La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Ecco l’ultimo editoriale per Giudizio Universale:
Ci sono state le solite Morti stupide e insensate, ma anche cose meno consuete come i Minatori cileni sospesi sotto terra, e così sarà ancora per mesi, il Maxi-ingorgo in Cina, con i suoi cento chilometri di coda, e anche per risolvere quello bisognerà aspettare settembre inoltrato, e i Medici maneschi in Maternità…
Parrebbe un’estate di M…, come la si giri, e allora uno prova a distrarsi con il principale dibattito culturale che l’ha animata, Mancuso vs. Mondadori. Il teologo pone pubblicamente una questione morale, di disarmante semplicità: posso, io che discetto di etica, farlo sulle pagine stampate da un editore che si è appena fatto confezionare una legge su misura, grazie alla quale risparmia una vagonata di tasse? Ma la parte più scioccante del dilemma è il coinvolgimento delle grandi firme di Mondadori e Einaudi, che è proprietà della prima, chiedendo loro con umiltà: voi che ne pensate?
Ci potrebbero essere molti modi di reagire. E’ vero che una casa editrice non si risolve nella sua struttura proprietaria e che le biografie personali, magari anche per sentimenti nobili (lo stesso Mancuso sottolinea la sua amicizia e la sua riconoscenza verso le persone che lavorano alla Mondadori), rendono meno consequenziali certe prese di posizione che, apparentemente, sembrerebbero più coerenti.
Sarebbe forse l’occasione per meditazioni profonde. Ahimé, la risposta più diffusa è l’unica che non avremmo voluto sentire e cioè: io rimango perché lì scrivo quello che mi pare, in piena libertà. Ma perché, da un’altra parte non scriverebbero quello che gli pare? La dissonanza è evidente: Mancuso parte da un io per arrivare a un problema di noi (intesi come collettività, non come clan), altri si vedono inviata una questione sul noi e la risolvono con io. Eppure quando ragionano così gli elettori…
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Se qualcuno è davvero convinto che oggi in Italia sia in atto una persecuzione giudiziaria, non serve a nulla gridarlo ai quattro venti o invocare le riforme.
C’è una sola cosa da fare: chiamare il 113, e mandare in galera i magistrati colpevoli.
Arrestate quei giudici, oggi su Giudizio Universale.

Immaginiamo che non solo si ottenga di far parlare un cane, ma che pure lo si convinca a intrattenerci su questioni astratte. Il cane in questione, tuttavia, per quanto possa vantare una lunga esperienza di cucce, scodinzolate, croccantini e pisciate nel parco, difficilmente riuscirà a spiccicare parola se gli chiederemo: che cos’è la democrazia? E altrettanto, ahimé, di fronte alla domanda: cos’è lo Stato? Oppure: cosa mi dici della fisica quantistica? Ignaro per lo più delle costruzioni culturali dell’uomo, che a lui rimangono celate, il cane potrebbe tuttavia tenere una piccola conferenza se così lo interrogassimo su cos’è la famiglia.
Nel nesso misterioso che separa il nucleo domestico dal resto del mondo, nelle relazioni che legano tra loro i membri della famiglia, il cane ha modo di percepire qualcosa che non è materiale e fisicamente evidente, e in qualche modo gestisce la conoscenza di un’invisibile istituzione. Si potrà eccepire che l’animale si limita ad applicare le categorie concettuali canine (che propriamente concettuali non sono), riversandole per equivoco sulla rete affettiva del padrone. Per lui, insomma, la famiglia non è altro che il branco, e quelli che animano la casa condividono con lui (il cane) il territorio. Ma se uno dei figli cambia casa, e dunque branco e territorio, al cane non ne deriva alcuna confusione: il ruolo familiare permane.
Chissà se Matt Haig aveva in testa considerazioni simili quando ha pensato, non solo di elevare un labrador a protagonista e io narrante di un romanzo, ma di incentrare la storia sulla funzione di protettori della famiglia che i labrador hanno deciso di assumere con tanto di patto fondativo, di cui il volume riporta alcuni estratti. I labrador, e il protagonista Prince in particolare, sono convinti che qualsiasi tipo di crisi incombente sulla famiglia sia frutto di una negligenza canina, e diventano così una felice metafora del patetismo di quanti (umani) si illudono di poter governare situazioni più grandi di loro. Al tempo stesso, gli sforzi generosi di Prince mettono in luce l’inadeguatezza di chi davvero dovrebbe occuparsi di evitare la disgregazione della famiglia, assumendosi delle responsabilità.
