La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
E stamattina ci sarò io a fare il libraio per caso: presso le Librerie Coop in Piazza Castello, alle 11.30. Siateci.
Ancora sul costo dei detenuti
A proposito di quanto si diceva ieri, per approfondire la questione si possono citare alcuni passi da Derelitti e delle pene.
A pag.254 si riporta il costo per detenuto, nel 2000, del pasto giornaliero: 3800 lire, che ad un cittadino normale non bastano nemmeno per la prima colazione. E fatta salva la conversione in euro, non dovrebbe essere cambiato molto da allora.
Molti detenuti, infatti, rifiutano la sbobba che si pretenderebbe propinargli e comprano, con un tetto massimo di 700.000 lire mensili, alimenti per cucinarseli per proprio conto o, per chi lavora, guadagnati in carcere. Si ricorda spesso quanto costano allo Stato i detenuti ma rimane sottaciuto quanto esce dalle loro tasche annualmente per finanziarsi il sopravvitto: 420 miliardi di vecchie lire. [...] Gli alimenti che compra con il sopravvitto sono venduti a prezzo non amministrato ma anzi spesso superiore a quello praticato dalle rivendite all’esterno.
Ma nel “costo dei detenuti” viene spesso rubricata anche e soprattutto la malaspesa dello Stato (p.269 e seguenti):
“[...] il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, tiene a precisare che ‘il carcere non deve essere un albergo a cinque stelle’. Il particolare buon gusto dell’esternazione esce rafforzato dalla sede in cui viene pronunciata: l’istituto cagliaritano di Buoncammino, che contiene quattrocento ospiti in luogo dei duecento previsti e dentro il quale, solo un mese e mezzo dopo, si suicideranno nel giro di una giornata due reclusi. Certamente non perché la receptionist aveva loro servito in ritardo la colazione in camera.
Il nostro carcere non è quello che il nuovo regolamento dà per esistente. E’ quello di Catania dove l’istituto (si noti bene: costruito nel 1987) non è allacciato alla rete idrica e l’acqua arriva con un’autobotte che trasporta 140.000 litri al giorno in quattordici carichi, per un costo complessivo annuo di 213 milioni, dei quali 20 per il carburante e 25 per la manutenzione dell’autobotte; di Bologna, dove nel 1991 comprano 550 frigoriferi nuovi per 160 milioni e poi non possono neppure attaccarne la spina perché incompatibili con la tensione di alimentazione; di Oristano, dove nel giorno dell’inaugurazione del carcere di Macomer, nel 1994, non trovano più le chiavi delle serrature e debbono rifarle per una spesa di 40 milioni; di Parma, dove prevedono una sezione per disabili ma invece che al piano terreno la installano al primo piano e l’ascensore non può portare più di due persone per volta; di Gallarate, chiuso nel 1992, ma dove dopo tre anni qualcuno si accorge che continuano a lavorarci dentro tre agenti; di Monza dove, nel 1994, un accordo in extremis con l’azienda erogatrice di acqua e gas impedisce il pignoramento per un debito di 550 milioni.
Oggi La Stampa dedica due pagine alla questione carceraria: “Prigione Italia, l’altro inferno dietro le sbarre”. Vi si denunciano “Strutture fatiscenti, sovraffollamento e suicidi”, che ci fanno essere “la maglia nera d’Europa”.
L’inchiesta parla anche del costo dei detenuti, che
[...] si aggira sui 200 euro al giorno. Potrebbe essere un grand hotel. E’ solo San Vittore dove ai tempi di Mani Pulite i top manager litigavano con i topi
A questo propostito, una precisazione andrebbe forse fatta: è il caso di ricordare che il costo del detenuto comprende tutto quello che serve per tenere in piedi l’amministrazione giudiziaria: è dunque un misuratore dell’inefficienza della pubblica amministrazione, e non dello sperpero dei detenuti.

[Giulia Stok è redattrice di Giudizio Universale, collabora con La Stampa e I Viaggi di Repubblica, dirige il mensile locale Nuova Voce. E' appena tornata da un viaggio a Kogalim, in Siberia, e ce ne racconta qui un aspetto di vita quotidiana]
Tornano in aula Amanda Knox e Raffaele Sollecito, e subito telegiornali e ahimè autorevoli quotidiani nazionali si precipitano a contare i maglioncini pastello di lei e i capelli caduti a lui. Tutto questo senza che la tv possa entrare in aula.
Altrove, si è un passo più avanti. Su uno dei principali canali della televisione russa, all’ora di pranzo, va forte un programma che trasmette processi, anche penali, in diretta, con tanto di pubblico ministero in divisa blu, imputati dietro le sbarre, lacrime e condanne in diretta. Altro che Forum. Il pezzo forte è la presentazione delle prove in aula: nello specifico, un filmato di una telecamera di sicurezza in cui l’imputata, una donna di mezza età dall’aria mite, entra in un agenzia di lavoro e spara a tre persone. Due muoiono, la terza, colpita alla schiena e rimasta paralizzata, è in aula come testimone. La storia è terribile: la figlia della donna era stata spedita con l’inganno dall’agenzia in un giro di prostituzione, ed è morta cercando di ribellarsi ai carcerieri. La madre, conosciuta la storia grazie a un’altra ragazza che era riuscita a scappare, aveva interpellato avvocati e televisioni per far sì che l’agenzia fosse perseguita. Non ottenendo risultati ha deciso di farsi giustizia da sé. E la giuria popolare, di cui viene anche mandato in onda un assaggio di discussione, emette una sentenza per così dire clemente: dieci anni di carcere, con possibilità di ricorrere in appello.

