico che le si para davanti (peccato che tra le tante riproduzioni proposte dall’autore manchi l’Allegoria della giustizia di Luca Giordano, del 1570 e conservata a Budapest, che è forse la più complessa opera su questo aspetto del tema. E vi figura anche un putto bendato).
L’assenza dello sguardo sulle cose serve a conferire alla giustizia un volto sgombro dalla collera e dalla passione. Ma in questo modo si confonde tra giustizia e giudizio. Spesso si ritiene che la domanda alla base della giustizia sia: come deve essere il giudizio? E la risposta è: equilibrato e imparziale, alieno da emozioni. Senochè la giustizia nasce da una domanda logicamente precedente: perché si deve pronunciare un giudizio? Nella scelta di giudicare c’è proprio una volontà di schierarsi che è guidata dalla passione, dall’empatia, dalla rottura dell’equidistanza. A nulla di questo somiglia la giustizia dei giorni nostri, stanca e algida macchina amministrativa. Bendata, o forse con un paio di ray-ban.

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Il Fermacarte
December 4th, 2008


Vai al sito di Giudizio Universale



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Il Fermacarte
December 3rd, 2008


Come ormai consuetudine, riepilogo i temi trattati nel mese appena trascorso:

- 1 novembre, “Il falò delle facoltà”: rassegna di articoli sulla riforma universitaria

- 5 novembre: l’America volta pagina, ma in Italia abbiamo avuto “Il precursore”

- 6 novembre, “L’enalotto del notaio”: l’altra sera da Vespa le hanno sparate un po’ grosse

- 7 novembre, “La casta all’amatriciana”: sul blog di Grillo compaiono le cazzate di Aldo Giannuli, “docente di storia contemporanea”

- 8 novembre, “Il caso Coppertone”: la posizione ufficiale del governo Italiano sul nuovo presidente Usa non è passata inosservata. Rassegna degli articoli sull’argomento, ripresa anche in diretta dai ragazzi di B-Radio

- 10 novembre, “Forse stiamo un po’ esagerando”. Arriva un decreto legge che prevede fino a tre anni di carcere per chi abbandona rifiuti ingombranti per strada. Ma vale solo per la Campania.

- 13 novembre, “Misure alternative”. Ormai non passa giorno senza che si trovino nuovi motivi per riempire le carceri (che già straboccano). E le proposte della maggioranza tendono a ridurre sempre più il ricorso alle misure alternative.

- 14 novembre, si inaugura lo spazio recensioni con “La classe” di Laurent Cantet: un esempio di “Cinema metascolastico”

- 18 novembre, “Le vite degli altri”. In tutto il dibattito sul caaso Englaro, si è distinta la voce di Vito Mancuso: il teologo che già aveva suscitato qualche mal di pancia negli ambienti ecclesiastici con il suo saggio “L’anima e il suo destino”.

- 24 novembre, “L’impresa”. Esce il numero antologico di Giudizio Universale: per l’occasione l’editoriale non è una recensione, ma un bilancio e al tempo stesso uno sguardo al futuro della rivista.

- 27 novembre. Recensione del libro di Francesco Piccolo “La separazione del maschio”, che possiamo definire “Il manifesto del separatismo”

- 28 novembre. “In diretta dal congresso” dei notai a Firenze, annuncio che il ministro Sacconi non sa far di conto.

- 30 novembre, “Il morso del tamarro”. Aldo Montano è pronto a cambiare passaporto con la stessa facilità con cui cambia veline.

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Il Fermacarte
December 1st, 2008


Per fermare la criminalità giovanile, la Francia è pronta ad abbassare l’età della punibilità. Scrive Domenico Quirico da Parigi:

In prigione a dodici anni: in Francia succederà. La domanda è antica, e formicola di dubbi da far tremare i polsi: a quale età un bambino diventa penalmente responsabile dei suoi atti? Con la terribile aggiunta: e quindi può finire in prigione? Gli psichiatri sono d’accordo su una cosa soltanto, che non esiste un criterio oggettivo per stabilirla, quella età della colpa. [...] Nella maggior parte dei paesi europei il limite è fissato a quattordici anni. In Francia, con empirismo di cui a futura memoria bisognerà render omaggio ai prudenti legislatori del 1945, si preferì lasciar decidere alla discrezionalità suprema del giudice. Sullo sfondo ha sempre imperato, per fortuna, intangibile il principio che per questa categoria specialissima di delinquenti la educazione dovesse aver sempre il primato sulla repressione. [...] Ma questo principio, che la galera, almeno quella, ai bambini fosse il giudice e con mano delicatissima a soppesarla, il legislatore aveva tenuto a lasciarlo intatto e a gloriarsene. Destro o sinistro che fosse. Fino a quando all’Eliseo non è salito Nicolas Sarkozy. Perché al teppista giovanile, al precoce frequentatore delle panchine dei commissariati il presidente fin da quando si faceva le ossa come ministro degli Interni ha sempre dedicato una attenzione specialissima. Individuando in quei soggetti selvatici la fanteria della racaille che assi lo disturba. E i casi di adolescenti che avevano già cumulato rilevanti carriere penali e che ogni volta uscivano dalle mani del giudice senza danni hanno sempre infervorato i suoi discorsi alla Francia che aveva paura e invocava sicurezza. Così tra i primi provvedimenti ha affidato a una commissione parlamentare guidata da un docente universitario, André Varinard, il compito di tracciare un nuovo codice penale dei minori. Con un filo conduttore imperativo, basta con la tolleranze, i rinvii a improbabili ravvedimenti, semmai mano ferma e condanna rapida, da eseguire. Il rapporto della Commissione che sarà reso noto mercoledì prossimo renderà il presidente soddisfatto. Una misura colpisce: la responsabilità penale e il triste privilegio di finire in galera sono fissati appunto a dodici anni.

