La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Ionesco diceva: credo in Dio ma l’avrei preferito diverso. Il problema della teodicea ( se Dio è buono come è possibile il male nel mondo?) è uno dei più indigesti per la religione. Personalmente ammiro molto quelli che, a fronte di tremende sventure, trovano forza nella fede, persino immaginando un imperscrutabile disegno superiore. Però non trovo corretto l’atteggiamento di chi appena vede un incendio o un maremoto con un’alzata di spalle commenta: “Ah, dev’essere Dio”.
Nella parabola di Eluana molti si sono ispirati a sottintesi mistici, ritenendosi legittimati a interpretare la volontà divina. Ma perché, poi, quella volontà dovrebbe esprimersi sempre nel modo più ripugnante all’umano sentire? Perché il suo disegno, ad esempio, non potrebbe tessersi illuminando le menti dei giudici, o animando di coraggio e determinazione un padre? Perchè non dovrebbe muoversi a pietà, come un brav’uomo farebbe, nel contemplare un corpo che si ritira e che si nega? Perché, nonostante il principio in dubio pro reo, si deve di volta in volta fare di Dio, proprio da parte di coloro che asseriscono di venerarlo, un nevrotico, un pazzo, un sadico, un teppista?
Perché, sempre coloro che il volere di Dio invitano a rispettare, non attribuiscono invece a lui il prematuro arrendersi di Eluana alla sospensione delle terapia? Non sarebbe consolante, qualche volta, immaginarlo impegnato ad alleviare la sofferenza sulla terra?
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Ci avevano provato quasi tutti, finora, a mantenere un silenzio decente sull’argomento. Ma dopo quello che è successo ieri, il tappo è saltato e allora proverei a riassumere alcune delle opinioni lette in giro. Iniziando da Violetta Bellocchio che segnala le manifestazioni di queste ore:
Milano: 17 in piazza S. Babila
Bologna: 15 in piazza del Nettuno
Roma: 17 di nuovo davanti a Palazzo Chigi
Anna Meldolesi riflette sull’inadeguatezza dell’informazione offerta dai telegiornali:
Lo schema è il solito: in campagna elettorale si parla di par condicio, nei tg si chiama panino. Qualche volta è una garanzia di pluralismo, ma più spesso è un motore di confusione. Invece di aiutare la gente a fare una scelta di campo consapevole, si abdica al dovere di fornire una corretta informazione. Soprattutto per le controversie di natura scientifica, perché la democraticità della scienza si basa su altre fondamenta: tutti hanno diritto di parola, ma le opinioni valgono nella misura in cui vengono sostanziate con i fatti. Per ciò che riguarda l’attuale dibattito ci sono cose che alla scienza possiamo chiedere, a patto di accettare che le risposte comportano un margine di incertezza. Ci sono domande per le quali non possiamo pretendere risposte univoche. E ci sono domande a cui la scienza ha risposto, anche se molti preferiscono non tenerne conto.
Beppe Grillo dice che è la fine della democrazia:
Eluana non c’entra. E’ un pretesto per sfiduciare la Presidenza della Repubblica. La sua funzione di controllo e di garante della Costituzione. E’ un braccio di ferro, forse un braccio di merda. Lo psiconano non vuole più nessuno che lo intralci nella sua marcia di occupazione delle istituzioni. Napolitano non ha firmato il decreto legge. Il Consiglio dei ministri allora lo scavalca con un disegno di legge identico al decreto. Dovremo ricordarci chi lo ha votato. Un giorno potremmo procedere contro di loro per attentato contro lo Stato. Il disegno di legge verrà proposto al Parlamento dei burattini di Arcore che lo approverà. Il disegno di legge è incostituzionale? Si cambierà la Costituzione!
Sulla stessa linea Massimo Falcioni su Polisblog, secondo cui:
[...] la responsabilità, gravissima, dell’inedito strappo istituzionale porta il marchio indelebile di Silvio Berlusconi che, criticato e abbandonato anche dal suo principale alleato Gianfranco Fini, minaccia: “Se necessario, cambio la Costituzione”.
Come se fosse cambiare un programma in una sua televisione. Lo Stato divenuto proprietà privata, magari con il “supporto” (almeno su certe delicate questioni) della Chiesa.
Il Cavaliere da tempo cercava un “pretesto” per regolare “i conti” con il Colle, mai amato, fin dai tempi di Scalfaro e di Ciampi.
Sa bene, il Premier, che è Giorgio Napolitano il baluardo della Costituzione e che è Giorgio Napolitano il massimo ostacolo alle sue mire “presidenzialiste” che porterebbero l’Italia non vicina all’America di Obama ma non troppo distante dagli integralisti dell’Iran.
