La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento

In media, nel mondo, si impiegano 30 minuti per andare al lavoro. E altrettanti, evidentemente, per tornare a casa. Ciò significa che in media passiamo un’ora al giorno in questo tragitto di passaggio fra la dimensione domestica e quella professionale: quasi un non-tempo, in cui non siamo del tutto parte né della nostra famiglia né del nostro gruppo di lavoro.
Che cosa siamo allora, in questa fase? Siamo pendolari. Una condizione che può anche non essere particolarmente significativa, se questo pendolarismo è solitario (in bicicletta, in moto, a piedi, in automobile); ma lo diventa invece quando lo spostamento avviene coi mezzi pubblici. Questa è la condizione del pendolare vero e proprio: ogni giorno sullo stesso treno, o lo stesso autobus, o la stessa metropolitana. Il mezzo di trasporto come ambiente di vita.
Per chi abita nell’hinterland di una metropoli, o in un piccolo centro, fare il pendolare vuol dire essere cittadino al 50%. Questo è il tipo di lavoratore che, nella percezione collettiva, occupa un gradino della scala sociale appena sopra a quello dei migranti che sbarcano a Lampedusa: lo si dice con un misto di pietà e disprezzo, “i pendolari”, come se fossero un male necessario di cui in qualche modo la collettività deve farsi carico. Una categoria di persone ormai assuefatte alla loro condizione di grave disagio, che si svegliano troppo presto e non si fermano mai per l’aperitivo serale.

In un certo senso è poi anche vero, il pendolare nostrano è la moderna incarnazione degli italiani come “popolo di migranti”; anche se al cammino della speranza si è sostituita la transumanza diurna, la migrazione in miniatura e part time. E “il treno dei pendolari”, spesso sporco e ritardatario, è il luogo in cui avviene ogni giorno questa piccola estenuante odissea, con il conseguente stress che si aggiunge a quello lavorativo. C’è un bel brano di Maria Corti in proposito (citato nel libro di Giampaolo Nuvolati “Popolazioni in movimento, città in trasformazione”) che fissa perfettamente la fase storica intermedia fra i migranti di ieri e i transeunti di oggi:
“Accadeva nella pianura lombarda a certe ore: quando nel crepuscolo ondate di nebbia facevano sparire e ricomparire la campagna, una cosa nera fuori dal comune entrava e usciva dalla nebbia. Così alle cinque del mattino invernale, nell’immensità vuota della campagna coperta dalla neve, la cosa riappariva come un enorme scorzone [specie di serpe, N.d.R.] nero proteso nella corsa. Questa cosa fuori dal comune che andava e veniva come una pendula a ritmo ondulatorio, tramonto e alba, Milano di qua e Brescia di là, era nel 1946 una fila di fragorosi carri bestiame. Questi però non rispondevano per niente a una normale concezione del carro bestiame: dentro, al posto di mucche e vitelli, c’era l’ultima generazione degli antichi Longobardi. Alti, larghi di spalle, coi polsi nodosi, la faccia segnata dalle rughe a ogni età per via delle fatiche muscolari.
In alto nel cielo la luce del giorno cedeva al buio della notte o il buio cedeva alla luce dell’alba, e sotto sulla terra la lunga fila dei carri sferragliava, mentre nella locomotiva a vapore salivano fumo e scintille: Treviglio, Morengo, Vidalengo, Romano, Calcio, Chiari e viceversa, oltre a robinie, gelsi, platani, pioppi, questi ultimi detti ‘le albere’. Però sui carri, non essendoci finestrini a cui affacciarsi, non si vedeva niente di quello che fa la bellezza del mondo. Solo al centro del carro si intravvedevano alberi e case scorrere in senso contrario, come se tornassero indietro alla stazione di partenza”.
Naturalmente oggi non è più così, anche se – a giudicare da certi commenti dei viaggiatori – siamo ancora parecchio lontani dal poterci considerare un paese avanzato. Ma il pendolarismo non si limita a questo, non è riassumibile nei disagi che pure è costretto a sopportare. Durante questo non-tempo che passa nella transizione tra l’ambiente domestico e quello lavorativo, i pendolari danno vita infatti ad un microcosmo dal quale il viaggiatore occasionale è completamente escluso. Perché tra il leggere un libro, lo sfogliare il giornale e l’ascoltare musica, i pendolari non possono fare a meno di confrontarsi fra loro. Con quelle facce che vedono tutti i giorni, con quelle persone che magari non hanno nulla in comune a parte l’orario e il luogo di partenza e destinazione: eppure si trovano a condividere mezz’ora, un’ora o anche più al giorno della loro vita. Forse più di quanto riescono a passare con i figli o con gli amici.
Ogni “treno per pendolari” finisce così per avere i propri personaggi, i propri gruppi, i propri leader. Nella vicinanza fisica si rafforza anche la solidarietà reciproca: negli ultimi anni (anche in questo campo, il web ha offerto nuove possibilità) si sta rafforzando sempre più il loro associazionismo, la coscienza di essere tanti e avere un interesse in comune. Qualche tempo fa un ferroviere mi ha detto: “Se nascesse un partito dei pendolari, prenderebbe un sacco di voti”. Non so se è vero, e non so neanche se sarebbe necessariamente una bella cosa. Ma è certo che questo mondo, per sua natura eccezionalmente trasversale e frammentario, merita attenzione.
One Response to “Fenomenologia del pendolare”
Lascia la tua Opinione


[...] in cui non siamo del tutto parte né della nostra famiglia né del nostro gruppo di lavoro. (vai all’originale) AKPC_IDS += “389,”;Popularity: unranked [...]