La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Ecco l’editoriale di settembre per Giudizio Universale: dove si parla di panni stesi, call center, Paul Madeley, sculture di cioccolato, voyeurismo mediatico, dialetto bergamasco, intercettazioni e campi nomadi.
Per chi è rimasto deluso dalla Quadriennale di Roma, l’antidoto è la parallela Decennale organizzata nelle belle sale di Palazzo Anastasi a Spoleto. L’opera che più lascia il segno è probabilmente Panni stesi, dell’artista serbo Dragan Dzaijc. Al centro di una stanza disadorna si trova posato uno stendipanni in plastica, con gli indumenti sgocciolanti al mattino e che saranno completamente asciutti verso sera, quando il piccolo attrezzo domestico verrà piegato e ritirato. Forse mai avevamo riflettuto su come plasticamente lo stendipanni rappresenti la metafora della trasformazione e del divenire unita a quella della ciclicità. L’artista effettua alla sera il nuovo lavaggio in lavatrice a una temperatura bollente, dunque i capi puntualmente si restringono. E’ un assottigliarsi radicale e ineluttabile, un processo di decomposizione senza purulenza ma anzi incorniciato dall’ambiguo alibi della profumazione. Al mattino la ritualità eucaristica dei panni che nuovamente vengono ostentati sul loro altare di plastica (per chi arriva di buon ora e ha la fortuna di assistervi è una scena commovente) è anche, in equilibrio tra il carnale e il metafisico, l’allegorica rappresentazione dell’umana fatica di vivere, e delle scorie liquide (Dzaijc sembra avere meditato molto su Bauman) da cui ci si proverà a liberare durante il giorno, non senza pagare il dazio di una restrizione dei propri orizzonti e di un amaro prosciugamento dell’identità.




Il lavoro di Sergio Santarini, Call center, è un’installazione complessa che comprende un televisore sul quale vengono proiettate alcune facce di personaggi politici, con l’audio di un imitatore che, per il tempo in cui il volto sorridente permane sullo schermo, riproduce più volte di fila la frase: “Buongiorno sono Silvio, in che posso aiutarla…”, oppure “Buongiorno, sono Walter in che posso servirla?”, e così via a seconda del personaggio che è sullo schermo. Attorno al televisore, e in perfetto sincronismo con la cortese richiesta del centralinista di turno, pezzi di costruzioni Lego si staccano e rovinano al suolo, strumenti a compressione deflagrano spargendo vapori maleodoranti, l’altoparlante diffonde fragori di urla e sirene, schizzi di un liquido indefinito si rovesciano sui visitatori, pezzi di intonaco si scrostano violentemente dalle pareti. Un crescendo apocalittico che ovviamente rende particolarmente incongrua la gentile profferta dell’interlocutore e che suona quale rumorosa metafora dello scollamento tra la classe politica e le necessità della gente comune.



Il titolo Ufficina è un piccolo omaggio a Luigi Meneghello, che coniò questo neologismo nel romanzo Libera nos a malo, nel quale fra l’altro parlava delle botteghe-negozi come “estensioni delle case e delle famiglie”, nelle quali “per comprare si poteva sempre entrare per il cortile, scusandosi appena con la famiglia a cena in cucina”. Ancor più tra i contadini non vi era distinzione tra la casa e lo spazio del lavoro, cosicché “si lavorava praticamente sempre… senza interruzione e senza orario.” In Ufficina, Paul Madeley dimostra come questo incatenamento domestico al lavoro si sia trasferito dalle classi umili ai ceti professionali e imprenditoriali, e propone, quale installazione, una casa dallo spartano minimalismo (ma affiancata da una piscina ricoperta di alghe e un campo da tennis invaso dalle muffe) che, oltre alle varie e abituali stanze, ha una stalla in cui il computer sostituisce la mucca, un capanno agricolo dove al posto del torchio c’è un pannello per proiezioni sul quale scorrono slide con scritto “l’uomo moderno è sempre connesso”, mentre nella legnaia sono accatastati centinaia di blackberry, le cui suonerie si accavallano sgradevolmente.