Il Patto dei Labrador, anche se pubblicato dopo in Italia, è stato scritto prima del geniale e commovente Il club dei padri estinti, e si vede. La trama si sviluppa con troppe ingenuità e il tentativo di provare a chiudere quasi ogni capitolo con l’annuncio di un imminente colpo di scena o con lo scivolamento in enfasi stucchevoli è scolastico sino al didascalismo, ma c’è già una grazia tutta particolare nel far ridere e intenerire, anche a tre righe di distanza. Il finale, com’è ovvio, è una bestialità. Ma non per dire che è brutto, tutt’altro. E nemmeno per sottolineare che c’è di mezzo un cane. E’ che, al solito, gli esseri umani commettono un errore terribile.
Ecco l’editoriale di apertura per il nuovo Giudiziouniversale.it…
E’ ormai indelebile nella memoria collettiva la maniera in cui Bettino Craxi fu espulso dal proscenio politico: sotto un lancio di monetine davanti all’Hotel Raphael. Caduto nell’oblio, invece, è uno dei modi principali con cui la scena politica cercò di guadagnarla. Un bel giorno se ne uscì dicendo una cosa del tipo: “Noi socialisti non ci riconosciamo nella tradizione marxista. E’ venuto il momento, piuttosto, di rivalutare Proudhon”. Forse chi fosse il filosofo lo sapevano in pochi, ma di sicuro erano il quadruplo, specialmente nell’ambito parlamentare, di quelli che lo sanno oggi. Eppure Craxi ritenne quel riferimento una mossa politica adeguata e spiazzante. Come si vede, dunque, egli non fu solo quel dubbio precorritore della modernizzazione, come oggi viene ricordato da coloro che intendono riabilitarne la figura, ma fu ancora e a pieno titolo un uomo appartenente a una fase culturale del nostro paese che sembra oggi lontana anni luce. Una fase nella quale il background della nostra classe politica era ancora informato a un’educazione umanistica e ai suoi codici. E’ evidente a tutti che oggi, per ignoranza non meno che per calcolo, nessuno si sognerebbe di citare Proudhon per prendere voti, avendo a disposizione argomenti e forme retoriche più spicce, volgari e didascaliche.
Ma a questo scarto, che potrebbe persino apparire un’evoluzione positiva, in senso democratico e anti-elitario, è direttamente collegata una conseguenza importante: ipocrita o meno che fosse il suo volare su temi elevati, Craxi dovette abbandonare il paese a fronte di alcuni scandali; oggi, scandali non meno impressionanti suscitano fastidio verso colui che li denuncia, e la reazione di una buona parte della popolazione si sostanzia in un: “E allora?”. Così, all’indifferenza di quella parte di popolazione ci si può appoggiare per rimanere al potere, giocando a semplificare la coincidenza tra consenso popolare e democrazia.
Un paio d’anni fa aveva scritto una recensione per Giudizio Universale (n.29, dicembre 2007/gennaio 2008).
Ad essere giudicata era la domanda “Se rinasco?”, che veniva presa come spunto per una serie di riflessioni più ampie:
La domanda se rinasco? E’ una domanda strana. E poiché non credo alla resurrezione, e sono sempre stata una donna felice, non saprei cosa rispondere. Io rifarei tutto il mio percorso storico, ma mi fermo a volte su un problema che non ho mai risolto: che cos’è il male? E non parlo solo del male fisico, ma soprattutto del male morale. Il manicomio creava malesseri infernali, ma Basaglia, con la legge 180, non intendeva sguinzagliare i malati per le strade e farne una specie di carneficina: voleva strutture complete, dove l’ospedale psichiatrico fosse anche associato alla felicità del malato. Invece ci si è trovati di fronte a una strana inflorescenza: i medici bravacci, i soccorritori improvvisati, aggiunti a gente incompetente. Io mi meraviglio del fatto che in una società così avanti, la malattia mentale sia guardata con sospetto e i malati siano visti come degli invasati o degli indemoniati. Siamo tornati al medioevo. La religione non ci aiuta più. E soprattutto nei manicomi il malato era considerato un oggetto senz’anima, uno schiavo ingiustamente punito.
