La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento



Articoli, Il Fermacarte
January 20th, 2009


Ritratti di Giovanni Fattori

Se in questa settimana, o nel prossimo week-end, avete del tempo cercate assolutamente di andare a Firenze a vedere (è l’ultima settimana) la mostra a Palazzo Pitti, dedicata ai ritratti di Giovanni Fattori. E’ un’esposizione sorprendente, visto che non è esattamente per i ritratti che Fattori è tramandato; entusiasmante, ricca di capolavori assoluti, con una divisione tematica intelligente. La chiave realistica della pittura di Fattori emerge perspicuamente proprio da questo genere, nel quale la dimensione psicologica viene restituita puntualmente e senza accomodanti infingimenti. L’unica nota stonata sono le tele dedicata all’adolescenza: si stenta a comprendere come un artista così capace di introspezione fosse tanto negato nel posare lo sguardo sul quella fase della vita, con alcuni esiti formali persino imbarazzanti. Com’era prevedibile, i vertici Fattori li tocca quando illustra le tipologie sociali più modeste: butteri, pescatori, contadini. Spesso l’azzeramento dello sfondo ambientale e l’ambigua connotazione del vestiario lasciano solo al titolo il compito di fare luce sul mestiere del raffigurato, ma quando lo si è appreso viene da esclamare: “Ma certo, non poteva che essere quello!”. Straordinari sono anche i ritratti femminili, inclusa la trilogia delle mogli di Fattori che si inaugura con un quadro intriso di classicismo (abitualmente il modello viene indicato nel Bronzino), dedicato alla prima moglie, non meno espressivo di quelli che seguono, che mano a mano adottano modelli contemporanei. Nel modo diverso di raffigurare le tre mogli pare di leggere non solo le biografie delle donne ma il modo stesso di Fattori di porsi nel tempo di fronte all’idea della compagna di vita e alle caratteristiche che immagina debba possedere e trasmettere. E’ più facile leggere un percorso interiore in quella triade che non nella serie di autoritratti, nella quale il pittore è più in difficoltà a staccarsi da un immagine rigida e stereotipata di se stesso. Del resto, il fragile (e all’epoca non abbastanza apprezzato) Fattori doveva temere che l’identità dell’artista, agli occhi degli altri, fosse troppo in bilico per denudarla oppure gravarla di spostamenti e ambiguità. Tant’è vero che mentre i borghesi vengono ritratti nei momenti di ozio, il pittore (lui stesso, Cecconi, Silvestro Lega) non può essere trasfuso che mentre è all’opera o ha almeno i pennelli in mano.

Vai alla pagina della mostra su polomuseale.firenze.it

(fonte img)

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Articoli, Il Fermacarte
January 11th, 2009


