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	<title>Remo Bassetti &#187; Articoli</title>
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		<title>L&#8217;altra faccia dell&#8217;anima</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jan 2009 14:34:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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Ritratti di Giovanni Fattori
Se in questa settimana,  o nel prossimo week-end, avete del tempo cercate assolutamente di andare  a Firenze a vedere (è l’ultima settimana) la mostra a Palazzo Pitti,  dedicata ai ritratti di Giovanni Fattori. E’ un’esposizione sorprendente,  visto che non è esattamente per i ritratti che Fattori è tramandato; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="mostra fattori" src="http://www.artemotore.com/public/club/foto_recensioni/29GZR32VZ077.jpg" alt="" width="200" height="273" /></p>
<p><strong>Ritratti di Giovanni Fattori</strong></p>
<p>Se in questa settimana,  o nel prossimo week-end, avete del tempo cercate assolutamente di andare  a Firenze a vedere (è l’ultima settimana) la mostra a Palazzo Pitti,  dedicata ai ritratti di Giovanni Fattori. E’ un’esposizione sorprendente,  visto che non è esattamente per i ritratti che Fattori è tramandato;  entusiasmante, ricca di capolavori assoluti, con una divisione tematica  intelligente. <strong>La chiave realistica della pittura di Fattori emerge perspicuamente  proprio da questo genere, nel quale la dimensione psicologica viene  restituita puntualmente e senza accomodanti infingimenti</strong>. L’unica  nota stonata sono le tele dedicata all’adolescenza: si stenta a comprendere  come un artista così capace di introspezione fosse tanto negato nel  posare lo sguardo sul quella fase della vita, con alcuni esiti formali  persino imbarazzanti. Com’era prevedibile, <strong>i vertici Fattori li tocca  quando illustra le tipologie sociali più modeste: butteri, pescatori,  contadini</strong>. Spesso l’azzeramento dello sfondo ambientale e l’ambigua  connotazione del vestiario lasciano solo al titolo il compito di fare  luce sul mestiere del raffigurato, ma quando lo si è appreso viene  da esclamare: “Ma certo, non poteva che essere quello!”. Straordinari  sono anche i ritratti femminili, inclusa la trilogia delle mogli di  Fattori che si inaugura con un quadro intriso di classicismo (abitualmente  il modello viene indicato nel Bronzino), dedicato alla prima moglie,  non meno espressivo di quelli che seguono, che mano a mano adottano  modelli contemporanei. Nel modo diverso di raffigurare le tre mogli  pare di leggere non solo le biografie delle donne ma il modo stesso  di Fattori di porsi nel tempo di fronte all’idea della compagna di  vita e alle caratteristiche che immagina debba possedere e trasmettere.  E’ più facile leggere un percorso interiore in quella triade che  non nella serie di autoritratti, nella quale il pittore è più in difficoltà  a staccarsi da un immagine rigida e stereotipata di se stesso. Del resto,  il fragile (e all’epoca non abbastanza apprezzato) Fattori doveva  temere che l’identità dell’artista, agli occhi degli altri, fosse  troppo in bilico per denudarla oppure gravarla di spostamenti e ambiguità.  Tant’è vero che mentre i borghesi vengono ritratti nei momenti di  ozio, il pittore (lui stesso, Cecconi, Silvestro Lega) non può essere  trasfuso che mentre è all’opera o ha almeno i pennelli in mano.</p>
<p><a href="http://www.polomuseale.firenze.it/mostre/mostra.asp?id=130">Vai</a> alla pagina della mostra su polomuseale.firenze.it</p>
<p><a href="http://www.artemotore.com/">(fonte img)</a></p>
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		<title>Saul Bellow e la guerra di Piero</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jan 2009 18:46:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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Nel decennale della morte  di Fabrizio De Andrè, e nel pieno svolgimento della guerra nel territorio  di Gaza, vale la pena di rileggere un impressionate passaggio tratto  da “Il pianeta di Mr. Sammler” che Saul Bellow scrisse nel 1970.  Un drammatico e spoglio incontro in una foresta polacca tra due combattenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344" data="http://www.youtube.com/v/V4dvw_tSsVQ&amp;hl=it&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/V4dvw_tSsVQ&amp;hl=it&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p align="justify">Nel decennale della morte  di Fabrizio De Andrè, e nel pieno svolgimento della guerra nel territorio  di Gaza, vale la pena di rileggere un impressionate passaggio tratto  da “<strong>Il pianeta di Mr. Sammler” che Saul Bellow scrisse nel 1970</strong>.  Un drammatico e spoglio incontro in una foresta polacca tra due combattenti  di opposte fazioni. Mr. Sammler, che nel corso del romanzo è un anziano  uomo divenuto molto saggio e profondamente morale, mette in scena senza  infingimenti la sua ferinità in una situazione simile a quella che  Fabrizio De Andrè cantò nella <em>Guerra di Piero</em>.<br />
