La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento



September, 2009

Il Fermacarte
September 14th, 2009


Leggendo qualche giorno fa il discorso di Obama al senato, in merito alla riforma sanitaria, mi è venuto in mente quanto sia semplicistico porre la questione solo in termini di dicotomia pubblico/privato.

Il problema del soggetto erogatore del servizio non è soltanto di lasciare scoperte le persone che non dispongono di mezzi per garantirsi la copertura assicurativa, ma anche di introdurre elementi di limitazione, di alea e contenzioso, normalmente assenti nel rapporto con l’ente pubblico. Si pensi alle franchigie, che sono ben più alte del ticket, o al rifiuto di corrispondere l’indennizzo perchè la malattia era preesistente.

Alla fin fine, un burocrate ottuso e neghittoso non può mai eguagliare una controparte contrattuale, la compagnia assicurativa, interessata a massimizzare il proprio vantaggio. Ripensando al vecchio detto meglio cento colpevoli fuori che un innocente in galera (oggi, in verità, sbiadito nel suo fascino presso il pubblico), e confrontando i rischi persino di una sanità pubblica colabrodo come quella italiana con quella americana, si può ben sostenere: meglio cento sani in un letto per finta che un povero disgraziato nella fossa sul serio.

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Il Fermacarte
September 11th, 2009


sveglia

In media, nel mondo, si impiegano 30 minuti per andare al lavoro. E altrettanti, evidentemente, per tornare a casa. Ciò significa che in media passiamo un’ora al giorno in questo tragitto di passaggio fra la dimensione domestica e quella professionale: quasi un non-tempo, in cui non siamo del tutto parte né della nostra famiglia né del nostro gruppo di lavoro.
Che cosa siamo allora, in questa fase? Siamo pendolari. Una condizione che può anche non essere particolarmente significativa, se questo pendolarismo è solitario (in bicicletta, in moto, a piedi, in automobile); ma lo diventa invece quando lo spostamento avviene coi mezzi pubblici. Questa è la condizione del pendolare vero e proprio: ogni giorno sullo stesso treno, o lo stesso autobus, o la stessa metropolitana. Il mezzo di trasporto come ambiente di vita.

Per chi abita nell’hinterland di una metropoli, o in un piccolo centro, fare il pendolare vuol dire essere cittadino al 50%. Questo è il tipo di lavoratore che, nella percezione collettiva, occupa un gradino della scala sociale appena sopra a quello dei migranti che sbarcano a Lampedusa: lo si dice con un misto di pietà e disprezzo, “i pendolari”, come se fossero un male necessario di cui in qualche modo la collettività deve farsi carico. Una categoria di persone ormai assuefatte alla loro condizione di grave disagio, che si svegliano troppo presto e non si fermano mai per l’aperitivo serale.

domenicadelcorriere

In un certo senso è poi anche vero, il pendolare nostrano è la moderna incarnazione degli italiani come “popolo di migranti”; anche se al cammino della speranza si è sostituita la transumanza diurna, la migrazione in miniatura e part time. E “il treno dei pendolari”, spesso sporco e ritardatario, è il luogo in cui avviene ogni giorno questa piccola estenuante odissea, con il conseguente stress che si aggiunge a quello lavorativo. C’è un bel brano di Maria Corti in proposito (citato nel libro di Giampaolo Nuvolati “Popolazioni in movimento, città in trasformazione”) che fissa perfettamente la fase storica intermedia fra i migranti di ieri e i transeunti di oggi:

“Accadeva nella pianura lombarda a certe ore: quando nel crepuscolo ondate di nebbia facevano sparire e ricomparire la campagna, una cosa nera fuori dal comune entrava e usciva dalla nebbia. Così alle cinque del mattino invernale, nell’immensità vuota della campagna coperta dalla neve, la cosa riappariva come un enorme scorzone [specie di serpe, N.d.R.] nero proteso nella corsa. Questa cosa fuori dal comune che andava e veniva come una pendula a ritmo ondulatorio, tramonto e alba, Milano di qua e Brescia di là, era nel 1946 una fila di fragorosi carri bestiame. Questi però non rispondevano per niente a una normale concezione del carro bestiame: dentro, al posto di mucche e vitelli, c’era l’ultima generazione degli antichi Longobardi. Alti, larghi di spalle, coi polsi nodosi, la faccia segnata dalle rughe a ogni età per via delle fatiche muscolari.
In alto nel cielo la luce del giorno cedeva al buio della notte o il buio cedeva alla luce dell’alba, e sotto sulla terra la lunga fila dei carri sferragliava, mentre nella locomotiva a vapore salivano fumo e scintille: Treviglio, Morengo, Vidalengo, Romano, Calcio, Chiari e viceversa, oltre a robinie, gelsi, platani, pioppi, questi ultimi detti ‘le albere’. Però sui carri, non essendoci finestrini a cui affacciarsi, non si vedeva niente di quello che fa la bellezza del mondo. Solo al centro del carro si intravvedevano alberi e case scorrere in senso contrario, come se tornassero indietro alla stazione di partenza”.

