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	<title>Remo Bassetti &#187; Derelitti e delle pene (estratti)</title>
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	<description>"Creati una situazione di attesa"</description>
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		<title>La stagione delle rivolte</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jul 2008 16:12:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Derelitti e delle pene (estratti)]]></category>
		<category><![CDATA[Prigioni e Detenuti]]></category>

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		<description><![CDATA[ da Derelitti e delle pene, Editori Riuniti (2003)
Nel 1983, dunque, il  carcere attraversa una crisi tremenda, moralmente peggiore di quella  che aveva conosciuto all’inizio degli anni settanta. Se in quell’epoca  la repressione ottusa era frutto di un’odiosa ma coerente impostazione  ideologica, la situazione dei primi anni ottanta denotava sbando e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" title="Derelitti e delle pene" src="http://media.tumblr.com/iAIMvMUxudmdtahuS5ywNl3h_500.jpg" alt="" width="120" height="179" /> <em>da </em>Derelitti e delle pene, <em>Editori Riuniti (2003)</em></p>
<p>Nel 1983, dunque, il  carcere attraversa una crisi tremenda, moralmente peggiore di quella  che aveva conosciuto all’inizio degli anni settanta. Se in quell’epoca  la repressione ottusa era frutto di un’odiosa ma coerente impostazione  ideologica, la situazione dei primi anni ottanta denotava sbando e ingovernabilità,  per non dire del fatto che la distanza misurabile tra le aspettative  suscitate dalla riforma e i suoi risultati dava ai detenuti la fondata  sensazione che si giocasse cinicamente sulla loro pelle.<br />
A capo della Direzione  Penitenziaria viene chiamato l’uomo giusto, Nicolò Amato, che aveva  svolto la funzione di pubblico ministero nel processo Moro e in quello  per l’attentato al Papa. Sin da subito Amato capovolge la secolare  tradizione dell’amministrazione penitenziaria, per la quale la burocrazia  carceraria doveva rispondere a una grigia impersonalità. Si fa vedere  ovunque e dovunque, anche dai detenuti, che per la prima volta percepiscono,  quale controparte, una persona in carne e ossa, pronta a scendere nella  minimalità dei loro problemi- che mostra di avere più a cuore dell’ordinato  andamento degli uffici- e che porta alla giornaliera attenzione dell’opinione  pubblica la drammaticità di un luogo normalmente cancellato dalla rimozione.  Né, dato il suo temperamento narcisista, un simile presenzialismo gli  costa sforzo particolare.<br />
Dopo poche settimane  dall’incarico, in nome della necessità del dialogo, comincia persino  a farsi aprire le celle dei detenuti. Un giorno, ad onta delle resistenze  dell’agente, si fa introdurre da Moretti. Racconta Amato che il capo  brigatista, dopo un attimo di sorpresa esitazione, gli disse: “Non  crede che per lo stato sia venuto il momento di arrendersi?”. E Amato:  “A dire il vero, vedendola qui, mi verrebbe da pensare il contrario”.  Pare che dalla spiritosa replica, che in condizioni materiali di maggior  favore l’interlocutore avrebbe probabilmente salutato con una sventagliata  di mitra, sia nata una conversazione cordiale. Al momento del congedo,  Moretti avrebbe chiesto a Amato il favore di entrare anche nella cella  di un altro compagno affinché non si pensasse che l’aveva chiamato  lui per rendergli dichiarazioni di pentito.</p>
<p><span id="more-118"></span><br />
Con Amato parte dal vertice  dell’amministrazione un segnale di gradimento all’applicazione della  riforma. Anche se il 1984 è ancora cruciale sul piano dell’ordine  pubblico, facendo segnare il primato di 112.000 arrestati nel corso  dell’anno, i conflitti sociali si stanno raffreddando e nelle prigioni  si inizia a respirare un’aria diversa. I permessi e i provvedimenti  alternativi cominciano a decollare, i detenuti esprimono le proteste  in maniera pacifica con lo sciopero della fame, le ispezioni ministeriali  mettono a nudo senza reticenze l’inadeguatezza delle strutture. Con  una schiettezza non consueta, un tour delle prigioni liguri riconosce  gli “aspetti disumani” del carcere di Savona, in cui “le celle  sono ubicate al di sotto del livello stradale”, la totale assenza  di attività ricreative, scolastiche e sportive a Sanremo o lo svolgimento,  a Chiavari, delle prestazioni infermieristiche e della distribuzione  dei medicinali da parte dei detenuti. Certo non sempre gli ispettori  sono abili a penetrare i dettagli essenziali. Leggiamo cosa scrive il  visitatore della Casa di Rieducazione Femminile di Acireale, condotta  dalle suore, nel novembre del 1983: “Scale di marmo spezzate in modo  armonico da piante ben curate e rigogliose, quadri religiosi e non alternano  l’ieratico con l’austero e richiamano, in un rapido succedersi,  spunti umani e aperture in un contrasto in cui la molteplicità si fa  analisi e si ricompone in sintesi. Questo pensavo salendo le scale,  attraversando lunghi e solitari corridoi dove il silenzio non raggiunge  mai i vertici dell’armonia….qualcuna ha gli occhi umidi di pianto,  una lacrima sulla guancia repentinamente cancellata con la mano”.  E gli avranno pure pagato l’indennità di trasferta!<br />
Una migliore ripartizione  negli istituti degli affiliati alle organizzazioni criminali e lo sfaldarsi  del terrorismo rosso, anche con il fenomeno della dissociazione che  prende avvio proprio nel carcere, pongono le premesse per una rivisitazione,  stavolta in senso migliorativo, della riforma. Un progetto organico  viene elaborato da Amato e da alcuni magistrati di sorveglianza, fra  i quali un ruolo di primo piano svolge il fiorentino Alessandro Margara.  La via più rapida per far passare le norme è agganciarle a un già  esistente disegno di legge giacente già in Senato, composto da un unico  articolo e presentato dal senatore Mario Gozzini. Nel 1986, quindi,  in un consenso parlamentare generalizzato nasce l’omonima legge che  abolisce l’articolo 90, e quindi i carceri speciali, e rilancia le  misure alternative, prevedendone l’applicazione &#8211; per reati di minore  entità &#8211; anche senza che il condannato transiti per il carcere, abbassando  il limite di pena per usufruirne, concedendo anche all’ergastolano  gli sconti di pena e la possibilità di uscire per una parte della giornata  dopo diciotto anni e riacquistare la libertà dopo ventisei. Ancor più  che quella del 1975 essa si presta alla duplice e complementare lettura  di un’umanizzazione della pena e di un sistema alternativo di controllo  del sistema carcerario. Ogni detenuto adesso sa che con una condotta  disciplinata le porte della prigione gli si potranno aprire molto prima  di quanto prevede la sentenza che lo ha condannato.<br />
