La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento



November, 2009

Il Fermacarte
November 26th, 2009


Tra il 1972 e il 1974 andò in onda per la Rai un programma ideato da Anna Zanoli, dal titolo “Io e…”. Ogni puntata ospitava un artista, il quale sceglieva un’opera d’arte alla quale si sentiva particolarmente legato, e parlava liberamente del suo rapporto con essa (gli episodi duravano circa un quarto d’ora).

Tutto qui. Eppure proprio l’estrema semplicità del contenitore consentiva agli ospiti di di esprimersi in maniera del tutto personale. In una di queste puntate, per esempio, venne Pier Paolo Pasolini. Che in una delle sue tipiche mosse spiazzanti, scelse come “opera d’arte” la città di Orte: e più specificamente, la “forma” della città.

A chi segue Blob o Fuori Orario, questo documento sarà probabilmente familiare perché viene riproposto spesso. Vi si vede Pasolini, in compagnia della sua troupe, che inquadra Orte da vicino e da lontano e da diverse angolazioni; le immagini vengono commentate e analizzate, esattamente come si farebbe per un’opera d’arte tradizionale.
Da Orte poi il discorso si estende ad un’altra “opera” assai amata da Pasolini, Sabaudia: e in questo modo Pasolini chiude un fulminante excursus fra antichità (il centro storico di Orte), modernità di epoca fascista (Sabaudia), e modernità di epoca consumista (la periferia di Orte, costruita dopo la guerra).

La forma di una città non è l’opera di un autore, ma di un intero popolo. E’ arte anonima, non istituzionalizzata, e dunque – nella prospettiva di Pasolini – ancor più cara di quadri e monumenti: e come quelli andrebbe difesa dalle deturpazioni.
E la sua presa di posizione politica è diretta conseguenza di una valutazione estetica: se la città di Orte antica ha una forma armoniosa – mentre quella moderna è un pugno negli occhi – Pasolini non contesta la costruzione delle case in sé (riconoscendone la necessità pratica) quanto la mancanza di gusto nel costruirle, e il mancato rispetto di un rapporto fra la forma della città e la natura circostante.

Se la civiltà dei consumi viene condannata non è dunque per un discorso ideologico astratto, quanto per la sua incapacità di attuare dei criteri di armonia e bellezza (per non dire di fantasia). Una forma deturpata rimane tale, anche se produrla sono la democrazia e il benessere.



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Giudizio Universale (estratti)
November 20th, 2009


Ecco l’editoriale di apertura per il nuovo Giudiziouniversale.it

E’ ormai indelebile nella memoria collettiva la maniera in cui Bettino Craxi fu espulso dal proscenio politico: sotto un lancio di monetine davanti all’Hotel Raphael. Caduto nell’oblio, invece, è uno dei modi principali con cui la scena politica cercò di guadagnarla. Un bel giorno se ne uscì dicendo una cosa del tipo: “Noi socialisti non ci riconosciamo nella tradizione marxista. E’ venuto il momento, piuttosto, di rivalutare Proudhon”. Forse chi fosse il filosofo lo sapevano in pochi, ma di sicuro erano il quadruplo, specialmente nell’ambito parlamentare, di quelli che lo sanno oggi. Eppure Craxi ritenne quel riferimento una mossa politica adeguata e spiazzante. Come si vede, dunque, egli non fu solo quel dubbio precorritore della modernizzazione, come oggi viene ricordato da coloro che intendono riabilitarne la figura, ma fu ancora e a pieno titolo un uomo appartenente a una fase culturale del nostro paese che sembra oggi lontana anni luce. Una fase nella quale il background della nostra classe politica era ancora informato a un’educazione umanistica e ai suoi codici. E’ evidente a tutti che oggi, per ignoranza non meno che per calcolo, nessuno si sognerebbe di citare Proudhon per prendere voti, avendo a disposizione argomenti e forme retoriche più spicce, volgari e didascaliche.