L’anima è un concetto astratto. Nessuno ha mai visto l’anima mentre è più facile vedere un bel corpo o un corpo deforme. L’apparenza non è uguale al pensiero, pensiamo a Leopardi, pensiamo a tanti altri geni che non avevano la fortuna di essere delle veline. Però, insomma, mentre una volta si studiava senza vedere l’autore, oggi l’autore va visto a tutti i costi, come un bel paesaggio, e non si tiene conto del fatto che l’autore per creare ha bisogno della solitudine: io dico che in manicomio questa solitudine l’ho trovata.
Un’infanzia difficile non fa presagire un buon successo nella vita. Però i bambini del mio tempo erano furbi e caparbi, e avevano scoperto che l’obbedienza è la prima regola della disobbedienza: quindi inventavano evasioni a margine di una buona condotta.
Si sa che quanto si dice del bambino è un po’ una favola. C’è in quel bambino l’uomo in nuce, il principio dell’uomo che sarà cattivo o meno a seconda dell’educazione e delle sue inclinazioni. Questa scoperta del bambino dovrebbe essere fatta dalle madri per agevolare le inclinazioni dei loro figli. E’ una cosa che raramente le madri sanno fare, volendo impartire al figlio quelle lezioni di moralità che li renderà felici. Immorale è la conquista della felicità non pagata. Oggi i figli hanno tutto pronto in casa. E perciò va in giro una grande catena di squilibrati e malcontenti. Tenuto conto che l’uomo, come dice San Francesco, è fatto di terra come un soffio d’anima, si può parlare anche di morte per l’uomo che si crede eterno. In manicomio tutto questo l’ho vissuto ogni giorno potevamo morire, ma ogni giorno si risorgeva e questo miracolo quotidiano in me è diventata poesia, obbedienza fisica e morale. Un grande ringraziamento a Dio che mi ha dato la fortuna di vedere il mondo. Nella vita non c’è niente da capire.
La geniale proposta di riservare ai milanesi qualche carrozza della metropolitana, per fortuna, è stata respinta con ignominia dagli stessi alleati di chi l’aveva avanzata: ma non è comunque un gran biglietto da visita per la città che dovrebbe – ammesso che ne sia capace – organizzare l’Expo 2015. A questo proposito ripropongo qui un passo da Contro il target, nel quale parlavo proprio della metropolitana come luogo generalista per eccellenza:
La metropolitana è un mezzo di trasporto non classista che, per l’obiettiva capacità di ridurre considerevolmente i tempi di spostamento urbano, attrae utenti senza distinzione di ceto. La sua estetica è fatta di stratificazioni apparentemente inconciliabili: in alcune città i sotterranei vengono adornati di opere d’arte contemporanea, che servono a dare lustro alle amministrazioni ma che non sono specificamente pensate per il godimento di un pubblico che normalmente si muove con speditezza. Nelle stazioni delle metropolitane si esibiscono, in pratica assommando la totalità delle forme musicali, artisti scalcinati e storditi dall’alcool e concertisti che hanno felicemente studiato in conservatorio. Le condizioni estetiche ed igieniche sono enormemente differenziate da luogo a luogo, persino all’interno della medesima stazione. La mescolanza di odori e di stili che circola in metropolitana è persino difficile da riprodurre nelle zone all’aperto, dato che le persone tendono a frequentare queste ultime secondo una certa omogeneità, quasi un implicito criterio di spartizione di aree. (more…)
La scorsa settimana in Francia i dirigenti di alcuni canali televisivi, davanti al Ministro della Cultura, hanno varato un accordo di “buona condotta” con il quale s’impegnano a dedicare un certo numero di ore di programmi alle pratiche di igiene alimentare per l’infanzia. A marzo l’Assemblea Nazionale discuterà un piano per ridurre la pubblicità alimentare insalubre nei programmi per bambini. Buoni propositi, sia pure ancora lontani dalle misure draconiane della Gran Bretagna, che da gennaio ha completamente vietato, sui canali dell’infanzia, la pubblicità di cibi troppo grassi o zuccherati o salati. I provvedimenti hanno completamente ridisegnato le strategie pubblicitarie delle industrie del settore (gli spot con disegni animati sono crollati del 69%), ma nell’insieme non sembrano avere portato drammatiche controindicazioni finanziarie per le tv, al di là del fatto che anche tali controindicazioni non giustificherebbero l’intossicazione dei bambini.