Là, a distanza ravvicinata  aveva sparato su un uomo che aveva disarmato. Gli aveva ordinato di  lanciare via la carabina. Da un lato. Un bel metro abbondante dentro  la neve. Cadde dritta e affondò. Sammler disse all’uomo di togliersi  il cappotto. Poi la giacca dell’uniforme. Il pullover, gli stivali.  <strong>Dopodichè il soldato disse a Sammler con voce sommessa: “Nicht schiessen”.  Chiedeva che gli fosse risparmiata la vita.</strong> I capelli rossi, un grosso  mento ispido di bronzo, respirava appena. Era bianco. Violetto sotto  gli occhi. Sammler vide già la terra sparsa su quella faccia. Vide  la fossa rinchiusa sulla sua pelle. Il sudiciume del labbro, le grandi  pieghe della pelle che gli scendevano giù dal naso rigato di sporco-  quell’uomo per Sammler era già sottoterra. Non era più vestito per  la vita, era segnato, perduto. Doveva andare. Era andato. “Non uccidermi.  Prenditi la roba”. Sammler non gli rispose, ma rimase là in piedi,  a debita distanza. “Ho figli”. Sammler premette il grilletto. Il  corpo giacque sulla neve. Un secondo colpo gli traforò la testa e la  fracassò. Le ossa esplosero. La materia fuoriuscì.<br />
Sammler arraffò tutto  quello che poteva- fucile, bossoli, roba da mangiare, stivali, guanti.  Due colpi nell’aria d’inverno: la riverberazione si sarebbe sentita  per miglia e miglia. I capelli rossi e il grosso naso poteva vederli  dai cespugli. Purtroppo gli sarebbe stato impossibile prendere la camicia.  Le calze di lana puzzolenti, quelle sì. Le aveva desiderate con tutta  l’anima. Si sedette sotto gli alberi scricchiolanti dell’inverno  e mangiò il pane del tedesco. Insieme al pane si portò alla bocca  un po’ di neve per inghiottirlo, chè era difficile. Non aveva saliva.  <strong>La faccenda indubbiamente si sarebbe svolta in maniera diversa per un  altro uomo, un uomo che durante quel tempo avesse mangiato, bevuto,  fumato</strong> e il cui sangue rigurgitasse di grassi, nicotina, alcool, secrezioni  sessuali. Nel sangue di Sammler non c’era nulla di tutto ciò. Allora  <strong>lui non era interamente umano</strong>. Stracci e carta, un involucro legato  con lo spago, e tutti quegli oggetti sarebbero potuti volare dove volevano,  se la cordicella si fosse spezzata. Non è che poi gliene sarebbe importato  molto. A quel punto era ridotto. Ben poco per rispondere all’appello  umano, alla supplica di una faccia distorta con i tendini che si aprivano  a ventaglio nella gola.</p>
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		<title>&#8220;Sinistra senza sinistra&#8221; (Feltrinelli)</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jan 2009 11:18:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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Una raccolta differenziata delle utopie
Non si può negare che questa raccolta di piccoli saggi, realizzata da una cinquantina di intellettuali, sia un concentrato  di intelligenze e un distillato di utili informazioni. Perché allora  lascia addosso una punta di delusione? Perché il sottotitolo “Idee  plurali per uscire dall’angolo” lasciava presagire qualcosa di più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="sinistra senza sinistra" src="http://www.lafeltrinelli.it/static/images-1/l/525/2678525.jpg" alt="" width="144" height="220" /></p>
<p><strong>Una raccolta differenziata delle utopie</strong></p>
<p>Non si può negare che questa raccolta di piccoli saggi, realizzata da una cinquantina di intellettuali, sia un concentrato  di intelligenze e un distillato di utili informazioni. Perché allora  lascia addosso una punta di delusione? Perché il sottotitolo “Idee  plurali per uscire dall’angolo” lasciava presagire qualcosa di più  ardito della consueta onesta e fosca autocritica e dalle dietetiche  ricette di buon senso. Salvo pochissime eccezioni, di solito più antagoniste  che originali, le idee forti non decollano, e di utopie non si avverte  l’odore nemmeno in una situazione in cui si tratterebbe di lanciare  il sasso nello stagno, lasciando che sia la successiva mediazione politica  a levigarne la scheggiante ruvidezza. Terrorizzata dal passato, che  ha dato origine a un laboratorio frankensteiniano, la cultura di sinistra  timbra oggigiorno il cartellino dentro un modesto ambulatorio di periferia,  prestando una cura morbosa all’igiene. Le condizioni e precondizioni  della società capitalistica in cui siamo immersi non vengono nella  sostanza mai messe in discussione in nessuno dei loro aspetti fondanti,  salvo stancamente ripetere la litania della non-esclusione dei soggetti  marginali (s’intende, nei limiti del possibile). Sembra toccare alle  idee di sinistra lo stesso destino che si vorrebbe riservato ai rifiuti:  inceneritori, smaltimento in discarica, economico ri-uso mediante cessione  dell’utilizzazione a terzi (persino nella rivalutazione dello stato  la sinistra in questo momento si sta facendo scavalcare), e <em>raccolta  differenziata</em>, quale rischia di essere questa raccolta di testi  che alla fine non rinnovano cicli di energia e non raggiungono una sintesi  capace di creare e pungolare un nuovo militante. Il problema, come scrive  Tomas Maldonado, è che la necessità di andare oltre la sinistra, caldeggiata  dal post-modernismo politico, non è altro che un modo camuffato di  andare a destra. O anche, come scrive Gianfranco Pasquino, che “democratico”  non è affatto qualcosa di più di “democratico di sinistra”. E’  “semplicemente qualcosa di più vago, di meno caratterizzante, di  poco impegnativo”. Le pagine più lucide sono quelle di Marco D’Eramo  sulla voce (il libro è concepito come una piccola <em>Encyclopédie</em>)  “Moderatismo”: “Nessuno è più estremista del vero moderato:  perché non si è mai abbastanza moderati. C’è sempre qualcuno ancora  più moderato del moderato che lo ricatterà di non essere abbastanza  moderato (…) E’ curioso come in politica il termine “moderato”  sia diventato positivo mentre in tutti gli altri ambiti della vita è  negativo, soprattutto nella forma avverbiale: se una persone è moderatamente  intelligente non vogliamo dire che è un genio. E se è moderatamente  simpatica non ce ne stiamo innamorando. In politica no. Essere moderati  è un’ideale di vita, un’aspirazione estetica, persino un’utopia  (…)I leader del centro-sinistra devono avere subito traumi infantili  o-appena nati- essere stati abbandonati sul sagrato di qualche chiesa:  in effetti il leader moderato sente uno spasmodico bisogno di essere  accettato: benedetto dal Vaticano, invitato nei salotti buoni, lodato  dai banchieri di Francoforte (…) Karl Rove ha scoperto l’uovo di  Colombo quando ha notato che in un sistema bipolare ci sono non due  ma tre partiti. C’è la destra, c’è la sinistra, ma poi ci sono  gli astensionisti che da noi costituiscono circa un terzo dell’elettorato.  Secondo Rove è proprio questo partito a inficiare la teoria dell’inevitabile  corsa al centro: in questa corsa, infatti, i poli perdono votanti perché  molti elettori che voterebbero un partito nettamente di centro o nettamente  di sinistra perdono le motivazioni e disertano le urne”. Ma qui siamo  già dentro alla strategia. La questione è a monte: potrebbe anche  essere concepibile annacquare il proprio programma in nome di una decisiva  alleanza elettorale, quello che è inaccettabile è elaborarlo già  annacquato, inglobando l’alleanza dentro le radici stesse del partito.  E’ per questo che il signore della vignetta di Altan, che chiude il  volume, può dire alla moglie: “Non c’è più la sinistra” e ascoltarne  la saggia lamentela: “Oddio. Adesso mi resti tutto il giorno in casa  a girare in ciabatte”.</p>
<p><a href="http://www.gadlerner.it/2008/10/10/sinistra-senza-sinistra.html">Leggi</a> il contributo di Gad Lerner, sulla questione Rom</p>
<p><a href="http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807171611/Sinistra_senza_sinistra/.html?cat1=1&amp;cat2=1101&amp;page=1&amp;srch=0&amp;layout=2&amp;pub=7">Vai</a> alla scheda del libro su lafeltrinelli.it</p>
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		<title>Maleparole</title>
		<link>http://www.remobassetti.com/Blog/2008/12/14/maleparole/</link>
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		<pubDate>Sun, 14 Dec 2008 11:25:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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Francesco Durante, &#8220;Scuorno&#8221; (Mondadori) - A Napoli neppure  le maleparole sono più quelle di una volta. L’idea di concentrarsi  (anche) su quest’indicatore per riflettere sulla decadenza della città  è contenuta nel colto e piacevole “Scuorno” di Francesco Durante,  un saggio scritto con un andamento narrativo, edito da Mondadori. Durante  scrive [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344" data="http://www.youtube.com/v/pLEW6qop3GA&amp;hl=it&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/pLEW6qop3GA&amp;hl=it&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p align="justify"><strong>Francesco Durante, &#8220;Scuorno&#8221; (Mondadori) -</strong> A Napoli neppure  le maleparole sono più quelle di una volta. L’idea di concentrarsi  (anche) su quest’indicatore per riflettere sulla decadenza della città  è contenuta nel colto e piacevole “Scuorno” di Francesco Durante,  un saggio scritto con un andamento narrativo, edito da Mondadori. Durante  scrive che pure la carica vitale e sboccata del dialetto è scivolata  in “un’afasia che va verso l’adozione di un linguaggio minimale”.  Ricordo che una parola come “<em>cazzimma</em>” veniva presa a modello  nei corsi di linguistica, per quanto complesse sono le sue sfumature,  che la rendono persino insuscettibile di traduzione letterale. Oggi  “<em>sfaccimma</em>” o “<em>bucchì</em>” sono intercalari oppure  tappabuchi per tutte le occasioni (come capita nella lingua laotiana,  dove alcune parole assumono una quantità grottesca di possibili significati),  suscettibili di indicare spregio o ammirazione per effetto di una minima  variazione di tono. Viene forse a cadere l’ultimo già debole anello  di contatto tra il proletariato e la borghesia napoletana, che sapeva  usare la sconcezza verbale dandole il lustro di un vezzo aristocratico.  Pure le maleparole ormai sono una <em>chiavica</em>. Oppure sono <em>munnezza</em>,  epiteto piuttosto trendy. (Adottato persino da una pubblicità municipale  a difesa della città. “Munnezza a chi?” c’era scritto. Il sociologo  Mimmo De Masi mi raccontava che si era immediatamente dimesso da assessore  per non sottoscrivere questa pubblicità. “Come munnezza a chi?- ripeteva  con la sua trascinante teatralità- “A te! possono rispondere. Come  uno cecato che dice: Cecato a chi?”).<br />
In tributo  della bella volgarità di una volta, si trascrive a seguire una poesia  del Marchese di Caccavone (1798-1873).</p>
<blockquote><p>Taniello ch’ave scrupole<br />
Mò che se vo’ nzorà<br />
Piglia e da Frà Liborio<br />
Va pe’ se confessà<br />
Patre- le dice- i’ roseco<br />