Il vero banco di prova  della riforma, in un certo senso, è una rivolta che si svolge a Porto  Azzurro, carcere modello, tra i primi seguire la strada della moderazione  e a organizzare iniziative, come concerti e convegni, che ripristinino  i contatti con il mondo esterno. Nell’estate del 1987, un gruppo di  sei detenuti, dei quali il più famoso è il terrorista nero Mario Tuti,  prova un’evasione-lampo, fallita la quale sequestra in infermeria  trenta fra agenti, civili, detenuti e direttore dell’istituto. I rivoltosi  chiedono un elicottero per la fuga e per dimostrare che hanno intenzioni  serie legano alcuni prigionieri in posizione di crocifissione alle sbarre  delle finestre e ne fanno stendere altri per terra inzuppandoli di alcool.  I loro curriculum criminali, infarciti di omicidi, non promettono niente  di buono. Le forze dell’ordine sembrano propendere in un primo momento  per il blitz, poi comincia per giorni una sfibrante trattativa che fatica  a trovare sbocchi. Ma la sorpresa è che, per la prima volta nella storia,  la popolazione detenuta si dissocia da un’azione di rivolta, temendo,  giustamente, che un bagno di sangue possa pregiudicare nuovamente la  svolta riformista dentro le prigioni. Nicolò Amato, giunto sul posto,  mette Tuti e i compagni di fronte alla responsabilità che assumono,  in questo senso, davanti a tutti i reclusi d’Italia. E lascia balenare  anche per essi la possibilità di beneficiare delle misure alternative,  una volta che si sia rapidamente definito il processo penale che conseguirà  alla loro iniziativa. In realtà l’idea di assicurargli la possibilità  dei futuri benefici, come dignitosa uscita dalla situazione, viene al  direttore prigioniero, Cosimo Giordano; ma i sei gli dicono che la proposta  deve venire da fuori, perché la loro non appaia una disonorevole resa.  E il direttore, attraverso una serie di messaggi telefonici cifrati,  che all’inizio paiono agli interlocutori le frasi sconclusionate di  un uomo sconvolto dall’agitazione, riesce a far filtrare il suggerimento.<br />
Alla fine i rivoltosi  liberano gli ostaggi e si consegnano. Verranno successivamente condannati  a 14 anni, ciò che tecnicamente non preclude future concessioni di  misure alternative. Peggio di tutti forse va al povero e coraggioso  Giordano: dopo essere stato espropriato dell’intuizione risolutiva,  che Amato, in interviste e convegni, passerà per sua, viene declassato  e trasferito per avere omesso il controllo ( ma in sostanza per essere  stato troppo conciliante coi detenuti; rilievo grottesco in quel momento,  visto che proprio a una linea carceraria buonista viene ascritto il  successo della trattativa ) e riabilitato adeguatamente a distanza di  anni, dopo essere passato per un emorragia nervosa che gli fa quasi  perdere la vista. Il suo ricordo più tenero di quell’esperienza è  del bandito sardo Tolu che durante la notte gli tira su la coperta mentre  dorme.<br />
Con l’episodio di Porto  Azzurro si conclude la lunga stagione delle rivolte e delle grandi evasioni.  Più realisticamente i detenuti confidano  nella libertà che potranno  raggiungere legittimamente grazie ai benefici della Gozzini.</p>
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		<title>L&#8217;abbraccio</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jul 2008 16:10:32 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Derelitti e delle pene (estratti)]]></category>
		<category><![CDATA[Prigioni e Detenuti]]></category>

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		<description><![CDATA[ da Derelitti e delle pene, Editori Riuniti (2003)
A 44 anni le cose le  vedi diversamente che a 20, anche se li hai passati tutti in galera,  prima prendevi l’ergastolo e dicevi vaffanculo spacco tutto ma adesso  invece cosa concludo, e in alternativa cosa concludo con la buona condotta,  se uno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" title="Derelitti e delle pene" src="http://media.tumblr.com/iAIMvMUxudmdtahuS5ywNl3h_500.jpg" alt="" width="120" height="179" /> <em>da </em>Derelitti e delle pene,<em> Editori Riuniti (2003)</em></p>
<p>A 44 anni le cose le  vedi diversamente che a 20, anche se li hai passati tutti in galera,  prima prendevi l’ergastolo e dicevi vaffanculo spacco tutto ma adesso  invece cosa concludo, e in alternativa cosa concludo con la buona condotta,  se uno sceglie la prima scelta è pazzo, non ragiona sano, cerchi di  vivere meglio anche se non è che dipende solo da quello che fai tu,  in questi posti il direttore deve tenere le molle, lascia vivere e al  momento opportuno ti tronca di vivere, in queste parti capita sempre  lo scemetto, come quello che l’altro giorno si è ammazzato con la  droga, più scemo di quello che ci può essere, e la direzione tira  le molle di nuovo. Anch’io mi sono ammalato di cuore, è tutto lo  stress, eppure non stavo male, facevo ginnastica due volte al giorno,  facevo un lavoro più pesante, oddio qua lavori faticosi non ce ne sono,  facevo lo spesino, adesso faccio il bibliotecario, è più leggerino,  mi mantengo con lo stipendio, e problemi ora non ne abbiamo perché  mia moglie lavora, mia figlia ha 25 anni, e io ho già due nipotini,  siamo precoci in Sicilia, l’altro figlio ha 14 anni, l’ho lasciato  a un annetto, finché il bambino è piccolo uno gli dice le bugie, sai  papà