Ma a questo scarto, che potrebbe persino apparire un’evoluzione positiva, in senso democratico e anti-elitario, è direttamente collegata una conseguenza importante: ipocrita o meno che fosse il suo volare su temi elevati, Craxi dovette abbandonare il paese a fronte di alcuni scandali; oggi, scandali non meno impressionanti suscitano fastidio verso colui che li denuncia, e la reazione di una buona parte della popolazione si sostanzia in un: “E allora?”. Così, all’indifferenza di quella parte di popolazione ci si può appoggiare per rimanere al potere, giocando a semplificare la coincidenza tra consenso popolare e democrazia.

(more…)



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Il Fermacarte
November 18th, 2009


Il Corriere della Sera ha pubblicato ieri un approfondimento sul tema “carceri e stupefacenti”: e visto lo stato delle cose, la congiunzione si potrebbe anche omettere.

Nelle stupefacenti carceri italiane, infatti, il 25% dei reclusi è (per sua stessa dichiarazione) tossicodipendente.
Ma se si considerano tutti gli arrestati per violazione della legge sugli stupefacenti, secondo quanto riportato nell’articolo, otteniamo la cifra surreale del 60%: sei detenuti su dieci sono dentro per droga, laddove “droga” può significare qualsiasi cosa dallo spaccio di eroina al piccolo consumo di marijuana. L’attuale legge – che oltre a Giovanardi fu firmata dal noto liberale Gianfranco Fini – non fa nessuna distinzione, e per un grammo si possono prendere anche tre-quattro anni di galera (come dire, la modica sanzione di un anno per ogni 250 milligrammi).

L’autore dell’inchiesta, Andrea Garibaldi, è peraltro molto critico sull’idea stessa che i tossicodipendenti debbano stare in carcere:
“… perché sono allo stesso tempo vittime e autori dei reati che compiono, non sono in grado di autodeterminarsi, hanno bisogno di un aiuto per venirne fuori, non della violenza legata ad un luogo di reclusione. Entrano di solito per piccoli e medi reati legati alla ricerca di droga, possono uscire criminali”.

Il tossicodipendente non può che vivere in maniera drammatica la sua doppia condizione di detenuto e di malato, e ciò lo rende ancora più vulnerabile. Oltre ovviamente a non guarire dalla droga, inoltre, rischia spesso la vita: basti pensare alla detenuta che recentemente è morta a Lecce per avere inalato il gas del fornelletto che si usa per cucinare (essendo il gas l’unico “stupefacente” a sua disposizione in quella cella). Lo fanno in tanti, ma basta inalarne troppo perché entri nel naso il liquido e geli i polmoni, non lasciando scampo.

E’ dunque un grosso problema la crisi delle misure alternative al carcere. Ad esempio il programma “Dap Prima” che è stato in vigore fra il 2004 e il 2007, anno in cui sono terminati i fondi europei stanziati per il progetto (che avrebbe tra l’altro evitato la tragedia di Stefano Cucchi, e favorito il reinserimento sociale di tanti casi simili).

Ma la smobilitazione riguarda anche arresti domiciliari, sospensioni di pena, affidamenti in prova presso le comunità (oggi a beneficiare di queste misure sono un terzo dei detenuti rispetto al 2006): e qui i fondi europei non c’entrano, ma sembra esserci piuttosto un preciso disegno politico in atto.
Altro disastro, il trasferimento delle competenze sanitarie in carcere dalla Giustizia alla Sanità: le competenze sono state trasferite infatti, ma i soldi no, e quindi da più di un anno lo Stato non paga i rimborsi alle comunità.

E a questa situazione, già atroce, si aggiungono casi come il “reparto TD” di Rebibbia: che l’articolo di Andrea Garibaldi descrive come una sorta di Abu Ghraib italiana.
Tutto questo naturalmente, nel paese dove i giornali urlano titoloni ogni volta più indignati contro le persecuzioni giudiziarie delle toghe nei confronti di questo o quel politico.



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Appuntamenti
November 16th, 2009

Il Fermacarte
November 16th, 2009


Da un articolo di Sergio Zavoli pubblicato oggi sul Quotidiano Nazionale, scopro che c’è in Parlamento una proposta di legge per regolamentare i programmi televisivi rivolti ai minori: “un regolamento in base al quale possano accedere al palinsesto i programmi televisivi nati per i minori solo se rispondenti alla necessità di promuovere e salvaguardare scopi socio-educativi, conseguibili attraverso modalità linguistiche, espressive, concettuali certificate da una sorta di bollino che indichi un si trasmetta oculato e vincolante”.