Nel decennale della morte di Fabrizio De Andrè, e nel pieno svolgimento della guerra nel territorio di Gaza, vale la pena di rileggere un impressionate passaggio tratto da “Il pianeta di Mr. Sammler” che Saul Bellow scrisse nel 1970. Un drammatico e spoglio incontro in una foresta polacca tra due combattenti di opposte fazioni. Mr. Sammler, che nel corso del romanzo è un anziano uomo divenuto molto saggio e profondamente morale, mette in scena senza infingimenti la sua ferinità in una situazione simile a quella che Fabrizio De Andrè cantò nella Guerra di Piero.
Là, a distanza ravvicinata aveva sparato su un uomo che aveva disarmato. Gli aveva ordinato di lanciare via la carabina. Da un lato. Un bel metro abbondante dentro la neve. Cadde dritta e affondò. Sammler disse all’uomo di togliersi il cappotto. Poi la giacca dell’uniforme. Il pullover, gli stivali. Dopodichè il soldato disse a Sammler con voce sommessa: “Nicht schiessen”. Chiedeva che gli fosse risparmiata la vita. I capelli rossi, un grosso mento ispido di bronzo, respirava appena. Era bianco. Violetto sotto gli occhi. Sammler vide già la terra sparsa su quella faccia. Vide la fossa rinchiusa sulla sua pelle. Il sudiciume del labbro, le grandi pieghe della pelle che gli scendevano giù dal naso rigato di sporco- quell’uomo per Sammler era già sottoterra. Non era più vestito per la vita, era segnato, perduto. Doveva andare. Era andato. “Non uccidermi. Prenditi la roba”. Sammler non gli rispose, ma rimase là in piedi, a debita distanza. “Ho figli”. Sammler premette il grilletto. Il corpo giacque sulla neve. Un secondo colpo gli traforò la testa e la fracassò. Le ossa esplosero. La materia fuoriuscì.
Sammler arraffò tutto quello che poteva- fucile, bossoli, roba da mangiare, stivali, guanti. Due colpi nell’aria d’inverno: la riverberazione si sarebbe sentita per miglia e miglia. I capelli rossi e il grosso naso poteva vederli dai cespugli. Purtroppo gli sarebbe stato impossibile prendere la camicia. Le calze di lana puzzolenti, quelle sì. Le aveva desiderate con tutta l’anima. Si sedette sotto gli alberi scricchiolanti dell’inverno e mangiò il pane del tedesco. Insieme al pane si portò alla bocca un po’ di neve per inghiottirlo, chè era difficile. Non aveva saliva. La faccenda indubbiamente si sarebbe svolta in maniera diversa per un altro uomo, un uomo che durante quel tempo avesse mangiato, bevuto, fumato e il cui sangue rigurgitasse di grassi, nicotina, alcool, secrezioni sessuali. Nel sangue di Sammler non c’era nulla di tutto ciò. Allora lui non era interamente umano. Stracci e carta, un involucro legato con lo spago, e tutti quegli oggetti sarebbero potuti volare dove volevano, se la cordicella si fosse spezzata. Non è che poi gliene sarebbe importato molto. A quel punto era ridotto. Ben poco per rispondere all’appello umano, alla supplica di una faccia distorta con i tendini che si aprivano a ventaglio nella gola.



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Articoli, Il Fermacarte
January 5th, 2009