Naturalmente oggi non è più così, anche se – a giudicare da certi commenti dei viaggiatori – siamo ancora parecchio lontani dal poterci considerare un paese avanzato. Ma il pendolarismo non si limita a questo, non è riassumibile nei disagi che pure è costretto a sopportare. Durante questo non-tempo che passa nella transizione tra l’ambiente domestico e quello lavorativo, i pendolari danno vita infatti ad un microcosmo dal quale il viaggiatore occasionale è completamente escluso. Perché tra il leggere un libro, lo sfogliare il giornale e l’ascoltare musica, i pendolari non possono fare a meno di confrontarsi fra loro. Con quelle facce che vedono tutti i giorni, con quelle persone che magari non hanno nulla in comune a parte l’orario e il luogo di partenza e destinazione: eppure si trovano a condividere mezz’ora, un’ora o anche più al giorno della loro vita. Forse più di quanto riescono a passare con i figli o con gli amici.
Ogni “treno per pendolari” finisce così per avere i propri personaggi, i propri gruppi, i propri leader. Nella vicinanza fisica si rafforza anche la solidarietà reciproca: negli ultimi anni (anche in questo campo, il web ha offerto nuove possibilità) si sta rafforzando sempre più il loro associazionismo, la coscienza di essere tanti e avere un interesse in comune. Qualche tempo fa un ferroviere mi ha detto: “Se nascesse un partito dei pendolari, prenderebbe un sacco di voti”. Non so se è vero, e non so neanche se sarebbe necessariamente una bella cosa. Ma è certo che questo mondo, per sua natura eccezionalmente trasversale e frammentario, merita attenzione.



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Il Fermacarte
September 9th, 2009


A questo punto, credo che ormai siate tutti tornati dalle vacanze; e fra i tutti, c’è anche la diffusissima categoria dei pendolari: quasi un popolo a parte, che cerca di resistere come può ai quotidiani disagi e ritardi di Trenitalia.
Sempre che, nel frattempo, qualcuno non abbia lavorato a idee brillanti per aggiungere ulteriori problemi. Per esempio a Lissone (hinterland milanese) l’amministrazione comunale ha deciso di mettere le strisce blu nel parcheggio davanti alla stazione: così oltre al prezzo dell’abbonamento ferroviario, per andare a lavorare bisognerà sborsare quello per lasciare l’auto. Su Il Giorno si riferiscono le reazioni di protesta:

VOLANTINI da appendere nei luoghi pubblici e lettere di dissenso da inviare o recapitare di persona al comando della Polizia Locale, per protestare contro la recente istituzione della sosta a pagamento nella zona della stazione. I pendolari lissonesi scendono sul piede di guerra contro le strisce blu vicino alla ferrovia. Un gruppo di residenti che utilizza i treni della linea Milano-Como-Chiasso, partendo dalla stazione cittadina, ha preparato un documento per far sentire al Comune la propria voce e quella degli altri pendolari: l’iniziativa prevede che il testo, che si apre con un esplicito «no ai parcheggi a pagamento in stazione», venga affisso sotto forma di volantino e spedito da ciascuno degli aderenti ai vigili, per inondarli di lamentele sul nuovo provvedimento. Le prime lettere ed e-mail stanno già partendo. I firmatari sottolineano il loro «totale disaccordo e forte malcontento – si legge nel volantino – per la folle decisione dell’amministrazione comunale di convertire il parcheggio di piazzale Padania, di fronte alla stazione ferroviaria, e le zone limitrofe in area di sosta a pagamento per oltre 200 posti auto» (…) Viene invece bollato come «assolutamente ingiusto costringere i cittadini che utilizzano i mezzi pubblici per lavoro o per studio ad accollarsi ulteriori spese per poter usufruire di spazi pubblici che un’amministrazione seria e responsabile dovrebbe garantire in forma gratuita». L’installazione dei parcometri, insomma, non va proprio giù ai pendolari lissonesi, che si autodefiniscono «cittadini delusi e scontenti», e che stigmatizzano le strisce blu in prossimità della ferrovia come «una scelta politica che di fatto disincentiva l’uso dei mezzi pubblici». «L’attuazione del nuovo Piano Parcheggi, in particolare intorno alla stazione – concludono -, si dimostra una decisione miope e vessatoria».

