La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Ospite di “Uomini in fuga” il 14 maggio 2009 a Radio3, Goffredo Fofi parla di come è cambiato nel tempo il rapporto fra ciclismo e media. Si parte da “Totò al Giro d’Italia”, e dal fatto che chi presta la voce al radiocronista era il grande Mario Ferretti – che in quanto repubblichino era stato epurato dalla Rai; e girò prima “Totò al Giro d’Italia” prestando la sua voce alla radiocronaca, e poi l’anno dopo sarebbe tornato a fare le radiocronache del Giro:
Ferretti era un grandissimo radiocronista. Anche qui, la radio ingigantiva le cose, mentre la televisione a mio parere un po’ le sminuisce. Gli toglie una dimensione epica. Li vedi, e già il fatto che li vedi e non puoi immaginarteli, no? Noi immaginiamo Ulisse, se vediamo Ulisse ci farebbe molta meno impressione se vedessimo in diretta l’Odissea, no?
Però questo appunto riguarda l’epoca pre-televisione. Direi che la televisione è stata una delle cause, con l’automobile, della decadenza di molti sport: insomma, di questi sport più popolari. Lo stesso calcio, le radiocronache di Carosio sentite alla radio la domenica ovviamente creavano una dimensione epica e in qualche modo magica – addirittura onirica – e al mio paese, il bar sulla piazza metteva fuori un altoparlante e la partita veniva ascoltata da folle di persone che urlavano, gridavano, immaginando quello che succedeva. Ovviamente, non vedendolo. E il cinema fa vedere.
In realtà basta ricordare i mondiali di calcio del 1982 per confutare quello che dice Fofi. La televisione è stata il volano finale dello sport, e nessun racconto, per esempio, può rendere l’epica dello sforzo di un maratoneta o il prodigio muscolare del centometrista. La questione va storicizzata: è solo da un certo punto che la televisione ha cominciato a mettere i piedi nel piatto e a snaturare lo sport. E’ stato quando, da osservatore discreto dell’evento sportivo (al limite con una sua precipua dotazione tecnologica, come la moviola), la televisione ha riregolamentato lo sport a proprio uso e consumo, sia nel senso di modificarne i regolamenti in senso stretto, sia nel senso di imporre un calendario asfissiante per vendere gli avvenimenti. Quello che manca allo sport di oggi è la cadenza festiva. Una cosa era tornare presto a casa per godersi il “mercoledì di coppa”, una volta al mese, un’altra è l’inondazione di partite a ogni ora del giorno, e l’inflazione che ne consegue. In casi come il ciclismo, poi, la perdita di epica va cercata altrove. Anzi, la televisione riesce ancora a farci sembrare meravigliosa l’arrampicata di uno scalatore. Sarà il giornale, al mattino dopo, che, raccontando gli esiti dell’esame antidoping, la ridimensionerà a volgare episodio di cronaca.
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