La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento



Il Fermacarte
September 22nd, 2009


guicciardini

Dal Cinquecento fino almeno all’unità d’Italia, la lingua italiana non è stata certo quella del popolo; dal momento che il popolo, anzi i popoli, parlavano i rispettivi dialetti. Come direbbe il ministro Brunetta, l’italiano era dunque l’idioma delle élites e dei poteri forti. O secondo la definizione di Tullio De Mauro, una lingua “straniera in patria”.

Diventa quella del popolo solo dopo l’unità, quando il suo insegnamento va di pari passo con quello dei precetti morali. E non è un caso che oggi, 150 anni dopo, si ritrovino entrambi sotto attacco. E’ sotto attacco quella “morale comune” che così faticosamente si impose come buon senso tra la buona fede di pochi e l’ipocrisia di molti; e certamente lo è l’italiano, nel nome delle tradizioni locali e dialettali che tornano a prevalere su quelle comuni.
Il coraggio della coerenza imporrebbe a questo punto di andare fino in fondo, mandando la lingua italiana a morire ammazzata insieme alle élites. E alla loro morale.

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