La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento



December, 2009

Il Fermacarte
December 31st, 2009


Che la criminalità organizzata sia anche – e in modo non secondario – una questione linguistica, l’ha dimostrato Roberto Saviano nella sua recente lezione televisiva a Che Tempo Che Fa: nella quale analizzava i titoli dei quotidiani locali, parola per parola, evidenziandone i punti di contatto con la “cultura” mafiosa.
Questo mese, l’Unità ha compiuto un’operazione per certi versi simile pubblicando un “dizionario della mafia” a puntate: ogni volta si è preso un termine dal lessico, diciamo così, del settore, e lo si è ricostruito storicamente e socialmente. Scopriamo così che nessun mafioso veniva chiamato “Padrino” (vedi il pezzo di Saverio Lodato del 22 dicembre) prima del celebre romanzo di Mario Puzo – e dell’ancor più celebre film di Coppola – nel quale stava a designare il boss supremo, il “capo dei capi”. Da allora il vocabolo si è imposto con la potenza del successo mediatico, molto più fra chi parlava di mafia che tra i mafiosi stessi.
E’ possibile, anche se difficilmente dimostrabile, che negli ultimi 40 anni il “padrino” abbia finito per sedimentarsi nel lessico degli uomini d’onore. Non sarebbe del resto l’unica volta in cui, con tragica ironia, la criminalità attinge al patrimonio letterario e cinematografico (pensiamo ai casi di Scarface, o dell’impugnatura della pistola “alla Tarantino”).
Ma ciò che impressiona è come, per la mafia, l’utilizzo di questo termine per designare il numero 1 fosse così poco necessario. Superfluo appunto, come doveva essere superfluo sottolineare chi fosse il capo: segno di ulteriore potenza per lui, e di un rapporto gerarchico così assodato ed immutabile che – letteralmente – mancavano le parole per definirlo.

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Il Fermacarte
December 30th, 2009


Un articolo su Le Monde del 24 dicembre indagava sul fenomeno dei giochi su licenza, ovvero i vari Gormiti/Transformers/etc. che nascono da un accordo fra detentori del brand e fabbricanti dell’oggetto: permettendo a questi ultimi di mettere in commercio ogni tipo di gingillo (come le figurine, per esempio) derivante da film o cartoni animati.
Il loro successo è globale, da tempo consolidato anche dalle nostre parti. Lo si capisce già dalla frequenza con cui i giochi brandizzati compaiono accanto a quelli tradizionali e generici (“una macchinina”, “un treno”, “una bambola”) nelle letterine a Babbo Natale. L’importanza del marchio, in questi casi, è molto più importante della consistenza stessa dell’oggetto, e il consumismo conferma così la sua enorme forza di penetrazione nell’universo infantile. La materializzazione dell’immaginario, per quanto nella sua forma più banale di gadget, esercita infatti un effetto psicologico potentissimo: è il brand apposto sull’oggetto (non importa quale sia) che funziona come una formula magica, un collegamento irresistibile tra materia e spirito.

Per varie ragioni, i bambini sono diventati il bersaglio migliore e più pregiato che le aziende si possano contendere. Dal punto di vista delle aziende, naturalmente.



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Giudizio Universale (estratti)
December 29th, 2009


Immaginiamo che non solo si ottenga di far parlare un cane, ma che pure lo si convinca a intrattenerci su questioni astratte. Il cane in questione, tuttavia, per quanto possa vantare una lunga esperienza di cucce, scodinzolate, croccantini e pisciate nel parco, difficilmente riuscirà a spiccicare parola se gli chiederemo: che cos’è la democrazia? E altrettanto, ahimé, di fronte alla domanda: cos’è lo Stato? Oppure: cosa mi dici della fisica quantistica? Ignaro per lo più delle costruzioni culturali dell’uomo, che a lui rimangono celate, il cane potrebbe tuttavia tenere una piccola conferenza se così lo interrogassimo su cos’è la famiglia.

Nel nesso misterioso che separa il nucleo domestico dal resto del mondo, nelle relazioni che legano tra loro i membri della famiglia, il cane ha modo di percepire qualcosa che non è materiale e fisicamente evidente, e in qualche modo gestisce la conoscenza di un’invisibile istituzione. Si potrà eccepire che l’animale si limita ad applicare le categorie concettuali canine (che propriamente concettuali non sono), riversandole per equivoco sulla rete affettiva del padrone. Per lui, insomma, la famiglia non è altro che il branco, e quelli che animano la casa condividono con lui (il cane) il territorio. Ma se uno dei figli cambia casa, e dunque branco e territorio, al cane non ne deriva alcuna confusione: il ruolo familiare permane.