Sempre Polisblog che i sondaggi vanno esattamente nella direzione opposta a quella del governo:
- Sondaggio SWG per “Donna Moderna”, 16 luglio 2008: 81% favorevole alla sospensione forzata dell’alimentazione
- Sondaggio Tg1 del novembre 2008: 71% favorevole alla sentenza della Cassazione. SkyTg24 negli stessi giorni: 52% pro-sentenza.
- Sondaggio Demos per “La Repubblica”, novembre 2008: il 50,4% degli italiani, nei panni di Eluana, vorrebbe “essere lasciato morire”, che si aggiunge al 21,3% che preferirebbe che “decidessero i suoi cari”. Il 79,4% è favorevole al testamento biologico, in cui “dare indicazioni ai medici e ai familiari cosa fare in caso di coma irreversibile”, mentre addirittura il 51,5% è sempre o quasi sempre favorevole all’eutanasia nel caso di malati incurabili. Rispetto alle posizioni della Chiesa in materia di vita e di morte, l’83,3% ritiene che essa debba “soprattutto rivolgersi alle coscienze di ognuno e non influenzare le decisioni dello Stato”.
- Credete che il sondaggio sia stato manipolato da quei sinistroidi di Repubblica? Ecco quello del settimanale di proprietà di Berlusconi Panorama del 30 gennaio 2009: il 58% sostiene l’interruzione di idratazione e alimentazione (contro il 30 dei contrari), il 56% pensa che l’ostruzionismo del ministro Sacconi sia sbagliato, il 60,8% è a favore del testamento biologico.
- Ancora SkyTg24, negli ultimissimi giorni: 4 febbraio, 86% “favorevole a una legge sul testamento biologico come chiesto dal Capo dello Stato Napolitano“. Ieri: 61% “contrario al disegno legge varato dal governo”.
JimMomo si pone il problema dell’onestà intellettuale del dibattito:
Tutti quelli che oggi si preoccupano tanto della reale volontà di Eluana, sono gli stessi che solo due anni fa passavano sopra la volontà, non «ricostruita», ma personale e consapevole, di Welby. Tutti coloro per i quali lo scandalo oggi è la sospensione del “cibo” e dell’”acqua”, sono gli stessi che si opponevano alla richiesta di Welby di essere staccato da un ventilatore meccanico che lo teneva in vita pompandogli aria nei polmoni, considerando il distacco al pari di un omicidio.
Ancora JimMomo, in un altro articolo, sostiene che però anche Napolitano ha commesso un errore nell’inviare la lettera a Berlusconi:
[...] E’ vero anche che era stato il governo, tramite il solito Letta, a insistere per avere un parere preventivo del capo dello Stato. E visto che non sembrava accontentarsi di un parere più volte comunicato telefonicamente, Napolitano ha con le migliori intenzioni, ma imprudentemente, deciso per la lettera, personale e riservata a Berlusconi. Che fosse una trappola o meno non è possibile dirlo con certezza, ma è certo che Berlusconi ha deciso di usare la lettera come arma per pretendere dai suoi ministri più scettici non più tanto o solo un sì al decreto, ma soprattutto la totale fedeltà all’esecutivo. Ciò non costituisce comunque un alibi per quei pochi ministri che in questi giorni non hanno avuto il coraggio di contrastare con la stessa forza le pressioni di Sacconi e del Vaticano sul premier.
Il presidente Napolitano è rimasto vittima delle insidie che si nascondono dietro ogni dinamica di Palazzo informale e non alla luce del sole. Meglio avrebbe fatto a limitarsi a far trapelare le sue perplessità, ma senza anticipare che non avrebbe firmato.
Evelina Santangelo lancia l’allarme su Nazione Indiana:
[...] Adesso, quando sembrava che – nonostante una tale arroganza, una tale indifferenza, una tale ottusità, una tale spregiudicatezza, un tale cinismo, una tale oscenità, una tale presunzione, un tale disprezzo – fosse finalmente arrivato il momento del silenzio, della restituzione di questa figlia a questo padre e a questa madre perché si compia, come ha detto Peppino Englaro, «il percorso naturale della morte bloccato dai medici»… non è più possibile tollerare oltre!
Non è più possibile permettere che vengano addirittura sovvertiti i fondamenti stessi della nostra Costituzione, che venga messa in discussione la legittimità del Presidente della nostra Repubblica, sommo garante della nostra Carta costituzionale! Non è più possibile tollerare che venga perpetrato un tale Abuso nei confronti stessi della nostra Democrazia nel silenzio connivente di tutti noi…
Infine, Visscontessa su Macchianera:
Siamo vecchi, obsoleti, inutili. Le parole sono inutili, lo sono state quelle di Napolitano, lo sono state quelle di Eluana quando era ancora in “vita”, lo sono quelle Cassazione, lo saranno le nostre, quelle della gente comune che giocherella con facebook, che perde tempo con il favoloso strumento di comunicazione che, nelle illusioni di qualcuno, rappresentano i blog.