Una raccolta differenziata delle utopie

Non si può negare che questa raccolta di piccoli saggi, realizzata da una cinquantina di intellettuali, sia un concentrato di intelligenze e un distillato di utili informazioni. Perché allora lascia addosso una punta di delusione? Perché il sottotitolo “Idee plurali per uscire dall’angolo” lasciava presagire qualcosa di più ardito della consueta onesta e fosca autocritica e dalle dietetiche ricette di buon senso. Salvo pochissime eccezioni, di solito più antagoniste che originali, le idee forti non decollano, e di utopie non si avverte l’odore nemmeno in una situazione in cui si tratterebbe di lanciare il sasso nello stagno, lasciando che sia la successiva mediazione politica a levigarne la scheggiante ruvidezza. Terrorizzata dal passato, che ha dato origine a un laboratorio frankensteiniano, la cultura di sinistra timbra oggigiorno il cartellino dentro un modesto ambulatorio di periferia, prestando una cura morbosa all’igiene. Le condizioni e precondizioni della società capitalistica in cui siamo immersi non vengono nella sostanza mai messe in discussione in nessuno dei loro aspetti fondanti, salvo stancamente ripetere la litania della non-esclusione dei soggetti marginali (s’intende, nei limiti del possibile). Sembra toccare alle idee di sinistra lo stesso destino che si vorrebbe riservato ai rifiuti: inceneritori, smaltimento in discarica, economico ri-uso mediante cessione dell’utilizzazione a terzi (persino nella rivalutazione dello stato la sinistra in questo momento si sta facendo scavalcare), e raccolta differenziata, quale rischia di essere questa raccolta di testi che alla fine non rinnovano cicli di energia e non raggiungono una sintesi capace di creare e pungolare un nuovo militante. Il problema, come scrive Tomas Maldonado, è che la necessità di andare oltre la sinistra, caldeggiata dal post-modernismo politico, non è altro che un modo camuffato di andare a destra. O anche, come scrive Gianfranco Pasquino, che “democratico” non è affatto qualcosa di più di “democratico di sinistra”. E’ “semplicemente qualcosa di più vago, di meno caratterizzante, di poco impegnativo”. Le pagine più lucide sono quelle di Marco D’Eramo sulla voce (il libro è concepito come una piccola Encyclopédie) “Moderatismo”: “Nessuno è più estremista del vero moderato: perché non si è mai abbastanza moderati. C’è sempre qualcuno ancora più moderato del moderato che lo ricatterà di non essere abbastanza moderato (…) E’ curioso come in politica il termine “moderato” sia diventato positivo mentre in tutti gli altri ambiti della vita è negativo, soprattutto nella forma avverbiale: se una persone è moderatamente intelligente non vogliamo dire che è un genio. E se è moderatamente simpatica non ce ne stiamo innamorando. In politica no. Essere moderati è un’ideale di vita, un’aspirazione estetica, persino un’utopia (…)I leader del centro-sinistra devono avere subito traumi infantili o-appena nati- essere stati abbandonati sul sagrato di qualche chiesa: in effetti il leader moderato sente uno spasmodico bisogno di essere accettato: benedetto dal Vaticano, invitato nei salotti buoni, lodato dai banchieri di Francoforte (…) Karl Rove ha scoperto l’uovo di Colombo quando ha notato che in un sistema bipolare ci sono non due ma tre partiti. C’è la destra, c’è la sinistra, ma poi ci sono gli astensionisti che da noi costituiscono circa un terzo dell’elettorato. Secondo Rove è proprio questo partito a inficiare la teoria dell’inevitabile corsa al centro: in questa corsa, infatti, i poli perdono votanti perché molti elettori che voterebbero un partito nettamente di centro o nettamente di sinistra perdono le motivazioni e disertano le urne”. Ma qui siamo già dentro alla strategia. La questione è a monte: potrebbe anche essere concepibile annacquare il proprio programma in nome di una decisiva alleanza elettorale, quello che è inaccettabile è elaborarlo già annacquato, inglobando l’alleanza dentro le radici stesse del partito. E’ per questo che il signore della vignetta di Altan, che chiude il volume, può dire alla moglie: “Non c’è più la sinistra” e ascoltarne la saggia lamentela: “Oddio. Adesso mi resti tutto il giorno in casa a girare in ciabatte”.

Leggi il contributo di Gad Lerner, sulla questione Rom

Vai alla scheda del libro su lafeltrinelli.it



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Articoli, Il Fermacarte
December 14th, 2008


Francesco Durante, “Scuorno” (Mondadori) - A Napoli neppure le maleparole sono più quelle di una volta. L’idea di concentrarsi (anche) su quest’indicatore per riflettere sulla decadenza della città è contenuta nel colto e piacevole “Scuorno” di Francesco Durante, un saggio scritto con un andamento narrativo, edito da Mondadori. Durante scrive che pure la carica vitale e sboccata del dialetto è scivolata in “un’afasia che va verso l’adozione di un linguaggio minimale”. Ricordo che una parola come “cazzimma” veniva presa a modello nei corsi di linguistica, per quanto complesse sono le sue sfumature, che la rendono persino insuscettibile di traduzione letterale. Oggi “sfaccimma” o “bucchì” sono intercalari oppure tappabuchi per tutte le occasioni (come capita nella lingua laotiana, dove alcune parole assumono una quantità grottesca di possibili significati), suscettibili di indicare spregio o ammirazione per effetto di una minima variazione di tono. Viene forse a cadere l’ultimo già debole anello di contatto tra il proletariato e la borghesia napoletana, che sapeva usare la sconcezza verbale dandole il lustro di un vezzo aristocratico. Pure le maleparole ormai sono una chiavica. Oppure sono munnezza, epiteto piuttosto trendy. (Adottato persino da una pubblicità municipale a difesa della città. “Munnezza a chi?” c’era scritto. Il sociologo Mimmo De Masi mi raccontava che si era immediatamente dimesso da assessore per non sottoscrivere questa pubblicità. “Come munnezza a chi?- ripeteva con la sua trascinante teatralità- “A te! possono rispondere. Come uno cecato che dice: Cecato a chi?”).
In tributo della bella volgarità di una volta, si trascrive a seguire una poesia del Marchese di Caccavone (1798-1873).