Sono ormai frequenti le sculture di cioccolato che chiamano alla partecipazione lo spettatore, invitato a mangiarne un pezzetto. L’opera Forme oscure di Mario Martiradonna va oltre: gli spettatori, un’oretta dopo avere assaggiato le sculture in questione, sono pregati di accomodarsi a turno sopra due water posti nella stanza ed espellere quanto ingurgitato. Al di là delle citazioni di Duchamp e Piero Manzoni, vi è un sottile discorso sul difficile assorbimento interiore delle opere culturali. Il fatto che i water non possiedano lo scarico cumula gli escrementi come forme stratificate e compromesse del sapere, e l’olezzo che inevitabilmente si diffonde prende di petto il nodo della commercializzazione dell’arte, della sua crescente incapacità di favorire forme positive di sintesi e convivenza, e della sua regressione ludica allo stadio anale dell’infanzia. O forse ragiona sul fatto che la coscienza consapevole non può elevarsi senza che l’operatore culturale si metta in gioco, anche accettando di sporcarsi le mani (oltre lo scarico, manca accanto al water pure la carta igienica).

Entrando nello spazio che ospita White reality show, di Kazymir Deyna, ci si trova davanti a un enorme tela bianca (circa 9 x 7), di un bianco ancor più lattiginoso di quelli che segnano tante opere di Ryman. Seduta a fianco al quadro c’è una ragazza giovane e carina, apparentemente una hostess, o una vigilante. Invece è parte dell’opera, anzi è in sostanza l’opera stessa. Lo spettatore trascorre meditabondo attorno al quadro, investito e stordito da quel biancovedere, la ragazza osserva il vuoto e non muove un muscolo, come una guardia svizzera. Si comprende come l’assenza di eventi e l’espunzione emotiva contraddistinguano simmetricamente la tela e la donna, si può persino immaginare che lei abbia posato come modella (o forse, nel vortice non si sa bene se atarassico o nichilistico che trascina l’opera verso il nulla, non-ha posato, e così ha svolto egregiamente il suo compito). L’ironico riferimento del titolo al reality show sposta la critica verso la società del voyeurismo mediatico, suggerendo che la dimensione dello spettacolo in cui siamo immersi restituisca del nostro essere nulla più che una pallida immobilità. Già presentata con successo a Berlino, lo scorso anno, l’opera è stata, in un certo senso, più volte battuta all’asta: con dubbio gusto della provocazione, l’artista si è infatti infiltrato tra il pubblico in alcune aste di Sotheby’s e ha picchiato la ragazza davanti a tutti, facendone discendere serie contusioni a lei e una notte in prigione a lui. Il suo commento (”Voglio portare alla luce la violenza sottesa alla commercializzazione dell’arte”) non gli ha evitato le critiche.

Tra le pitture figurative ha suscitato polemiche la tela di Carlo Muraro, Incontro di civiltà. Vi è ritratto a olio, e con una pennellata fortemente realistica, un tizio in braghe corte e canottiera che, in prossimità di un lago presso il quale cerca di procurarsi la tintarella, insegue con la tipica paletta le moschee che lo accerchiano, provando a scacciarle. Sulle braccia porta qualche segno delle punture dei minareti, il volto è congestionato dal sudore, ed è evidentemente questo sforzo a restituirne un espressione bovina. Ai piedi del quadro, un supporto sonoro manda in onda una frettolosa masticazione verbale, che da lontano si potrebbe scambiare per il richiamo del muezzin, ma ad un ascolto più attento si rivela un dialetto, forse bergamasco, con voci sovrapposte, impastate da osteria, e un argomentare claudicante, irriconducibile a un pur embrionale pensiero sistematico. A parte alcuni difetti cromatici, un lavoro discutibile per quanto butta benzina sul fuoco di un tema già così rovente: la tintarella.


Legata all’attualità politica, e solo apparentemente aperta all’apporto attivo dei visitatori, è l’opera Intercettazioni dell’argentino Mario Kempes. Il pubblico è invitato a indossare un paio di cuffie attaccate al muro: esse sono collegate con una serie di microfoni installati negli angoli più vari dei padiglioni e consentono di origliare le conversazioni di chi vi transita vicino. Lo spettatore, premendo un tasto, può istantaneamente scegliere quali registrare, e secondo le indicazioni all’ingresso, tutte quelle raccolte dovrebbero costituire l’opera finale, che può dunque considerarsi un work in progress. L’iniziativa scade nel goliardismo da luna-park quando, nel pieno di una frase come: “Sono quintali di droga. E’ un affare pazzesco”, a lato dello spettatore-cavia saltano fuori malamente dei nastri di bobine, avvolti come pitoni su se stessi, chiaramente inutilizzabili. Se lo spettatore preme un altro tasto per scoprire a che punto è l’opera, e cosa è rimasto del suo contributo udirà solo la voce roca di una settantenne che dopo un sospiro aggiunge: “Pensare che oggi è già martedì”.