Il programma è condito da musichette da suspense, zoom biografici su tutti i coinvolti come se fossero personaggi e non persone vere, primi piani su occhi stravolti e mani tremanti. Nessun rispetto della privacy e del dolore, inorridisce lo spettatore italiano. I russi, invece, con una forchetta sollevata e un bicchierino di vodka, discutono della correttezza della pena e di come sia assurdo che nessuno abbia dato retta prima alle richieste di giustizia dell’imputata. Attenzione, non di quanto fosse bella la ragazza, della gonna della madre o del rossetto dei testimoni. Tv pessima, reazione sorprendentemente genuina. Come dalla mediatizzazione spinta di un caso di cronaca possa nascere tra gli spettatori una discussione seria, benché ingenua, sul funzionamento della giustizia, è un processo incomprensibile per noi italiani. Qui neppure la tv pessima riesce a suscitare reazioni.

Leggo su La Stampa che l’Italia sarebbe pronta ad ospitare alcuni fra gli attuali detenuti di Guantanamo. Il nostro ministro degli Esteri dice infatti che aiuteremo Obama a chiudere il contestato carcere: “lo faremo con spirito positivo”, anche se sul numero e sul luogo nel quale saranno collocati “non c’è ancora alcuna decisione”.
Chissà se – mentre decidiamo dove ospitare quelli di Guantanamo – riusciremo a trovare anche posto per quelli di Genova: i suoi 7 detenuti in celle da 3, per ora, non sembrano proprio un bel biglietto da visita. E non vorremmo che gli ex prigionieri della prigione americana, scoperto il sovraffollamento delle nostre, finissero per chiederci di essere rimandati indietro.
Leggo sul “Nouvel Observateur” di questa settimana che in Francia sta avendo grande successo un’iniziativa dell’associazione “100.000 Entrepreneurs”, che sta mandando suoi rappresentanti nei licei per spiegare agli studenti il mondo delle imprese. Offrendo anche la possibilità di piccoli stage. Non tutti i professori l’hanno presa con entusiasmo: in un caso si è condizionato l’incontro alla presenza di un sindacalista che facesse dibattito. In questo modo non si centra il punto. Il problema è che negli ultimi anni le scuole hanno, almeno ideologicamente, accettato l’idea di essere pure loro parificate alle aziende e, al tempo stesso, teorizzato che certe dottrine umanistiche vadano soppiantate da altre, più direttamente orientanti alla produttività. Al contrario, la scuola dovrebbe formare il nucleo dell’individuo che è capace di vivere e pensare in senso umanistico prima che produttivo; e al contempo accettare, e anzi pretendere, che la cultura aziendale venga a presentarsi a scuola, iniziando insomma a farla giocare fuori casa, e approfittando dell’occasione per infondere qualcosa dell’animo umanistico nell’homo faber moderno. Altrimenti i ragazzi arriveranno spiritualmente nudi alla meta del lavoro e le loro prime domande saranno quelle che, dice l’articolo, sono state fatte agli inviati di “100.000 Entepreneurs”: “Quanto guadagna?” Che automobile ha?”. Se poi servisse davvero un sindacalista per fare la tara alla lezione di un imprenditore, ci si dovrebbe domandare davvero i professori cosa vengono pagati affare. Secondo me è una bella iniziativa e una sfida interessante per tutti, persino trascendente l’aspetto pratico, che pure non mi pare vada trascurato. Che io sappia in Italia non è stato intrapreso nulla di analogo. Cosa aspettano le associazioni imprenditoriali? Penseranno mica che l’unica domanda che conta è: “Quanto si guadagna?”.
Il Corriere.it riporta le proposte del governo per la costruzione di nuovi istituti penitenziari:
Carceri «leggere» per detenuti in attesa di giudizio. Nuovi edifici modulari costruiti su terreni demaniali con criteri ecocompatibili, sfruttando vetro, acciaio, materiali isolanti, pannelli fotovoltaici, lampade a basso consumo, caldaie ad alta efficienza termica e, magari, una tinta a basso impatto ambientale per i muraglioni dell’intercinta.
E secondo il ministro Alfano “questo potrebbe essere il carcere di nuova generazione: modulare, con edifici concepiti per essere ampliati successivamente”.
Ammesso che si trovino i soldi per farli.
Veronica Lake
Il Lario, detto anche Lago di Como
L’ultima cosa detta da Carla Bruni al marito è stata: “Via, puzzi di fumo”.
