La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
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Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento



March, 2009

Il Fermacarte
March 15th, 2009


La clamorosa “mini-enciclica” del Papa ai vescovi continua a suscitare riflessioni. In risposta a quanto scritto da Vito Mancuso, oggi interviene sul Riformista Ubaldo Casotto:

Il fatto è assolutamente inusuale, straordinario, forse unico. Giustamente, a proposito della lettera di Benedetto XVI sul caso dei quattro lefevriani, Vito Mancuso parla di «una mini enciclica».
Il teologo Mancuso, su Repubblica, spiega poi al Papa che 491 sacerdoti lefevriani non valgono «lo scisma sommerso che riguarda milioni e milioni di laici… divorziati e risposati, cui vengono negati i sacramenti». Il sociologo Franco Garelli, sulla Stampa, gli dice che la Chiesa, di fronte al dilemma «se distinguersi dal mondo o adattarsi ad esso», deve essere più madre che maestra. I vaticanisti, di cui divoro con interesse le analisi, hanno accentuato la lettura “politica” della missiva papale in chiave di scontro interno alla Curia romana, con conseguente ricasco di teste tagliate e di nuove nomine [...]

Leggi l’articolo di Ubaldo Casotto (dal Riformista)

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Il Fermacarte
March 14th, 2009


In questi giorni il dibattito sui blog è dominato da Michele Serra, che dalla sua Amaca ha sparato a zero su youtube e la rete tutta. Prevedibili e quasi unanimi le critiche:  fra gli altri di Luca Sofri, Falso Idillio, Scorfano e Squonk.



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Il Fermacarte
March 13th, 2009


E’ di ieri la notizia della clamorosa lettera in cui Benedetto XVI ha squarciato il velo sui dissidi interni alla Curia, dove si anniderebbero addirittura “ostilità pronte all’attacco” del Papa stesso.

Oggi Vito Mancuso scrive in proposito su Repubblica questo pezzo intitolato “La solitudine del Papa”:

Persino per l’esperto direttore della sala stampa vaticana la lettera del Papaa proposito della remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani “è un documento davvero inconsueto”.
Anche solo per questo, per essere una delle rare cose inconsuete (un’altra è stata ieri l’attacco dell’Osservatore romano) provenienti da un’istituzione che ha la sua forza nella secolare consuetudine, è degno della massima attenzione.
Indirizzata ai vescovi della chiesa cattolica, questa lettera papale si potrebbe definire una mini enciclica. E se si aggiunge citando sempre padre Lombardi che “non vi è dubbio che la lettera sia sua dalla prima parola all’ultima” il documento assume un valore su cui davvero vale la pena riflettere. Quale sia stato l’obiettivo del papa nel redigerlo, lo dice egli stesso: “contribuire alla pace nella chiesa”. Preso atto che nella chiesa la pace è turbata, il papa intende ristabilirla. Nessun dubbio che il turbamento deve essere molto grande per spingere il papaa un passo così “inconsueto”, e io aggiungerei clamoroso (non ricordo un documento analogo in tempi recenti). Ma di chi è la colpa del turbamento della pace della chiesa? Il papa l’attribuisce a tre soggetti, a tre gruppi di “cattivi”: 1) i lefebvriani; 2) i funzionari vaticani che non l’hanno informato del negazionismo di monsignor Williamson; 3) quei cattolici che hanno protestato “con un’ostilità pronta all’attacco”.

(more…)



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Il Fermacarte
March 10th, 2009


Domani il Senato dovrebbe approvare la legge che renderà lecita la cosiddetta “pubblicità occulta” in televisione, ovvero – con un termine più elegante – il “product placement”: non sarà più illegale, dunque, mostrare l’etichetta o il marchio di un prodotto all’interno di una trasmissione (ed al di fuori degli espliciti spazi pubblicitari).

La notizia è riportata da Repubblica, ma per il resto è passata finora quasi inosservata. In compenso è nata sul web una discussione abbastanza vivace: segnalo fra gli altri Matteo Bordone (”sarà ora trasparente il fenomeno che in tutto il cinema italiano dilaga da decenni”), Link Blog (”espedienti del genere si possono far risalire persino ai primi film dei Lumière”), Agenda Comunicazione (”si teme che a farne le spese saranno soprattutto i programmi rivolti agli adolescenti”) e Scorfano (”penso che sia una piccola forma di corruzione”).



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Il Fermacarte
March 9th, 2009


Per chi fosse interessato ad informazioni più strettamente riguardanti l’attività notarile, è nato il sito del mio studio torinese: www.notaioremobassetti.it

Dal quale segnalo in particolare un approfondimento riguardante “La decadenza delle agevolazioni della prima casa”, con il contributo della Dottoressa Luciana Spina.