Infine, del tedesco Pierre Littbarski, l’installazione Campo nomadi, troppo triste per serbarla con sé nella memoria. Sopra un pavimento, sparpagliate come baracche, decine di radiografie di malati gravi. Per chi ha qualche cognizione medica è possibile insinuarsi nelle loro opacità e incappare nella macchia che ha impartito l’ordine di sgombero. Nell’anonimato di quel breve e decisivo tratto di destino siamo sommersi dalla pietà, quella che a volte ci scappa via quando un volto vivo e solcato mette in scena davanti a noi la propria miseria e la propria estraneità.




Articolo pubblicato su Minori e giustizia, con il sottotitolo “Una nuova politica criminale per le detenute madri”.

Quando ci si confronta con un sostenitore della pena come prevenzione generale pura è sempre il caso di domandargli: come mai nessuna legge prevede che la punizione venga scontata oltre che dal trasgressore anche dai suoi parenti più stretti? Si tratterebbe di un metodo dissuasivo efficacissimo, come ben sanno le organizzazioni mafiose. L’interlocutore dovrà ammettere che una scelta di questo tipo ripugna al comune senso di giustizia ma in questo modo non potrà che riconoscere come sia la giustizia a condizionare l’utilità e non il contrario (facendo immediatamente vacillare le premesse del suo discorso).
Nella personalità dell’esecuzione penale, dunque, deve ravvisarsi non soltanto un principio di garanzia individuale che contraddistingue la nostra civiltà giuridica ma anche la discendenza del diritto penale da principi morali assunti come universali.
Ciononostante, la pena applicata a un soggetto produce effetti riflessi su altre persone, in particolare sui familiari. Al di là dell’ovvio e dell’inevitabile, non pare tuttavia che l’ordinamento e la prassi si sforzino di alleviarli. La detenzione, con le modalità che attualmente la disciplinano, si sostanzia in una privazione affettiva che, rovesciandosi specularmente sulle parti innocenti del rapporto, diventa una vera pena collettiva.
I posteri giudicheranno la normativa che regola i colloqui come noi giudichiamo oggi le pene corporali degli ordinamenti arcaici, una brutale e gratuita barbarie. Le visite al detenuto sono razionate nella misura di una alla settimana, della durata di un’ora. Le conversazioni telefoniche non possono eccedere i dieci minuti settimanali. Le chiamate sono inoltrabili solo a un telefono fisso: questo significa per la maggior parte degli extracomunitari l’impossibilità di comunicare con i familiari, raggiungibili spesso soltanto su un cellulare (quando non siano tutti in patria). Persino più esigue sono le concessioni di contatti con l’esterno per coloro che si trovino soggetti al regime penitenziario dell’art 41-bis o del 4-bis.
Articolo pubblicato su La Stampa.

Si dice che nello studio di Rodin, ai primi del ‘900, ci fosse un via vai pazzesco e che le donne, vezzose aristocratiche come prosperose lavandaie, facessero praticamente la fila per posare nude al cospetto dell’artista. Il quale, per osservarle con criterio, ometteva anche di guardare il foglio su cui disegnava, lasciando che la matita vibrasse secondo impulsi emotivi piuttosto che geometrici. Poteva allora capitare, per via di questo pressappochismo sul punto di partenza, che al momento di aggiungere una gamba o un braccio il lato del foglio fosse esaurito. Poco male: Auguste riprendeva dalla parte opposta, se non sul retro, come se l’unico tabù, rispetto al fluire libidico, fosse quello di estrometterlo. Al Museè Rodin di Parigi sono esposti fino al 18 marzo, in un’antologica di rara completezza e ammirevole ordine, i disegni erotici dell’artista francese, in una mostra sotto il titolo Les figures d’Eros. La sorpresa, per i meno informati, è che i disegni non erano affatto preparatori alle sculture, bensì pensati e realizzati come opere a se stanti. Rodin ci lavorò con continuità negli ultimi trent’anni della sua vita, e il risultato è non meno emozionante delle sue statue. Sono figure femminili, chiamate soltanto a esprimere la loro sessualità, sottratte a qualsiasi sfondo e contesto: quasi mai c’è un oggetto, neppure il letto sul quale frequentemente sono stese.
Articolo pubblicato su La Stampa.