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Il Fermacarte
September 8th, 2009


Almeno su un punto, il settimanale americano Time e il presidente del consiglio italiano sono d’accordo: il giudizio sui quotidiani di casa nostra. “Inaffidabili” scrive infatti Stephan Faris nel numero datato 7 settembre:

Ogni discussione su ciò che non va nella politica italiana conduce alla domanda su ciò che non va nei media del paese. In una nazione dove il primo ministro controlla le frequenze, solo una persona su dieci compra un quotidiano, a fronte di 1 su 5 negli Usa e 3 su 5 in Giappone, stando ai dati della World Association Of Newspapers. Gli italiani, a quanto pare, non sono interessati a leggere le notizie.

Ma se la colpa non fosse nei gusti degli italiani? Se il problema fosse il menu? Ad un festival letterario in Sardegna il mese scorso, ho avuto occasione di saggiare l’insoddisfazione della gente per ciò che viene offerto. Durante una conferenza sui media, quando ho osservato che i quotidiani italiani sembrano soprattutto scrivere l’uno per l’altro, per i politici, per il piacere di leggere la propria stessa prosa, è scattato un applauso. Per buona parte dell’ora successiva, sono arrivate domande dal pubblico sul perché le notizie non fossero scritte per loro. Essi meritano una risposta.

Altri stralci dell’articolo si trovano sul sito del Sole 24 Ore.

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Il Fermacarte
September 7th, 2009


Fra i tanti casi da prima pagina che in questi giorni stanno scuotendo la libertà di stampa, ce n’è uno che resta infilato in questo articolo su l’Espresso (dove si riferisce di una “Gabanelli azzoppata” per volontà del governo). E ne scrive anche Aldo Grasso sul Corriere:

Non è un mistero che una trasmissione come quella di Milena Gabanelli sia a rischio. Non solo per compatibilità con la nuova dirigenza ma anche perché il dg Masi le ha tolto lo scudo dell’assistenza legale nonostante non abbia mai perso una causa (ogni autore dei servizi sarà responsabile in proprio di eventuali azioni legali, un sistema per togliere coraggio anche ai più coraggiosi).

La notizia dunque è che il direttore generale della Rai, Mauro Masi, ha revocato la copertura legale a Report: un programma che – non per la smania di lanciare scoop falsi, come va di moda oggi – ma per l’abitudine a scoperchiare scandali impuniti, inevitabilmente attira querele intimidatorie: fino ad oggi peraltro, tutte regolarmente respinte.

L’attenzione pubblica è inevitabilmente concentrata sugli episodi plateali, le querele, i killeraggi. Ma non è forse ancora più subdola una così silenziosa eutanasia? E’ possibile che Report venga punito per avere detto la verità?

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Il Fermacarte
September 4th, 2009


Raramente un politico riesce a essere così platealmente diseducativo come Gasparri, con la sua dichiarazione che se la Consulta dovesse bocciare il Lodo Alfano vorrà dire che si troverà un cavillo (ci penserà Ghidini o Ghedoni, ha aggiunto: ma fossimo finiti dentro una storia di Topolino?).

Essendo parte della maggioranza governativa, Gasparri dovrebbe preoccuparsi che quando le leggi vengono promulgate, o all’inverso abrogate, le persone vi si uniformino. Ma perchè, invece, non dovremmo trovare un cavillo anche noi? Cosa siamo, più fessi di Gasparri (non conosco tutti i lettori di questo sito, ma per un fatto statistico direi di no, che non sono più fessi di Gasparri)?