E pe niente me ‘mpesto<br />
Ma po’ dico o’ rosario<br />
E chello va pe chesto<br />
Patre, ‘ncuollo a le ffemmene<br />
Campo e ‘ncopp a nù burdello<br />
Me sento messe e prediche<br />
E chesto va pe chello<br />
Jastemmo, arrobbo…’O prossimo<br />
Spoglio e le dongo o’ riesto<br />
Ma po’ faccio a’ llemosina<br />
E chesto va pe chello<br />
E mo Patre, sentitela,<br />
St’urtema cannonata:<br />
la sora vostra Briggeta,<br />
me l’aggio ‘nzaponata…<br />
Se vota Fra Liborio:<br />
Guagliò, tu sì Taniello?<br />
I’ me ‘nzapono a mammeta<br />
E chesto va pe chello!</p></blockquote>
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		<title>Il falso in bilancia</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Dec 2008 18:26:15 +0000</pubDate>
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Adriano Prosperi, &#8220;Giustizia bendata&#8221; (Einaudi) - Il problema della giustizia,  da sempre, è il falso in bilancia. Il più classico degli strumenti  di peso, infatti, si accompagna alla tradizionale iconografia della  giustizia, a rivendicarne l’equilibrio. Ma ci sono state epoche e  luoghi in cui per esplicitare la neutralità e saggezza del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="Giustizia Bendata" src="http://www.liberonweb.com/images/books/8806194038.jpg" alt="" width="185" height="300" /></p>
<div style="margin: 1ex;">
<div>
<p align="justify"><strong>Adriano Prosperi, &#8220;Giustizia bendata&#8221; (Einaudi) -</strong> Il problema della giustizia,  da sempre, è il falso in bilancia. Il più classico degli strumenti  di peso, infatti, si accompagna alla tradizionale iconografia della  giustizia, a rivendicarne l’equilibrio. Ma ci sono state epoche e  luoghi in cui per esplicitare la neutralità e saggezza del giudicare  si è fatto ricorso a immagini diverse, e il dotto Adriano Prosperi  ne dà puntuale conto nella <a href="http://www.liberonweb.com/asp/libro.asp?ISBN=8806194038">“Giustizia bendata” (Einaudi)</a>. Tra questi  simboli proprio la benda è il più sorprendente. In Italia non ha mai  attecchito, però nella Germania riformata cominciarono nel Cinquecento  a circolare quadri e incisioni che ritraevano la figura femminile della  Giustizia con gli occhi coperti. Si trattava di una precisa congiuntura  storica, poiché il diritto comune scritto stava sostituendo quello  consuetudinario. Alcuni guardarono a questa fase come l’avvento del  caos, e la benda era un modo satirico per sbeffeggiarla; ma, nello stesso  periodo, prese piede un filone opposto, per il quale <strong>la forzata cecità  era la migliore garanzia di terzietà</strong>. Non è da escludere che quest’ultima  corrente sia stata un’abile e pronta appropriazione di quella antagonista,  cronologicamente anteriore. Un po’ come quando Craxi cominciò a scrivere  sull’Avanti gli editoriali col soprannome Ghino di Tacco che gli era  stato spregiativamente affibbiato da Eugenio Scalfari.<br />
I dipinti e disegni italiani,  peraltro, ritraggono non di rado la giustizia con lo sguardo che oltrepassa  gli osservati oppure rivolto verso il cielo, ad attendere l’indicazione  divina, disinteressata allo scenario caotico che le si para davanti  (peccato che tra le tante riproduzioni proposte dall’autore manchi <em> l’Allegoria della giustizia</em> di Luca Giordano, del 1570 e conservata  a Budapest, che è forse la più complessa opera su questo aspetto del  tema. E vi figura anche un putto bendato).<br />
<strong>L’assenza dello sguardo  sulle cose serve a conferire alla giustizia un volto sgombro dalla collera  e dalla passione. Ma in questo modo si confonde tra giustizia e giudizio</strong>.  Spesso si ritiene che la domanda alla base della giustizia sia: come  deve essere il giudizio? E la risposta è: equilibrato e imparziale,  alieno da emozioni. Senochè la giustizia nasce da una domanda logicamente  precedente: perché si deve pronunciare un giudizio? Nella scelta di  giudicare c’è proprio una volontà di schierarsi che è guidata dalla  passione, dall’empatia, dalla rottura dell’equidistanza. <strong>A nulla  di questo somiglia la giustizia dei giorni nostri, stanca e algida macchina  amministrativa. Bendata, o forse con un paio di ray-ban</strong>.</p>
</div>
</div>
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		<title>Il manifesto del separatismo</title>
		<link>http://www.remobassetti.com/Blog/2008/11/27/il-manifesto-del-separatismo/</link>
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		<pubDate>Thu, 27 Nov 2008 21:48:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Francesco Piccolo, &#8220;La separazione del maschio&#8221; (Einaudi) &#8211; In un periodo in cui  tanti libri vengono scritti come sceneggiature, pensando già alla traduzione  in film, è apprezzabile che uno sceneggiatore di valore come Francesco  Piccolo (che lavora con Nanni Moretti) tenga fede alla sua estrazione  di scrittore e realizzi un’opera narrativa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="La separazione del maschio" src="http://giotto.ibs.it/cop/copj13.asp?f=9788806193546" alt="" width="200" height="312" /></p>