Anche se manca ancora oltre un terzo, possiamo facilmente pronosticare che il 2007 verrà ricordato come l’anno delle spie. Dalle intercettazioni telefoniche continuano a fiorire le crisi politiche. Il principale scandalo sportivo, doping a parte, è lo spionaggio della Mc Laren e il più squallido in assoluto i pedinamenti fotografici dei vip da parte di Corona, il quale, consapevole di essere portatore dello Zeitgeist, pensa di fondare un partito. Il film più apprezzato dalla critica è stato Le vite degli altri, dove si racconta della Stasi, e le si attribuisce un cuore, o almeno un’arteria periferica. Per l’Isola dei Famosi, templio della sbirciata voyeurista, tra poco metteranno una linea di aliscafi. L’intelligence che milita nelle file del nemico militare lo utilizzava già Ramsete per sconfiggere gli Ittiti, ma l’arte dello spionaggio domestico è non meno antica: una vecchia leggenda napoletana vuole che in Comune sia a disposizione un milione per chi si fa i cazzi suoi, e nessuno sia ancora andato a ritirarlo.
Articolo pubblicato su La Stampa.

Se la professoressa si è volontariamente consegnata alle sequenze e ai palpeggiamenti dei suoi alunni, il caso di Lecce non merita attenzione pubblica: si tratterebbe di un plateale e individuale squilibrio psichico. Se invece l’iniziativa e l’azione sono da ascrivere agli studenti, viaggiamo all’interno di una saga ormai quotidiana. La ripresa filmata dei maltrattamenti e delle molestie o violenze sessuali ha ormai preso il posto, come casistica di inedita devianza giovanile, dei sassi lanciati sulle macchine in corsa.
Apparentemente i delitti del cavalcavia e i filmati criminali sono due condotte agli antipodi. Nella loro spoglia strumentazione i primi sembrano regredire, materialmente e simbolicamente, a una nuova età della pietra, mentre i secondi presuppongono il ricorso a un oggetto tecnologico in una fase talmente sofisticata della produzione da determinarne un prezzo accessibile a tutti. Il sasso piomba sulla vittima da una mano nascosta e invisibile, e ne rimane traccia solo sul raggrinzirsi del parabrezza e sul corpo pudicamente piegato sul volante. Rimossa la scena dalla polizia scientifica, come annullato dalla sua stessa futilità, il delitto evapora. Il violentatore, al contrario, è (ovviamente) presente e riconoscibile, e l’immagine della sopraffazione si riproduce all’infinito sulla Rete. L’indagine sui lanciatori deve avanzare nel buio in cui gli autori si sono dileguati. I violentatori, al contrario, precostituiscono la prova confessoria che condurrà all’arresto e alla condanna.
In verità, colui che compie un abuso sessuale, fosse pure uno stupro, mai si preoccupa di celare l’identità, o di rendere difficoltoso il riconoscimento alla vittima. L’intimo e insopprimibile desiderio del disagiato protagonista è l’epifania della sua esuberante virilità. Liquida con eccesso di sicurezza il tangibile rischio che la donna corra a denunciarlo perché vuole credere che alla fin fine a lei sia piaciuto, e che anzi se vuole ritrovare lo stallone sappia dove cercarlo.
La scherma si divide in tre specialità: fioretto, spada e sciabola. Diverse sono le armi e diverse sono le regole, che incidono anche sull’atteggiamento tattico.
Nel fioretto si colpisce validamente solo di punta, e il bersaglio per fare il punto è costituito dal tronco. La parte superiore, quindi, escluse braccia e testa. L’ideale è colpire senza essere colpiti. Ma cosa accade se gli schermitori si toccano entrambi? Se uno colpisce molto prima dell’altro il punto lo fa lui. Quanto prima è impossibile dirlo, non c’è un tempo prestabilito: è una cognizione che si acquisisce con la pratica, ma comunque stiamo parlando di frazioni di secondo. Se non c’è questo scarto temporale e gli schermitori si colpiscono entrambi, tendenzialmente il punto lo fa uno, quello che compie l’azione “giusta”. Qual è la logica dell’azione “giusta”? Per capirlo pensiamo al duello, dal quale la scherma mutua le sue regole. Se in duello il mio avversario mi si precipita addosso, io debbo preoccuparmi di deviare la sua lama con il mio ferro per impedirgli di colpirmi. Se, invece, mentre l’arma mi sta per trapassare mi limito a dirigere anch’io l’arma verso di lui compio un’azione suicida: magari muore anche lui però io muoio di sicuro. In funzione di questo ragionamento, la prima regola è che se due schermitori si colpiscono entrambi il punto lo fa quello che attacca, cioè si muove in avanti con le braccia e con le gambe. Se però quello che si difende sposta la lama dell’avversario con la sua e quindi “para”, il punto lo fa lui. Si dice, per la precisione, che si è trattato di una parata e risposta. In fondo, non è una situazione diversa da quella di due persone che contendono verbalmente. Se una persona mi rivolge delle accuse (mi attacca) non ha senso che gli parli addosso a mia volta ma è preferibile che “pari” le sue accuse e gli risponda per le rime. Un’ultima precisazione: immaginiamo che un fiorettista attacchi e colpisca la gamba e quello che si difende non riesce a parare ma colpisca comunque l’avversario in un punto valido, facciamo al cuore, tanto per inserire una nota melodrammatica (pochi sport, in realtà, sono fisicamente inoffensivi come la scherma).
Questo articolo è stato pubblicato su La Stampa il 4 gennaio 2007. Si parla di come il vecchione che porta i regali sia ormai diventato anacronistico, in una società dove internet e cellulari hanno annullato il divario tra generazioni.

