La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento

Nella conta dei voti che si è cominciata ad avviare nel Partito Democratico, in vista dell’elezione del segretario, mi impressiona il regolare ribaltamento di quelle che uno immaginerebbe come le normali alleanze. Non ci siamo detti, durante la sua breve stagione di governo, che il Pd esprimeva la difficile convivenza tra l’anima cattolica e quella della sinistra ex comunista ed ex tutto? Bene. Con chi si schiera Fassino? Con Franceschini. E Veltroni? Pure. E Rosy Bindi sponsorizza il cattolico Franceschini? Manco per idea, punta su Bersani. L’ultima è che addirittura Follini, che ha alle spalle una lunga battaglia per ricostruire il centrismo, si schiera dalla parte di Bersani. Se ne potrebbe dedurre che la fusione tra le due anime è riuscita talmente bene che ormai è impossibile vincolare gli animatori del Pd al loro passato. Siccome però, come sappiamo, il Pd è riuscito a dividersi persino nell’esercizio del governo ombra, sorge il sospetto che, all’inverso, la frammentazione in corso sia talmente disgregante che è impossibile ricostruire un qualsiasi minimo comune denominatore tra i leader. Anzi, quelli che gradualmente vengono messi al margine dei giochi preferiscono trascinare nella caduta e nell’emarginazione coloro che gli sono ideologicamente più vicini, e rispetto ai quali maggiormente brucia di non sopravvivere politicamente.
Basta con la stampa catastrofista. E’ ora che gli inserzionisti accolgano le indicazioni governative, spostando la quota Repubblica su testate più adatte a rilanciare l’immagine del Paese. Lo chiameremo tuttobenismo:

Daniele Checchi su LaVoce.info analizza la riforma Gelmini della scuola secondaria, e il giudizio non è esaltante.
[...] A voler peccare di dietrologia, sorge il sospetto che il ministero dell’Istruzione avesse due obiettivi: da un lato, soddisfare l’aspettativa del ministero dell’Economia di riduzione degli organici, intervento che ovviamente non era realizzabile a ordinamenti esistenti. Dall’altro, ribadire la continuità con la tradizione gentiliana di una scuola secondaria che ha nella sua mission la riproduzione della stratificazione sociale.
È illuminante a questo proposito la lettura dell’articolo 2 di ciascun progetto di revisione, relativo all’identità del tipo di scuola. Gli studenti dei licei devono acquisire le capacità critiche necessarie per poter svolgere in autonomia compiti di responsabilità. Gli studenti degli istituti tecnici devono focalizzare le proprie competenze ai fini di una rapida applicabilità nel mondo del lavoro. Così come gli studenti degli istituti professionali devono limitarsi alla dimensione operativa delle proprie conoscenze. Coerentemente con questo assetto, la valutazione e il monitoraggio degli apprendimenti verrà seguito dall’Invalsi per i primi e dall’Isfol per i secondi e i terzi.
Vai all’articolo di Daniele Checchi “E la chiamano riforma”
Quello che nessuna commissione proporrà mai:
Il candidato racconti un episodio di vita quotidiana che sia particolarmente esemplificativo dell’Italia odierna. Il candidato provi altresì ad esaminare i modi in cui la più generale situazione politica influisce sui comportamenti dei singoli cittadini.
Che sia venuta a un grande intellettuale francese, Marc Augè, la voglia di scrivere “Il bello della bicicletta”, un lirico e utopistico elogio delle due ruote, quali chiavi di una nuova sostenibilità urbana non ha sorpreso. Parigi, infatti, è in questo momento all’avanguardia, con i suoi Velib disposti fuori dalla metropolitana e le sue oceaniche domeniche dei ciclisti, nella riscoperta dell’antico amore a pedali. La bicicletta, per i francesi, sta diventando (o ridiventando) una chiave per i più svariati progetti sociali. Ecco dunque che oggi si conclude, allo Stadio Charleti di Parigi, dopo quindici tappe cominciate a Lille, il primo Tour de France per detenuti e guardie carcerarie, organizzato dall’amministrazione penitenziaria. Non ci sono tentativi di fuga, non solo nel senso di evasione, ma neppure sotto il profilo propriamente tecnico. I corridori affrontano fianco a fianco la fatica con la soddisfazione del cimento con il percorso, senza una competizione con dei vincitori; cenano insieme la sera, dormono in camere di due. I detenuti, che sono stati scelti tra quelli senza una grande pena a carico, e che torneranno a scontarla al termine della prova, sono motivatissimi. Come uno di loro ha spiegato a Le Monde, “mia madre è venuta alla partenza a Lille. Questo le ha permesso di vedermi e parlarmi. Io ero fiero di mostrare che potevo fare qualche cosa come questa. Questo fa nascere un po’ di speranza”. L’aspetto più intelligente è quello dei sorveglianti e dei sorvegliati impegnati insieme nel medesimo sforzo. “Ci si rispetta” spiega un altro partecipante, riferito agli agenti penitenziari “Ha cambiato la mia maniera di vederli. Dopo tutto sono uomini come noi. E loro stessi ci vedono diversamente”. Del resto, proprio Marc Augè, nel testo sopra citato, ha scritto che “tra i ciclisti, ai livelli più umili, c’è la coscienza di una certa solidarietà, la coscienza della sfida e del momento condiviso, di un qualcosa che li distingue da tutti gli altri e appartiene solo a loro”. E che, attraverso la bicicletta, si scopre che “c’è una certa relazione tra la riscoperta di una certa presenza a se stessi e quella della presenza degli altri”. Nessuna salita, nemmeno il Ventoux o il Tourmalet, può essere ripida quanto la strada del recupero e del reinserimento. Ma quella insolita carovana di pedalatori, paradossalmente più vicina alla purezza atletica di quanto lo siano i colleghi professionisti che si iniettano anabolizzanti, dimostra come un po’ di fantasia possa addolcire il tragitto, e magari portare qualche vincitore di più sotto lo striscione del traguardo.
Credo di avere letto su un vecchio libro di Gillo Dorfles che non esiste l’oggetto kitsch, ma invece l’individuo capace di rendere, attraverso il suo cattivo gusto, kitsch quello che vede, usa o produce. Secondo una prospettiva non tanto diversa, Krister Svensson, fondatrice e direttrice del Toy Research Centre di Stoccolma, dice: “Ho dei dubbi sul concetto di gioco educativo. E’ il modo in cui si gioca che è educativo, non il giocattolo in sé. Puoi anche costruire un dispositivo complesso che costringe i bambini ad agire con esso in un certo modo, ma i bambini possono imparare le stesse cose semplicemente alzando e riabbassando il coperchio di una scatola di scarpe(…) Ciò di cui hanno bisogno è certamente un po’ più di tempo senza stimoli esterni, più tempo per rielaborare le proprie esperienze personali”. Troviamo riportata questa saggia opinione nel libro di Carl Honorè, Genitori slow (sottotitolo: Educare senza stress con la filosofia della lentezza). Honorè non è un psicologo dell’infanzia né un insegnante, ma un giornalista canadese il quale usa la sua esperienza di genitore, la propria abitudine all’astrazione e l’inclinazione al buon senso per costruire un volume che, fortunatamente, non propina ricette magiche per l’infanzia, in nome anche di quell’approccio necessariamente differenziato alla singola soggettività che dell’educazione dovrebbe costituire il fondamento basilare.