<p align="justify"><strong>Francesco Piccolo, &#8220;La separazione del maschio&#8221; (Einaudi) &#8211; </strong>In un periodo in cui  tanti libri vengono scritti come sceneggiature, pensando già alla traduzione  in film, è apprezzabile che uno sceneggiatore di valore come Francesco  Piccolo (che lavora con Nanni Moretti) tenga fede alla sua estrazione  di scrittore e realizzi un’opera narrativa intensamente letteraria.  “La separazione del maschio” (Einaudi), ha una trama strutturalmente  semplice, la storia di un uomo che si sente teneramente marito e padre,  ma ossessionato dal sesso ed incapace di sensi di colpa si disperde  in una serie innumerevole di rapporti erotici e a suo modo sentimentali.  Piccolo, piuttosto, usa il cinema a pro della letteratura: e così non  solo attribuisce al suo protagonista il lavoro di montatore, ma eleva  il montaggio a inesauribile fonte metaforica. Il montaggio è un addestramento  alla vita coniugale, perchè il confronto col regista fotogramma per  fotogramma è un’esasperazione della vita quotidiana che spinge al  reciproco rancore i suoi animatori, chiusi nella gabbia dei dettagli,  ma costringe ad un certo punto a recuperare il filo della logica narrativa;  il montaggio consente di spezzettare digressivamente il lavoro, in modo  che alla fine la delusione per una scena sia compensata dalla soddisfazione  per un’altra, come può avvenire per un uomo immerso in esperienze  apparentemente contraddittorie ma dal suo punto di vista complementari;  il montaggio produce una lenta modifica del film quale era stato girato,  prendendo dai fatti “tutto ciò che serviva e cerca di fare meglio,  tradendoli se è necessario”, e in questo senso è una quasi-verità:  come l’oblio e la menzogna rimodellano, anche con un&#8217;unica omissione,  i comportamenti inaccettabili. Lo stesso romanzo è una sequenza di  fotogrammi, sempre filtrati dall’interpretazione del narratore. E’  un montaggio alla Ejzenstejn, sviluppato per conflitti, vista l’apparente  difficoltà di comporre un quadro psicologico individualmente armonico.</p>
<p align="justify"><span id="more-618"></span></p>
<p align="justify">Il prototipo umano restituito  da questo romanzo assomiglia a quello offerto da altri bravi narratori,  come Roberto Alajmo o l’ultimo Diego De Silva: è quello del maschio  occidentale, borghese, acculturato e senza passioni civili, che vive  in un orizzonte post-ideologico nel quale il senso di colpa si è eclissato  perché non è più percepibile un principio di responsabilità, se  non su un piano aridamente economico, e la dialettica di genere, più  difficile da affrontare, regredisce a puro richiamo dell’istinto.  Il suo modo per sopravvivere è separarsi, prima di tutto dalla propria  coscienza, e sul piano estetico tale distacco viene restituito con surreali  riflessioni interiori (un flusso d’incoscienza?), che esercitano una  morbosa razionalità su dettagli inessenziali o nostalgici (fra gli  altri, nel caso di Piccolo: l’aggiunta di cacao nel cappuccino, l’Almanacco  del Giorno dopo radiofonico o il Voltaren). E’ una precisa scelta  tecnica e poetica che, in omaggio a questo romanzo che potrebbe aspirare  a diventarne il manifesto, definiremmo come <em>separatismo</em>.</p>
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		<title>L&#8217;impresa</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Nov 2008 14:23:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giudizio Universale]]></category>

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		<description><![CDATA[
E&#8217; in edicola il numero 38, quello di novembre/dicembre, con il quale si conclude questa prima serie di Giudizio Universale. L&#8217;editoriale è adeguato all&#8217;occasione:
Nel primo numero di questo giornale presentammo ai lettori un nostro codice deontologico. Uno dei suoi punti salienti, fermamente mantenuto nei sin qui tre anni e mezzo di vita della rivista, era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.remobassetti.com/Blog/wp-content/uploads/2008/11/copertina-38.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-616" title="copertina-38" src="http://www.remobassetti.com/Blog/wp-content/uploads/2008/11/copertina-38-220x300.jpg" alt="" width="220" height="300" /></a></p>
<p>E&#8217; in edicola il numero 38, quello di novembre/dicembre, con il quale si conclude questa prima serie di <em>Giudizio Universale</em>. L&#8217;editoriale è adeguato all&#8217;occasione:</p>
<blockquote><p>Nel primo numero di questo giornale presentammo ai lettori un nostro codice deontologico. Uno dei suoi punti salienti, fermamente mantenuto nei sin qui tre anni e mezzo di vita della rivista, era che non si recensiscono le opere dei collaboratori.<br />
Non verremo certo meno al nostro proposito in maniera eclatante spendendo elogi per la rivista stessa, e lasciamo ai lettori il compito di giudicare se l&#8217;entusiasmo che abbiamo riversato in ogni respiro di Giudizio Universale si sia tradotto in un adeguato appagamento estetico ed intellettuale.<br />
Ma sono dati di fatto che la rivista ha ospitato alcune tra le migliori firme della cultura nazionale e persino internazionale, che ha dato spazio a circa tremila recensioni, che con il meccanismo valutativo dei soli/ombrelli non si è mai nascosta dietro un pigro e diplomatico understatement, che la spigolosità di alcune opinioni non è degenerata in scorrettezza tanto che mai alcuno ha sporto querela o richiesto risarcimenti, che ha offerto opportunità di scrittura a dei giovani senza altra raccomandazione se non il personale talento, che mai ha fatto commercio dell&#8217;indipendenza dei suoi articolisti.<br />