A questo proposito, cito un passo da Derelitti e delle pene:

Quanto ai minori, c’è una diffusa percezione sociale di un accrescersi della loro attitudine delinquenziale. In realtà nell’ultimo decennio i reati commessi dai ragazzi sono diminuiti del diciassette per cento e gli omicidi addirittura del sessanta per cento. Tuttavia quei crimini trascendono sempre più frequentemente la pura trasgressione adolescenziale e sono talvolta efferati e agghiaccianti, come se l’incoscienza dell’immaturità conferisse al superamento del limite il sigillo dell’assolutezza. Ma la questione dell’immaturità va in un certo senso letta al contrario e i delitti costituiscono nulla più che un’ulteriore prova della moderna precocità dei minorenni. Perché dovrebbe essere normale che a cinque anni usino il computer, a sette parlino tre lingue, a tredici abbiano rapporti sessuali e sorprendente che a sedici agiscano con lucida spietatezza per far male ad altri? Certo la loro comprensione della realtà, all’interno della quale si trovano calati spesso senza mediazioni e cuscinetti,  riguarda essenzialmente i codici per accedervi e manipolarla e meno il senso complessivo degli eventi. Ma il discorso qui ci porterebbe troppo lontano. In questa sede ci limitiamo a riconoscere che la maggiore età non è più il parametro giusto per valutare la capacità della persona di autodeterminarsi. E’ ridicolo tuttavia partire da questa premessa per suggerire un abbassamento della soglia di punibilità sotto i quattordici anni, pensando a quelle realtà meridionali dove le associazioni mafiose sfruttano la non punibilità dei bambini e se ne servono per scippi, furti e rapine. Mi viene in mente un giochino che si faceva per sondare la stupidità, al quale si diceva: è provato che negli incidenti dei treni quelli che si fanno più male sono i passeggeri dell’ultimo scompartimento. Secondo te si potrebbe risolvere il problema togliendo dai treni l’ultimo vagone? La tesi della punibilità per gli infraquattordicenni non appare troppo diversa. I camorristi ricorrono ai dodicenni perché non sono punibili; quando la non punibilità dovesse riguardare i bambini di nove anni pescherebbero in quella fascia anagrafica cosicché il provvedimento sortirebbe lo scopo opposto di abbassare ulteriormente l’età del crimine. In questi casi bisogna occuparsi, più che dei bambini, dei genitori: ogni volta che affiori una responsabilità diretta di quest’ultimo nell’avviamento criminale non c’è dubbio che si debba intervenire sulla potestà, se non sullo stesso legame genitoriale. Quanto alla severità nei confronti dei bambini devianti, non credo che essa debba discostarsi da quella pedagogicamente opportuna, che però con la brutalità degli istituti correzionali ha veramente poco a cha spartire.



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Quando non è un refolo di vento, è il sovrapporsi di un impegno o un difetto di prontezza o un vuoto di memoria: quella carta che volevamo leggere o rileggere ci è stata ormai portata via. Un gran dispiacere, quasi come quello di chi ha visto la nave staccarsi dal porto e una cara persona partire. In tutte le sezioni del "Fermacarte" propongo articoli scovati da qualche parte, specialmente inerenti ai temi di cui si sono occupati i miei libri (carcere, sport, sociologia dei consumi, notariato), con l’obiettivo di rendere su tali argomenti il sito uno strumento di consultazione che si rinnova e segue l’attualità. Qualche volta invece di notizie o articoli letti altrove possono essere pensieri o appunti personali, pure quelli perennemente a rischio di essere travolti e dimenticati. Ma tra le carte svolazzanti e imprigionate magari si troveranno anche altre cose, di argomenti svariati, perché è proprio da ciò che è più casuale o trasversale che nascono spesso le riflessioni più intense e produttive...

(disegno originale di Guido Scarabottolo)