lavora a Torino alla Fiat, il bambino si accontenta, poi a 7 anni  comincia a vedere anomalie perchè a scuola vengono accompagnati dal  papà, e uno gli ha detto tu il papà non lo hai, il bambino si innervosiva,  poi ha capito che non era vera la storia della Fiat, perché veniva  al colloquio e diceva portami fuori a prendere un gelato, tutte le volte  attaccava col gelato, non mi accompagni a scuola, almeno pigliamoci  il gelato insieme, papà perché tutta la polizia, e io un giorno ho  detto va bene sono in galera, e lui si è messo a piangere come un pazzo,  tu mi dicevi di non dire bugie e mi dicevi bugie, batteva su questo  tasto, non chiedeva cosa hai fatto, e io dicevo ti volevo far crescere  sano, e alla fine sembrava più o meno appagato, e arrivato a 10 anni  diceva per la comunione ti aspetto, io avevo l’ergastolo, papà quando  esci, io cercavo di sviare il discorso oppure dicevo fattela la comunione,  posso uscire domani come fra tre o quattro anni, poi però ero arrivato  nei tempi del permesso, ho parlato col prete, sa don Alfrè il bambino  si vuole fare la comunione, minchia mi sembra strano non esserci anche  perché con la bambina neppure c’ero, e invece il permesso non me  l’hanno dato, e allora ho fatto la scena, con mia moglie e lui davanti  ho cominciato quasi a urlare, oh stà comunione gliela facciamo? e il  pericolo della comunione è passato, e nella foto era molto più alto  dei compagni, che poi è molto lungo lui, non so che gli danno a mangiare  a stì bambini oggi, e del resto anche più grande di età, ma si capisce  che il problema non era proprio la comunione, è che mio figlio ha bisogno  di uno fuori, ho parlato col magistrato, ero disposto a tutto, lo so  che non è facile decidere per un permesso, è una decisione faticosa,  che se uno sbaglia quando sta fuori paga lui, il magistrato, se non  fanno uscire un ergastolano ci può dire niente nessuno? ma io ho saputo  ripagare la fiducia, gli ho detto guardi se lei decide di mandarmi in  permesso ora è il momento giusto, è un’età pericolosa per il bambino,  ho capito com’era fatto il carcere per uscire, il carcere per rimanere  già lo conoscevo, il magistrato mi chiamava e io dicevo sono innocente,  e quello pensava che questo o è scemo o si pensa che è scema la magistratura,  e allora ho detto i fatti che erano evidenti e io volevo nasconderli,  e quando è arrivato il permesso avevo paura, e chissà se aveva paura  pure lui, un ergastolano che riesce a fotterlo può distruggere un giudice  e gli rimane nel fascicolo, me l’hanno comunicato il 23, dovevo uscire  il 24, era Natale, nel corridoio facevo i salti mortali, mi stava venendo  di nuovo l’infarto, in un minuto ho pensato tutto quello che in 11  anni avevo pensato che avrei fatto fuori e chi ha dormito, e al mattino  un ispettore dice io la voglio accompagnare fuori perché voglio vedere  le reazioni che ha lei, non ho mai visto uno che esce dopo così tanto  tempo, e si è avverato il sogno di portare mio figlio in una gelateria,  papà quando lo prendiamo stò gelato, era dicembre, ora ti faccio vedere  che pigliarsi il gelato con papà è come pigliarsi il gelato con la  mamma, e il giorno dopo ho dovuto dirgli tutta la verità, quello che  avevo fatto, in quel contesto avrebbe capito meglio di quando eravamo  dentro, e di nuovo ha pianto 4 ore, ho detto che avevo ammazzato uno,  e come, abbiamo fatto le lotte e le fiaccolate a scuola contro la mafia,  e la fiaccolata contro chi ammazzava le persone, e allora io non lo  sapevo ma stavo facendo la fiaccolata contro mio padre, io lo sapevo  che faceva la fiaccolata, e insomma ero contento perché così non si  sentiva diverso dagli altri compagni, certo a volte mi veniva da dirgli  ma manda a ‘fanculo le fiaccolate, e povera mia moglie, le è andata  peggio che alle sorelle, una ha beccato un medico, solo lei fa questa  vita, l’ho mollata da sola col bambino che aveva sedici anni, lei  mi ha aspettato e mi sta aspettando oggi, e anche se lei sta fuori e  io dentro le sofferenze le abbiamo divise, si è ammalata di nervosismo,  di tutti i mali, cronica, 15 giorni fa stava con le fleboclisi, per  fortuna è rimasta giovane in viso,  e pure io, o almeno mi pare,  siamo rimasti nello stesso modo che ci siamo lasciati, ricominciamo  da là, rivivere quello che potevamo fare quando avevamo 20 anni, andiamo  al ristorante con mia moglie e il bambino, cerco di rivivere la vita  di quando avevo 20 anni, piano piano arriviamo a 44 anni, un permesso  alla volta, ogni permesso ci facciamo un anno, ci raccontiamo che stiamo  seduti quello che avremmo fatto quell’anno e alla fine ci sembra quasi  che l’abbiamo fatto sul serio, e continuiamo questo gioco nelle lettere,  siamo arrivati a trent’anni. Col bambino abbiamo riparlato che avevo  ammazzato uno, dopo mangiato mi faccio sempre un pisolino, e quella  volta il bambino viene a letto, posso anch’io? non avevo mai dormito  con mio figlio, non lo avevo mai provato quel contatto, mi sembra strano,  è come abbracciare un altro uomo  e allora avevo riserbo ad abbracciarlo,  dopo mezzora facevo finta di dormire ma pensavo ma scusa ma non me lo  devo abbracciare a mio figlio, ho messo una mano attorno al collo e  lui si è stretto, e ho pensato mi viene un altro infarto, ho sentito  un’esplosione, e lui dice ma vedi papà cosa ti sei perso, sotto il  braccio sentiva il tremore e me l’ha detto, i ragazzi di oggi sono  così, mica si tengono niente, e così lui continua ci pensi al figlio  di quello che hai ucciso, io non te ne voglio fare una colpa ma la vita  ha un valore, e io sono riuscito solo a rispondere ma io lo so che la  vita ha un valore, ho l’ergastolo, e dentro di me pensavo ma che cazzo  mi sta dicendo mio figlio, ma non è che forse l’ho fatto crescere  un po’ troppo bene, minchia, sempre il padre sono, e lui intanto diceva  tu ora l’hai avuta l’opportunità di abbracciarmi, io ho detto è  giusto, non volevo disturbare quella veduta, però pensavo mò mi devo  aggiustare, non può essere lui papà a me, dopo non posso più fargli  lezione di vita, e allora ho detto sì è giusto