La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Tra le tante cose che ormai digeriamo senza nemmeno più bisogno di bicarbonato va aggiunta l’elezione del Presidente del Partito delle Libertà non a mezzo di scrutinio, ma a mezzo di acclamazione. Si potrebbe dire che il momento fondativo di un’organizzazione politica faccia specie a sé: il guaio è che uno dei partiti che è andato a confluire nel nuovo, Forza Italia, quell’elezione non l’ha mai svolta nella sua quindicinale storia, e ci muoviamo dunque su un piano di coerente continuità. Può apparire pedante svolgere un rito formale quando ci sia un unico candidato. Eppure lo scrutinio svolge la funzione di evidenziare, magari attraverso le schede bianche o le astensioni, qualche elemento di dissenso che nell’acclamazione invece viene annegato nel vociare collettivo (come avveniva, per esempio, nelle tribù germaniche, che ancora non conoscevano il sofisticato principio di maggioranza). Ora, che seimila persone, pur mosse dai medesimi intenti e soggiogate dal fascino del capo, la pensino alla stessa maniera non è mai un buon segno, anzi è un segno decisamente cattivo. Però potrebbe essere un problema loro. Diventa un problema di tutti quando il capo acclamato ha tenuto nella stessa giornata un discorso in cui lamentava i pochi poteri di cui è dotato il premier. Il modo in cui una persona si muove in casa sua offre un’idea dei suoi gusti, e questo non fa dormire sonni tranquilli in chi ha un concetto della partecipazione politica che trascende il mero applauso o la disciplina aziendale. Sarebbe come se Berlusconi prendesse a cinghiate la moglie e le figlie, chiudendole poi a chiave in camera, e nel frattempo dicesse alla stampa: “Credo che nella legislazione italiana ci sia qualcosa da rivedere nei rapporti tra l’uomo e la donna”. Voi che idea vi fareste?
Il pezzo di oggi è di Massimo Balducci (il suo intervento precedente qui).
Il nuovo slogan centrista si ricollega ad un buonismo che è molto radicato nella cultura italiana. Non molto diverso ad esempio il senso di un’opera come I Capuleti e I Montecchi di Vincenzo Bellini: la cui prima esecuzione avvenne l’11 marzo 1830, e della quale è uscita da poco una nuova importante incisione della Deutsche Grammophon con Anna Netrebko e l’Orchestra Filarmonica di Vienna.
Si pensa ovviamente al trapianto della tragedia shakespereana; ma in realtà la storia dei due innamorati veronesi faceva già parte tradizione letteraria in Italia, mentre il capolavoro inglese era da noi ancora quasi sconosciuto. E ciò può in parte spiegare perché la versione di Bellini, belcantista supremo nella terra e nell’epoca del belcantismo, tolga a Romeo e Giulietta parecchi dei connotati marziali ed eroici che conosciamo: trasformandola in una sorta di cremosa elegia sull’amore sfortunato. Protagoniste sono entrambe voci femminili (la Netrebko è Giulietta, mentre Elina Garanca è travestita da Romeo), espediente certo non nuovo: anzi ai primi dell’Ottocento affidare il ruolo maschile ad un mezzosoprano era già in disuso, per cui la scelta di Bellini appare ancora più voluta ed appropriata (ma non ditelo a Ratzinger, eh).
Dal punto di vista drammaturgico, tutto è molto semplificato ed efficace: e la differenza più significativa rispetto a Shakespeare è che qui il contesto storico non è quello delle signorie rivali, ma quello antecedente e più politico della lotta fra Guelfi (Capuleti) e Ghibellini (Montecchi). Una rivalità dunque non (solo) di sangue ma antropologica, ed in questo senso la dolcezza sprigionata dalla melodia belliniana è tutta un invito sublime a smetterla di litigare appunto: per cui fa apparire tanto più assurda, per contrasto, la tragedia della vicenda.
