La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento



September, 2009

Il Fermacarte
September 30th, 2009


moda-bambini

Nell’Ottocento, l’omogeneizzazione sociale dei bambini avveniva attraverso il libro scolastico. Si puntava a formare un cittadino patriottico, bombardandolo di modelli morali virtuosi da imitare. E se un libro cercava di prendere le distanze dalla retorica dei buoni sentimenti, dal paternalismo dominante, dal do-don’t-ask gerarchico, era automaticamente condannato all’insuccesso.

Ma il bambino pensante e “reale” è ancor oggi un pericolo, nonostante il netto salto di valori verso l’imposizione dei modelli attuali: che ora coincide con l’imitazione diretta del mondo adulto. Non si tratta nemmeno di prendersela con la tv, o con le inquietanti sfilate di moda bimbo, che sono solo scenari come altri per rinnovare il sacrificio dell’infanzia. Ieri sull’altare della morale borghese, oggi su quello di una industria postideologica assai poco fantasiosa.



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Il Fermacarte
September 29th, 2009


Tra i dibattiti meno angusti e claustrofobici, nell’oppressione delle avvilenti cronache quotidiane, campeggia a livello europeo il tardivo ridimensionamento del Pil, quale misuratore del benessere di un paese.
La spinta decisiva viene dalla Francia dove Sarkozy ha meritoriamente istituito una commissione, coinvolgendo personaggi del calibro dei nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, al fine di individuare un criterio di misurazione del benessere più intelligente, che tenga conto della salute, dell’istruzione, e di altri elementi che condizionano più direttamente le nostre vite.
In Italia, per il momento, l’eco è piuttosto pallido. Il Foglio è stato fra i pochi ad occuparsi di questa piccola rivoluzione culturale. Ma siccome Il Foglio è stato anche (salvo il bigotto confessionalismo in materia di scelte di vita) uno dei portavoce del liberismo, che nel Pil venerava un totem, la campagna desta non poca sorpresa. E un malizioso dubbio: non sarà dovuta, quest’improvvisa conversione al denigramento del Pil, legata al fatto che l’Italia, con il suo governo di destra, ha, dopo la Germania, la previsione di Pil più bassa tra tutte le nazioni del G20?
Ma non importa. Non si vuole cadere nello stesso errore di chi, domandandosi continuamente il cui prodest di tutte le inchieste giudiziarie e giornalistiche, finisce (non proprio involontariamente) per allontanare l’attenzione dal punto centrale, quello se delitti o malcostumi siano stati effettivamente consumati. Quindi, uniamoci serenamente contro il Pil.

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Il Fermacarte
September 28th, 2009


Che il reality non sia vita vera, adesso, lo ha stabilito anche la giurisprudenza. La Cassazione, rilevando che scopo delle trasmissioni è esattamente quello di aizzare i contendenti e condurli alla rissa, ha deciso che l’insulto tra i partecipanti (nel caso specifico l’epiteto era il non lievissimo “pedofilo”) non costituisce ingiuria.
Per chi, come me, non ama questo tipo di esibizioni, una sentenza così è uno spasso. Essa certifica il grado di mortificazione della dignità cui si sottopongono volontariamente i partecipanti, il loro status di giullari della gleba, e apre la strada a interessanti evoluzioni (non si potrebbe giurare a questo punto che le stesse lesioni giustifichino l’intervento del giudice penale).
C’era a Roma una volta (forse c’è ancora) un ristorante chiamato “La parolaccia”, nel quale la specialità della casa era quella di insultare pesantemente il cliente (tipica per esempio era una formula di accoglienza come: “chi è ‘sta baldracca che te porti appresso?”), e il fatto che il gioco fosse annunciato funzionava da esimente penale. Pare si mangiasse malissimo, ma il gusto era appunto nella masochistica trasgressione di farsi coprire di contumelie.
Con il tempo, non c’è stato bisogno di pagare apposta, perché una certa carenza di urbanità è diventata condimento abituale anche di pietanze più ordinarie e salotti tirati a lucido, per non menzionare ovviamente il Parlamento, che ha ormai oscurato la concittadina trattoria. Sarebbe anzi il caso di riflettere se la felice deduzione relativa al reality non calzi al nostro ambiente politico, e se non vada anche lì depenalizzato l’insulto. Forse l’unico problema sarebbe la confusione dato che a quel punto, tra reality e vita politica, cadrebbe anche l’ultima distinzione formale.