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Il Fermacarte
March 6th, 2009


Nel carcere di Dartmoor, nel Sud dell’Inghilterra, alcuni prigionieri riescono a essere i veri divi dello schermo per i loro figli. Essi, infatti, registrano dvd nei quali leggono storie della buonanotte, non di rado composte da loro stessi. L’originale intuizione è stata poi riprodotta tra i militari americani in partenza per l’Irak o l’Afghanistan. Ma fermiamoci sul carcere. Come spiega Domonic, uno dei detenuti più bravi in sala di montaggio, “in carcere ti aspetti tutto ciò che è tipicamente macho. Ma in sala di montaggio tu vedi un lato umano diverso. Quando parlano dei loro bambini e delle storie o quando scelgono i pupazzi che useranno nel dvd, i detenuti si inteneriscono e si emozionano”. E’ molto toccante immaginare i bambini che mantengono questa forma di contatto col padre recluso. Anche un po’ angosciante in vero, perchè se la persona non è disponibile, lo schermo ce la rende un tantino irreale, come i divi delle fiction: ma non certo più angosciante che ignorare persino il padre che faccia e voce abbia, come sarebbe per alcuni di quei bambini, il cui genitore era già in prigione quando sono nati. Gli editor lavorano assiduamente a migliorare la qualità del video o l’interpretazione di quegli insoliti attori, ma non toccano mai il finale, quando la voce del padre si rompe mentre augura la buonanotte ai loro figli, e gli dicono che torneranno presto accanto a loro. E’ un piccolo aiuto ai bambini a elaborare la loro relazione col padre, a far sì che non si sentano abbandonati, e quindi è un modo intelligente per ridurre l’effetto “collettivo” della pena, quello che ricade sugli altri membri della famiglia. Ma è anche un approccio sensato alla cosiddetta rieducazione: il senso di responsabilità e dignità che al colpevole di delitti si vorrebbe restituire non si alimenta granchè di ordini da eseguire meccanicamente e di carrellini da spingere nei corridoi. Ben diverso è recuperare la responsabilità di un fondamentale ruolo genitoriale, la protezione dai cattivi sogni notturni, e restituire un senso all’uscita del carcere nel bacio che seguirà la fine della storia di Cappuccetto Rosso.



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Appuntamenti
March 5th, 2009


Il primo: stasera a Torino un incontro dal titolo “Crisi e cambiamenti tra mercati e target, tra consumi e generazioni, fanno sempre paura?”. Ne parlerò con Francesco Delzio e Marco Boglione, modera Vera Schiavazzi. Alle 18.30 in via Fanti 17, presso l’Agorà Centro Congressi Unione Industriale Torino (per partecipare scrivete al Club della Comunicazione d’Impresa).

Il secondo: a Marsala, dopodomani 7 febbraio presenterò Stanno uccidendo i notai nell’ambito della rassegna “I fieri del libro”, assieme a Roberto Alajmo. Alle 18 presso le Torri Pellegrino.



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Il Fermacarte
March 4th, 2009


L’articolo che segue è l’editoriale di Alexandre Lacroix da Philosophie Magazine, febbraio 2009. Traduzione mia.