Babbo Natale venne impiccato il 24 dicembre del 1951, davanti alla cattedrale di Digione. Alcune centinaia di famiglie della parrocchia, sostenute dal clero, lasciarono penzolare dalla cancellata un fantoccio vestito come Santa Claus, e poi lo bruciarono sulla piazza, colpevole di infiammare le pulsioni consumistiche nei giorni sacri. Ad onta di quell’incidente di percorso il barbuto beniamino dei bimbi, negli anni successivi, si e’ felicemente insediato nel loro immaginario, accomodandosi nel complesso con le resistenze cattoliche. Ma ecco che, a meta’ dicembre, una maestra inglese viene espulsa dalla scuola elementare per avere rivelato agli alunni che BABBO NATALE non esiste. La sua iniziativa, bollata come arrogante e antipedagogica, assumerebbe tuttavia una diversa pregnanza se la si leggesse come coraggiosa e nietzschiana posizione filosofica; se risultasse, insomma, che l’affermazione era in realta’: BABBO NATALE e’ morto. Certo, la scorsa settimana, i doni sotto l’albero sono comunque arrivati. Ma la spinosa questione metafisica relativa a BABBO NATALE per il futuro non puo’ piu’ essere elusa. E’ chiaro che lasciarlo in vita dove non c’e’ infanzia sarebbe accanimento terapeutico (a meno di non volerlo ricollocare in nome della flessibilita’). Ed esiste ancora l’infanzia? Il 2006 che va a concludersi e’ stato un annus horribilis per i bambini. Nei Paesi del Terzo Mondo il loro sfruttamento lavorativo, il turismo sessuale, l’arruolamento negli eserciti, la denutrizione contrapposta all’obesita’ da cheeseburger dell’Occidente sono le piu’ macroscopiche vergogne della specie umana. Ma da noi, presso cui pure approdano impuberi profughi per attaccarsi a un termosifone, il quadro e’ deprimente quanto basta: violentate, violentatori, bulli, enfant prodige della camorra, vittime di faide, spettatori del padre separato che minaccia di darsi fuoco. Nell’ultimo quadrimestre, sulla prima pagina della Stampa, sei notizie di cronaca su cento sono relative a minori, un aumento del quaranta per cento rispetto a dieci anni fa. Eppure mai tante premure sono state rovesciate sui bambini. Occupano il quarantacinque per cento degli spot commerciali. Il fatturato dei giochi e’ il dieci per cento del totale degli scambi. Hanno a disposizione una decina di canali satellitari. Impongono le loro scelte nella gestione del tempo libero familiare. Sono ferocemente sindacalizzati, in Germania passare dalla carota al bastone e’ addirittura vietato.
Dove si parla di: Umberto Eco, infanzia anaffettiva, sovversione dell’ordine bellocentrico, totalitarismo fisionomico. Articolo pubblicato su La Stampa.