“Nella serie di opere intitolata “Substrat”, alla quale Thomas Ruff lavora dal 2001 e che comprende per ora 83 opere, Thomas Ruff rende irriconoscibile una fonte attraverso l’elaborazione digitale giungendo a un risultato di totale astrazione. Per ottenere queste opere l’artista interviene su immagini reperite su Internet e tratte dai manga, i popolari fumetti giapponesi. Ruff perviene alla visione del macrocosmo della struttura tramite un processo di abnorme ingrandimento dell’immagine che rivela, suo malgrado, una struttura invisibile. (…)
I colori che ritornano in tutte le opere della serie sono il minimo comune denominatore, il “sostrato”, appunto, di un’immagine svuotata di significato e precipitata in un’inaspettata densità”
(tratto dal catalogo alla mostra di Thomas Ruff, in corso al Castello di Rivoli fino al 21 giugno).
Qualsiasi cosa si pensi dell’opera di Ruff, le intuizioni che sono alla base di ciascuna delle sue serie offrono sempre una scintilla di genialità. Nell’idea alla base dei Sostrati c’è un principio che trascende l’iconografia. Sono persino i fatti che, quando vengono ingranditi in maniera esasperata per rivelarne ogni intimo dettaglio, scadono all’inverso nell’irriconoscibilità e nell’astrazione assoluta. Conservando, nella migliore delle ipotesi, il colore cangiante della tonalità emotiva.
In attesa di capire cosa stia succedendo davvero lì, il post di oggi è una foto:

(dal blog TeheranLive)
Su Le Monde di venerdì si racconta delle tre giurie popolari che sono state costituite per essere associati agli esperti agli Stati generali della bioetica, al fine di evitare che il dibattito sia monopolio degli esperti. Le giurie di cittadini sono uno degli strumenti della cosiddetta “democrazia deliberativa”, che è una forma politica pensata come superamento della democrazia rappresentativa pura, introducendo elementi di democrazia diretta. Come, per esempio, ha dichiarato uno di questi giurati a Le Monde, “quando si è cittadini, ci si accontenta di dare il proprio parere al momento delle elezioni, mentre io ho la possibilità unica di posare la mia piccola pietra per la costruzione della nuova legge nazionale sulla bioetica”. Le giurie di cittadini, che hanno il loro ideologo più efficace nel politologo James Fishkin, sono sempre più frequentemente usate in alcuni paesi del Nord Europa, ma anche in America e nel resto del mondo (in Italia, invece, sono pressoché sconosciute, salvo qualche timido esperimento a carattere localistico).