ma bisogna pure saperle  dire le cose, e se tu certe cose le capisci significa che te le abbiamo  insegnate, abbiamo regolato la cosa, se no non facciamo più padre e  figlio, ci sono cose che si possono dire facilitate e altre che ci vuole  metodo, minchia, si è messo a piangere, entra mia moglie, si mette  a piangere pure lei perché vedeva piangere il bambino, fallo sfogare,  mi ero innervosito dentro, fallo sfogare, ci fa bene, magari era un  pianto di prima, e io ho detto secondo me era un pianto di nervosismo,  capisci, gli ho detto dopo, se ti metti su questo piano io poi come  ti posso aiutare più, già su certe cose che penso di poterlo crescere  poi scopro che sono ridicolo, una volta gli ho parlato del sesso e quello  rideva, io andavo avanti ma pensavo è scemo, dicevo minchia magari  è che gli piacciono i maschi, papà che mi insegni, stè cose le ho  fatte già. Quello che gli ho sparato in una rapina era un brigadiere,  ho pensato meglio la vita sua della mia, avevo la rivoltella e ho sparato,  non pensi più a niente, erano in due, uno è rimasto vivo, pensavo  fossero morti tutti e due, e a quello che è morto per vero ci penso  spesso, specie dopo le parole di mio figlio, mi vengono delle sudorazioni,  comincio a sudare freddo, io vivo per dimenticare, non per ricordare,  ma penso al bambino che aveva l&#8217;età di mio figlio, e allora invece  pensavo che volevo guadagnare 50 milioni e spenderli, e avevo un brutto  carattere, se mi dici muovi un tavolino lo faccio ma già la seconda  volta non lo faccio più. Ogni tanto mi frullava, dicevo ma cosa cazzo  hai combinato, mi dico voleva ammazzarmi lui, aveva messo il colpo in  canna, e allora ho cominciato a domandare agli agenti scusate ma quando  mettete il colpo in canna significa che certamente state per sparare,  e mi rispondono che quando scendono dalla pattuglia notturna mettono  sempre il colpo in canna però non è detto che stanno per sparare,  secondo me l’infarto l’ho preso per questo, stavo una notte intera  a discutere tra me sul perché avevo sparato, e tornava la questione  del colpo in canna, e domandavo a un altro agente, se state mettendo  il colpo in canna è perché volete sparare vero? fumavo tutta la notte  e mi venivano i sensi di colpa, ora con questi tre anni che esco in  permesso sono più tranquillo. L’infarto l’ho avuto cinque anni  fa, facevo lo spesino, un giorno avevo un po’ di bruciore allo stomaco,  mi ero mangiato tre uova con il pane toscano, pensavo fossero quelle,  a un certo punto cado a terra, riesco ad arrivare in infermeria, non  c’andavo mai, la dottoressa dice si accomodi, si metta nella barella,  tre uova sono tante, mi fa il buscopan, io dico guardi mi fa male il  braccio, mi guarda strano, si presenta con la macchina per l’elettrocardiogramma  e poi fa stia calmo ha un infarto in corso, si rilassi, minchia, come  faccio a rilassarmi, mi dice che ho un infarto in corso, massaggi di  qua e là, non ho capito più niente, mi hanno spiegato che si era bloccata  l’aorta, 45 minuti a cuore fermo, mi hanno messo un by-pass, mi sono  risvegliato che c’era mia moglie, ha assistito a tutta l’operazione  da dietro un vetro, in tutti gli anni che ho passato in carcere ho avuto  questa fortuna qua, che non era mai capitato che ci guardassimo da dietro  un vetro, abbiamo parlato sempre senza la divisione, adesso stavo lì  col mio infarto a 38 anni, e lei mi guardava da dietro il vetro, e la  questione era la mia vita, e dici che ti frega della vita se si tratta  di passarla in galera tutta, ed è vero, però adesso coi permessi la  vita è tornata e se penso spesso a una cosa penso al braccio sotto  al collo di mio figlio.</p>
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		<title>Se chi legge fosse in carcere</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jul 2008 16:07:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ da Derelitti e delle pene, Editori Riuniti (2003)
Dal punto di vista della  violenza la pena moderna si discosta dalle pene più antiche non per  la mitezza ma per altre due ragioni: 1) al posto di una violenza concentrata  nel tempo si è passati a una violenza frazionata nel tempo 2) al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignnone" title="Derelitti e delle pene" src="http://media.tumblr.com/iAIMvMUxudmdtahuS5ywNl3h_500.jpg" alt="" width="120" height="179" /> <em>da </em>Derelitti e delle pene<em>, Editori Riuniti (2003)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista della  violenza la pena moderna si discosta dalle pene più antiche non per  la mitezza ma per altre due ragioni: 1) al posto di una violenza concentrata  nel tempo si è passati a una violenza frazionata nel tempo 2) al posto  di una violenza visibile è subentrata una violenza invisibile. Il vero  mutamento di sensibilità non è stato il distacco dalla violenza ma  il cambiamento delle modalità che la facciano considerare accettabile.<br />
I diritti attribuiti  ai detenuti, dunque, per quanto possano contribuire a renderne più  umana la condizione, sono palliativi miseri e ipocriti se non vengono  esercitati su uno sfondo di reale riduzione della violenza. Certo, è  una violenza spesso impalpabile ( proprio in quanto invisibile e frazionata),  per cogliere la quale occorrerebbe un atteggiamento diverso dalla rimozione.  E resterebbe comunque arduo compenetrarsi in quell’esperienza che  le parole faticano a restituire. Bisognerebbe immaginarcisi in una cella,  caro lettore.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-114"></span><br />
<strong>SE CHI LEGGE FOSSE IN  CARCERE</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E allora immaginati  chiuso in un ascensore fermo tra i piani, perché lo spazio non è tanto  diverso, e la tua vita poi si è davvero fermata tra quei piani, e quel  niente sminuzzato che ti capita oggi si ripeterà domani, e ancora si  ripeterà.<br />
