La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Il Corriere della Sera ha pubblicato ieri un approfondimento sul tema “carceri e stupefacenti”: e visto lo stato delle cose, la congiunzione si potrebbe anche omettere.
Nelle stupefacenti carceri italiane, infatti, il 25% dei reclusi è (per sua stessa dichiarazione) tossicodipendente.
Ma se si considerano tutti gli arrestati per violazione della legge sugli stupefacenti, secondo quanto riportato nell’articolo, otteniamo la cifra surreale del 60%: sei detenuti su dieci sono dentro per droga, laddove “droga” può significare qualsiasi cosa dallo spaccio di eroina al piccolo consumo di marijuana. L’attuale legge – che oltre a Giovanardi fu firmata dal noto liberale Gianfranco Fini – non fa nessuna distinzione, e per un grammo si possono prendere anche tre-quattro anni di galera (come dire, la modica sanzione di un anno per ogni 250 milligrammi).
L’autore dell’inchiesta, Andrea Garibaldi, è peraltro molto critico sull’idea stessa che i tossicodipendenti debbano stare in carcere:
“… perché sono allo stesso tempo vittime e autori dei reati che compiono, non sono in grado di autodeterminarsi, hanno bisogno di un aiuto per venirne fuori, non della violenza legata ad un luogo di reclusione. Entrano di solito per piccoli e medi reati legati alla ricerca di droga, possono uscire criminali”.
Il tossicodipendente non può che vivere in maniera drammatica la sua doppia condizione di detenuto e di malato, e ciò lo rende ancora più vulnerabile. Oltre ovviamente a non guarire dalla droga, inoltre, rischia spesso la vita: basti pensare alla detenuta che recentemente è morta a Lecce per avere inalato il gas del fornelletto che si usa per cucinare (essendo il gas l’unico “stupefacente” a sua disposizione in quella cella). Lo fanno in tanti, ma basta inalarne troppo perché entri nel naso il liquido e geli i polmoni, non lasciando scampo.
E’ dunque un grosso problema la crisi delle misure alternative al carcere. Ad esempio il programma “Dap Prima” che è stato in vigore fra il 2004 e il 2007, anno in cui sono terminati i fondi europei stanziati per il progetto (che avrebbe tra l’altro evitato la tragedia di Stefano Cucchi, e favorito il reinserimento sociale di tanti casi simili).
Ma la smobilitazione riguarda anche arresti domiciliari, sospensioni di pena, affidamenti in prova presso le comunità (oggi a beneficiare di queste misure sono un terzo dei detenuti rispetto al 2006): e qui i fondi europei non c’entrano, ma sembra esserci piuttosto un preciso disegno politico in atto.
Altro disastro, il trasferimento delle competenze sanitarie in carcere dalla Giustizia alla Sanità: le competenze sono state trasferite infatti, ma i soldi no, e quindi da più di un anno lo Stato non paga i rimborsi alle comunità.
E a questa situazione, già atroce, si aggiungono casi come il “reparto TD” di Rebibbia: che l’articolo di Andrea Garibaldi descrive come una sorta di Abu Ghraib italiana.
Tutto questo naturalmente, nel paese dove i giornali urlano titoloni ogni volta più indignati contro le persecuzioni giudiziarie delle toghe nei confronti di questo o quel politico.
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