Sono abbastanza convinto che alcune delle violenze che vengono commesse e poi filmate, vengono in realtà commesse solo per essere filmate (rinvio per questo all’articolo Delitti da display). Eppure i grandi scrittori riescono sempre a ricordarci come ciò che ci sembra nuovo e contingente sia in qualche modo o forma esistito in un passato lontano.
Mi è capitato così, nel rileggere alcune pagine de “La lentezza” di Milan Kundera di trovare queste righe:
La forma epistolare delle “Relazioni pericolose” di Laclos ci dice che tutto quanto i personaggi hanno vissuto l’hanno vissuto solo per raccontarlo, trasmetterlo, confessarlo, comunicarlo, scriverlo. In un mondo come questo, dove tutto si racconta, l’arma di più facile uso, e insieme la più letale, è la divulgazione. Valmont scrive alla donna una lettera di rottura che le darà un colpo mortale, ma questa lettera gli è stata dettata parola per parola dalla sua amica, la marchesa di Merteuil. In seguito, per vendicarsi la stessa Mereteuil fa leggere una lettera confidenziale di Valmont a colui che ne è il rivale. Da ciò nascerà il duello nel quale Valmont soccomberà. Dopo la sua morte la corrispondenza intima tra lui e madame de Merteuil verrà divulgata e la marchesa, braccata e messa al bando, finirà la sua vita nel disprezzo generale. In questo romanzo niente rimane un segreto esclusivo tra due esseri. Tutti sembrano vivere all’interno di un’immensa conchiglia sonora in cui ogni parola, anche solo sussurrata, rimbomba amplificata, in molteplici e interminabili echi (…) E’ questo il settecento? O l’uomo vive da sempre in una conchiglia sonora?
Eppure Youtube non lo conosceva Laclos e all’epoca de “La lentezza” neppure Kundera!
Loredana Lipperini pubblica un comunicato dei familiari di Italo Toni e Graziella De Palo, giornalisti italiani scomparsi in Libano nel 1980: e sulla cui sorte, da più di 28 anni, vige nel nostro paese il segreto di Stato (in particolare, la De Palo aveva appena pubblicato dei servizi sul traffico internazionale di armi).
La novità è che l’assemblea della regione Marche ieri ha approvato appunto una mozione nella quale si chiede al Governo la “cancellazione del segreto di Stato, accertamento dei fatti e riapertura dell’indagine giudiziaria sulla scomparsa di due giornalisti”.
Leggi il testo completo sul sito di Loredana Lipperini
Inevitabile pensare “chi la fa l’aspetti”, in questi casi:
Il numero in edicola di Gazeta Romaneasca, il settimanale dei romeni in Italia, ha una prima pagina diversa da tutti i numeri precedenti. L’apertura è dedicata al pedofilo italiano che a Napoli ha stuprato un bambino rumeno di 8 anni, sotto si parla dell’italiano ubriaco e drogato alla guida che ha ammazzato un romeno vicino a Capena, infine c’è la ladra italiana catturata da due rumeni a Trento.
“Abbiamo fatto un esperimento: sbattere in prima pagina il mostro italiano”, dice il direttore editoriale del giornale, Sorin Cehan. “Farà capire ai nostri lettori il meccanismo perverso usato da alcuni giornali italiani che genera poi la rivolta dei cittadini contro un intero popolo”.
Nell’editoriale, il direttore spiega la scelta: “Una volta, una sola volta proviamo a fare una prima pagina nello stile oramai consacrato della stampa italiana. Sono tutti fatti reali, ma estratti con la pinzetta dalla realtà. L’immagine degli italiani è filtrata dalle stesse lenti con le quali loro ci osservano tutti i giorni: la cronaca nera di quanti uccidono, stuprano e rubano” [...]