Taniello ch’ave scrupole
Mò che se vo’ nzorà
Piglia e da Frà Liborio
Va pe’ se confessà
Patre- le dice- i’ roseco
E pe niente me ‘mpesto
Ma po’ dico o’ rosario
E chello va pe chesto
Patre, ‘ncuollo a le ffemmene
Campo e ‘ncopp a nù burdello
Me sento messe e prediche
E chesto va pe chello
Jastemmo, arrobbo…’O prossimo
Spoglio e le dongo o’ riesto
Ma po’ faccio a’ llemosina
E chesto va pe chello
E mo Patre, sentitela,
St’urtema cannonata:
la sora vostra Briggeta,
me l’aggio ‘nzaponata…
Se vota Fra Liborio:
Guagliò, tu sì Taniello?
I’ me ‘nzapono a mammeta
E chesto va pe chello!

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December 5th, 2008


Adriano Prosperi, “Giustizia bendata” (Einaudi) - Il problema della giustizia, da sempre, è il falso in bilancia. Il più classico degli strumenti di peso, infatti, si accompagna alla tradizionale iconografia della giustizia, a rivendicarne l’equilibrio. Ma ci sono state epoche e luoghi in cui per esplicitare la neutralità e saggezza del giudicare si è fatto ricorso a immagini diverse, e il dotto Adriano Prosperi ne dà puntuale conto nella “Giustizia bendata” (Einaudi). Tra questi simboli proprio la benda è il più sorprendente. In Italia non ha mai attecchito, però nella Germania riformata cominciarono nel Cinquecento a circolare quadri e incisioni che ritraevano la figura femminile della Giustizia con gli occhi coperti. Si trattava di una precisa congiuntura storica, poiché il diritto comune scritto stava sostituendo quello consuetudinario. Alcuni guardarono a questa fase come l’avvento del caos, e la benda era un modo satirico per sbeffeggiarla; ma, nello stesso periodo, prese piede un filone opposto, per il quale la forzata cecità era la migliore garanzia di terzietà. Non è da escludere che quest’ultima corrente sia stata un’abile e pronta appropriazione di quella antagonista, cronologicamente anteriore. Un po’ come quando Craxi cominciò a scrivere sull’Avanti gli editoriali col soprannome Ghino di Tacco che gli era stato spregiativamente affibbiato da Eugenio Scalfari.
I dipinti e disegni italiani, peraltro, ritraggono non di rado la giustizia con lo sguardo che oltrepassa gli osservati oppure rivolto verso il cielo, ad attendere l’indicazione divina, disinteressata allo scenario caotico che le si para davanti (peccato che tra le tante riproduzioni proposte dall’autore manchi l’Allegoria della giustizia di Luca Giordano, del 1570 e conservata a Budapest, che è forse la più complessa opera su questo aspetto del tema. E vi figura anche un putto bendato).
L’assenza dello sguardo sulle cose serve a conferire alla giustizia un volto sgombro dalla collera e dalla passione. Ma in questo modo si confonde tra giustizia e giudizio. Spesso si ritiene che la domanda alla base della giustizia sia: come deve essere il giudizio? E la risposta è: equilibrato e imparziale, alieno da emozioni. Senochè la giustizia nasce da una domanda logicamente precedente: perché si deve pronunciare un giudizio? Nella scelta di giudicare c’è proprio una volontà di schierarsi che è guidata dalla passione, dall’empatia, dalla rottura dell’equidistanza. A nulla di questo somiglia la giustizia dei giorni nostri, stanca e algida macchina amministrativa. Bendata, o forse con un paio di ray-ban.