Alla parola “bollino”, viene subito da storcere la bocca: messa così, la proposta non sembra in effetti delle più liberali e sarebbe forte la tentazione di liquidarla ideologicamente.

Ma d’altra parte qui non si parla di modelli morali, ma di salute: in particolare, la salute dei bambini. E in questo senso bisogna ammettere che si va a toccare un tasto dolente della nostra società, nella quale proprio certi messaggi televisivi – la pubblicità dei fast food, per esempio – sembrano avere un nesso diretto con l’obesità infantile: che può sembrare magari una cosa da poco (almeno a confronto con il miliardo di persone che muore perché di cibo non ne ha abbastanza) ma più probabilmente sono due facce dello stesso problema.

Dove finisce allora la libertà dell’azienda di fare affari (anche tramite la pubblicità), e dove comincia quella del bambino a non subire condizionamenti dannosi per la propria salute? Un dilemma non facile, anche perché i dati concreti sulla situazione attuale fanno impressione:

[...] un bambino italiano che mediamente consumi 3 ore al giorno di televisione, nell’arco di un anno riceve 32.850 messaggi alimentari: 1 ogni 5 minuti, contro 1 ogni 10 nel resto d’Europa. Il rapporto tra questa specifica comunicazione e i comportamenti dei minori è stato sottoposto ad analisi da 24 reti televisive in 11 Paesi Europei, e la situazione italiana è risultata la peggiore.

Forse non è un caso che sia proprio l’Italia il paese europeo con il maggiore tasso di obesità infantile: quello dove l’universo del superfluo colpisce l’immaginario dei piccoli con la maggiore potenza di fuoco.

Certo si può discutere sull’efficacia della soluzione proposta, come più in generale pare utopistico (se non orwelliano) pretendere che la tv sia una buona maestra di vita ed offra alle giovani generazioni modelli positivi (ed in questo caso, salutisti). Ma almeno le si può chiedere di non offrirne di pessimi, questo sì.



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Il Fermacarte
November 13th, 2009


A questo punto, penso che il cattivo pensiero sia venuto un po’ a tutti: in Italia la “giustizia rapida” (anzi rapidissima) esiste già, anche se non viene applicata – come si usa nelle ormai antiquate democrazie occidentali – indiscriminatamente, ma in modi sempre più mirati e selettivi.
Le prime pagine dei giornali in questi giorni lo dimostrano, ma ci sono episodi – diciamo minori – che rappresentano forse ancora meglio la giungla in cui ci troviamo.
Il concorso truffa in Sicilia che portò nel 2007 a nominare oltre 300 dirigenti scolastici dovrebbe ora essere annullato a causa dei clamorosi strafalcioni contenuti nelle prove scritte di alcuni vincitori (che si distinsero per licenze poetiche come “… ciò induce ha ricercare accordi…”, o “leaderschip”).
Dovrebbe, appunto, trionfare almeno la certezza dell’ortografia su quella di ritrovarsi decine o centinaia di scuole governate da presidi analfabeti.
Dovrebbe, con il condizionale, perché i nostri parlamentari sono previdenti: e hanno già fatto approvare alla Camera un emendamento di legge che salva il concorso truffa dall’annullamento, lasciando i vincitori dove stanno.

Una grande prova di “leaderschip” da parte della nostra classe dirigente eletta (si fa per dire) dal popolo: l’ortografia, come la giustizia, la decidono i rappresentanti del popolo.

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Il Fermacarte
November 11th, 2009


Nel 1856, il Granducato di Toscana stava procedendo con grande rapidità ad avviare la rete ferroviaria della regione. E per lanciare la nuova linea Firenze-Livorno, venne commissionata una guida da viaggio all’allora semisconosciuto Carlo Lorenzini – che già da un po’ di tempo aveva iniziato a firmarsi “Collodi”. Ne venne fuori un ibrido, un po’ informativo e un po’ romanzesco, intitolato appunto “Un Romanzo In Vapore – da Firenze a Livorno”:

Ed oltre a farci pensare che le ferrovie dell’Ottocento gestissero la comunicazione (e forse non solo quella) assai meglio delle attuali, questo libricino di 200 pagine offre spunti di ogni tipo: il pretesto del viaggio viene infatti utilizzato dall’autore per tratteggiare una galleria di tipi umani, arci-italiani, e diciamo pure vere e proprie macchiette, che potrebbero – con poche varianti – essere validissimi anche oggi. I vagoni del treno sono lo sfondo alle chiacchiere di questi personaggi, trattati senza pietà da Collodi a beneficio del nostro divertimento: e tramite le loro chiacchiere, il lettore viene anche introdotto alle varie specificità dei paesi che si incontrano lungo il viaggio.
L’ironia ha anche altri bersagli: per esempio quella contro il capitalismo, e la filosofia moderna de “il tempo è denaro”, compare a piene mani fin dalle prime pagine del libro. Ma molto più raffinata, e metaletteraria, è la presa in giro dei generi letterari in voga all’epoca – come il romanzo sociale, e quello d’appendice – dai quali l’autore prende in prestito i medesimi elementi costruttivi ed artifici, rendendoli espliciti e mettendoli dunque in ridicolo.
In questo senso, il “Romanzo in Vapore” si inserisce perfettamente sulla scia del Collodi giornalista polemico e smascheratore di stereotipi; e al tempo stesso costituisce l’esordio narrativo del futuro autore di Pinocchio.E’ dunque nello stesso tempo guida “turistica”, con le descrizioni, la storia, gli aneddoti riguardanti i luoghi toscani; una documentazione di come funzionavano i trasporti nell’Italia pre-unitaria; ed un esempio di brillante satira sociale e intellettuale.
La lettura impiega circa tre ore: all’epoca, era esattamente il tempo che occorreva da Firenze a Livorno. Invece i pendolari che volessero utilizzarlo oggi per accompagnare il medesimo tragitto, dovrebbero esaurirlo nel giro di un’andata e ritorno: se lo finite prima significa che avete letto troppo in fretta. O più probabilmente, che il treno è in ritardo.



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Il Fermacarte
November 9th, 2009


muro-berlino

A dimostrazione di come il concetto di carcere e di limitazione dello spazio possa essere relativo non si può che citare Berlino, nel giorno dell’anniversario della caduta del Muro. In alcuni casi la claustrofobia non può essere evitata nemmeno percorrendo chilometri di strade. Tra le varie iniziative commemorative, la mostra alla Sala Bolaffi di Torino ha esposto fotografie che ritraggono momenti di vita del Muro. Non solo metaforicamente, il Muro è sempre protagonista: palcoscenico, ingombro, spessore, materia, simbolo, appoggio, postazione, feticcio. La foto più bella, un intero romanzo, quello di una ragazza che nel suo fresco abito da sposa si fa issare sulla sommità del Muro e saluta i parenti che sono dall’altra parte. E’ straziante pensare a quei destini inscatolati. E però c’è la festa finale, la demolizione, la catarsi, la partecipazione e l’abbraccio dei giovani occidentali.

Nulla, è evidente, può giustificare la vita circolare dei tedeschi dell’est, e rimpiangere la sua normalizzazione. Ma il fatto che al di là dal Muro ci fosse un’ideologia distorta faceva sì che al di qua del muro ci fossero giovani idealisti che provassero a raddrizzarla, ed elevassero questo a uno degli scopi della vita. Non saprei più immaginare tanti ragazzi in piazza a piangere di commozione per delle vite altrui. Sempre più numerose, semmai, sono le file per i saldi, e non basta per mitigarne la tristezza considerare che sono pur sempre meglio di quelle per il pane.

Magari le prossime generazioni sapranno ritrovare un antidoto a questo annegamento nell’apatia. Mio figlio Vittorio di quasi dieci anni, che era con me alla mostra, a un certo punto ha preso il pennarello e cominciato a scrivere su uno dei finti muri ricreati nello spazio espositivo. Pensavo infilasse il suo nome o una frase sul calcio. “Anche se era duro è caduto il muro” ha scritto invece. Non so come abbia ricavato uno spazio vergine su una superficie ormai cosparsa di slogan, commenti e graffiti. La sua ispirazione e il bianco che si è allargato ad accoglierla mi hanno restituito una speranza per il futuro.