Leggi l’articolo si stranieriinitalia.it sull’argomento
A proposito del processo – che si è aperto oggi – contro l’unico terrorista sopravvissuto alla strage di Mumbai, segnalo la cover story dedicatagli da Time la settimana scorsa. Il servizio si intitola “The making of a terrorist”, e ripercorre la vicenda di Mohammad Amir Ajmal Qasab: in cui realtà del terrorismo smentisce molti consolidati luoghi comuni, per cui esso prospererebbe in contesti di intolleranza e fanatismo religioso. E al contrario, sottolinea la normalità (per non dire: la banalità) dell’ambiente dal quale può manifestarsi.
Leggi The making of a terrorist, da Time magazine (in inglese)
Ancora segnalazioni: stavolta per il quindicesimo anniversario dell’assassinio di don Diana, il prete napoletano che dalla sua parrocchia si oppose alla camorra casalese e pagò con la vita. L’associazione Libera ha organizzato oggi a Casal di Principe una giornata di commemorazione con scuole e istituzioni. Mentre una buona parte della Chiesa, a cominciare dagli alti prelati, si allontana sempre più dal sentire comune, rifiutando di accogliere istanze e esigenze palesi, altri lavorano in silenzio. Preti di strada, preti combattenti, preti operai: chi contro la mafia, chi contro le multinazionali in Africa, chi contro il governo a favore degli immigrati. Ecco qualche storia:
- “Per amore del mio popolo non tacerò”
- Don Pino Puglisi vive ancora
- Don Ciotti: le scelte coraggiose di un prete contro la mafia
A proposito della proposta della Lega sulla castrazione farmacologica, segnalo questi tre contributi alla discussione:
- Leonardo scrive un racconto paradossale sulla “decapitazione capillizia”, e cita un altro suo post di un paio d’anni fa (quando la castrazione chimica fu proposta da Sarkozy).
- Formamentis riporta voci non proprio tranquillizzanti da Radio Padana (”ma ho sentito anche di peggio”)
- Il TGcom riporta che nella Repubblica Ceca questa pratica è in vigore da tempo, ma viene duramente criticata dalla commissione Ue contro la tortura (si parla di una “pratica barbara”)
- La Lega in questi giorni si è espressa anche su un altro farmaco, il cui effetto è esattamente l’opposto: ne parla Scorfano.
La vicenda torinese del Grinzane e di Giuliano Soria è l’ennesima in cui le intercettazioni telefoniche paiono determinanti. In effetti, mentre in settimana si svolgerà la decisiva discussione parlamentare attorno al disegno di legge volto a limitare il potere dei magistrati di disporle, le indagini le ostentano come il potente mezzo di prova da cui dipende il buon esito di un giudizio penale. Con grandissima abilità il segretario dell’Associazione Magistrati, qualche settimana fa su Repubblica, ha costruito una piccola fiction, nella quale si dimostrava come la nuova legge, nei termini che si prospettano, rischia di lasciare in libertà colpevoli di orrendi crimini. E’ indubitabile che la disciplina restrittiva sia un regolamento di conti tra la classe politica e la magistratura e punti a ridimensionare indagini, attuali e future. In fondo per tutelare la privacy dei cittadini era sufficiente prevedere la distruzione delle conversazioni relative a soggetti estranei oppure ai soggetti indagati ma su argomenti non pertinenti all’indagine.