La mia prima reazione è stata la perplessità. Mi ci è voluto un po’ di tempo per comprendere la straordinaria pertinenza del messaggio veicolato dall’ultima campagna di pubblicità Mac Donald’s. Senz’altro avete notato quella serie di manifesti nelle vie e nei metro o visto gli spot televisivi: vi si vede un manichino, per esempio un giovane uomo con gli occhi blu, cambiare di look. Selvaggio surfista, angelo dell’inferno barbuto, funzionario modello in cravatta, romantico bohémien pateticamente demodé, lui affronta questi multipli travestimenti senza paura. Lo slogan: venite come siete.
Il senso di questa campagna pubblicitaria si precisa comparandole ad altre campagne mondiali che risalgono al principio del 2000. Così la marca di abbigliamento Gap ha messo in scena nei video e nei manifesti gruppi di persone che danzavano in maniera particolarmente sincronizzata, serrati in ranghi alla maniera dei legionari romani, in un ambiente asettico, tutti vestiti alla stessa maniera. Il messaggio è semplice: vestendo i giovani sull’intera terra, Gap produce uniformità. Questi spot confermano il fantasma di un capitalismo eretto a sistema di dominio e reclutamento generalizzato, proprio mentre lo prendono in giro. Sulla stessa vena, Nike ha proposto più o meno nello stesso momento la parodia dei poster fascisti italiani. Pepsi ha mostrato degli individui nel metro o nell’universo urbano con gli occhi azzurri e con enormi sorrisi falsi. Che il consumatore indossi un’uniforme (Gap), un’attitudine stereotipata (Gap e Pepsi) o che egli semplicemente rinforzi i ranghi di una nuova armata (Gap e Nike) la marca si diverte ogni volta a evocare la propria impronta sulla società.
Con la campagna di Mac Donald’s siamo appena passati a uno stadio superiore. Il messaggio non è più: anche se voi siete tutti differenti, vi assomigliate perché in quanto consumatori comprate le stesse cose, ma precisamente l’inverso: noi non abbiamo più bisogno di imporvi un’uniforme né di regolare i vostri comportamenti. Voi avete diritto a tutte le forme di originalità è di espressione personale, ai look più conformistici come ai più eccentrici: poco importa poiché voi siete prima di tutto dei consumatori identici prima di differenziarvi. Nel primo caso, l’essenza individuale precede il comportamento del consumatore. Nel secondo, l’essenza del consumatore precede il comportamento individuale.
Nella nuova età del capitalismo integrato di cui ci parla Mac Donald’s, quale ruolo può giocare l’anticapitalismo? Forse nient’altro che un travestimento. Essere anticapitalisti sarà un po’ come credere al libero arbitrio in un universo integralmente sottomesso e determinato. Così sperare nell’avvento di un altro sistema – fondato sulla gratuità, le reti di scambio, la caccia e la pesca, o al contrario sull’economia pianificata, perché no? – magari portandone anche la maschera, non cambia niente. Il capitalismo è ben radicato; le alternative sono tanto desiderabili quanto irrealistiche. Dietro il più feroce degli angeli dell’inferno, il più sognatore dei romantici bohémien, il più fervente dei rivoluzionari, c’è un solo e unico uomo, è quello che continuerà ad addentare, di tanto in tanto, un Big Mac.



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Il Fermacarte
March 3rd, 2009


La proposta di alcuni consiglieri regionali veneti e l’articolo di Gian Antonio Stella al riguardo hanno portato sotto la luce dei riflettori l’opaca figura del difensore civico. Si tratta in teoria di una figura ad alto tasso di garanzia, nata sotto altre latitudini giuridiche e impiantata svogliatamente in Italia, che trova attualmente una risicata regolamentazione nazionale con le leggi Bassanini. La sua funzione si sostanzia in quella di controllore dell’attività della pubblica amministrazione, chiedendo informazioni e richiamando i funzionari: insomma un filtro tra il cittadino e gli enti pubblici. In mancanza di un inquadramento nazionale di tale ruolo, le regioni si dotano dei loro difensori civici, ma altrettanto fanno i comuni. Il potere significativo che era stato attribuito ai difensori civici regionali, nel 1997, era la possibilità di sostituire i responsabili di enti locali che “sebbene invitati a provvedere entro un congruo termine ritardino o omettano di compiere atti obbligatori per legge”, con un commissario ad acta. Ma la Corte Costituzionale ha letto restrittivamente la norma, precisando che “l’esercizio di un potere sostitutivo deve essere affidato a un organo di governo della Regione o deve comunque svolgersi sulla base di una decisione di questo”. E siccome il difensore civico è un organo di controllo, questi poteri non possono essergli riconosciuti. Oltre tutto, quali competenze può un difensore civico regionale esercitare rispetto a comuni che hanno già il loro? Forse nessuna. Così, la proposta di abrogazione del Veneto suona più realistica che provocatoria.

Se rimanessero però i soli difensori civici comunali (che, non essendo obbligatori, non sono istituiti dovunque, con un rischio di disparità di tutela dei cittadini, costituzionalmente rilevante), il quadro non sarebbe migliore. Le nomine, come racconta Stella, sono in buona parte lottizzate, prive di trasparenza, già arricchite da un’aneddotica sgradevole. Il problema è che nella quasi totalità dei comuni il difensore civico viene nominato dal consiglio comunale: non è quindi espressione di coloro che dovrebbero essere garantiti, ma in qualche modo di coloro che dovrebbero essere controllati. Non è nulla più che il centralino reclami di una grande azienda.