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Il Fermacarte
September 27th, 2009


bagnasco

Angelo Bagnasco fa un mestiere ingrato: quello di ricordare, con un linguaggio il più possibile diplomatico e allusivo, lucido e sereno, quali sono le cambiali non saldate verso la Chiesa e quando arriva la data di scadenza. E’ a questo che servono i famosi “moniti”, ai quali in genere gli interessati obbediscono rispettosi.
Ultimamente però il recuperatore di crediti episcopali si è imbattuto in un osso duro, potente, manesco. Sono i rischi del mestiere.
E in questi casi occorre usare fermezza, facendo sapere a tutti che la propria società “non si lascerà intimidire” dai debitori riottosi: sulla capacità di convincerli in proposito, infatti, si giocano gran parte delle sue possibilità di successo.
Per questo, nel suo monito di lunedì scorso, il cardinale recuperatore ha fatto esplicito riferimento alla cambiale (il siluramento di Dino Boffo), ed altrettanto esplicitamente ha indicato la formula per il pagamento:

“(…) il lavoro compiuto al Senato è prezioso. La Cei auspica che la Camera non si lasci fuorviare da pronunciamenti discutibili (…). Attendiamo una legge che possa scongiurare nel nostro Paese altre situazioni tragiche come quella di Eluana” (notare che non è considerata “situazione tragica” quella posta in essere dall’incidente a Eluana, ma quella resa possibile dalla legge).

Naturalmente lo Stato italiano non può pensare di cavarsela con così poco. Ma la Chiesa è paziente, e il debitore potrà saldare in comode rate: innanzitutto mettendo al sicuro i privilegi materiali (otto per mille, scuole private, ora di religione) da sempre possibili imboscate politiche o giudiziarie; quindi sabotare le normative europee sulla pillola Ru-486, ed infine estendere il controllo etico sul fine vita.
“Niente ci è più estraneo della volontà di far da padroni”, rassicura il recuperatore di crediti. Ed è vero: vuole soltanto ciò che gli è dovuto.



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Il Fermacarte
September 23rd, 2009


La prima pagina del nuovo quotidiano di Padellaro oggi lancia la notizia di un’indagine su Gianni Letta, il brillante pezzo di Travaglio su De Villepin e l’editoriale del direttore che indica nella nostra Costituzione repubblicana (nessuno aveva dubbi in proposito, peraltro) la linea politica del giornale.
Ad una prima occhiata, sembra tutto esattamente come lo si aspettava (forse anche troppo): grande spazio alle inchieste giudiziarie, alle battaglie per la libertà di informazione, un po’ meno a laicità e ambiente, critiche sferzanti al Pd nella prospettiva di un partito più berlingueriano e meno timido.
L’ironia viene usata a piene mani per evitare un taglio troppo serioso, e Luca Telese può fare da par suo la simpatica canaglia con Ignazio Marino (l’intervista si apre con dettagli sulla sua dieta a base di pomodori e succo di mirtillo).
Ma la cosa più interessante è alla terzultima pagina, dove si proclama lo “statuto” del giornale: “SENZA PADRONI – Nessun contributo pubblico, nessun azionista di controllo. Saremo sottoposti solo al giudizio dei nostri lettori”.
Come qualcuno ricorderà, ci aveva provato anche il vecchio Montanelli senza molta fortuna: e infatti (con sprezzo della superstizione) a pagina 18 viene citato il suo editoriale del 22 marzo 1994 su La Voce: “Mai più un padrone” appunto. A parte, è sottointeso, il pubblico.
E in questo senso, i rischi di questo nuovo giornale sembrano almeno due. Il primo, ovviamente, è che il pubblico non segua i coraggiosi avventurieri (ma la rabbia antiberlusconiana è talmente diffusa che, almeno in questa fase, i lettori non dovrebbero mancare). Il secondo, più sottile, è che il Fatto si riveli un prodotto iper-targhettizzato: che cioè si limiti a dare al pubblico quello che il pubblico vuole, confermando quello che già sa, ed evitando accuratamente di provocarlo nelle sue certezze acquisite.



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Il Fermacarte
September 22nd, 2009


guicciardini

Dal Cinquecento fino almeno all’unità d’Italia, la lingua italiana non è stata certo quella del popolo; dal momento che il popolo, anzi i popoli, parlavano i rispettivi dialetti. Come direbbe il ministro Brunetta, l’italiano era dunque l’idioma delle élites e dei poteri forti. O secondo la definizione di Tullio De Mauro, una lingua “straniera in patria”.