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November 27th, 2008


Francesco Piccolo, “La separazione del maschio” (Einaudi) – In un periodo in cui tanti libri vengono scritti come sceneggiature, pensando già alla traduzione in film, è apprezzabile che uno sceneggiatore di valore come Francesco Piccolo (che lavora con Nanni Moretti) tenga fede alla sua estrazione di scrittore e realizzi un’opera narrativa intensamente letteraria. “La separazione del maschio” (Einaudi), ha una trama strutturalmente semplice, la storia di un uomo che si sente teneramente marito e padre, ma ossessionato dal sesso ed incapace di sensi di colpa si disperde in una serie innumerevole di rapporti erotici e a suo modo sentimentali. Piccolo, piuttosto, usa il cinema a pro della letteratura: e così non solo attribuisce al suo protagonista il lavoro di montatore, ma eleva il montaggio a inesauribile fonte metaforica. Il montaggio è un addestramento alla vita coniugale, perchè il confronto col regista fotogramma per fotogramma è un’esasperazione della vita quotidiana che spinge al reciproco rancore i suoi animatori, chiusi nella gabbia dei dettagli, ma costringe ad un certo punto a recuperare il filo della logica narrativa; il montaggio consente di spezzettare digressivamente il lavoro, in modo che alla fine la delusione per una scena sia compensata dalla soddisfazione per un’altra, come può avvenire per un uomo immerso in esperienze apparentemente contraddittorie ma dal suo punto di vista complementari; il montaggio produce una lenta modifica del film quale era stato girato, prendendo dai fatti “tutto ciò che serviva e cerca di fare meglio, tradendoli se è necessario”, e in questo senso è una quasi-verità: come l’oblio e la menzogna rimodellano, anche con un’unica omissione, i comportamenti inaccettabili. Lo stesso romanzo è una sequenza di fotogrammi, sempre filtrati dall’interpretazione del narratore. E’ un montaggio alla Ejzenstejn, sviluppato per conflitti, vista l’apparente difficoltà di comporre un quadro psicologico individualmente armonico.

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November 24th, 2008


E’ in edicola il numero 38, quello di novembre/dicembre, con il quale si conclude questa prima serie di Giudizio Universale. L’editoriale è adeguato all’occasione:

Nel primo numero di questo giornale presentammo ai lettori un nostro codice deontologico. Uno dei suoi punti salienti, fermamente mantenuto nei sin qui tre anni e mezzo di vita della rivista, era che non si recensiscono le opere dei collaboratori.
Non verremo certo meno al nostro proposito in maniera eclatante spendendo elogi per la rivista stessa, e lasciamo ai lettori il compito di giudicare se l’entusiasmo che abbiamo riversato in ogni respiro di Giudizio Universale si sia tradotto in un adeguato appagamento estetico ed intellettuale.
Ma sono dati di fatto che la rivista ha ospitato alcune tra le migliori firme della cultura nazionale e persino internazionale, che ha dato spazio a circa tremila recensioni, che con il meccanismo valutativo dei soli/ombrelli non si è mai nascosta dietro un pigro e diplomatico understatement, che la spigolosità di alcune opinioni non è degenerata in scorrettezza tanto che mai alcuno ha sporto querela o richiesto risarcimenti, che ha offerto opportunità di scrittura a dei giovani senza altra raccomandazione se non il personale talento, che mai ha fatto commercio dell’indipendenza dei suoi articolisti.
E’ possibile che le caratteristiche dei fondatori, per estrazione lontani sia dal mondo editoriale che da quello dell’impresa, abbiano agevolato il rigore dell’impostazione. Alla lunga, tuttavia, dobbiamo riconoscere che continuare a realizzare un periodico, a maggior ragione se cresce nel prestigio e nelle potenzialità, richiede una consistenza strutturale e gestionale che una compagine “leggera” – e i cui membri sono distratti dalle loro professioni – non è in grado di assumere.
Ci stiamo allora muovendo per trasformare, attraverso una partnership significativa, quella che diverrebbe una fase irreversibilmente critica in un’occasione di grande rilancio. In testa abbiamo un progetto che non solo valorizza la rivista al meglio, ripensandola senza nessuno snaturamento, ma che pure estende il marchio di Giudizio Universale oltre quello di un mensile da edicola. Su tale progetto dobbiamo in questo momento concentrare ogni nostra energia e per questo GU deve temporaneamente fermare le rotative. Ci sforzeremo affinché il rientro possa essere veloce e all’altezza delle aspettative dei lettori, che nel frattempo ne avranno notizie in anteprima attraverso il nostro sito, sul quale l’attività proseguirà senza interruzioni.
Va da sé che questo numero non poteva essere proposto allo stesso modo degli altri, e così abbiamo scelto di ripubblicare alcune recensioni: non si tratta però di una semplice antologia bensì un tentativo di riflettere su come l’intelletto critico sia in grado di sottrarsi alla caducità delle mode. Le recensioni scelte risalgono a uno, due o tre anni fa, ma potrebbero essere state redatte quindici giorni or sono. Rileggendole, in un mondo che è abituato a rapidamente consumare e rendere inutilizzabile ciò che produce, e a smentire in continuazione ciò che veniva contrabbandato come evidente, ci si sorprende di quanto conservino la loro vitalità: non vengono fuori come l’ultimo rivolo di dentifricio dal tubetto spremuto ma come il ciclico zampillo di una fontana di piazza.
Quello zampillo che Giudizio Universale tornerà ad essere.