E&#8217; possibile che le caratteristiche dei fondatori, per estrazione lontani sia dal mondo editoriale che da quello dell&#8217;impresa, abbiano agevolato il rigore dell&#8217;impostazione. Alla lunga, tuttavia, dobbiamo riconoscere che continuare a realizzare un periodico, a maggior ragione se cresce nel prestigio e nelle potenzialità, richiede una consistenza strutturale e gestionale che una compagine &#8220;leggera&#8221; &#8211; e i cui membri sono distratti dalle loro professioni &#8211; non è in grado di assumere.<br />
Ci stiamo allora muovendo per trasformare, attraverso una partnership significativa, quella che diverrebbe una fase irreversibilmente critica in un&#8217;occasione di grande rilancio. In testa abbiamo un progetto che non solo valorizza la rivista al meglio, ripensandola senza nessuno snaturamento, ma che pure estende il marchio di <em>Giudizio Universale</em> oltre quello di un mensile da edicola. Su tale progetto dobbiamo in questo momento concentrare ogni nostra energia e per questo GU deve temporaneamente fermare le rotative. Ci sforzeremo affinché il rientro possa essere veloce e all&#8217;altezza delle aspettative dei lettori, che nel frattempo ne avranno notizie in anteprima attraverso il nostro sito, sul quale l&#8217;attività proseguirà senza interruzioni.<br />
Va da sé che questo numero non poteva essere proposto allo stesso modo degli altri, e così abbiamo scelto di ripubblicare alcune recensioni: non si tratta però di una semplice antologia bensì un tentativo di riflettere su come l&#8217;intelletto critico sia in grado di sottrarsi alla caducità delle mode. Le recensioni scelte risalgono a uno, due o tre anni fa, ma potrebbero essere state redatte quindici giorni or sono. Rileggendole, in un mondo che è abituato a rapidamente consumare e rendere inutilizzabile ciò che produce, e a smentire in continuazione ciò che veniva contrabbandato come evidente, ci si sorprende di quanto conservino la loro vitalità: non vengono fuori come l&#8217;ultimo rivolo di dentifricio dal tubetto spremuto ma come il ciclico zampillo di una fontana di piazza.<br />
Quello zampillo che <em>Giudizio Universale</em> tornerà ad essere.</p></blockquote>
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		<title>Il costo di una vita</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Oct 2008 10:57:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giudizio Universale]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre anche oggi la borsa perde il 7%, la buona notizia è che è arrivato il nuovo numero:
Il costo di una vita appunto, visto non tanto come dato statistico ma nelle sue implicazioni più profonde (come si diceva qui, l&#8217;economia ha al centro la persona). E ogni fase di una vita ha il suo costo: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre anche oggi la borsa perde il 7%, la buona notizia è che è arrivato il nuovo numero:</p>
<p>Il costo di <strong><em>una</em></strong> vita appunto, visto non tanto come dato statistico ma nelle sue implicazioni più profonde (come si diceva <a href="http://www.remobassetti.com/Blog/2008/10/07/stanno-uccidendo-i-mercati/">qui</a>, l&#8217;economia ha al centro la persona). E ogni fase di una vita ha il suo costo: nascere in provetta, imparare a sciare, laurearsi allo Iulm, sposarsi a Venezia, tenere in casa animali domestici, invecchiare, farsi cremare.</p>
<p><a href="http://www.giudiziouniversale.it/37/stok/vecchiaia">Leggi</a> la recensione di Giulia Stok sul costo della vecchiaia.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Il mio editoriale si intitola invece <em>I conti senza l&#8217;hostess</em>:</p>
<blockquote>
<div class="par_editoriale">
<p>L&#8217;unica misura pubblica seria che i governi oggi potrebbero varare, di fronte alla crisi dei mercati e a quella dei destini, sarebbe quella di assumere migliaia, forse milioni di hostess. Quando mio padre morì, per un infarto, rimasi molto colpito dal fatto che, prima dell&#8217;angina decisiva, avesse spedito mia madre a prendergli un bicchiere d&#8217;acqua in cucina, quasi volesse risparmiarle la scena finale. Se così fu, scelse coraggiosamente di stare da solo, senza una mano cui aggrapparsi, senza l&#8217;ultima illusione che quella mano potesse ancora tirarlo su. Sarebbe stato forse giusto che avesse goduto almeno di una compagnia meno impegnativa dal punto di vista emotivo, eppure rassicurante, una che guardi quando sembra inequivocabile che stai precipitando ma tiene fede al suo ruolo, ti sorride, ti fa pensare che ti sbagli, e magari tira fuori una salvietta rinfrescante. Baluardo della nostra sicurezza è la hostess in quella situazione in cui sei incollato con la faccia al vetro, nella contemplazione di ciò che più assomiglia all&#8217;infinito: ma se ti sei appena svegliato il panorama rende angosciosamente simili, o magari intercambiabili, una nuvola e una palla di zucchero filato. Sarebbe bastata una hostess vicino per dissuadere <strong>David Foster Wallace</strong> dall&#8217;infilarsi la corda al collo? D&#8217;altronde non era, anche nel titolo, una spericolata incursione nell&#8217;infinito il suo libro più conosciuto? Sembra particolarmente assurdo che un uomo così, ad un certo punto, consideri finite le parole. O forse è normale che un genio del quale probabilmente afferriamo la metà di quello che intende, perché la sua intelligenza vola troppo alto, ad un certo punto si annoi. O ancora: un&#8217;ipotesi su <em>Infinite Jest</em>, ma in fondo su tutta l&#8217;opera di Foster Wallace, è che quella forma di gigantismo, centrifughismo della trama e dispersione narrativa fosse la presa di coscienza dell&#8217;autore che il libro non è più concepito per essere letto ordinatamente dall&#8217;inizio alla fine. E da lì, chissà, il pensiero che ciò valga anche per la vita individuale.</div>