La comunicazione senza immagini non esiste più, facciamocene una ragione, prendiamone atto e scendiamo dal cumulo delle parole inutili per unirci agli umili, ai diseredati, agli ultimi che saranno i primi nella fila dei provini per il prossimo reality show.
E’ inutile arricciare il naso e fingere disgusto per la superficialità con la quale un’immagine vale più di mille parole. Abbiamo portato davanti alle telecamere ogni più intimo gesto e sentimento, ogni paura e ogni pudore. Si nasce, si vive, si cresce, si diventa icone politiche ed esempi di vita solo di fronte alle telecamere, dobbiamo arrenderci e infrangere infine l’ultimo tabù rimasto.
Dobbiamo portare la morte di fronte alle telecamere e metterla al televoto come si conviene ad un paese civile. Questo siamo diventati, inutile negarlo.

Ma come abbiamo potuto equivocare per anni, per decenni ormai? Scegliere, per le nostre emozioni, la causa sbagliata? Ricordiamocelo “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman. Scioccamente frainteso per un film contro i manicomi e, a distanza di tempo, più chiaramente emergente come una condanna feroce dell’eutanasia.
Ricordiamocela l’ultima scena. Quando il protagonista McMurphy/ Jack Nicholson è stato lobotomizzato e giace con lo sguardo estinto e demente nel letto e il suo amico, l’indiano Capo Browden, lo soffoca con un cuscino. Un assassino, dunque, un farabutto che malamente fraintende quelli che sarebbero stati, se avesse potuto esprimerli, i desideri di Jack Nicholson. Di certo avrebbe voluto, Jack, che il dono della vita, lo splendente dono della vita, rimanesse depositato nella sua fresca mente di idiota, sul corpo che non avrebbe più governato, sulle macerie della sua futile dignità.
Eravamo stupidi a quell’epoca. Altrimenti non si capisce come mai, anziché ringhiare contro quel tracotante energumeno, ci commuovemmo e piangemmo amaramente, e quel soffocamento ci parve la mano misericordiosa di un angelo. Ora siamo cresciuti e sulla pietas abbiamo le idee più chiare: tutte rivolte a difendere il dovere di esistere di uno scheletro da diciassette anni travestito di carne e attraversato forzosamente da qualche corrente elettrica, colme di risentimento verso quell’aguzzino che invece di archiviarla in un istituto, o semplicemente portarla in un paese più civile, si ostina a considerarla una persona con una sua storia, e immaginare che questa storia possa assumere l’ultimo senso nella pace della memoria privata e nella rivendicazione pubblica del gesto.
Certo, come potremmo sentire pietas verso quest’uomo, come potremmo provare a immergerci e immedesimarci nel suo dolore senza fondo, che ogni giorno rinnova la perdita prematura di una figlia ma non arretra di un passo di fronte a una responsabilità, e deve darne anche quotidiano conto ai cronisti? Noi siamo troppo impegnati a giocare con questa graziosa bambola di pezza, che ci fa amare la vita e sentire buoni, e magari ci compensa dell’ultima sera che abbiamo visto i barboni rinchiusi a dormire di notte nei loro cartoni e ci siamo detti, affrettando il passo: ma perché almeno non se ne vanno fuori dal centro? Noi lo sappiamo che la vita è sempre un dono, e Peppino Englaro che non lo capisce (come non lo capiva sua figlia, se davvero aveva manifestato la volontà di morire in certe condizioni) al massimo ci fa pena per questo. Non per volerci mettere sul suo piano, ma anche noi in questi giorni abbiamo avuto qualche contrarietà: una perdita in Borsa, un infortunio a calcetto, e tante altre cose. Comunque adesso saremo coerenti, e faremo subito quello che certamente hanno già fatto tutti i membri del Governo, a cominciare da Berlusconi: domattina stessa andremo dal notaio e scriveremo, per sicurezza, un bel testamento biologico, precisando che qualsiasi cosa ci capiti, per quanto riguarda noi ma anche i nostri cari, vogliamo essere alimentati, idratati, incubati. Fino all’ultimo rantolo di muta e incoscente rappresentazione, fino a, e se possibile oltre, l’ultimo stadio di agonia.
Puntualmente, e gli stupri di Roma e Guidonia sono stati solo gli ultimi casi, si accendono polemiche sulle decisioni di alcuni Gip che consegnano agli arresti domiciliari piuttosto che al carcere qualcuno che ha commesso un grave reato. Egualmente regolare non solo l’umanamente comprensibile rabbia delle vittime ma anche la reazione indignata del pubblico e la levata di scudi da parte dei politici, che prendono spunto da questi casi per sottolineare una volta di più l’inadeguatezza della magistratura.