E’ chiaro che tra trovare un cavillo, per fottere l’organo garante del rispetto della Costituzione, e dunque tutto il popolo italiano, e dire più apertamente: e noi glielo mettiamo in quel posto non c’è alcuna differenza. Purtroppo è così che immagino le riunioni dei governanti attuali: i discorsi, strutturalmente molto semplici, che si chiudono con la mano che simula l’infilarsi sodomitico, e tutti a farsi grassi risate, e al limite qualcuno a tirarlo fuori e a maneggiarlo. Un tempo questo paese ha avuto De Gasperi, Togliatti, Moro, Berlinguer.

Se questo pensiero sfiora i giornali stranieri che ormai massicciamente ci deridono, si capirà che il problema, ahimè, va persino oltre Berlusconi.

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Il Fermacarte
September 2nd, 2009


Su Repubblica di ieri c’era un bell’articolo di Marino Niola sulle ripercussioni antropologiche dell’influenza A:

Siamo decisamente influenzati. Ma per il momento più dalla paura che dalla suina. La temuta pandemia per fortuna non è ancora arrivata. E non è detto che sia nera come la dipingono alcuni. E tuttavia sono già iniziate le prove generali dell’emergenza. Un po’ per scaramanzia e un po’ per prudenza, giorno dopo giorno i nostri comportamenti cambiano. Causando una progressiva infreddatura della nostra socialità. Che diventa sempre più distante, incorporea. Niente baci se non a persone sicure, abbracci pochi e sbrigativi, carezze col contagocce, niente ascensori affollati, se non in apnea. Insomma la nostra prossemica si fa sempre più innaturale. Soprattutto per un popolo espansivo come il nostro. Per amore o per forza, per demografia e per ideologia, per tradizione e per convenzione il nostro modo di stare in mezzo agli altri somiglia a un corpo a corpo estremamente ravvicinato.

[...] Eppure popoli altrettanto calienti, come gli Argentini, hanno già raggiunto un livello di panico che li ha resi gelidi come gli Scandinavi. Mascherine onnipresenti, farmacie saccheggiate, aggiotaggio di disinfettanti, luoghi pubblici disertati. E sui set cinematografici gli attori si rifiutano di girare scene erotiche per evitare baci patogeni.

[...] In realtà questo insieme di paure presenti e future, fondate e infondate è la cifra di quella contaminazione generalizzata che caratterizza l’habitat globale in cui viviamo. E’ la grande e in parte insanabile contraddizione di una civiltà come la nostra che, per poter funzionare a pieno regime, rende endemici quegli stessi mali da cui tenta di rendersi immune. Se il contagio è la causa del nostro malessere, il contatto è la ragione del nostro benessere. Inseparabili come due gemelli siamesi, contatto e contagio, circolazione e infezione sono le due anime del sistema mondo.

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Il Fermacarte
September 1st, 2009


Frecce Tricolori

Oggi le Frecce Tricolori potranno dunque volare sui cieli di Tripoli esibendo il loro gas di scarico, appunto, tricolore. E’ un grande successo dell’Italia e del nostro governo, che non si è piegato al ricatto del leader libico.

In compenso quest’ultimo potrà tranquillamente continuare a fare scempio dei diritti umani e della democrazia, accogliere terroristi pluriomicidi come eroi, ospitare Mugabe ed il colonnello Bashir, proclamarsi “Re dei re dell’Africa”, minacciare Israele e tutto quello che gli pare. Però noi abbiamo ottenuto il fumo tricolore.

(la battuta migliore sull’argomento comunque è questa)

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Quando non è un refolo di vento, è il sovrapporsi di un impegno o un difetto di prontezza o un vuoto di memoria: quella carta che volevamo leggere o rileggere ci è stata ormai portata via. Un gran dispiacere, quasi come quello di chi ha visto la nave staccarsi dal porto e una cara persona partire. In tutte le sezioni del "Fermacarte" propongo articoli scovati da qualche parte, specialmente inerenti ai temi di cui si sono occupati i miei libri (carcere, sport, sociologia dei consumi, notariato), con l’obiettivo di rendere su tali argomenti il sito uno strumento di consultazione che si rinnova e segue l’attualità. Qualche volta invece di notizie o articoli letti altrove possono essere pensieri o appunti personali, pure quelli perennemente a rischio di essere travolti e dimenticati. Ma tra le carte svolazzanti e imprigionate magari si troveranno anche altre cose, di argomenti svariati, perché è proprio da ciò che è più casuale o trasversale che nascono spesso le riflessioni più intense e produttive...

(disegno originale di Guido Scarabottolo)