La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento

Segnalo due appuntamenti. Domani alla Fiera del Libro, “Comprar casa – Proposte degli editori”: con Roberto Barone, Gian Vittorio Cafagno, Antonio Longo, Roberto Martino, Paolo Piccoli, Donatella Quartuccio. Coordina il sottoscritto. A cura del Consiglio Nazionale del Notariato, sresso la Sala Avorio (ore 14,30).
Stasera invece, alle 21, presento Stanno Uccidendo i Notai a Cuggiono (vicino a Milano). Organizza l’Associazione Culturale Equi-Libri presso “Le Radici e le Ali”, via San Rocco 48.
Un po’ di segnalazioni per uscire dalla stretta cronaca di questi giorni, ed inquadrarla in una prospettiva più ampia. A partire dall’articolo scritto da Paolo Graziano nel 2004, dal titolo “L’imbarazzante questione del diritto d’asilo. I rifugiati e le frontiere meridionali dell’Europa”:
Si direbbe che le democrazie europee abbiano elaborato un rapporto isterico con la questione dell’asilo politico, dovuto in buona misura all’incapacità di conciliare le irrinunciabili petizioni di principio su cui esse si fondano con la nuova configurazione assunta dalla massa dei rifugiati, che per dimensioni, provenienza e composizione sociale risulta potenzialmente dirompente nell’impatto con le strutture sociali dei paesi di destinazione.
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Sulla boutade dei posti riservati sulla metro uno dei commenti più divertenti è stato di Michele Serra, che si domandava, tra l’altro: come faranno a farsi riconoscere i milanesi? Si tatueranno con una M? E come ci si regolerà con i calciatori dell’Inter e del Milan? Altrettanto pertinente, per questi ultimi, tuttavia sarebbe stata la domanda: e come si regoleranno loro (domanda ovviamente retorica, al paro della prima, dato che non si è mai visto un calciatore nella metro)?
Un’amara riflessione politica di questi giorni è la normalità che ha raggiunto l’utilizzo dell’appeal mediatico per accedere a posizioni di potere. E’ certamente indice di scadimento della democrazia che la semplice popolarità diventi elemento costitutivo della carriera politica: all’inverso, il fatto che si possa efficacemente sostenere una causa pubblica, grazie alla fama di cui si gode in quanto artista o uomo di spettacolo, potrebbe essere un propulsore di democrazia. E’ quello che, con una certa regolarità, fanno cantanti e attori. Ma i calciatori?
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La geniale proposta di riservare ai milanesi qualche carrozza della metropolitana, per fortuna, è stata respinta con ignominia dagli stessi alleati di chi l’aveva avanzata: ma non è comunque un gran biglietto da visita per la città che dovrebbe – ammesso che ne sia capace – organizzare l’Expo 2015. A questo proposito ripropongo qui un passo da Contro il target, nel quale parlavo proprio della metropolitana come luogo generalista per eccellenza:
La metropolitana è un mezzo di trasporto non classista che, per l’obiettiva capacità di ridurre considerevolmente i tempi di spostamento urbano, attrae utenti senza distinzione di ceto. La sua estetica è fatta di stratificazioni apparentemente inconciliabili: in alcune città i sotterranei vengono adornati di opere d’arte contemporanea, che servono a dare lustro alle amministrazioni ma che non sono specificamente pensate per il godimento di un pubblico che normalmente si muove con speditezza. Nelle stazioni delle metropolitane si esibiscono, in pratica assommando la totalità delle forme musicali, artisti scalcinati e storditi dall’alcool e concertisti che hanno felicemente studiato in conservatorio. Le condizioni estetiche ed igieniche sono enormemente differenziate da luogo a luogo, persino all’interno della medesima stazione. La mescolanza di odori e di stili che circola in metropolitana è persino difficile da riprodurre nelle zone all’aperto, dato che le persone tendono a frequentare queste ultime secondo una certa omogeneità, quasi un implicito criterio di spartizione di aree. (more…)
La Force de l’art, triennale di arte francese contemporanea in esposizione al Grand Palais fino al primo giugno, ha fatto discutere in Francia soprattutto per la sua originale sovrastruttura architettonica. All’interno del Grand Palais, infatti, è stata installata la “Geologie blanche”, una serie di cubi bianchi somiglianti, appunto, a una struttura geologica ghiacciata, e disposti in blocchi continui, chiusi verso l’esterno, di modo che si possa accedere all’opera solo da un’apertura interna, e tendenzialmente escludendo la vista contemporanea delle altre opere e della struttura nel suo insieme. L’idea era quella di sfruttare la luminosità dell’edificio, separando tuttavia la sua magniloquenza dalla mostra, per non far rimanere quest’ultima intrappolata in una cappa scenografica. Nell’intervista agli allestitori, la nota critica Catherine Millet, su Artpress, butta lì: “La mega-forma dell’arte contemporanea non è un discorso ma un’architettura”. E Philip Rahm, che ha realizzato la Geologia bianca, ribatte: “In questo caso niente affatto. Si è sovente assistito a dei conflitti tra artisti e architetti perché un architetto aveva concepito un’architettura forte con la quale l’artista doveva misurarsi. Al contrario la Geologie blanche ha una neutralità che viene dal cubo bianco, l’idea di uno sfondo sul quale si distacchino le forme e i colori. Essa è informe e non si forma che in rapporto alle opere”. E ancora: “Il suo spazio neutro si deforma nella sua altezza in funzione della grandezza dell’opera e si deforma orizzontalmente secondo la distanza”. (more…)
Da Le Monde, 4 maggio 2009
Daniel Pennac, Alain Finkielkraut: due sguardi radicalmente diversi sull’educazione - Daniel Pennac, Alain Finkielkraut. Tutto separa questi due autori-faro delle edizioni Gallimard. Il primo, in un best seller coronato dal premio Ranaudot 2007, si ricorda dei dispiaceri di scuola. Il secondo, in una raccolta di dibattiti condotti nella sua trasmissione radiofonica “Repliche”, tempesta contro questa scuola che lo fa dispiacere. Sul filo di alcune scenette finemente cesellate, Daniel Pennac racconta come è passato dal somaro al professore, “dall’analfabeta al romanziere”.
Portando il lettore nel cuore delle sofferenze degli esclusi dalla conoscenza, delinea una serie di “professori salvatori”, che portano soccorso agli allievi più lenti, annegati nell’oceano dell’ignoranza. Durante le conversazioni tenute con Philippe Raynaud o François Dubet, Luc Ferry o Brunoi Mattéi, Alain Finkielkraut ripropone senza fine la disputa tra Antichi e Moderni, oppone l’istruzione all’educazione, la trasmissione dei saperi ai saperi della trasmissione, la funzione conservatrice della scuola ai danni progressisti della sua frenesia riformatrice. Mentre Daniel Pennac elenca le possibilità di una redenzione pedagogica, Alina Finkielkraut afferma che l’insegnamento non è più in grado di insegnare la cultura classica.