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Articoli
October 10th, 2008


Mentre anche oggi la borsa perde il 7%, la buona notizia è che è arrivato il nuovo numero:

Il costo di una vita appunto, visto non tanto come dato statistico ma nelle sue implicazioni più profonde (come si diceva qui, l’economia ha al centro la persona). E ogni fase di una vita ha il suo costo: nascere in provetta, imparare a sciare, laurearsi allo Iulm, sposarsi a Venezia, tenere in casa animali domestici, invecchiare, farsi cremare.

Leggi la recensione di Giulia Stok sul costo della vecchiaia.

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Il mio editoriale si intitola invece I conti senza l’hostess:

L’unica misura pubblica seria che i governi oggi potrebbero varare, di fronte alla crisi dei mercati e a quella dei destini, sarebbe quella di assumere migliaia, forse milioni di hostess. Quando mio padre morì, per un infarto, rimasi molto colpito dal fatto che, prima dell’angina decisiva, avesse spedito mia madre a prendergli un bicchiere d’acqua in cucina, quasi volesse risparmiarle la scena finale. Se così fu, scelse coraggiosamente di stare da solo, senza una mano cui aggrapparsi, senza l’ultima illusione che quella mano potesse ancora tirarlo su. Sarebbe stato forse giusto che avesse goduto almeno di una compagnia meno impegnativa dal punto di vista emotivo, eppure rassicurante, una che guardi quando sembra inequivocabile che stai precipitando ma tiene fede al suo ruolo, ti sorride, ti fa pensare che ti sbagli, e magari tira fuori una salvietta rinfrescante. Baluardo della nostra sicurezza è la hostess in quella situazione in cui sei incollato con la faccia al vetro, nella contemplazione di ciò che più assomiglia all’infinito: ma se ti sei appena svegliato il panorama rende angosciosamente simili, o magari intercambiabili, una nuvola e una palla di zucchero filato. Sarebbe bastata una hostess vicino per dissuadere David Foster Wallace dall’infilarsi la corda al collo? D’altronde non era, anche nel titolo, una spericolata incursione nell’infinito il suo libro più conosciuto? Sembra particolarmente assurdo che un uomo così, ad un certo punto, consideri finite le parole. O forse è normale che un genio del quale probabilmente afferriamo la metà di quello che intende, perché la sua intelligenza vola troppo alto, ad un certo punto si annoi. O ancora: un’ipotesi su Infinite Jest, ma in fondo su tutta l’opera di Foster Wallace, è che quella forma di gigantismo, centrifughismo della trama e dispersione narrativa fosse la presa di coscienza dell’autore che il libro non è più concepito per essere letto ordinatamente dall’inizio alla fine. E da lì, chissà, il pensiero che ciò valga anche per la vita individuale.