Diventa quella del popolo solo dopo l’unità, quando il suo insegnamento va di pari passo con quello dei precetti morali. E non è un caso che oggi, 150 anni dopo, si ritrovino entrambi sotto attacco. E’ sotto attacco quella “morale comune” che così faticosamente si impose come buon senso tra la buona fede di pochi e l’ipocrisia di molti; e certamente lo è l’italiano, nel nome delle tradizioni locali e dialettali che tornano a prevalere su quelle comuni.
Il coraggio della coerenza imporrebbe a questo punto di andare fino in fondo, mandando la lingua italiana a morire ammazzata insieme alle élites. E alla loro morale.

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Il Fermacarte
September 21st, 2009


vedetta

Nel libro Cuore, Edmondo De Amicis narrava la storia di un bambino destinata a commuovere tutti: e attraverso la commozione, a cementare il sentimento di unità nazionale.
Il bambino è infatti l’immagine archetipica della purezza e dell’innocenza; e come tale, suo malgrado, è un testimonial perfetto per la retorica di patria e in generale la propaganda politica.
Tanto più lo diventa in guerra, quando non c’è spazio per i ragionamenti e le sfumature; ma solo per il sentimento di appartenenza che separa noi dai cattivi, gli incivili, gli animali.
La comunità, attraverso i mezzi di comunicazione, ritrova allora proprio nel bambino-testimonial (vittima incolpevole, e come potrebbe essere altrimenti, della cieca violenza nemica) la propria purezza e l’innocenza che credeva perdute. Peccato che così il bambino diventi vittima due volte: prima della violenza nemica, e poi della celebrazione amica.



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Il Fermacarte
September 17th, 2009


A volte sulle questioni più grandiose non bisogna vergognarsi di porre le domande più banali. La Padania libera per esempio.
Siccome la Padania, in quanto tale, non ha una delimitazione storica, e dire “Padania” dal punto di vista pratico è come dire “Panzonia” o “Frullazia”, bisogna individuare, quali luoghi referendari le regioni. Qui cominciano le stranezze, poiché le regioni non sono stati che si sono federati ma sono frutti artificiali dell’odiato stato centralista.
Ma passiamo sopra questa contraddizione e andiamo oltre. Facciamo finta che un giorno, grazie a uno strappo costituzionale, le regioni votano e prevalgono gli scissionisti. A quel punto, è indubitabile che le regioni cessano di essere un riferimento oggettivo, e il tutto confluisce nella Padania (o nella Frullazia).
Ma se a quel punto, a Parabiago tanto per fare un ipotesi, decidono che non vogliono sottostare al centralismo di Milano ladrona, indicono un referendum e in nome della libera autodeterminazione dei popoli decidono di rendersi autonomi e diventare un ducato, cosa succede?

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Il Fermacarte
September 16th, 2009


a-scene-chiuse

Nel 1984 fece tappa in Italia, a Pontedera, il San Quentin Drama Workshop: una compagnia teatrale nata all’interno di uno dei più famosi e duri penitenziari americani, popolato da persone condannate per reati spesso gravissimi.
Ma soprattutto, si trattava della compagnia fondata e diretta da Samuel Beckett in persona. Il grande commediografo sentiva infatti che la prigione era un ambito particolarmente adatto per capire le sue opere, dominate da quella stessa “lucida follia” che a volte si ritrova nei criminali. Del resto quello di Beckett non è solo teatro dell’assurdo: è anche per certi versi un “teatro dell’incarcerazione”, dove i personaggi sono sempre prigionieri di qualcosa.
E quell’esperienza, che univa in modo forse irripetibile il valore artistico e quello sociale, non è comunque rimasta isolata. Il libro a cura di Andrea Mancini “A scene chiuse: esperienze e immagini del teatro in carcere”, uscito l’anno scorso per l’editore Titivillus, raccoglie una serie di scritti e fotografie riguardanti appunto le attività di teatro carcere in Italia. Che dopo quel primo episodio di ormai oltre 25 anni fa sono decollate con la Compagnia della Fortezza di Armando Punzo, fondata a Volterra nel 1988 e tuttora pienamente operativa.
E proprio a Punzo si devono una serie di metodologie che delineano il senso di questa disciplina:

“(…) cancellare il carcere dalla mente delle persone recluse; sviluppare un lavoro artistico, senza preoccupazioni ‘rieducative’; coinvolgere in modo diretto l’amministrazione penitenziaria e il personale del carcere; collaborare con le istituzioni teatrali; far conoscere al mondo esterno la realtà del carcere aprendo gli spettacoli, lottando per farli uscire dalle mura della prigione. Punzo non intende sviluppare un intervento sociale, bensì costruire spettacoli con una compagnia che possa lavorare con continuità, approfondendo il lavoro teatrale a partire dalla realtà e dall’energia delle persone coinvolte, messe a confronto con grandi testi”.
(Dal saggio a cura di Massimo Marino, pag.29)