Chissà se Matt Haig aveva in testa considerazioni simili quando ha pensato, non solo di elevare un labrador a protagonista e io narrante di un romanzo, ma di incentrare la storia sulla funzione di protettori della famiglia che i labrador hanno deciso di assumere con tanto di patto fondativo, di cui il volume riporta alcuni estratti. I labrador, e il protagonista Prince in particolare, sono convinti che qualsiasi tipo di crisi incombente sulla famiglia sia frutto di una negligenza canina, e diventano così una felice metafora del patetismo di quanti (umani) si illudono di poter governare situazioni più grandi di loro. Al tempo stesso, gli sforzi generosi di Prince mettono in luce l’inadeguatezza di chi davvero dovrebbe occuparsi di evitare la disgregazione della famiglia, assumendosi delle responsabilità.

Il Patto dei Labrador, anche se pubblicato dopo in Italia, è stato scritto prima del geniale e commovente Il club dei padri estinti, e si vede. La trama si sviluppa con troppe ingenuità e il tentativo di provare a chiudere quasi ogni capitolo con l’annuncio di un imminente colpo di scena o con lo scivolamento in enfasi stucchevoli è scolastico sino al didascalismo, ma c’è già una grazia tutta particolare nel far ridere e intenerire, anche a tre righe di distanza. Il finale, com’è ovvio, è una bestialità. Ma non per dire che è brutto, tutt’altro. E nemmeno per sottolineare che c’è di mezzo un cane. E’ che, al solito, gli esseri umani commettono un errore terribile.

(da giudiziouniversale.it)



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Il Fermacarte
December 22nd, 2009


A volte ho il sospetto che i ricorrenti allarmi sui “mostri del passato” che tornano alla ribalta, abbiano più che altro lo scopo di distrarre l’attenzione da altri mostri: molto più concreti ed attuali, anche se snobbati dai cosiddetti opinionisti politici.
Fra questi mostri c’è senz’altro il Centro di Identificazione e di Espulsione di Ponte Galeria (di cui già si parlava qui): un luogo che per legge dovrebbe essere di passaggio e che di fatto è una galera, per non dire di peggio, dove finiscono gli extracomunitari clandestini. Per la precisione, come ha scritto Furio Colombo sul Fatto (10 dicembre), dove “basta essere senza documenti per diventare detenuti”. Come dire: intanto ti buttiamo dentro, poi verifichiamo se sei un delinquente o no.
“Avete visto il film 2012 sull’imminente fine del mondo, e il senso di condanna che incombe su strutture poderose e inutili? L’atmosfera è quella, minacciosa e allo stesso tempo non vera, come una cupa scena di Hollywood. Qui, alle porte di Roma, a Ponte Galeria, un contenitore di cemento e metallo grande e sigillato è stato preparato per chi viene catturato in un gioco perverso: il gioco dei clandestini”.


Uno scenario dunque talmente apocalittico da sembrare il prodotto di uno spettacolare immaginario cinematografico. Un mostro, appunto, un buco nero che però vive e prospera nella nostra civiltà: mentre lo scenario politico è troppo preso dal revival degli anni ‘70 per accorgersi delle catastrofi di oggi e di domani.



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Il Fermacarte
December 21st, 2009


Sergio De Gregorio ha presentato recentemente un disegno di legge che prevede la sanzione fino a sei mesi di carcere per chi rimuova il crocefisso dagli uffici pubblici (o si rifiuti di esporlo). Il senatore del Pdl ha così spiegato la sua proposta:

“C’è uno scontro di civiltà. E ognuno deve dire da che parte sta. Noi stiamo dalla parte della Chiesa e non ce ne vergogniamo”.

Più o meno gli stessi “concetti”, anche se in forma più pittoresca, sono stati finora il pane quotidiano di Piergianni Prosperini – l’assessore alla Regione Lombardia ai Giovani, Sport, Turismo e Sicurezza, arrestato la settimana scorsa dalla Guardia di Finanza – e tuttora difeso a spada tratta da Formigoni (con la geniale argomentazione che “anche Stasi sembrava colpevole”). In realtà la corruzione, anche se confermata, sarebbe comunque ben poca cosa rispetto all’intolleranza sulla quale – platealmente – Prosperini ha costruito la sua carriera politica. Nel tempo si è autodefinito “Baluardo della Cristianità”, “Flagello dei centri sociali”, “Condottiero del Nord”, “Eradicatore dei no-global”, “Castigatore di omosessuali”.

Certo può essere che lo facesse solo per “dare spettacolo”, ovvero che non fosse razzista ma solo (si fa per dire) un irresponsabile; e lo stesso vale per chi simula crociate inesistenti al fine di ottenere un tornaconto politico personale. In ogni caso personaggi come questi, che ricoprono ruoli non trascurabili nel principale partito italiano, sono ottimi esempi di quale sia il vero “scontro” in atto nella nostra società: che come scrive la giornalista francese Caroline Fourest (vedi ad esempio questo articolo su Le Monde), è quello fra Identità e Idee. Entrambe sono risposte possibili al caos – e alle paure – della globalizzazione, ma completamente opposte.