Immaginati a vivere  questa condizione di inversione dell’onere della prova. Chi conduce  un’esistenza normale ha diritto a tutto ciò che non gli è vietato.  Tu non hai diritto a nulla, se non ciò che ti è consentito, e devi  provare che ti è consentito. Chi cammina per strada può ridere o piangere  o battere le mani, senza dovere dare conto del motivo, senza che nessuno  gli chieda perché. Ma tra i diritti che tu hai perso c’è anche quello  di far capitare le cose senza motivo, il  sorriso o il pianto deve  pur avere una sua ragione per non essere sospetto, provocatorio, irrispettoso.  La creatività è un lusso che appartiene a chi sta fuori, ciò che  ti serve, te lo avranno ripetuto più volte, è di-sci-pli-na.<br />
E allora lasci cadere  il tuo sguardo sul muro, lasci che il tuo sguardo si pianti sul muro  come un chiodo, sguardo da smorzare, come la luce flebile che vagamente  rischiara la cella, sguardo</em> <em>declassato, che non può fissare  troppo il compagno, ‘cazzo guardi, non l’agente, il tuo sguardo,  ormai inferiore. Tutto il sistema carcerario si fonda sulla superiorità  dello sguardo altrui, che può infilartisi addosso, al posto della canottiera,  dovunque sei.<br />
Ora ti senti male  ma non c’è una mano amica a rassicurarti.  Potrebbe essere un disturbo cardiaco o un’infezione, ma è tardi e  non è che tu possa disturbare l’agente o il medico di turno per una  semplice impressione, se ne parlerà domani. Forse ti aiuterebbe un  po’ d’aria. Se ne parlerà domani.<br />
(Fai caso a quante  volte usi il </em>ma<em>. Il mondo normale è il regno del </em> se<em> perché di nessun progetto possiamo essere certi che non si realizzerà.  Il mondo carcerario è il mondo del </em> ma<em>, tante cose sarebbe forse possibile o, sbilanciamoci, giusto e  comprensibile che accadessero ma….L’onda delle tue richieste non  si infrangerà contro gli scogli di un totale disconoscimento bensì  contro la barriera corallina di una serie di preziosissimi e taglienti </em> ma<em>- il regolamento non lo prevede, la sicurezza non lo consente,  l’organizzazione non può tollerarlo- da cui quotidianamente cesellare  una collana di frustrazioni. Il regno del se, anche quello abitato dal  più disgraziato, è il regno della</em> <em>speranza. Il regno del ma  è il regno dell’impotenza).<br />
L’aria. Qui dentro  significa passeggiare in tondo in un cortiletto nel quale il cemento  potrebbe quasi morderti i polpacci tanto ce n’è, una strana aria  senza odori, ma gli odori poi chi se li ricorda, all’inizio che sei  entrato qualcosa distinguevi e ti accorgevi che attorno c’era puzza,  adesso non la senti più, forse perché è la tua. E il bello è che  quell’ora d’aria la desideri, potresti arrabbiarti ferocemente se  te la negassero, curioso vero?, se non ci fossero i bagni nelle celle  potrebbero portarti anche a pisciare vicino a un albero, in termini  relativi la tua vita se ne gioverebbe, sarebbe</em> <em>pur meglio che  aggiungere il tanfo di orina agli altri della cella, e dopo un po’  ti scorderesti che è umiliante, e potresti reclamare anche per quello,  che oggi non ti hanno ancora portato a pisciare vicino all’albero,  e diresti mi trattate come una bestia, e se pensassi che è preferibile  insistere con le buone magari proveresti a scodinzolare.<br />
Adesso vorresti leggere  quelle pagine ma non hai con te il tuo libro. Vorresti toccare una stoffa  diversa, un filo d’erba. Vorresti dire a tua moglie che dopo tanto  tempo hai capito ma non è il giorno del colloquio né quello della  telefonata.<br />
Un ora alla settimana  uno di fronte all’altra, dieci minuti al telefono, questo è ciò  che devi far bastare. Ora ricordi un’altra cosa che volevi toccare:  le sue gambe. Quanti anni che non lo fai? Uno, due, tre….. Tra quanti  potrai rifarlo….Uno, due, tre….Sempre se ti aspetta.<br />
E’ difficile convivere  in cella. A quante persone al mondo avresti pensato di concedere la  tua intimità? Le tue mutande sporche o la foto di tua figlia, che nascondi  sotto il lenzuolo, ti darebbe fastidio che qualcuno la sbirciasse di  nascosto. O che qualcuno ti guardi di nascosto mentre la guardi di nascosto.  Ma via abituati, Stiamo parlando di gente che ti ci masturbi mentre  stanno a pochi metri e magari hanno appena fatto un rutto, cosa ti stai  a formalizzare?<br />
E’ ovvio, si cerca  di andare d’accordo. I grandi temi lasciateli a quelli fuori. Il turno  per andare al cesso, il turno per pulire il cesso. La qualità della  tua vita dipende essenzialmente da questo. Ed è uno dei pochi momenti  in cui sei legittimato a dire davvero la tua, per il resto la tua responsabilità  e il tuo potere di decisione sono ridotti a zero, la tua giornata pianificata.  Non è il caso di lasciarti fare</em> <em>di testa tua, abbiamo visto  fuori cosa è successo.<br />
E così trascorrono  queste primavere senza fiori, queste estati senza mari. D’inverno,  una volta, da dietro le sbarre, hai visto la neve, si scioglieva appena  posatasi per terra. Ci hai pensato tutta la notte e siccome eri sveglio  facevi più caso al rumore delle chiavi dentro i cancelli.<br />
Qualcosa ti rimane,  i sentimenti, i desideri, anzi qualche volta te li trovi messi per iscritto.  Perché ogni sentimento o desiderio ha un risvolto cartaceo e burocratico.  Il desiderio rimane confinato o inespresso nella tua coscienza oppure  diventa una domanda alla pubblica amministrazione.<br />
Così va. Provi a  passarti la mano addosso. Astrattamente tempo a disposizione per coltivare  i rimorsi ce ne sarebbe anche, ma hai cose più impellenti da fare.  Ciò che contemplerai è solo il tuo corpo imbruttito. E la tua memoria,  da tempo, è la memoria di ciò che stai perdendo. </em></p>
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		<title>La pena come minaccia. La prevenzione generale</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jul 2008 16:03:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Derelitti e delle pene (estratti)]]></category>
		<category><![CDATA[Prigioni e Detenuti]]></category>

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		<description><![CDATA[La pena come castigo  guarda al passato e, secondo alcuni, è dunque questo il suo limite  poiché non si possono ricomporre i cocci di ciò che è già andato  in frantumi.
