La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento

Quest’oggi riproponiamo la celebre, profetica poesia di Dino Campana, “Barche ammogliate”:
Veline, veline, veline,
sculettano e frustano il vento
che gonfia già invano il sedere.
Veline, veline, veline,
che sveston e sveston: là dentro
nel giubil la poppa rimorchi
ne sondi la nobile scorza
nell’ultimo seggio fedele.
Veline, veline europee.

Oggi, altra traduzione da un articolo di Le Monde: questo è del 3 aprile, e riguarda la delocalizzazione dei servizi giuridici.
Sempre più spesso le società occidentali fanno ricorso a dei subappalti indiani per sistemare le loro questioni giuridiche a minor costo.
Regalatevi un avvocato indiano!
Per passare dal caos di Bombay agli uffici silenziosi di Pangea3, basta posare l’indice su un lettore di impronte digitali. Le porte a vetri si aprono su un open space climatizzato, con mobili viola e verde mela, dove seri giovani salariati in giacca o tailleur sono allineati davanti a file di schermi piatti. Sono tutti giuristi, pagati tra 300 e 500 dollari al mese, l’equivalente di tre o quattro ore di consulto di un confratello negli Stati Uniti. Sono il nuovo battaglione del subappalto indiano: quello dei servizi giuridici. (more…)

In un’inchiesta uscita qualche giorno fa, Le Monde ha consultato la raccolta dei resoconti di incidenti presentati dai direttori di prigione. Abbiamo scelto quattro giornate banali.
Tutti i giorni, i direttori dei 194 stabilimenti penitenziari francesi censiscono i principali incidenti che costellano la vita delle loro prigioni. Le Monde si è procurato una parte di questi resoconti, raccolti dalla direzione dell’amministrazione penitenziaria. Pubblichiamo integralmente quelli da giovedì 26 febbraio a lunedì 2 marzo, riflesso di quattro notti di ordinaria tensione. Sono elencati gli eventi più salienti e spesso più violenti, ma anche i guasti all’impianto idraulico o elettrico o una manifestazione di sorveglianti. Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, la diffusione delle immagini della sommossa a Fort de France (Martinica) ha suscitato “un gran schiamazzo”, nel centro penitenziario di Ducos, in Guadalupa.
(more…)
Ieri, nel quadro della bella rassegna torinese “Biennale della democrazia”, ho assistito al Teatro Gobetti a un interessante dibattito dal titolo molto diretto, Democrazia: cosa può fare lo scrittore? Tra quelli che hanno parlato, rigorosamente in tema si è tenuto Antonio Scurati dicendo cose, come sempre, intelligenti ma anche un tantino impressionanti. Estraendo alcuni dei contenuti, secondo Scurati la letteratura è, per sua natura, una pratica democratica, “si provvede” come tale, si fornisce come modello, posta la varietà di condizioni umane cui attinge le sue fantasia. Per lo scrittore il discorso è più complicato, specie oggi. Dato che la politica è diventata, nella migliore delle ipotesi, lo spazio in cui si fronteggiano due retoriche concorrenti, lo scrittore, per rimanere nell’alveo della vera letteratura, non deve piegarsi ai medesimi registri retorici. Va da sé che, all’inverso, seguire l’attualità, per esempio la cronaca nera, con quei medesimi registri è un’attività mistificatoria, dal punto di vista etico-estetico che deve improntare la letteratura. D’altronde, ha ammesso Scurati, se lo scrittore vuole ancora esprimere una qualche forma di militanza, se vuole incidere sul reale, e quindi anche sulla politica, non può che accedere al pubblico sociale con quegli stessi moduli stilistico-espressivi che il pubblico riconosce. Solo che deve avere cura di deviare, di scartare al momento giusto. Con il rischio del risucchio che questo comporta. (more…)

Il volume “Come un’onda che sale e che scende” di William T. Vollman, pubblicato in Italia da un paio d’anni, è un libro che ha per tema la violenza e una struttura assolutamente insolita, fantasiosa, astratta, in certi momenti francamente sfibrante. Alcune parti meritano però di essere incorniciate. Personalmente trovo profonda ed educativa questa sinteticissima riflessione sulla legittimità della pena. (more…)
Brevemente: per qualche ora questo sito sarà in una sorta di limbo, perché stiamo lavorando a mettere online la nuova impostazione grafica.
Gli eventuali disagi saranno spero ripagati da domani mattina, quando il rinnovo sarà completo.

