La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Credo di avere letto su un vecchio libro di Gillo Dorfles che non esiste l’oggetto kitsch, ma invece l’individuo capace di rendere, attraverso il suo cattivo gusto, kitsch quello che vede, usa o produce. Secondo una prospettiva non tanto diversa, Krister Svensson, fondatrice e direttrice del Toy Research Centre di Stoccolma, dice: “Ho dei dubbi sul concetto di gioco educativo. E’ il modo in cui si gioca che è educativo, non il giocattolo in sé. Puoi anche costruire un dispositivo complesso che costringe i bambini ad agire con esso in un certo modo, ma i bambini possono imparare le stesse cose semplicemente alzando e riabbassando il coperchio di una scatola di scarpe(…) Ciò di cui hanno bisogno è certamente un po’ più di tempo senza stimoli esterni, più tempo per rielaborare le proprie esperienze personali”. Troviamo riportata questa saggia opinione nel libro di Carl Honorè, Genitori slow (sottotitolo: Educare senza stress con la filosofia della lentezza). Honorè non è un psicologo dell’infanzia né un insegnante, ma un giornalista canadese il quale usa la sua esperienza di genitore, la propria abitudine all’astrazione e l’inclinazione al buon senso per costruire un volume che, fortunatamente, non propina ricette magiche per l’infanzia, in nome anche di quell’approccio necessariamente differenziato alla singola soggettività che dell’educazione dovrebbe costituire il fondamento basilare.
Senza raccontare nulla di particolarmente nuovo, Honorè è bravo a raccordare le tendenze moderne con i loro riflessi sui bambini. Una voce in più a rammentare che non c’è ragione nel riempire i pomeriggi dei bambini con mille attività né di avviarli precocemente al consumismo non guasta mai. Ma l’autore va oltre queste critiche, inserendo più nettamente la figura del bambino nei nuovi contesti di sociologia delle organizzazioni e della famiglia, a seguito della quale “i figli sono diventati uno status-symbol(…)Dimenticate la moglie-trofeo. Questa è l’epoca del figlio-trofeo”. Il bambino viene schiacciato sotto il peso di crescenti responsabilità, addossategli da chi surroga attraverso la genitorialità tutta una serie di mancanze e frustrazioni. Talvolta questo li astrae dalla vita reale, e dall’incertezza che la contraddistingue. Mi sembra molto felice la striscia del fumetto Baby blues, citata nel libro. “Rappresentava un bambino che si medica un ginocchio dopo essere caduto da un albero. La mamma di una volta accetta la cosa senza tanti drammi e dice Spero che tu abbia imparato la lezione. La mamma moderna invece va nel panico. Bisogna proporre una legge per rendere gli alberi meno pericolosi, dice”. In molte pagine, davvero, si accresce la consapevolezza di quante cose, che costituiscono teoricamente l’attuale mondo dell’infanzia, siano in realtà una cattiva proiezione di una fragile adultità.
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