La punizione può essere  giustificata solo volgendosi al futuro. La risposta alla domanda “Perché  punire” deve allora essere “per evitare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Arial;">La pena come castigo  guarda al passato e, secondo alcuni, è dunque questo il suo limite  poiché non si possono ricomporre i cocci di ciò che è già andato  in frantumi.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Arial;">La punizione può essere  giustificata solo volgendosi al futuro. La risposta alla domanda “Perché  punire” deve allora essere “per evitare che altri commettano lo  stesso crimine”. L’esistenza della pena avverte i consociati di  ciò che rischiano se ledono il bene giuridico tutelato dalla norma.  Prevedere una pena per chi uccide non serve tanto a punire chi ha già  ucciso (benché quest’operazione sia indispensabile per conferire  credibilità alla sanzione) quanto a impedire che si uccida, o almeno  a renderlo meno probabile. E’ questa la prevenzione generale o deterrenza.  Chi crede nella retribuzione vede un successo in ogni applicazione della  pena, poiché il colpevole sconta il delitto che ha commesso; chi crede  nella prevenzione vede in ogni applicazione della pena un fallimento  poiché, in quel caso, la dissuasione non ha avuto effetto.</span></p>
<p align="justify"><span id="more-111"></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Arial;">La retribuzione ci turba  perché, nella sua aspirazione alla moralità, rivendica per sé la  conoscenza di una giustizia assoluta, la capacità di distinguere il  bene dal male. La prevenzione rischia di risultare odiosa per la ragione  opposta: essa non si ricollega a uno scopo morale. I tiranni consapevoli  dell’immoralità del loro governo non puniscono perché credono in  una legge giusta ma per seminare il terrore. Infatti anche la mafia  fa deterrenza punendo chi ha sgarrato, con lo scopo di avvertire chi  continua a vivere. La deterrenza non è una prerogativa esclusiva dello  stato.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Arial;">Proprio la minore eleganza  sul piano morale ha spesso indotto i giuristi della Scuola Classica  italiana a una certa riluttanza a parlare direttamente di prevenzione  come scopo della pena. In alcuni di loro sembra di scorgere una sorta  di dissociazione dato che dopo grandi odi alla retribuzione, l’accantonano  brutalmente per giustificare la pena solo come prevenzione<sup>1</sup>.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Arial;">Le principali obiezioni  filosofiche alla prevenzione generale sono due: 1) per mettere paura  ai consociati non c’è neanche bisogno di punire un colpevole vero,  è sufficiente prefabbricare le prove e colpire uno qualunque; 2) se  è vero che un uomo viene punito perché ciò sia da esempio ad altri  significa che egli viene usato come strumento.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Arial;">In merito alla prima  riserva, è vero che nessuna definizione della pena deve essere data  per scontata ma non sembra che si possa totalmente prescindere da un  nesso causale che metta in relazione un certo fatto con un determinato  individuo. Punire a casaccio non solo stravolgerebbe il concetto di  pena ma, probabilmente, non avrebbe neppure l’utilità auspicata poiché,  se il trucco venisse scoperto o solo circolasse il dubbio, i consociati  ne ricaverebbero che non vale la pena di osservare la legge visto che  la sanzione può colpire anche chi agisce rettamente.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Arial;">Il secondo punto è più  delicato. Feuerbach distingue tra deterrenza a mezzo della minaccia  e deterrenza a mezzo della pena e spiega che la deterrenza si attua  a mezzo della minaccia contenuta nella norma ( è punito con la pena  di tre anni di reclusione colui che…)  rivolta a tutti i membri  della società mentre la concreta applicazione della pena al singolo  reo serve solo a rendere credibile la minaccia<sup>2</sup>. Si tratta  di un sofisma, visto che l’efficacia astratta della minaccia è comunque  legata all’applicazione della pena nei confronti di un individuo concreto<sup>3</sup>?   Non proprio. Che esista più che una sfumatura distintiva lo si comprende  meglio utilizzando la classificazione di Andenaes: prevenzione attraverso  la legislazione, prevenzione attraverso l’esecuzione, prevenzione  attraverso la giurisdizione<sup>4</sup>. In uno stato democratico è  ammissibile solo la prevenzione attraverso la legislazione. Questo significa  che non si può incutere il terrore nei consociati decidendo di impiccare  pubblicamente in piazza il colpevole o aumentando a discrezione del  giudice la pena edittale ( cioè quella prevista dalla norma) sol perché  in un momento di sbando della collettività si ritiene opportuno un  giro di vite nella deterrenza. Tale compito spetta solo al legislatore  che, volgendosi alle azioni che verranno commesse in futuro, e dunque  senza preventivamente sapere chi sarà sottoposto alla pena, può decidere  di aumentare il peso delle sanzioni che seguono la violazione della  legge. E’ una situazione simile al velo d’ignoranza di Rawls, benché  al di fuori di un contesto contrattualistico ( non ci sentiremmo di  dire che proprio di contratto si tratta, immaginando che il consenso  alla punizione, eventualmente anche alla propria, venga preventivamente  dato da tutti i consociati in quanto membri della comunità e immaginari  parti di un contratto sociale, o eredi e successori di coloro che lo  stipularono). Separare il terrore giudiziario dal terrore legislativo  non è cosa da poco: certo non tutti lo riterranno sufficiente e continueranno  a trovare insanabile la contraddizione per la quale, con la prevenzione  penale, si punisce il colpevole per colpire l’innocente.