Vi è quindi una duplice esigenza: quella di attribuirgli prerogative un tantino più solide di quella del mero censore e quella di modificare il criterio di nomina. La prima cosa che viene in mente è: eleggiamolo. Ma se l’elezione di qualcuno fosse sempre il rimedio salvifico, perché dovremmo eleggere un difensore civico quando già abbiamo eletto i consiglieri comunali, che quando non sono coloro che devono essere controllati dal difensore civico sono coloro che dirigono l’attività dei funzionari della p.a., e in qualche modo sono tenuti a controllarne l’operato? Troppo presto ci si dimentica che qualsiasi membro della “casta” sta lì perché lo abbiamo eletto. Se è l’avvenuta elezione che fa passare dall’altra sponda, anche il difensore civico non si sottrarrà alla nemesi. Si candiderà qualche demagogo, noi diremo dopo un po’ che anche lui è entrato a far parte della casta, e metteremo in cantiere l’elezione di un difensore dal difensore civico.

La diffusione delle procedure elettorali a vari livelli è un buon segno di salute delle democrazie, ma questo non vuol dire che la democrazia migliore sia quella che riempie ogni posto con un’elezione, specialmente se si tratta di cariche inerenti a funzioni di controllo. Tant’è che in Europa il difensore civico comunitario lo si sceglie con un bando di concorso all’interno di un sistema selezionato di candidature.

Vado oltre: con la pur sacrosanta abrogazione della leva militare obbligatoria si è smarrito in Italia (se mai si era posseduto) il senso pubblico della corvée a favore della collettività, riducendo la relazione tra Stato e cittadini a una questione esclusivamente monetaria. Uno spirito comunitario del vivere, che presiede anch’esso a una buona democrazia, si forma anche così. E allora: perché i titolari di alcune professioni o di alcune funzioni (in prima battuta mi viene da pensare a notai, magistrati, avvocati), che non mancano mai di ricordare l’essenziale significato sociale della loro attività, non dovrebbero essere chiamati, gratuitamente e a rotazione per un tempo breve, a ricoprire un ruolo sociale di cerniera tra la società e lo Stato, come ad esempio quello di difensore civico?

Per adversa opinione: leggi il forum di beppegrillo.it sull’argomento

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Estratti
March 2nd, 2009


La scorsa settimana in Francia i dirigenti di alcuni canali televisivi, davanti al Ministro della Cultura, hanno varato un accordo di “buona condotta” con il quale s’impegnano a dedicare un certo numero di ore di programmi alle pratiche di igiene alimentare per l’infanzia. A marzo l’Assemblea Nazionale discuterà un piano per ridurre la pubblicità alimentare insalubre nei programmi per bambini. Buoni propositi, sia pure ancora lontani dalle misure draconiane della Gran Bretagna, che da gennaio ha completamente vietato, sui canali dell’infanzia, la pubblicità di cibi troppo grassi o zuccherati o salati. I provvedimenti hanno completamente ridisegnato le strategie pubblicitarie delle industrie del settore (gli spot con disegni animati sono crollati del 69%), ma nell’insieme non sembrano avere portato drammatiche controindicazioni finanziarie per le tv, al di là del fatto che anche tali controindicazioni non giustificherebbero l’intossicazione dei bambini.

Ovviamente, il problema è più profondo poiché, secondo uno dei direttori dei canali per l’infanzia, l’85% dell’audience i ragazzi compresi tra i 4 e i 15 anni lo indirizzano su altri canali. Ma è almeno una prima dimostrazione di consapevolezza che l’indottrinamento pubblicitario non può esercitarsi sulla pelle dei bambini.

Riporto al riguardo un passo di “Contro il target”:

I bambini sono molto più che l’esercito di riserva del consumismo. Il mercato di giocattoli e abbigliamento (anche firmato) loro riservato è in continua espansione, ma la vera novità è che il loro parere è con sempre maggiore frequenza determinante nella scelta degli acquisti da parte dei genitori, un’infulenza che negli Stati Uniti è stata quantidicata in 249 milioni di dollari. Come fanno i bambini a possedere quel minimo di competenza che serve per orientare i genitori che vogliono comprare un’auto o uno stereo? L’hanno acquisita attraverso la pubblicità degli articoli per bambini che è incentrata sui medesimi valori di fondo che connotano quella per gli adulti, dall’esaltazione del nuovo che rende inutile l’oggetto precedente alla valorizzazione della sofisticazione tecnologica e del giudizio sociale. Il disastro finale lo compiono i genitori, facilitando l’accesso dei bambini a categorie di oggetti che finiscono in inopinata condivisione, come il telefono cellulare: d’altronde la capacità di padroneggiare la tecnologia risulta inversamente proporzionale all’età. I ragazzi non sono soltanto allevati al consumismo e abituati all’attaccamento nei confronti delle marche ma sono precocemente avviati alla cognizione degli stili di vita.

Sullo stesso argomento, due articoli interessanti si trovano qui e qui.

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(disegno originale di Guido Scarabottolo)