Tempi di otto per mille: lo slogan di quest’anno della Chiesa valdese è “Facciamo qualcosa di laico”. Laico davvero, se pensiamo che la commissione bioetica dei Valdesi fin dall’inizio del caso Englaro si è pronunciata a favore del volere della famiglia, e che l’anno scorso 100mila euro dei fondi raccolti sono stati destinati alla ricerca sulle cellule staminali.
Nessun bisogno di essere di confessione valdese per firmare, perché la somma raccolta non è mai utilizzata per fini di culto, ma solo per progetti di natura assistenziale, sociale e culturale, presentati da enti non solo evangelici, ma anche cristiani e laici. Il 30% del totale sarà riservato a progetti nei Paesi in via di sviluppo. Inoltre, massima trasparenza, perché a differenza della Chiesa cattolica, la valdese pubblica un rendiconto dettagliato dei finanziamenti. Qui trovate tutte le informazioni.
Venerdì 24 si tiene a Torino un convegno pubblico su questo argomento, all’interno della rassegna Biennale Democrazia. Io interverrò a partire dalle 15 per parlare della “Mediazione interculturale come pratica democratica”, e successivamente per coordinare la tavola rotonda dal titolo “Democrazia e multicultura: quale ruolo per la mediazione?”.
L’intera giornata presso il Centro Interculturale della Città di Torino (Corso Taranto, 160) è dedicata agli sviluppi professionali del mediatore linguistico culturale. Informazioni dettagliate qui.
La pena passionale, che esprime la reazione degli uomini quando uno di loro è stato da qualcuno negato come persona e lo scatenamento dell’istinto retributivo è, secondo me, l’origine della giustizia e, unitamente all’etica della cura e della responsabilità estesa al reo, anche ciò che la giustizia dovrebbe essere. [1]
E un diario con la preventiva scelta di un giorno e dunque di impostazione burocratica, coglie la verità? Dei fascicoli della Stasi sembra un curioso doppio, per quel suo amorevole indugio nel dettaglio quotidiano superfluo. Per un giorno all’anno la Wolf si fece spiata e spiona. Il parallelismo del diario, che come la Stasi è ossessionato dal terrore dell’oblio, è tuttavia animato dalla finalità opposta del fascicolo segreto, far valere l’elemento di contraddizione (hai detto questo ma hai fatto quest’altro, perché?)a discolpa piuttosto che a favore. Ma l’osservazione esageratamente puntuale, provenga da sé o da terzi, perde sempre prospettiva e rende se stessa inutile a fini dimostrativi. Altri tempi, altre ossessioni. Eppure chi l’avrebbe detto che, crollato il muro di Berlino, il problema delle spie lo avremmo avuto noi occidentali? In primo luogo, per le tracce informatiche che lasciamo in giro quando ci muoviamo in rete, e che formeranno banche dati commercialmente proficue e schede comportamentali. Lo spionaggio oggi è principalmente una fase imprescindibile del marketing. Christa Wolf almeno scriveva a macchina. [2]
Sul numero di Limes attualmente in edicola, intitolato “Esiste l’Italia? Dipende da noi”, Antonio Pascale, in un articolo pieno di arguzie e stimoli intellettuali (il suo titolo è “Abbasso i tuareg”), lancia tra le varie provocazioni quella della critica a una sinistra che “ha sostituito l’idea di progresso (allora marxista) con il sapere nostalgico o nel peggiore dei casi con il revival. E’ riuscita a vincere là dove non avrebbe dovuto vincere. Ha sfondato e occupato il territorio che apparteneva alla destra, quello della tradizione e del mito. Del creato incorruttibile”. Pascale ha un bersaglio prioritario, quello dell’agricoltura biologica o, come lui la ribattezza, “archeoagronomia sinergica”. Se la prende con gli sbrodolamenti demagogici di Vandana Shiva e osserva, apparentemente non a torto, che “in quei luoghi dove, per forza di cose, si pratica agricoltura biologica, come parte dell’Africa, gli insetti ci sono, eccome, fanno danni e le produzioni scarseggiano”.
Ma la questione è più generale e infatti (citando come esempio la sua innatista descrizione dei napoletani) cita come modello negativo Pasolini. Sinistra legata alla tradizione anziché al progresso? Ma come? Non aveva lamentato esattamente l’opposto, nemmeno un anno fa, Bruno Arpaia, auspicando nel saggio “Per una sinistra reazionaria” che la sinistra possa affacciarsi sul futuro tenendo ben presente il passato e facendo sua la domanda posta da Franco Cassano in chiusura del saggio “Pier Paolo Pasolini (n.d.r. ancora lui!) ossimoro di una vita: “E’ possibile mantenere un’identità di sinistra attraverso un recupero dei valori della destra, è possibile usare il sacro in chiave eretica, è possibile un uso rivoluzionario della tradizione?”. La sensazione è che non molto più che la distinzione tra destra e sinistra sia obsoleta la distinzione tra modernità e tradizione, vista la manipolazione che si può fare dell’uno o dell’altro concetto. Per non dire del fatto che la modernità si può valutare solo a posteriori. Come scrive Felix De Azua nel “Dizionario delle arti”: “Anche se sembra un gioco di parole, possiamo determinare la modernità solo nel passato. Nel presente si affollano i candidati alla modernità, ma nessuno può affermare chi attraverserà questo stretto passo. Per saperlo ci si deve trovare in una nuova modernità che avrà già distrutto la modernità del precedente candidato”.