A fronte della pletora di opere dedicate alla definizione del bello si conosce nella storia un unico trattato dedicato al tema inverso: l’Estetica del brutto, dell’hegeliano Karl Rosencranz, del 1853. Adesso Umberto Eco si accinge a mandare in stampa una Storia della Bruttezza, e chi di questi tempi si aggirasse in libreria potrebbe imbattersi contemporaneamente in “Brutta”, “Brutti”, e “Elogio alla bruttezza”. Sarà davvero un caso? O c’è da farci sopra qualche riflessione più generale?
Per capirlo cominciamo dai libri: tre romanzi il cui titolo rispecchia fedelmente l’argomento. Brutta, edito da Corbaccio, è scritto da una donna inglese, Constance Briscoe, divenuta avvocato dopo un’infanzia particolarmente disagiata e anaffettiva, che racconta in questo romanzo autobiografico. Solo col conseguimento della laurea Constance si sentirà legittimata a sottrarsi ai maltrattamenti abnormi dell’abietta madre. Nel progressivo, comprensibile eclissarsi della devozione filiale, cosa la inchioda per tanti anni nei confronti della genitrice? E’ presto detto: Constance è brutta. La mamma glielo ha rinfacciato sin dalla tenerissima età. Il dileggio sembra un peccato veniale rispetto al resto dei soprusi, eppure è l’unico contro il quale la scrittrice non ci esplicita una resistenza interiore. Assume la bruttezza come colpa, e inadempimento di un obbligo familiare.
Nell’Elogio alla bruttezza, scritto da Loredana Frescura per Fanucci, la protagonista e un’amica si definiscono “brutte totali”, e redigono per la scuola una tesina-trattato sulla bruttezza. Ogni larvata forma di sovversione dell’ordine bellocentrico si dilegua quando un piacevolissimo giovanotto si innamora della ragazza, trovandola meravigliosa. E lei rientra nei ranghi, aggregata alla felicità in nome di un relativismo estetico socialmente depotenziante (non si contesta la discriminazione dei brutti, ma si scopre di poter essere classificati nell’altra parte del mondo) e individualmente consolatorio. Anche in questo libro, tuttavia, si disegna con precisione la sensazione del sentirsi brutti, come incanalamento privilegiato dell’angosciato senso di inadeguatezza che si accompagna alla crescita.
Dove si parla di: debiti formativi, spauracchio della sanzione, principio di autorità, dramma della sinistra reazionaria. Articolo pubblicato su La Stampa.

Cadono in contemporanea la dichiarazione del ministro dell’Istruzione Fioroni di volere ripristinare l’esame di riparazione e l’intervista al Ministro della Difesa, nella quale Parisi rimpiange i tempi delle leva obbligatoria. A scuola i debiti formativi, a quanto pare, sono un fallimento. Del resto cosa volete che importi ai ragazzi italiani, che già viaggiano con una quota di 27.000 euro pro capite di debito pubblico (e che abitano in un paese che ha sempre visto con favore la prospettiva di vivere sopra i propri mezzi) di accollarsi un debito in più, per giunta onorato di un appellativo grazioso, come “formativo”? La responsabilità della loro impreparazione, peraltro, ricade sugli istituti, il cinquanta per cento dei quali si astiene dall’organizzare i previsti corsi di recupero.
Quanto all’esercito, qualche giorno fa aveva destato sospetto l’aggiornamento delle liste di leva da parte del Ministero, benché liquidata come procedura burocratica. Nello smentire l’intenzione di reintrodurre la naja, tuttavia, il Ministero ha voluto ricordare che la leva non è stata abolita ma solo “sospesa”. E l’intervista di Parisi insiste sul dato che il numero di soldati professionalmente arruolatisi è insufficiente rispetto alle esigenze dell’Italia.
Dal n.35, pagina 3, luglio/agosto 2008
Se fossi un camorrista mi spiacerebbe vedere Gomorra? La sensazione è che una ferocia di quel tipo spinga ai confini dell’alterazione antropologica, e che nel vedere riconosciuta e rappresentata la propria potenza un casalese (inteso come affiliato al clan) possa persino insuperbirsi. Con il romanzo, la fonte di irritazione era che qualcuno nato in quelle terre andasse in giro a raccontare i fatti del paese, e in questo modo rischiasse di incrinare il muro di omertà. Qui questo problema non c’è e anche un camorrista si può rilassare. Indignarsi o agire compete ad altri, e il bellissimo film offre strumenti anche a costoro. Anche del film, invero, qualcuno ha detto che i panni sporchi si lavano in famiglia, ma erano Barbareschi e Afef e non i casalesi.