<div class="soli" style="text-align: right;"><img src="http://www.giudiziouniversale.it/sites/giudiziouniversale.it/themes/th_giudizio/icobene.gif" alt="" /><img src="http://www.giudiziouniversale.it/sites/giudiziouniversale.it/themes/th_giudizio/icobene.gif" alt="" /><img src="http://www.giudiziouniversale.it/sites/giudiziouniversale.it/themes/th_giudizio/icobene.gif" alt="" /><img src="http://www.giudiziouniversale.it/sites/giudiziouniversale.it/themes/th_giudizio/icobene.gif" alt="" /></div>
</blockquote>
<p><a href="http://www.giudiziouniversale.it/37/editoriale">Leggi</a> tutto l&#8217;editoriale del n.37</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Infine, per chi non avesse mai sentito parlare del nuovo Premio Nobel per la letteratura (e fino a 24 ore fa erano in tanti), segnalo la recensione che avevamo dedicato al suo ultimo libro:</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="Hai visto lOceania" src="http://www.giudiziouniversale.it/f_giudizio/leclezio%20cop2.jpg" alt="" width="120" height="190" /></p>
<blockquote><p>L&#8217;attacco è folgorante: &#8220;Dicono che l&#8217;Africa sia il continente dimenticato. L&#8217;Oceania è il continente invisibile. Invisibile, perché i primi viaggiatori che vi si sono avventurati non ne hanno colto la natura, e perché rimane ancora oggi un luogo senza riconoscimento internazionale, un passaggio, quasi un&#8217;assenza&#8221;. In un colpo solo accende l&#8217;interesse come se fosse un thriller, o un libro di avventura di altri tempi, e rievoca tele di Gauguin, scenari di Stevenson, collane di conchiglie e fiori di tiaré. Perché è proprio questa la fortuna e insieme la sfortuna di questa manciata di isole del Pacifico: la loro capacità di suscitare un immaginario potente, così radicato che superarlo per arrivare a una visione più realistica e rispettosa di questi luoghi e della loro storia è quasi impossibile. Qui si sono persi o hanno trovato pace Cook e Melville, oltre a Gauguin e Stevenson. Nei secoli gli esploratori hanno dato all&#8217;arcipelago molti nomi diversi: Nuove Ebridi, Grandi Cicladi, tutti che cercavano di identificarlo come una versione del mondo conosciuto, e dunque tutti inappropriati.</p></blockquote>
<p><a href="http://www.giudiziouniversale.it/33fiera/stok/leclezio">Leggi</a> tutta la recensione di Giulia Stok su <em>Il continente invisibile.<br />
</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>La hostess</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Oct 2008 12:30:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Giudizio Universale]]></category>

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		<description><![CDATA[
(Dall&#8217;editoriale su Giudizio Universale di ottobre)
Del personaggio di Sarah Palin, scelto per salire sul volo elettorale di McCain, ci sono alcuni aspetti del campionario simbolico della hostess: la sessualità evidente ma algida, l&#8217;indipendenza da donna emancipata, i compiti di assistenza rispetto a una figura maschile cui spetta il ruolo di guida e decisore, la compatibilità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="Sarah Palin" src="http://livingalaska.files.wordpress.com/2008/03/sarah_palin2.jpg?w=277&amp;h=371" alt="" width="247" height="331" /></p>
<p><em>(Dall&#8217;editoriale su </em><a href="http://www.giudiziouniversale.it/">Giudizio Universale</a><em> di ottobre)</em></p>
<p>Del personaggio di <strong>Sarah Palin</strong>, scelto per salire sul volo elettorale di McCain, ci sono alcuni aspetti del campionario simbolico della hostess: la sessualità evidente ma algida, l&#8217;indipendenza da donna emancipata, i compiti di assistenza rispetto a una figura maschile cui spetta il ruolo di guida e decisore, la compatibilità con il viaggio e l&#8217;avventura, il richiamo ai valori del focolare sintetizzati dalla cura materiale del passeggero. Naturalmente l&#8217;hostess archetipica che io ho in mente non avrebbe mai inneggiato alla guerra in Iraq e non andrebbe a caccia. Nella Palin rimane comunque irrisolto il pasticciato compromesso tra la costruzione di una figura ruvida e in ultima analisi mascolinamente aggressiva e l&#8217;espediente ultimo e vigliacchetto di (sottile la differenza coi vigili di Parma) passare col rossetto.</p>
<p>(<a href="http://livingalaska.wordpress.com/">fonte img</a>)</p>
]]></content:encoded>
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		<title>I nuovi meteci</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Sep 2008 10:03:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>

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		<description><![CDATA[Ecco l&#8217;articolo pubblicato ieri su La Stampa: &#8220;Oscar Wilde, Michael Walzer e i nuovi meteci&#8221;. E&#8217; la recensione del libro Sfere di giustizia. 