Ovviamente, il problema è più profondo poiché, secondo uno dei direttori dei canali per l’infanzia, l’85% dell’audience i ragazzi compresi tra i 4 e i 15 anni lo indirizzano su altri canali. Ma è almeno una prima dimostrazione di consapevolezza che l’indottrinamento pubblicitario non può esercitarsi sulla pelle dei bambini.
Riporto al riguardo un passo di “Contro il target”:
I bambini sono molto più che l’esercito di riserva del consumismo. Il mercato di giocattoli e abbigliamento (anche firmato) loro riservato è in continua espansione, ma la vera novità è che il loro parere è con sempre maggiore frequenza determinante nella scelta degli acquisti da parte dei genitori, un’infulenza che negli Stati Uniti è stata quantidicata in 249 milioni di dollari. Come fanno i bambini a possedere quel minimo di competenza che serve per orientare i genitori che vogliono comprare un’auto o uno stereo? L’hanno acquisita attraverso la pubblicità degli articoli per bambini che è incentrata sui medesimi valori di fondo che connotano quella per gli adulti, dall’esaltazione del nuovo che rende inutile l’oggetto precedente alla valorizzazione della sofisticazione tecnologica e del giudizio sociale. Il disastro finale lo compiono i genitori, facilitando l’accesso dei bambini a categorie di oggetti che finiscono in inopinata condivisione, come il telefono cellulare: d’altronde la capacità di padroneggiare la tecnologia risulta inversamente proporzionale all’età. I ragazzi non sono soltanto allevati al consumismo e abituati all’attaccamento nei confronti delle marche ma sono precocemente avviati alla cognizione degli stili di vita.
Sullo stesso argomento, due articoli interessanti si trovano qui e qui.

Oggi il clima del paese è questo, e non voglio pensare a che succederà se e quando i mostri di turno venissero scarcerati. Ma senza entrare nelle polemiche di questi giorni, citerei questo passo ancora da Derelitti e delle pene (p.267):
Possiamo allora dire che il popolare argomento riassumibile in “quello che ha commesso un furto dopo due giorni è di nuovo in libertà” sia frutto di un’allucinazione collettiva? Sicuramente no, ma la causa è da ricercare in un principio semplicissimo, per il quale non si va in carcere sino a che non sia stato celebrato il processo. Anche se la carcerazione preventiva è sempre più usata ed è diventata una sorta di pena anticipata (pure questo influenza le statistiche sul numero dei detenuti) la regola è che chi viene arrestato può essere trattenuto solo se esiste un pericolo di fuga concreto (non astratto: un paio di gambe ce l’hanno tutti) o il rischio che possa inquinare le prove o reiterare il reato. Rilasciare l’imputato quindi è una cosa normale. Vale la pena di ricordare una volta di più l’abituale indignazione popolare quando a essere lasciato in carcere in vista del processo è un colletto bianco (che pure, oggettivamente, ha maggiori possibilità di inquinare le prove). E comunque, i termini per la custodia cautelare sono più brevi di quelli per i processi.
Ancora sul costo dei detenuti
A proposito di quanto si diceva ieri, per approfondire la questione si possono citare alcuni passi da Derelitti e delle pene.
A pag.254 si riporta il costo per detenuto, nel 2000, del pasto giornaliero: 3800 lire, che ad un cittadino normale non bastano nemmeno per la prima colazione. E fatta salva la conversione in euro, non dovrebbe essere cambiato molto da allora.
Molti detenuti, infatti, rifiutano la sbobba che si pretenderebbe propinargli e comprano, con un tetto massimo di 700.000 lire mensili, alimenti per cucinarseli per proprio conto o, per chi lavora, guadagnati in carcere. Si ricorda spesso quanto costano allo Stato i detenuti ma rimane sottaciuto quanto esce dalle loro tasche annualmente per finanziarsi il sopravvitto: 420 miliardi di vecchie lire. [...] Gli alimenti che compra con il sopravvitto sono venduti a prezzo non amministrato ma anzi spesso superiore a quello praticato dalle rivendite all’esterno.
