La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



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Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




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Rassegna Stampa
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Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




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Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento



Il Fermacarte
April 27th, 2009


biennale-democrazia1

Ieri, nel quadro della bella rassegna torinese “Biennale della democrazia”, ho assistito al Teatro Gobetti a un interessante dibattito dal titolo molto diretto, Democrazia: cosa può fare lo scrittore? Tra quelli che hanno parlato, rigorosamente in tema si è tenuto Antonio Scurati dicendo cose, come sempre, intelligenti ma anche un tantino impressionanti. Estraendo alcuni dei contenuti, secondo Scurati la letteratura è, per sua natura, una pratica democratica, “si provvede” come tale, si fornisce come modello, posta la varietà di condizioni umane cui attinge le sue fantasia. Per lo scrittore il discorso è più complicato, specie oggi. Dato che la politica è diventata, nella migliore delle ipotesi, lo spazio in cui si fronteggiano due retoriche concorrenti, lo scrittore, per rimanere nell’alveo della vera letteratura, non deve piegarsi ai medesimi registri retorici. Va da sé che, all’inverso, seguire l’attualità, per esempio la cronaca nera, con quei medesimi registri è un’attività mistificatoria, dal punto di vista etico-estetico che deve improntare la letteratura. D’altronde, ha ammesso Scurati, se lo scrittore vuole ancora esprimere una qualche forma di militanza, se vuole incidere sul reale, e quindi anche sulla politica, non può che accedere al pubblico sociale con quegli stessi moduli stilistico-espressivi che il pubblico riconosce. Solo che deve avere cura di deviare, di scartare al momento giusto. Con il rischio del risucchio che questo comporta. Per esempio, se la televisione è la grande corruttrice (tanto da avere prodotto la definizione della politica come arena di retoriche contrapposte), lo scrittore può decidere di non sottrarsi all’apparizione mediatica, ma deve avere sempre in serbo la risorsa che ad un certo punto lo illumina nella sua diversità, e fa passare un messaggio che scompagina la retorica prevalente. Potremmo dire un aggiornamento della vecchia tattica leninista rispetto alle isituzioni parlamentari.
Resta tuttavia la sensazione, dal dibattito come dalla posizione di Scurati, di un certo fatalismo degli intellettuali di fronte alla moderna difficoltà di militanza utile, se davvero la scelta è tra “sacrificarsi”, entrando a far parte della schiera di coloro che beneficiano della visibilità televisiva e dei vantaggi economici che la seguono (è il caso di chi non riesce nella deviazione dalla retorica, e si lascia “risucchiare”) oppure acquartierarsi in un angolo della tv per vibrare una zampata detournement di tanto in tanto e raccontare un giorno ai nipoti di avere tramato nell’ombra e praticato azioni di disturbo per mettere in crisi il sistema.
Sarà poi vero che la letteratura ha uno sviluppo interiore che mette in scena la democrazia? Tanto più la letteratura è vestale della purezza e dell’assoluto, tanto meno somiglia alla democrazia e al relativismo che agita quest’ultima. Sul rapporto tra politica e letteratura ricordo le magnifiche parole che Philip Roth mette in bocca a un suo personaggio: “La politica è la grande generalizzatrice mentre la letteratura è la grande particolareggiatrice, e non soltanto esse sono in relazione inversa, ma hanno addirittura un rapporto antagonistico (…) La letteratura è l’impulso a entrare nei particolari. Come puoi essere un artista e rinunciare alle sfumature? Ma come puoi essere un politico e permettere le sfumature?”. Meglio dunque lasciare la letteratura dov’è e, se del caso, prendersi le responsabilità come letterati.
Qual è la novità nell’affermarsi, come normale prassi, della democrazia populista? Prima, tecnicamente, si parlava di pubblico per l’artista, e di elettori per l’uomo politico. Ora, sempre tecnicamente, il rapporto della politica è con un pubblico (o, sotto altri aspetti, con una clientela), che è un pubblico più numeroso di quello dell’artista. Tendenzialmente questi pubblici non comunicano. Il rischio dell’artista, e segnatamente dello scrittore, è di non arrivare minimamente a incidere sulle condizioni della società. Di diventare irrilevante (a parte il profilo commerciale), come mai era accaduto in passato. Di essere forza inerte nel farsi dello Spirito, per come potrebbe vederla Hegel. Ovviamente la morte della letteratura, in quanto fenomeno politicamente rilevante, richiederebbe un nuovo dibattito, che potrebbe così essere intitolato. Letteratura: cosa possono fare i politici?



One Response to “Letteratura e democrazia”

  1. Bdd says:

    io ho l’impressione che sia lo stesso mondo della letteratura (e dell’arte, della cultura in generale) a svilirsi da solo, tagliandosi fuori dal gioco… è al suo stesso interno infatti che spesso viene trattato come intrattenimento, basato su divi da copertina e tendenze farlocche. basta dare una letta alle pagine di recensioni su giornali e riviste per rendersene conto: c’è una sorta di “populismo della cultura” che pare riprodurre gli stessi vizi di quello politico. e allora, come ci si può aspettare di essere presi sul serio dal resto della società?

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