Più che domandarsi se sia antinazionale parlare male dell’Italia, è utile chiedersi se esista ancora, in qualche campo, un modello italiano. Dieci precari dell’Università di Pisa, che non assommano uno stipendio di mille euro a testa, riescono, lavorando a Cape Canaveral, a mandare nello spazio un telescopio. Si potrà dire che non tanto dissimile era la situazione di Galileo, pisano pure lui, che quando inventò l’uso del cannocchiale arrotondava il suo magro stipendio di professore di matematica dando lezioni private. E’ la vecchia storia della patria genialità, che tanto meglio si esprime nel disagio e nell’approssimazione. Eppure qualcosa è cambiato. Le più belle manifestazioni del talento italiano, dal catenaccio calcistico al miracolo economico, dal cinema neorealista all’economia del vicolo, sono nate temperando il rigore e la rigidità di qualche sistema (culturale, sociale, politico, sportivo) o di qualche norma, e sono state il frutto di quell’adattamento. Ma tutto ciò presupponeva un sistema e una norma, rispetto ai quali porsi come infrazione o eccezione. Oggi l’infrazione e la norma coincidono all’origine. Di questa incestuosa relazione sono paradigmi politici il controllo del territorio da parte delle mafie e le leggi ad personam. Il detto “Fatta la legge trovato l’inganno”, che non ha eguali in nessun paese, denota una pur perversa esuberanza di fantasia. Ma a farsi la legge da solo, senza più ingegnarsi su come fotterla, che sfizio c’è? Se non vogliamo contestarne la moralità, delle leggi ad personam, ammettiamo almeno che sono un simbolo di decadenza intellettuale.



Se il vecchio rapporto tra norma ed eccezione era anche un modo per gestire e utilizzare i conflitti, eravamo un grande popolo stando al pensiero di Miguel Benasayag e Angelique del Rey, che hanno scritto uno stimolante, ancorché non sempre condivisibile, Elogio del conflitto per Feltrinelli. La tesi è che la democrazia si dà delle arie perché è una forma di governo dei conflitti, ma in realtà li soffoca in nome della legittimazione del popolo: e quest’ultimo è un’entità astratta, all’interno della quale viene negato il valore del molteplice. Il conflitto invece sarebbe l’elemento vitale, dei processi organici come di quelli sociali, contenente meccanismi di autoregolazione, anche della violenza. Così, quando lo stato di guerra era considerato normale, non si pensava che l’avversario dovesse essere annientato e scomparire. Adesso, la guerra in nome della pace, nella sua pretesa di risolvere per sempre il conflitto, rubrica il nemico come non-umano e si apre a qualsiasi efferatezza. E la norma sarebbe lo strumento disciplinare per mettere al bando chi non è conforme. Quasi uno strumento tecnico di formattazione.


Il capitalismo, più di quanto non creda Benasayag, punta sui conflitti, dandogli magari nomi più eleganti, come quello di concorrenza. E la gente li cavalca, fino a quando non si vede soccombere, invocando in quel momento l’intervento dell’istituzione, che fino a un attimo prima aveva considerato un intralcio. Tra le categorie colpite dall’aumento del gasolio mai mi sarebbero venuti in mente i pescatori, la poesia che accompagna la loro lotta col mare me li faceva ingenuamente porre ai margini dei sussulti dei grandi mercati. Ora urlano in piazza, non per magnificare le spigole ma per reclamare sussidi dall’Europa. E se i tassi variabili fossero precipitati verso il basso, non se li sarebbero con goduria tenuti quelli che hanno chiesto il mutuo, e ora esigono di rinegoziare a costo zero? Personalmente sono favorevole al sostegno delle parti deboli, ma mi pareva di avere capito che, nel tripudio generale, avesse trionfato il liberismo.