Le persone che non riescono a guadagnarsi da vivere nel proprio paese hanno «il diritto di trasferirsi in paesi non sufficientemente popolati, dove tuttavia non devono sterminare quelli che vi trovano, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ecco l&#8217;articolo pubblicato ieri su </em><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/Libri/grubrica.asp?ID_blog=54&amp;ID_articolo=1697&amp;ID_sezione=81&amp;sezione=">La Stampa</a><em>: &#8220;Oscar Wilde, Michael Walzer e i nuovi meteci&#8221;. E&#8217; la recensione del libro </em>Sfere di giustizia<em>. </em></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="Sfere di giustizia" src="http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/admin/immagine.asp?ID_blog=54&amp;ID_file=1190" alt="" width="154" height="230" /></p>
<p>Le persone che non riescono a guadagnarsi da vivere nel proprio paese hanno «il diritto di trasferirsi in paesi non sufficientemente popolati, dove tuttavia non devono sterminare quelli che vi trovano, ma costringerli ad abitare in spazi più ristretti di terreno afferrando ciò che vi trovano». Lo dice un anarchico o un sovversivo islamico? No, lo scriveva Thomas Hobbes, benché naturalmente non pensasse ai barconi al largo di Lampedusa ma ai colonizzatori. È vero, parlava di «spazi non sufficientemente popolati», ma è sempre difficile cristallizzare un concetto tanto relativo, e in fondo sarebbe solo una buona ragione per suggerire agli immigrati di imboccare la strada delle colline del Chianti piuttosto che quella dei vicoli torinesi attorno a Porta Palazzo.</p>
<p>In realtà, lo sappiamo, l’unico motivo oggi concesso agli stranieri per insediarsi sul nostro territorio è quello di far loro svolgere lavori infami, che i cittadini considerano inaccettabili. Non si è infatti realizzata la previsione di Oscar Wilde per la quale sarebbero state le macchine a un certo punto a «occuparsi di tutti i servizi igienici, alimentare la caldaia sui vapori e pulire le strade, e consegnare la posta nei giorni di pioggia e fare tutto quello che è noioso e deprimente». A distanza di secoli e decenni i grandi pensatori possono apparire paradossali.</p>
<p><span id="more-475"></span></p>
<p>Quando il tempo è più breve, tuttavia, ci si può sbalordire dell’attualità quotidiana di certi scritti. E così, prendendo in mano <em>Sfere di giustizia</em> di Michael Walzer, che Feltrinelli ha in questi mesi ristampato a distanza di 25 anni dalla sua stesura, pare di leggere, in tutti i temi che vengono affrontati e in particolare sulla questione dell’immigrazione, il commento alle notizie della settimana. Il filosofo americano, tra i tanti motivi egoistici e neotribali che danno per scontata la rigidità delle frontiere nazionali, ha anche il pregio di ricordarne uno più profondo, e storicamente collaudato: abbattere le mura dello Stato non vuol dire creare un mondo senza mura ma creare mille piccole fortezze, perché le comunità di vicinato, minacciate in quella che sentono come propria identità, tendono a chiudersi all’estraneo.</p>
<p>Però, aggiunge Walzer, una volta che gli «ospiti» lavorano, e duramente, sul territorio, escluderli dai diritti della cittadinanza e dalla partecipazione politica, e dunque dalle decisioni che direttamente incidono sulla loro vita, significa instaurare una situazione uguale a quella della famiglia con la servitù. O a quelle dei meteci nella Grecia classica (il felice paragone è stato recentemente riproposto da Annamaria Rivera). Insomma farli vivere sotto una tirannide. Anche se un giorno qualcuno spiegherà loro che una tirannide, alla fin fine, non è il male assoluto.</p>
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