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Arial;">Per questa ragione si  è diffusa la convinzione che la prevenzione non possa costituire l’unico  fondamento dell’esecuzione penale. Prevenzione e retribuzione hanno  col tempo cessato di essere due modelli alternativi finendo per intersecarsi  e dando origine a teorie della prevenzione limitata dalla retribuzione  ( si prevede la punizione per dissuadere dal reato ma la si applica  non secondo utilità ma secondo un principio proporzionale di tipo retributivo)  o a teorie della retribuzione limitata dalla prevenzione ( si punisce  perché è giusto compensare il male con il male ma si limita tale intervento  ai casi in cui la punizione rivesta un’utilità sociale)<sup>5</sup>.  Altri sposano la complementarità asserendo che le due giustificazioni  operano su piani diversi: la prevenzione fonda il sistema delle condanne,  la retribuzione la singola condanna<sup>6</sup>.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Arial;">La deterrenza è comunicazione.  Se fossero sconosciute le norme e ignota l’applicazione delle sanzioni  nessuno rimarrebbe intimorito e semplicemente non ci sarebbe prevenzione.  Ma comunicare un messaggio pretendendo che esso emani un significato  unico e incontrovertibile è un’assurdità. Intanto, con il messaggio  principale, circolano lateralmente altri messaggi, non necessariamente  graditi e funzionali allo scopo. Il messaggio principale è: <em>se trasgredisci  la legge</em> <em>subisci una pena</em>. Siccome però la pena non scaturisce  direttamente dall’atto vietato ma solo dalla reazione dello stato,  il messaggio diventa: <em>se ci accorgiamo che hai trasgredito la legge,  subirai</em> <em>una pena</em>. La persona che decide se delinquere o meno  in funzione dell’efficacia della dissuasione, valuta dunque due aspetti:  non solo il contrappasso della pena ma anche la reale possibilità di  essere scoperto. Così, in una società dove l’informazione circola  liberamente, ogni delitto impunito sposta l’attenzione sul secondo  elemento e il messaggio rischia di essere recepito così: <em>nella remota  eventualità che ti scopriamo a trasgredire la legge sarai punito</em>,  assai meno vigoroso e disincentivante di quello di partenza. Si innesta  qui il problema della certezza della pena: molti la intendono come una  pena non flessibile, obbligatoriamente predeterminata nella durata e  pensano che la crisi del diritto penale sia legata alla possibilità  che il delinquente si trovi fuori dal carcere molto prima di quanto  sarebbe rimasto se avesse espiato per intero la pena comminatagli. Ma  certezza della pena significa anche certezza che il crimine venga scoperto.  A rendere certa la durata ci vuole poco: basta una legge che elimini  le circostanze attenuanti e aggravanti, l’oscillazione tra un minimo  e un massimo, la discrezionalità del giudice dell’esecuzione, la  condizionale e le misure alternative. Si può essere d’accordo o meno  ma non si può dire che non sia possibile. Rendere certa la cattura  è già una questione più complicata che non si può seriamente promettere  né prevedere. Come si potrebbe dichiarare: da domani scopriremo tutti  quelli che sono entrati a rubare negli appartamenti? Nemmeno la riduzione  delle garanzie o il rafforzamento delle misure di polizia, qualora si  considerassero costi sociali accettabili, potrebbero garantire un livello  alto di repressione rispetto ad alcuni reati. Il caso dei furti negli  alloggi è il tipico caso di reato sostanzialmente privo di sanzioni  per la difficoltà obiettiva di scoprire i colpevoli: la percentuale  degli impuniti rasenta il 99%. Siccome ogni trasgressione non repressa,  dal punto di vista comunicativo, indebolisce la norma, se lo stato fosse  una società di comunicazione i responsabili di marketing gli darebbero  un consiglio elementare: cancelliamo la norma che non si riesce a far  rispettare. Da domani ognuno potrà entrare liberamente nelle case altrui  e impossessarsi degli oggetti che trova senza essere incriminato. In  questo modo lo stato recupererà la propria autorità poiché dimostrerà  di promettere solo ciò che sa mantenere. Ma le cose non stanno esattamente  così: dallo stato ci aspettiamo che non possa esimersi dal promettere  certe cose, come la difesa dei nostri beni; se non lo facesse perderebbe  egualmente autorità. Il messaggio dello stato che fa prevenzione viene  ricevuto secondo le ordinarie regole di comunicazione; però non è  correggibile e modulabile applicando quelle stesse regole.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Arial;">Non meno negativo è  che il messaggio contenuto nel meccanismo norma/pena, sia necessariamente  generalizzato. Esso si scontrerà dunque con la percezione soggettiva,  diversa da persona a persona. La norma dovrebbe parlare alla coscienza  individuale ma è costretta a esprimersi in maniera impersonale<sup>7</sup>.  Ma, secondo me, è soprattutto la pena applicata che parla diversamente  alle persone, orientandole diversamente in funzione dei propri <em>pre-giudizi</em>.  Se a qualcuno sapere che certi trasgressori sono stati condannati a  una certa pena può incutere timore, altri possono provare voglia di  emulazione, compassione, curiosità, dubbio sulla capacità della giustizia  di raggiungere i colpevoli effettivi, ribellione. Pietro Maso, che uccise  i genitori negli anni novanta, suscitò raccapriccio nei più ma ricevette  numerose lettere di solidarietà e persino d’amore. Le recenti condanne  di importanti imprenditori per falso in bilancio che hanno reagito contestando  in qualche modo la legittimazione dei giudici ha spesso spinto alla  solidarietà nei confronti dei rei piuttosto che al biasimo e perfino  inculcato l’opinione che se davvero li commettevano anche loro, quei  reati non si potevano ritenere realmente riprovevoli ( in questo modo  probabilmente favorendone ulteriormente la diffusione).