Vedo la copertina del “Nouvel Observateur” e faccio un salto, quando capisco che non l’hanno tirata fuori dall’archivio storico. “L’insurrezione francese. Fin dove può arrivare?”. E sotto: “C’è davvero un rischio di rivoluzione?”. Stiamo parlando della Francia, e sembra incredibile, se si fa il paragone con la sostanziale quiete sociale in Italia, dove persino i più politicizzati si limitano, quale massimo rivolgimento, a confidare nel sovvertimento in casa Berlusconi. Una quiete che porta a guardare anche con una certa trascuratezza a quello che accade presso i nostri vicini: con pochissime e sporadiche eccezioni, la grande stampa nazionale non pare averne sentore. I sequestri in fabbrica di un mesetto fa si sono conclusi senza denunce da parte dei padroni e addirittura con degli aumenti di stipendio. I sondaggi dicono che il 55% dei francesi approva queste azioni. Se si crede agli interrogativi che pone il Nouvel Obs, si deve mettere in discussione non solo il trionfo del liberalismo ma anche il tramonto della classe operaia. La collera è rivolta verso le élites, manageriali come politiche, e i sette nuovi peccati capitali vengono riassunti così: 1) l’ingordigia 2) il disprezzo 3) la consanguineità (intesa come favoritismo, tradimento delle aspettative di eguaglianza e mobilità sociale) 4) il tradimento 5) la corruzione 6) la parzialità 7) l’impunità.
Le accuse nei confronti delle caste vengono declinate, assai più che da noi, puntando il dito contro il funzionamento del sistema piuttosto che inseguendo il sensazionalismo e lo scandalo. Non è che ci si vogliano augurare tensioni sociali anche in Italia, ma è difficile non pensare che esse siano il rovescio della medaglia di una società che non ha seppellito la passione civile.

“Più che sulle quote le donne dovrebbero puntare su un partito rosa. Il femminile, quello vero, non corrotto dall’imitazione maschile, è una potente visione del mondo, quella che basta per unire in un movimento al di là delle divergenze”. Una volta l’ho scritto, in un editoriale di Giudizio Universale, e ne sono fermamente convinto. Un partito interamente femminile, per esempio, rifonderebbe completamente il valore dell’etica in politica, come dimostra la percentuale insignificante di donne che risultano implicate in casi di corruzione. Una certa consapevolezza del proprio potenziale ruolo collettivo si avverte nel corrente sciopero del sesso, proclamato dalle donne del Kenya. In verità si tratta di una posizione che riconosce una prospettiva maschilista (quella per la quale chi ci guadagna a fare sesso sono gli uomini, e alle donne compete offrirlo) ma la ritorce contro se stessa, sia pure in un contesto di accettato dominio sessista (gli uomini vengono invitati a fare le riforme del paese, ma non sostituiti nell’esercizio del potere; e quelli, per giunta si accingono a introdurre la poligamia). Ma sorprende egualmente trovare un legame così diretto con la cultura classica occidentale, che aveva rappresentato analogo sciopero femminile del sesso nella Lisistrata di Aristofane. Soprattutto risalta la differenza rispetto all’Italia dove, nello stesso periodo, le uniche donne che hanno espresso una precisa contestazione politica sono state le veline escluse all’ultimo momento dalle liste elettorali (“ma come: avevo già firmato dal notaio!” Oh, finalmente qualcuno che dà valore alla professione notarile!).

Oggi il New York Times apre con la situazione in Pakistan, paese sempre più instabile oltre che dotato di arsenale nucleare. Fra l’altro si parla delle famose madrasse, le scuole islamiche sospettate di essere un serbatoio di fanatismo, e che prosperano più che mai in mancanza di un sistema educativo nazionale adeguato. Di queste scuole, in particolare colpisce la descrizione del metodo educativo: che in sostanza si limita a far “imparare il Corano a memoria”.
Sembrerebbe un dettaglio, ma è proprio il come si studia – non il cosa – il cuore del problema. E studiare a memoria significa in questo senso abituarsi all’obbedienza cieca: che è il primo requisito di ogni buon militante.
C’è un politico italiano al quale i telegiornali dedicano sempre la maggior parte del tempo: e oggi invece, a parte il Tg3, un silenzio quasi totale.
Improvvisamente tutti scoprono che esiste una “sfera privata” di cui è doveroso non parlare. Il fatto che questa redenzione avvenga proprio oggi è solo una coincidenza, eh.