Per non rimanere vittime di frettolose semplificazioni è bene partire da un postulato che, teoricamente, dovrebbe essere abbastanza evidente, ma invece viene costantemente dimenticato: in carcere, in linea di principio, si può finire solo dopo lo svolgimento di un processo conclusosi con una sentenza di condanna. Fa eccezione rispetto a tale principio il caso in cui contro l’imputato a carico del quale vi siano “gravi indizi di colpevolezza” sussista almeno uno fra questi tre indici di pericolosità: il rischio di inquinamento delle prove, il pericolo concreto di fuga (concreto, si noti bene, non astratto: un paio di gambe ce l’hanno tutti) e il rischio di reiterazione del reato. Non esiste invece tra i requisiti per la carcerazione preventiva l’allarme sociale, che pure sempre viene citato a sproposito come il motivo che dovrebbe indurre il Gip a mettere dentro l’imputato. Il magistrato che, in base a questa ragione e prima della sentenza, privasse l’imputato della libertà (sia con gli arresti domiciliari che con la custodia in carcere), compirebbe un grave atto contro la legge.

Venerdì ho assistito a I racconti di Hoffmann al Regio di Torino, dove l’opera di Hoffenbach non veniva rappresentata da 35 anni. E forse poteva essere il caso di attendere ancora un pochino: almeno di avere un’idea per la scenografia, per esempio, o i soldi per realizzarla.
Considerando infatti che oggi va così di moda fare allestimenti fin troppo strampalati anche sulle storie più semplici, ci si poteva aspettare che un’opera come questa – così fantasiosa e visionaria – non venisse allestita in costumi così convenzionali. O che il tenore non cantasse con la gola strozzata. O che l’orchestra non tramortisse la barcarola eseguendola come una musichetta bandistica. Come pure, va bene il minimalismo e tutto, ma che senso ha mettere sullo sfondo la Gare d’Orsay: si parla forse di treni? Di ferrovie? E’ una metafora? Chissà. Peccato perché il ruolo di Olympia, impersonato da Desirée Rancatore, era eccezionale.
Leggi l’articolo di Giorgio Pestelli (in adversa opinione)
Leggi la voce di Wikipedia sui Racconti di Hoffmann
Luca Sofri riporta qui (e poi integra qui) il suo articolo uscito su Internazionale a proposito dell’obiezione di coscienza. Notevole.
Se usciamo dal merito della dolorosa questione che ne è stata occasione – la scelta di lasciar morire Eluana Englaro – forse bisognerebbe fare un discorso più generale sulle parole del cardinal Poletto a proposito dell’obiezione di coscienza, e di cosa essa significhi per un paese civile e democratico. Dopo che l’arcivescovo di Torino l’ha suggerita ai medici che dovessero occuparsi di quel caso, molti hanno cercato di riportare alla sua nobiltà l’obiezione di coscienza, divenuta negli ultimi anni un alibi strumentale per dare dignità a semplici violazioni della legge. Ciò che dovrebbe discriminare un “profondo convincimento” che va contro una regola dello Stato, si è ripetuto, è la disponibilità a pagare un prezzo pur di non allontanarsi da quel convincimento e di disubbidire a quella regola: regola inaccettabile al punto di tollerare un sacrificio [...]
Leggi l’articolo di Luca Sofri

Oggi il clima del paese è questo, e non voglio pensare a che succederà se e quando i mostri di turno venissero scarcerati. Ma senza entrare nelle polemiche di questi giorni, citerei questo passo ancora da Derelitti e delle pene (p.267):
Possiamo allora dire che il popolare argomento riassumibile in “quello che ha commesso un furto dopo due giorni è di nuovo in libertà” sia frutto di un’allucinazione collettiva? Sicuramente no, ma la causa è da ricercare in un principio semplicissimo, per il quale non si va in carcere sino a che non sia stato celebrato il processo. Anche se la carcerazione preventiva è sempre più usata ed è diventata una sorta di pena anticipata (pure questo influenza le statistiche sul numero dei detenuti) la regola è che chi viene arrestato può essere trattenuto solo se esiste un pericolo di fuga concreto (non astratto: un paio di gambe ce l’hanno tutti) o il rischio che possa inquinare le prove o reiterare il reato. Rilasciare l’imputato quindi è una cosa normale. Vale la pena di ricordare una volta di più l’abituale indignazione popolare quando a essere lasciato in carcere in vista del processo è un colletto bianco (che pure, oggettivamente, ha maggiori possibilità di inquinare le prove). E comunque, i termini per la custodia cautelare sono più brevi di quelli per i processi.