Il teatro carcere non va dunque confuso con le misure “alternative” alla detenzione, anzi. E non è nemmeno detto che abbia come unica finalità la “rieducazione” del carcerato: si direbbe piuttosto che in questa prospettiva l’impegno artistico ed il reinserimento sociale procedano a braccetto, senza che si possa o debba distinguere l’uno dall’altro.
Fra gli altri scritti presenti nel libro ce n’è uno di Claudio Meldolesi (recentemente scomparso), che individuava nella questione della “fuoriuscita” uno dei cardini della cultura di fine Novecento; e proprio con questa fuoriuscita il teatro carcere sembra portato a confrontarsi:

“(…) Fuoriuscire significa pensare ad un’umanità che possa avere altre dimensioni, meno previste, meno tallonate dalla collettività artificiale in cui viviamo, insomma un po’ più naturali, un po’ più reali”.
(Dal saggio di Claudio Meldolesi, pag.311)

“A scene chiuse” mette però anche in luce l’effetto paradossale, e diciamo pure perverso, che può esserci nei mischiamenti fra criminalità e finzione (citando il caso cinematografico di Gomorra, dove si mostrano i giovani pistoleri che impugnano la pistola in senso orizzontale per imitare Pulp Fiction). E allora ci si chiede:

“Che uomini sono questi, fermati in alcune delle fotografie del nostro libro? Essi rappresentano il peggio della terra, o magari sono solo attori che interpretano se stessi? Quando uno di questi uomini fa la parte di Macbeth, rischia forse di perdere e di far perdere il senso della realtà? O forse di ritrovarlo: egli ha probabilmente commesso decine di omicidi, ben di più di quelli del suo stesso tragico personaggio”.
(dall’introduzione di Andrea Mancini, che si può leggere qui in formato pdf).

Quest’ultimo dubbio forse suggerisce nel modo migliore la potenza catartica che può avere un’esperienza del genere sul detenuto: a volte è necessario passare attraverso la finzione per riuscire ad afferrare la realtà.



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Il Fermacarte
September 15th, 2009


Rispetto alle vecchie chat room, che avevano persino gettato un’ombra di sospetto sulla sicurezza dei rapporti su Internet (cosa ne sai di com’è realmente la persona che si trova dall’altra parte?), Facebook si presta a un uso più conservatore nell’ambito delle relazioni personali. Se infatti si pensava alla Rete come un modo per allargare la propria cerchia di conoscenze, aggregandosi per categorie di interessi, con Facebook è frequente che obiettivo della ricerca siano i vecchi amici persi, ma ancor di più la fidanzatina di scuola o il fuggevole flirt.

Il fenomeno è stato etichettato come “Retrosexual”. Potrebbe sembrare che sia un modo di forzare la mano al caso, che crudelmente divide strade che potevano non disgiungersi. In realtà, se con qualcuno si rimane in contatto e con altri no c’è sempre qualche buona ragione, e la mia impressione è che chi troppo si attacca ai volti del passato non sia uno che ne è rimasto segnato, ma semplicemente uno che è molto frustrato della vita che è venuta dopo.

Ma poi quest’inseguimento è davvero tanto romantico? Prima di Facebook, non è che proprio ci si dovesse rivolgere a un’agenzia di investigazioni per cercare i vecchi amori persi. A volte poteva bastare persino un elenco telefonico. E poi attaccarsi al citofono, per fare una sorpresa. Con tutti i rischi del caso, certo. Ma se no il cuore cosa accelera a fare?

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Quando non è un refolo di vento, è il sovrapporsi di un impegno o un difetto di prontezza o un vuoto di memoria: quella carta che volevamo leggere o rileggere ci è stata ormai portata via. Un gran dispiacere, quasi come quello di chi ha visto la nave staccarsi dal porto e una cara persona partire. In tutte le sezioni del "Fermacarte" propongo articoli scovati da qualche parte, specialmente inerenti ai temi di cui si sono occupati i miei libri (carcere, sport, sociologia dei consumi, notariato), con l’obiettivo di rendere su tali argomenti il sito uno strumento di consultazione che si rinnova e segue l’attualità. Qualche volta invece di notizie o articoli letti altrove possono essere pensieri o appunti personali, pure quelli perennemente a rischio di essere travolti e dimenticati. Ma tra le carte svolazzanti e imprigionate magari si troveranno anche altre cose, di argomenti svariati, perché è proprio da ciò che è più casuale o trasversale che nascono spesso le riflessioni più intense e produttive...

(disegno originale di Guido Scarabottolo)