La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
La definizione “in tempo reale” (a parte il significato tecnico che ha nel cinema) nasce essenzialmente con i risultati delle partite di calcio e gli andamenti della Borsa che possono, appunto, essere conosciuti nel momento stesso in cui accadono. Ma è l’intera nostra vita che corre verso il “tempo reale”, grazie alla tecnologia: per via del telefono cellulare non c’è bisogno di aspettare che la persona con cui vogliamo parlare torni a casa o rientri in ufficio, con la mail possiamo far comparire la nostra lettera sullo schermo dell’interlocutore nello stesso istante in cui gliela stiamo annunciando. Si vede però, da questi esempi, come il “tempo reale” sia piuttosto un eliminazione dello spazio (ho conoscenza delle cose come se mi trovassi nel luogo in cui stanno avvenendo), e consista dunque nella costituzione di uno “spazio irreale”, reso compatto dalla compressione dei tempi di comunicazione.
Vivere in tempo reale non aumenta né diminuisce il tempo effettivo delle nostre giornate, ma ne modifica la qualità. Se sussiste un intervallo tra ciò che accade altrove e il tempo che ci manca per venirne a conoscenza, noi riempiamo questo intervallo con un tempo interiore: l’immaginazione, la speranza, la previsione, l’emozione dell’attesa. Il tempo reale, pertanto, sottrae spazio al tempo interiore. Tutti gli stati del tempo interiore sono allenamenti della coscienza, una sorta di training della coscienza. La coscienza si nutre molto più dello stimolo dell’immaginazione che della tempestività della conoscenza. Il tempo reale rende la coscienza più piatta.
(immagine: Salvador Dalì, The Time Series – A)
2 Responses to “Tempo reale”
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Lo schiacciamento del tempo sulla nostra incapacità di aspettare da un lato indebolisce la coscienza del valore emotivo dell’attesa, e dall’altro però rende ipertrofico il nostro narcisismo. Strumenti come i nouvi social network alla Facebook ci dicono d’altronde che la costruzione, sempre più complessa e penetrante nei nostri , di uno spazio irreale, crea una tensione verso quell’invenzione di cui l’uomo del terzo millennio sembra più avere un bisogno interiore: il teletrasporto. Dieci anni di decostruzione sistematica di tutti quegli elementi di senso che afferiscono all’essere qui ed ora, in ragione soprattutto all’affermazione del cellulare e del we, col loro carico di vere e proprie “illusioni”, ci spingono a non voler essere in un dato luogo, ma dappertutto, senza più procrastinare incontri, confronti, passioni, amori, ossessioni. Oltre a un’alterazione percettiva della dimensione “verticale” del tempo, con la componente di “dolore” che reca in sè, quest’attitudine di rende incapaci di introiettare l’investimento di senso che è correlato al “fattore fatica”: dai chilometri percorsi per andare a trovare una donna alla passeggiata per andare a imbucare una lettera. La nostrà emotività, per usare una metafora pittorica, diverrà così una tavola dipinta tutta con successive sovrapposizioni di velature, tutte fragili come cartilagini, poco più che ectoplasmi di colore, costretti ad appaggiarsi alle stratificazioni sottostanti per poter rendere l’effetto voluto. E sarà sempre più difficile provare l’emozione violenta di una pennellata smagliante, densa, materica, capace di resitituire il senso del gesto, la trangolazione tra sentimento del mondo, riflessione sulle nostre implicazioni con esso e azione. Azione bruciante, romantica, enfatica e narcisa a sua volta magari. Azione che dura, però, che vuole sfondare la quinta scenoca del tempo non come vampata di ritorno endorfinico a noi stessi, ma come feedback che entra in relazione coi vissuti degli altri, e diventa storia comune.
Trovo molto pertinente (come del resto tutto il messaggio) il passaggio sull’incapacità di “introiettare l’investimento di senso che è correlato al fattore fatica”. Non a caso nela nostra epoca si moltiplicano i manuali per apprendere qualcosa, qualsiasi cosa, velocemente e “senza sforzo”. A parte l’immagine sempre scatologica (e non escatologica) cui mi rimanda l’espressione “senza sforzo”, e mi viene da pensare a quei volti tesi e digrignanti sul water che invece si sforzano, il problema è che la vita veloce e senza sforzo è così leggera che il primo colpo di vento la ribalta nel suo opposto, la morte.