Premesso doverosamente quanto sopra, tuttavia, rimane la spiacevole sensazione che le intercettazioni siano diventate un po’ come le radiografie. Una recente indagine scientifica afferma che il numero delle radiografie prescritte è cresciuto a dismisura, e che una su quattro è inutile. Ora, è noto che le radiazioni assorbite con questo mezzo di indagine clinica sono nocive. Però prescrivere radiografie è semplice e mette al riparo dall’errore diagnostico, in nome della prevenzione. A quel punto la capacità del medico conta assai meno. Anzi, chiunque potrebbe sostituire un medico che si limitasse in prima battuta a prescrivere radiografie sulle zone del corpo dolenti. Con le intercettazioni c’è il medesimo rischio: l’intrusività nelle conversazioni private, che stigmatizzavamo quando si trattava di rimarcare l’ignominia dei regimi comunisti, è una specie di radiazione. Quand’anche la bobina inutile venisse distrutta è mortificante che qualcuno si sia insinuato nell’intimità della persona ascoltata. Perorare la causa delle intercettazioni solo evidenziandone l’utilità non è necessariamente congruo: se tutti i telefoni del mondo venissero messi sotto controllo 24 ore si eviterebbero un sacco di reati, eppure ancora nessuno l’ha proposto. Per questo penso che un buon medico e un buon magistrato sono quelli che non ricorrono routinariamente a radiografie e intercettazioni. E piuttosto che paralizzare le intercettazioni alla radice introdurrei un controllo a posteriori sui magistrati, verificando chi durante l’anno ne usi sopra la media oltre una certa percentuale, e lasciando a lui l’onere di provare, a fini disciplinari, che ognuna di esse era strettamente necessaria.
A Roma ci sono i ministeri e la mondanità incestuosa delle terrazze. A Milano la lucentezza dei danè che scandiscono la giornata come le campane medievali. A Napoli il cappio della camorra. Ma Torino fugge sdegnosamente da ognuno di questi brodi di coltura della corruzione. Come si spiega allora che la storia recente abbia segnato episodi macroscopici, Luciano Moggi, nel calcio, e Giuliano Soria, nella cultura, che pure della triviale disonestà dovrebbe essere antidoto? Sorvolando sul fatto che le radici dello scoperchiamento di Tangentopoli stanno in La Ganga prima che in Mario Chiesa.
Quello che più mi ha colpito nella vicenda di Soria è la reazione dei suoi vicini di casa. “La rabbia dei vicini” si leggeva sulla Stampa. E si poteva immaginare che quelli fossero insorti a favore del condomino, sventolandone l’apparente costumatezza. Al contrario erano in strada per godere e svillaneggiarlo. “Abbiamo festeggiato col Berlucchi”. Non ho mai conosciuto Soria, ma mi aveva sempre impressionato lo sprezzo con cui mi parlavano in tanti della sua villana tracotanza e dei suoi certi traffici. Erano un po’ tutti suoi vicini di casa, eppure si è dovuto aspettare che il nostro si abbandonasse a una certa scompostezza della libido perché venisse fuori il marciume anche dai tubi del gas, e ognuno si dissociasse e lo denunciasse.
Vivo a Torino da 18 anni e sotto parecchi aspetti ne ho un’opinione eccellente. E’ una città culturalmente reattiva, operosa senza fanatismo e per nulla volgare. Ma mi domando quanto di antropologicamente suo ci metta in questo affiorare di questione morale. E ce lo ritrovo non nei corruttori, fauna che si sviluppa ad ogni latitudine e a questa tendenzialmente meno che in altre, bensì nell’omertosa copertura di cui essi beneficiano sino alla caduta, che avviene casuale ma subito condita da ampie innaffiate di livore represso. Si uniscono qui due caratteristiche: dell’antico lealismo monarchico Torino ha conservato il senso della gerarchia. Al capo si ubbidisce senza discutere, al limite mugugnando. La torbida ammirazione che non si nutre per l’arricchito la si riserva al potente. D’altronde Torino è città sotterranea: per discrezione, essoterismo, massoneria, ma insomma pur sempre una città in cui chi comanda non si appella a un elettorato palese ma ottiene le decisive credenziali rimestando in viscere nascoste. Nell’incontro tra colpevole acquiescenza e gretta invidia si sviluppano le storie di potere e si scrive la loro incancellabile miseria morale: che alla fine si riversa impetuosa sopra tutto e tutti, macchiando le tovaglie assai più del Berlucchi scappato via dal bicchiere durante il brindisi, poco più che catartico del ruttino che lo segue.