L’ultima cosa detta da Veronica Lario è questa.
In effetti lo stile della nostra first lady è unico al mondo, se non altro perché simpatizza – ricambiata – per la parte opposta. E a differenza della Bruni parla poco, anzi praticamente una volta ogni due anni: del gennaio 2007 è infatti la sua clamorosa lettera a Repubblica, in cui chiedeva “pubbliche scuse” al marito per la sua infedeltà. E Berlusconi chiese scusa, eccome (probabilmente per la prima e l’unica volta nella sua vita).
Ed ecco come invece distrugge senza pietà Walter Veltroni, che pure l’aveva pubblicamente elogiata:
Oggi in Italia manca un’opposizione. Dov’è? Chi la fa? Si è inaridita e questo non è un bene neppure per il governo. Un’opposizione forte costringerebbe la maggioranza a sforzarsi di essere migliore, a misurarsi su un livello di confronto politico più alto. Non c’entra essere di destra o di sinistra, il punto è che ciò sarebbe di aiuto al Paese. Invece la maggioranza pensa a sfruttare il fatto di avere un avversario debole, non a elevare la coscienza collettiva. E mio marito governerà ancora per dieci anni.
Riporto da questo blog il pezzo di Giancarlo Bosetti apparso su Repubblica il 17 gennaio:
L’articolo di Vito Mancuso fa centro su due punti chiave: il primo è la crisi italiana che lui definisce in modo molto efficace crisi di «religione», nel senso etimologico, di crisi del legame sociale, collasso delle legature, assenza di buone e forti ragioni che ci tengano responsabilmente insieme.
Non si tratta solo di corruzione e di Gomorra. Esempio di giornata: dopo anni di silenzio ricevo, da un partito di sinistra che credevo defunto, una proposta di mobilitazione a favore di un aeroporto italiano contro un altro. Da italiano diviso tra Roma e Milano rimango sconcertato, e non avendo parenti occupati in uno dei due aeroporti, non ho motivi per mobilitarmi. Legittime battaglie, ma mi chiedo: che politica è questa? e concordo con Mancuso: c’è un problema di religio nello spirito pubblico nazionale. Il secondo «centro pieno» di quell’articolo è il requiem per le prediche guelfe e ghibelline quando si candidano a fornire il carburante per costruire quell’architettura ideologica – vogliamo chiamarla così invece che etica? – che tenga insieme la nazione.
Insomma una plausibile, rimotivata Italia, non si farà in quanto cattolica sotto le ali di un pontefice romano, né si potrà fare al contrario, nonostante qualcuno tra i laici ancora di questo si illuda, usando la Chiesa come bersaglio, richiamando in servizio le risorse morali risorgimentali, quelle dei caduti di Mentana e della Repubblica Romana, o immaginando lo scenario politico del futuro come una permanente battaglia di Porta Pia, o un infinito corteo del gay pride davanti a San Pietro.
L’articolo di Mancuso cui si fa riferimento è qui.

Parte subito in salita la strada per Barack Obama. Mario Giordano, il direttore del Giornale, dopo il discorso, glielo ha detto a chiare lettere, e affettando una certa confidenza: “Caro Barack, tutto qui?”. Il fresco staff presidenziale ha cercato di correre ai ripari immediatamente di fronte alla prima grana dell’amministrazione, ma la spaccatura si presenta non semplicissima da ricucire. “Ho cercato almeno un’idea forte, una proposta forte, una soluzione innovativa”. Come tutti sanno, i discorsi d’investitura sono proprio il momento tradizionale per far viaggiare i programmi. “Dov’è la svolta storica?”. Forse nell’apertura ai musulmani (roba da “Monsignor Tettamanzi”, avverte Giordano, un altro pirlone dobbiamo dedurre)? Ma “no per favore no. Il dialogo no, almeno nel giorno in cui inizia una nuova era!”. In effetti, perché non una bella sputazzata in faccia? Ce ne sarebbero di cose su cui discutere su quello che veramente potrà consegnarci la presidenza Obama: davvero riproporrà l’interventismo di Bush, sia pure in versione friendly, una volta che ne ha già stemperato i sottintesi messianici? Avrà il coraggio di mettere radicalmente mano all’assistenza pubblica, restituendo a milioni di persone una speranza banale come quella di non crepare alla prima occasione? Per saperlo bisognerà aspettare i passi concreti, ma ci si potrebbe divertire a ragionare già in questo momento del discorso d’investitura. Ragionare, però. Giordano preferisce esibire il naso schifiltosamente arricciato del critico enogastronomico Ego nel film “Ratatouille”, della cui prosa il suo editoriale pare una caricatura. Solo che, rispetto a quello, lui mangia in trattoria. Tanto anche nei grandi ristoranti ormai va a finire che danno un tavolo anche a quei luridi negri. Qualcuno potrebbe emozionarsi già per questo, e magari potrebbe aiutare anche Giordano a provare un minimo di commozione, visto che lui chiede: “Scusate, mi spiegate allora cosa posso fare per emozionarmi anch’io?”.