E la questione si rivela più complessa di quanto sembri, perché dalla parte dell’Identità non troveremo soltanto i razzisti o gli xenofobi. Anche il “multiculturalismo” infatti si può presentare come un sistema che privilegia diversi gruppi identitari ufficialmente riconosciuti (da qui il prefisso “multi-”), piuttosto che garantire l’uguaglianza fra i cittadini; a svantaggio di chi magari non abbia una identità (etnica, culturale, linguistica, religiosa etc.) altrettanto evidente. Schierarsi dalla parte delle Identità – pur con le migliori intenzioni – porta inevitabilmente alla ghettizzazione fra i diversi gruppi. Oggi lo “scontro”, insomma, è trasversale alle nostre appartenenze: è la scelta fra enfatizzare l’Identità (ciò che ci divide) oppure le Idee (ciò che ci unisce).

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Il Fermacarte
December 18th, 2009


In questi giorni ci si imbatte spesso, su quotidiani e tv, nella sfavillante pubblicità dei nuovi treni Freccia Rossa e Freccia Argento: “La linea che unisce il Paese. Più velocità, più treni, più servizi: 1000 km di nuove linee veloci da Torino a Napoli-Salerno”.

Promessa che stride un po’ con gli articoli, su alcuni di quegli stessi giornali – il network dell’odio ferroviario, come direbbe qualcuno – che riferiscono sull’incredibile valanga di ritardi e disguidi che, proprio a causa dei frecciarossa, si sta abbattendo sui passeggeri (basti leggere questo articolo sulla tratta Milano-Torino per farsi un’idea della situazione).
E’ evidente dunque che il meccanismo va un po’ perfezionato. Ma c’è dell’altro: questo slogan della “Linea che unisce il Paese” è comunque paradossale; perché riflette sì una volontà di “unione” sul piano geografico, mentre su quello umano è la metafora perfetta di un paese sempre più diviso fra due velocità. Ovvero, detto in altri termini, l’ennesimo passo verso la scomparsa di quella che una volta chiamavamo (non in gergo ferroviario, ma sociale) la “classe media”.
Perché mentre l’Alta Velocità si lancia a realizzare i suoi tempi da guinness, i treni regionali vengono appositamente rallentati per non intralciare la corsa altrui. Eurostar e Intercity vengono depennati, mentre i treni Espresso ormai sono più rari dei panda. Per non parlare degli investimenti, che pur essendo interamente concentrati (e in buona parte sprecati: quanto costano, ad esempio, gli stessi spot di cui sopra?) sulle frecce rosse e dunque a beneficio di una minoranza, verranno pagati da tutti sotto forma di rincari.
Insomma, siamo ad una concezione dei trasporti che avrebbe fatto forse la felicità di Carlo Marx. Ma non quella dei pendolari.



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Il Fermacarte
December 17th, 2009


Nel carteggio uscito di recente fra Michel Houellebecq e Bernard-Henri Lévi, ci sono molti passaggi brillanti. A volte i due intellettuali restano sul piano di un autoreferenziale palleggiamento di idee senza grandi pretese, altre invece estraggono spunti che meriterebbero d’essere approfonditi.
Per esempio, l’autore delle Particelle Elementari scrive a pagina 48: “Rari, rarissimi sono gli adulti che intuiscono quanto i bambini siano alla ricerca, nei genitori, di qualsiasi segno che indichi la maniera in cui convenga affrontare il mondo; quanto, nei pochi anni che precedono la catastrofe puberale, la loro intelligenza sia acuta, vibrante, pronta alla sintesi e alle conclusioni generali. Rari sono gli adulti che capiscono che ogni bambino è, naturalmente e senza sforzi, un filosofo“.

La definizione del bambino come filosofo – fulminante nella sua semplicità – ricorda la prospettiva, in apparenza lontanissima, adottata da Maria Montessori: laddove si ribalta il luogo comune che vede “il bambino dentro l’adulto” per scoprire, e valorizzare, “l’adulto dentro il bambino”. Ed in questo senso anche la filosofia sembra nascere non tanto dall’esperienza – quante cose so? – ma dalla capacità di sintetizzare ciò che so in modo originale (unita ovviamente ad una inesauribile curiosità).

Comunque il concetto, per quanto sorprendente rispetto allo stereotipo consolidato, non è nuovo: già il poeta inglese William Wordsworth si era spinto a ritenere il bambino come il migliore dei filosofi. Speriamo che Houellebecq e Lévi non si offendano.

