La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento

Che la criminalità organizzata sia anche – e in modo non secondario – una questione linguistica, l’ha dimostrato Roberto Saviano nella sua recente lezione televisiva a Che Tempo Che Fa: nella quale analizzava i titoli dei quotidiani locali, parola per parola, evidenziandone i punti di contatto con la “cultura” mafiosa.
Questo mese, l’Unità ha compiuto un’operazione per certi versi simile pubblicando un “dizionario della mafia” a puntate: ogni volta si è preso un termine dal lessico, diciamo così, del settore, e lo si è ricostruito storicamente e socialmente. Scopriamo così che nessun mafioso veniva chiamato “Padrino” (vedi il pezzo di Saverio Lodato del 22 dicembre) prima del celebre romanzo di Mario Puzo – e dell’ancor più celebre film di Coppola – nel quale stava a designare il boss supremo, il “capo dei capi”. Da allora il vocabolo si è imposto con la potenza del successo mediatico, molto più fra chi parlava di mafia che tra i mafiosi stessi.
E’ possibile, anche se difficilmente dimostrabile, che negli ultimi 40 anni il “padrino” abbia finito per sedimentarsi nel lessico degli uomini d’onore. Non sarebbe del resto l’unica volta in cui, con tragica ironia, la criminalità attinge al patrimonio letterario e cinematografico (pensiamo ai casi di Scarface, o dell’impugnatura della pistola “alla Tarantino”).
Ma ciò che impressiona è come, per la mafia, l’utilizzo di questo termine per designare il numero 1 fosse così poco necessario. Superfluo appunto, come doveva essere superfluo sottolineare chi fosse il capo: segno di ulteriore potenza per lui, e di un rapporto gerarchico così assodato ed immutabile che – letteralmente – mancavano le parole per definirlo.
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