Per alcuni gruppi sociali (Benasayang li chiama i “senza”) le correzioni possono sopraggiungere solo al ribasso. Per chi circola senza documenti sul nostro territorio si avvicina il reato di immigrazione clandestina. Quando saranno regolarizzate le badanti, ci accorgeremo che i pensionati che da loro sono assistiti non hanno i soldi per versare i contributi, e come il miracolo economico si fondava sul sommerso, e dunque sull’evasione, così il welfare si fonda sulla clandestinità. Gli immigrati che lavorano, oltre a evitare il carcere, otterranno di rimanere in Italia. Il lavoro svolgerà la stessa funzione che il peculium svolgeva nel diritto romano per ottenere l’affrancazione dello schiavo. Con l’ovvia differenza che lo schiavo emancipato non svolgeva più i compiti servili che, in questo caso, sono invece la condizione per essere affrancati.

Ma se sono entrati in Italia prima della legge, il reato non diviene in questo modo retroattivo, hanno chiesto a Roberto Maroni? No, ha spiegato il ministro, non viene punito l’ingresso di prima ma il fatto che il clandestino si trova sul territorio quando entra in vigore la legge. In sostanza se alla mezzanotte in cui parte la legge l’immigrato dorme, avremo il primo caso nella storia di un crimine commesso durante il sonno.


Pensando alla “clinica degli orrori” a Milano, mi si rafforza la convinzione che sia una grande stortura considerare alcuni beni come la salute (ma in generale quasi tutti quelli che vengono offerti a mezzo delle professioni intellettuali) solo in termini di concorrenza, utili dei privati e riduzioni di costi per i consumatori. Antonio Catricalà, garante dell’Antitrust, scrive ora al Governo e al Parlamento: “L’accesso alla professione deve essere libero, in linea di principio… E’ auspicabile l’istituzione di corsi scolastici e universitari che consentano di conseguire direttamente l’abilitazione. L’imposizione dell’Esame di Stato va valutata secondo le circostanze”. Via gli esami, insomma, e concorsi manco a parlarne. Si avvicina un’altra sanatoria, quella dell’ignoranza. In linea di principio.



Sul suo sito si definisce “unanimemente riconosciuto come eminente sociologo e autentico scrittore che ha prodotto un vero rinnovamento nella saggistica”, eppure l’unanimità deve essersi incrinata, viste le furiose contestazioni che ha sollevato la decisione del Consiglio Comunale di Trento di conferire l’onorificenza culturale cittadina del Municipium Tridentinum a Francesco Alberoni. Non so se davvero il suo lascito principale al Sessantotto nel breve passaggio per la famosa facoltà di sociologia di Trento sia consistito nel portare gli studenti a spasso sulla spider e nel discutere con loro i voti degli esami. I suoi libri sull’amore sono certamente salottieri ma il mistero che più mi affascina è quello degli articoli che, ogni lunedì, scrive sulla prima pagina del Corriere della Sera. Gli incipit sono tutto un programma: “Nel corso della storia ci sono sempre stati costruttori e distruttori”, “Gli uomini sopportano molto male l’incertezza”, “Noi non possiamo darci valore da soli. Ce lo danno fin da bambini gli altri, apprezzandoci, amandoci, dicendoci bravo”. “Mancare di senso della realtà vuol dire non percepire come si sta modificando la società in cui viviamo”. Lo sviluppo regge sempre bene le aspettative generate da un avvio così. Un articolo di marzo spiegava questo: noi viviamo dentro quattro cerchi concentrici, nel primo ci sono le persone che amiamo, nel secondo gli amici, nel terzo i colleghi e nel quarto gli sconosciuti, e se ci sentiamo più insicuri ci ripieghiamo verso l’interno, ma nei periodi di espansione ci apriamo alle sfere esterne. Se non ci siamo messi la canottiera probabilmente ci buschiamo un raffreddore, ma su questo risvolto Alberoni non ha voluto avventurarsi. Letto quell’articolo mi sono convinto di quanto sospettavo da tempo: tra il Corriere e il sociologo è in corso un gioco, una scommessa, una sfida, e nessuno vuole cedere. “Voglio proprio vedere se non mi cacciano nemmeno stavolta”, ghigna Alberoni mentre passa il nuovo pezzo. E dall’altra parte, imitando una celebre battuta di Totò: “Vediamo questo stupido dove vuole arrivare”. E’ per non incentivare questa perversione che bisognerebbe almeno astenersi dall’assegnargli premi e onorificenze. Perché poi si sa (e potrebbe essere un eccellente incipit per un suo articolo): fatto Trento, facciamo trentuno.