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Il Fermacarte
November 4th, 2009


impiccagione

- “Sire, le carceri sono sovraffollate. Tra poco non ci sarà più spazio per rinchiudere i condannati”

- “Nessun problema. Siano date disposizioni per la costruzione di nuove galere”

- “Sire, non ci sono soldi costruire nuove galere. Il raccolto quest’anno non è stato buono, e le nostre casseforti sono vuote”

- “Allora sia fatta un’amnistia, e rimessi in libertà i detenuti per reati meno gravi. Così il sovraffollamento diminuirà”.

- “Sire, non è consigliabile rimettere in libertà i detenuti per reati meno gravi. Il popolo chiede di poter vivere al sicuro, senza pericolosa gentaglia per le strade”

- “Ho capito. Una soluzione ci sarebbe…”

(racconto anonimo del XIII sec.)



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Giudizio Universale (estratti)
November 2nd, 2009


Un paio d’anni fa aveva scritto una recensione per Giudizio Universale (n.29, dicembre 2007/gennaio 2008).

Ad essere giudicata era la domanda “Se rinasco?”, che veniva presa come spunto per una serie di riflessioni più ampie:

La domanda se rinasco? E’ una domanda strana. E poiché non credo alla resurrezione, e sono sempre stata una donna felice, non saprei cosa rispondere. Io rifarei tutto il mio percorso storico, ma mi fermo a volte su un problema che non ho mai risolto: che cos’è il male? E non parlo solo del male fisico, ma soprattutto del male morale. Il manicomio creava malesseri infernali, ma Basaglia, con la legge 180, non intendeva sguinzagliare i malati per le strade e farne una specie di carneficina: voleva strutture complete, dove l’ospedale psichiatrico fosse anche associato alla felicità del malato. Invece ci si è trovati di fronte a una strana inflorescenza: i medici bravacci, i soccorritori improvvisati, aggiunti a gente incompetente. Io mi meraviglio del fatto che in una società così avanti, la malattia mentale sia guardata con sospetto e i malati siano visti come degli invasati o degli indemoniati. Siamo tornati al medioevo. La religione non ci aiuta più. E soprattutto nei manicomi il malato era considerato un oggetto senz’anima, uno schiavo ingiustamente punito.
L’anima è un concetto astratto. Nessuno ha mai visto l’anima mentre è più facile vedere un bel corpo o un corpo deforme. L’apparenza non è uguale al pensiero, pensiamo a Leopardi, pensiamo a tanti altri geni che non avevano la fortuna di essere delle veline. Però, insomma, mentre una volta si studiava senza vedere l’autore, oggi l’autore va visto a tutti i costi, come un bel paesaggio, e non si tiene conto del fatto che l’autore per creare ha bisogno della solitudine: io dico che in manicomio questa solitudine l’ho trovata.
Un’infanzia difficile non fa presagire un buon successo nella vita. Però i bambini del mio tempo erano furbi e caparbi, e avevano scoperto che l’obbedienza è la prima regola della disobbedienza: quindi inventavano evasioni a margine di una buona condotta.
Si sa che quanto si dice del bambino è un po’ una favola. C’è in quel bambino l’uomo in nuce, il principio dell’uomo che sarà cattivo o meno a seconda dell’educazione e delle sue inclinazioni. Questa scoperta del bambino dovrebbe essere fatta dalle madri per agevolare le inclinazioni dei loro figli. E’ una cosa che raramente le madri sanno fare, volendo impartire al figlio quelle lezioni di moralità che li renderà felici. Immorale è la conquista della felicità non pagata. Oggi i figli hanno tutto pronto in casa. E perciò va in giro una grande catena di squilibrati e malcontenti. Tenuto conto che l’uomo, come dice San Francesco, è fatto di terra come un soffio d’anima, si può parlare anche di morte per l’uomo che si crede eterno. In manicomio tutto questo l’ho vissuto ogni giorno potevamo morire, ma ogni giorno si risorgeva e questo miracolo quotidiano in me è diventata poesia, obbedienza fisica e morale. Un grande ringraziamento a Dio che mi ha dato la fortuna di vedere il mondo. Nella vita non c’è niente da capire.



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(disegno originale di Guido Scarabottolo)