Leggi tutto l’editoriale del n.37

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Infine, per chi non avesse mai sentito parlare del nuovo Premio Nobel per la letteratura (e fino a 24 ore fa erano in tanti), segnalo la recensione che avevamo dedicato al suo ultimo libro:

L’attacco è folgorante: “Dicono che l’Africa sia il continente dimenticato. L’Oceania è il continente invisibile. Invisibile, perché i primi viaggiatori che vi si sono avventurati non ne hanno colto la natura, e perché rimane ancora oggi un luogo senza riconoscimento internazionale, un passaggio, quasi un’assenza”. In un colpo solo accende l’interesse come se fosse un thriller, o un libro di avventura di altri tempi, e rievoca tele di Gauguin, scenari di Stevenson, collane di conchiglie e fiori di tiaré. Perché è proprio questa la fortuna e insieme la sfortuna di questa manciata di isole del Pacifico: la loro capacità di suscitare un immaginario potente, così radicato che superarlo per arrivare a una visione più realistica e rispettosa di questi luoghi e della loro storia è quasi impossibile. Qui si sono persi o hanno trovato pace Cook e Melville, oltre a Gauguin e Stevenson. Nei secoli gli esploratori hanno dato all’arcipelago molti nomi diversi: Nuove Ebridi, Grandi Cicladi, tutti che cercavano di identificarlo come una versione del mondo conosciuto, e dunque tutti inappropriati.

Leggi tutta la recensione di Giulia Stok su Il continente invisibile.

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October 9th, 2008


(Dall’editoriale su Giudizio Universale di ottobre)

Del personaggio di Sarah Palin, scelto per salire sul volo elettorale di McCain, ci sono alcuni aspetti del campionario simbolico della hostess: la sessualità evidente ma algida, l’indipendenza da donna emancipata, i compiti di assistenza rispetto a una figura maschile cui spetta il ruolo di guida e decisore, la compatibilità con il viaggio e l’avventura, il richiamo ai valori del focolare sintetizzati dalla cura materiale del passeggero. Naturalmente l’hostess archetipica che io ho in mente non avrebbe mai inneggiato alla guerra in Iraq e non andrebbe a caccia. Nella Palin rimane comunque irrisolto il pasticciato compromesso tra la costruzione di una figura ruvida e in ultima analisi mascolinamente aggressiva e l’espediente ultimo e vigliacchetto di (sottile la differenza coi vigili di Parma) passare col rossetto.

(fonte img)

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September 25th, 2008


Ecco l’articolo pubblicato ieri su La Stampa: “Oscar Wilde, Michael Walzer e i nuovi meteci”. E’ la recensione del libro Sfere di giustizia.

Le persone che non riescono a guadagnarsi da vivere nel proprio paese hanno «il diritto di trasferirsi in paesi non sufficientemente popolati, dove tuttavia non devono sterminare quelli che vi trovano, ma costringerli ad abitare in spazi più ristretti di terreno afferrando ciò che vi trovano». Lo dice un anarchico o un sovversivo islamico? No, lo scriveva Thomas Hobbes, benché naturalmente non pensasse ai barconi al largo di Lampedusa ma ai colonizzatori. È vero, parlava di «spazi non sufficientemente popolati», ma è sempre difficile cristallizzare un concetto tanto relativo, e in fondo sarebbe solo una buona ragione per suggerire agli immigrati di imboccare la strada delle colline del Chianti piuttosto che quella dei vicoli torinesi attorno a Porta Palazzo.

In realtà, lo sappiamo, l’unico motivo oggi concesso agli stranieri per insediarsi sul nostro territorio è quello di far loro svolgere lavori infami, che i cittadini considerano inaccettabili. Non si è infatti realizzata la previsione di Oscar Wilde per la quale sarebbero state le macchine a un certo punto a «occuparsi di tutti i servizi igienici, alimentare la caldaia sui vapori e pulire le strade, e consegnare la posta nei giorni di pioggia e fare tutto quello che è noioso e deprimente». A distanza di secoli e decenni i grandi pensatori possono apparire paradossali.

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(disegno originale di Guido Scarabottolo)