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Il Fermacarte
December 16th, 2009


Caravaggio-Nativita

In attesa di capire che fine faranno i beni confiscati alla mafia dallo Stato italiano, sarebbe già qualcosa che si rintracciassero quelli “confiscati” allo Stato dalla mafia medesima.
Il celebre quadro qui sopra, per esempio, è la Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi: un olio su tela realizzato da Caravaggio esattamente quattro secoli fa, nel 1609. Era custodito presso l’Oratorio di S.Lorenzo, a Palermo: “custodito” poi si fa per dire, perché nel 1969 gli uomini di Cosa Nostra poterono trafugarlo in tutta tranquillità (non essendovi alcuna misura di sicurezza).
Pur nelle tinte drammatiche, in quest’opera l’artista rifletteva uno dei rari e brevi momenti di serenità – trovata proprio durante un soggiorno a Palermo. Caravaggio in quel periodo correva infatti da una città all’altra dell’isola, trovandosi nella scomoda condizione di fuggiasco (era scappato da Roma nel 1606, ricercato per omicidio, e poi da Malta).
Magari qualche boss avrà sentito una particolare affinità tra latitanti, chissà. Di sicuro il dipinto non è mai stato ritrovato, e si dice addirittura che venga ancor oggi esposto durante in segno di potere. Secondo Spatuzza invece (è notizia di questi giorni) venne “distrutto dai topi e dai maiali in un magazzino della mafia”.

Quanto all’altare dell’oratorio, si presenta ancora così:

Caravaggio-vuoto

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Il Fermacarte
December 14th, 2009


La malattia mentale è di destra o di sinistra?

Chiediamo al capo del governo (e ai suoi lacchè più zelanti) di tacere e di non strumentalizzare ogni cosa, di non privarci del dovere, ma soprattutto del diritto, di provare pena e solidarietà per un anziano signore dal volto sanguinante e spaventato.

Chiediamo al capo del governo di non provare a dividerci anche nelle molecole più elementari della nostra più degna umanità.

(da giudiziouniversale.it)

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Il Fermacarte
December 11th, 2009


lombroso

Qualche settimana fa cadeva il centesimo anniversario della morte di Cesare Lombroso. Quasi nessuno mi pare l’abbia ricordato, e forse si potrebbe aggiungere: per fortuna. Ma il fautore della cosiddetta “antropologia criminale” – secondo cui le caratteristiche sociali degli esseri umani sarebbero conseguenza inevitabile di quelle genetiche – è molto meno inattuale di quanto sembri.

Certo, oggi nessuno scienziato si sognerebbe di studiare la forma e la dimensione del nostro cranio per stabilire se siamo brave persone o no. Ma l’idea di fondo, quella di un predominio atavico della natura sulla cultura, è tuttora dominante in molti ambiti. E per accorgersene non occorre necessariamente arrivare all’infimo grado della xenofobia, che pure porta ad applicare un pregiudizio in base ai tratti somatici (non “bello” o “brutto”, ma “italiano” o “romeno”).
Pensiamo invece al modello aziendale, basato sul presupposto che gli esseri umani siano molto più bestie di quanto la loro evoluzione suggerirebbe: così bestie che non occorre quasi comunicazione verbale (e dunque cultura) per capire di che pasta son fatti, ed esercitare così l’arte delle pubbliche relazioni.
Oppure pensiamo al talento lombrosianissimo che hanno i giornalisti nel delineare le caratteristiche psicosomatiche del mostro di turno (meravigliandosi magari se la forma della sua capoccia non è coerente con il comportamento criminale).

Tutto questo non per dire che Lombroso avesse ragione, anzi: ma che al momento stia vincendo, sembrano esserci pochi dubbi.



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Quando non è un refolo di vento, è il sovrapporsi di un impegno o un difetto di prontezza o un vuoto di memoria: quella carta che volevamo leggere o rileggere ci è stata ormai portata via. Un gran dispiacere, quasi come quello di chi ha visto la nave staccarsi dal porto e una cara persona partire. In tutte le sezioni del "Fermacarte" propongo articoli scovati da qualche parte, specialmente inerenti ai temi di cui si sono occupati i miei libri (carcere, sport, sociologia dei consumi, notariato), con l’obiettivo di rendere su tali argomenti il sito uno strumento di consultazione che si rinnova e segue l’attualità. Qualche volta invece di notizie o articoli letti altrove possono essere pensieri o appunti personali, pure quelli perennemente a rischio di essere travolti e dimenticati. Ma tra le carte svolazzanti e imprigionate magari si troveranno anche altre cose, di argomenti svariati, perché è proprio da ciò che è più casuale o trasversale che nascono spesso le riflessioni più intense e produttive...

(disegno originale di Guido Scarabottolo)