Ma nel “costo dei detenuti” viene spesso rubricata anche e soprattutto la malaspesa dello Stato (p.269 e seguenti):
“[...] il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, tiene a precisare che ‘il carcere non deve essere un albergo a cinque stelle’. Il particolare buon gusto dell’esternazione esce rafforzato dalla sede in cui viene pronunciata: l’istituto cagliaritano di Buoncammino, che contiene quattrocento ospiti in luogo dei duecento previsti e dentro il quale, solo un mese e mezzo dopo, si suicideranno nel giro di una giornata due reclusi. Certamente non perché la receptionist aveva loro servito in ritardo la colazione in camera.
Il nostro carcere non è quello che il nuovo regolamento dà per esistente. E’ quello di Catania dove l’istituto (si noti bene: costruito nel 1987) non è allacciato alla rete idrica e l’acqua arriva con un’autobotte che trasporta 140.000 litri al giorno in quattordici carichi, per un costo complessivo annuo di 213 milioni, dei quali 20 per il carburante e 25 per la manutenzione dell’autobotte; di Bologna, dove nel 1991 comprano 550 frigoriferi nuovi per 160 milioni e poi non possono neppure attaccarne la spina perché incompatibili con la tensione di alimentazione; di Oristano, dove nel giorno dell’inaugurazione del carcere di Macomer, nel 1994, non trovano più le chiavi delle serrature e debbono rifarle per una spesa di 40 milioni; di Parma, dove prevedono una sezione per disabili ma invece che al piano terreno la installano al primo piano e l’ascensore non può portare più di due persone per volta; di Gallarate, chiuso nel 1992, ma dove dopo tre anni qualcuno si accorge che continuano a lavorarci dentro tre agenti; di Monza dove, nel 1994, un accordo in extremis con l’azienda erogatrice di acqua e gas impedisce il pignoramento per un debito di 550 milioni.
Nel drammatico caso di Eluana alcune voci, specialmente quelle che cercavano di liquidare il dramma del padre come la meschinità di un uomo che aspira a sgravarsi di una fastidiosa incombenza quotidiana, avevano il gusto scadente della faciloneria. Tanto più mettevano la maiuscola sul termine Vita, accettando che tale possa essere il residuo larvale che segue un cataclisma biologico, tanto più si coglieva l’assenza della pietas e dell’immedesimazione: che richiedono la capacità di passare dalla Vita alle vite, capacità senza la quale quelle vite sono sempre e solo vite degli altri. Nel quadro delle opinioni cattoliche mi fa piacere riportare la breve e densissima intervista di Vito Mancuso, il teologo che già aveva suscitato qualche mal di pancia negli ambienti ecclesiastico con il suo saggio L’anima e il suo destino.
Di lui avevo parlato scritto qualche mese fa nell’editoriale del numero 30 su Giudizio Universale:
Per chi [...] ha abbandonato Dio potrebbe sembrare inutile leggersi un libro come L’anima e il suo destino di Vito Mancuso, benché il suo autore lo definisca, con apparente ossimoro, un trattato di teologia laica. Se esista o meno il peccato originale è forse questione da addetti ai lavori (ma è coraggioso il cattolico Mancuso quando dice che se Adamo fosse stato così imbecille da cadere di fronte alla prima tentazione si dovrebbe almeno parlare di “difetto di fabbricazione”). Però a Mancuso qualsiasi lettore, agnostico o credente, sarà grato per diverse pagine, e soprattutto per una citazione di Dietrich Bonhoeffer. Autorevoli scienziati sostengono che la nascita dell’universo non è frutto del caso, ma risponde a una naturale evoluzione dell’universo verso l’ordine e la complessità. Siccome però gli scienziati stessi non sono riusciti a dare conto di questa legge, dobbiamo per forza ricorrere a Dio per colmare il vuoto? Il cattolico abitualmente risponde di sì. Mancuso dice di no e cita Bonhoeffer: “Dobbiamo cogliere Dio in ciò che conosciamo, non in ciò che non conosciamo, nelle questioni risolte, non in quelle irrisolte. Dio non è un tappabuchi”. Che è un’affermazione capace di restituire all’uomo, nel contesto degli eventi che lo riguardano, tutta la sua responsabilità.
Leggi l’intervista di Vito Mancuso al Corriere della Sera.