</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Arial;">Un diverso timore nei  confronti della prevenzione generale è che essa tenda a spingere verso  l’alto le pene. Chi può dire quanti anni di carcere possono spaventare?  Magari dieci spaventano uno ma lasciano indifferente l’altro ( torna  in primo piano la differenza nella percezione soggettiva). Per conservare  l’efficacia nel dubbio è meglio abbondare. Vent’anni sono più  efficaci di dieci, e trenta e più di venti, E così via. Il punto di  arrivo di ogni discorso generalprevenzionista coerente è sempre la  pena di morte<sup>8</sup>. Per rimediare a tale deriva Ferrajoli propone,  in nome di un utilitarismo riformato, un diritto penale minimo, che  tenga conto della società nel suo complesso, anche del delinquente,  e costituisca un punto di equilibrio volto a evitare la vendetta individuale  verso il delinquente che, dopo aver commesso il reato, diventa, in quanto  bersaglio della rabbia altrui, la parte debole da difendere<sup>9</sup>.  La pena irrogata dovrebbe assestarsi a cavallo tra il limite minimo  sotto il quale non costituirebbe un deterrente efficace e il limite  minimo sotto il quale scatterebbe la reazione di vendetta. Nello schema  di Ferrajoli, volto a conciliare essenzialmente il rapporto tra stato  e delinquente, mi pare manchi attenzione nei confronti della vittima.  Se nel generalprevenzionismo classico c’è il dubbio che il reo venga  considerato uno strumento al servizio di fini generali, per Ferrajoli  la vittima appare come uno strumento di calcolo matematico e la reazione  sua o dei parenti, moralmente sterilizzata, un fastidio di cui farsi  carico per inseguire un improbabile punto di equilibrio della durata  della pena. Per coerenza, un sistema di questo tipo dovrebbe prevedere  che se la vittima fosse reietta dalla società, debole e sola, tale  da non rendere ipotizzabile né una reazione sociale né una reazione  sua, la pena dovrebbe essere regolata in funzione solo del primo dei  due minimi, e più genericamente l’uccisione di persone influenti  e potenti essere punita più gravemente che non l’omicidio di persone  emarginate. Ferrajoli potrebbe replicare che la pena va immaginata per  una persona astratta, senza dilungarsi sui suoi attributi eventuali:  eppure è proprio questa persona astratta a disturbarlo quando eccepisce  che a essere punito e dunque “strumentalizzato” da una pena è un  individuo concreto.<sup>10</sup></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Arial;">Sul piano dell’intento,  tuttavia, le preoccupazioni di Ferrajoli sono condivisibili, nascendo  dall’intento di contrastare la seduzione della pena esemplare, la  tentazione di abbondare di chi si preoccupa di concertare un deterrente  efficace. Ma la contraddizione di tale logica è già al suo interno.   Infatti il paradosso della deterrenza è che la sua efficacia è inversamente  proporzionale alla gravità dell&#8217;azione. I delitti più gravi sono quelli  che vengono commessi per acquisire grandi vantaggi o che, proprio per  vincere la riluttanza a compiere un atto umanamente confinante con il  tabù ( come l’uccisione di un&#8217;altra persona), richiedono una determinazione  particolarmente elevata, e dunque sono proprio quelli che non patiscono,  per lo più, alcuna dissuasione legata alla pena. Chi commette un delitto  sanzionato con una pena comunque elevata compie le sue valutazioni solo  considerando la reale probabilità di essere scoperto. Non è pensabile  che si possa ritrarre di fronte alla pena di morte e consideri accettabile  una condanna all’ergastolo o a venti anni di carcere. Invece, su chi  riceve dal reato un vantaggio piccolo una deterrenza severa cancellerebbe  perfino gli incentivi derivanti dall’alta possibilità di farla franca.  Chi guiderebbe più in stato di ebbrezza se la pena prevista fosse di  diciotto anni? chi deterrebbe armi per conto di terzi se ciò comportasse  il rischio di ventidue anni di carcere? Ma un sistema così strutturato  sarebbe paradossale e ribalterebbe il normale assetto delle pene, per  cui le più gravi sono punite più gravemente di quelle più lievi.  Tuttavia: se una tale impostazione si rivelasse utile perché non applicarla?  Aggiungo che per i reati mostruosi, tali che una persona non fortemente  perversa non li commetterebbe e una persona tanto disturbata da commetterli  non si farebbe spaventare dalla pena, la pena sarebbe persino inutile,  proprio perché non sarebbe necessario dissuadere alcuno.  Un utilitarista  ci ribatterebbe che un sistema siffatto, in cui i reati meno gravi vengono  puniti con una pena più alta e quelli mostruosi non vengono puniti  affatto, sarebbe inutile perché la gente lo respingerebbe. Ma questo  significa che nella razionalità penale c’è qualcosa che esula dal  concetto di stretta utilità. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Arial;">Chiarisco ancora meglio.  Se conta solo l’utilità generale perché non colpire i figli del  trasgressore ( come in effetti fa, proficuamente dal suo punto di vista,  la mafia)? In fondo il nesso colpa-pena sarebbe rispettato poiché si  lede, sia pure non direttamente ma negli affetti, il colpevole e sicuramente  la misura avrebbe una forza dissuasiva irresistibile. Mi rendo conto  che un utilitarista potrebbe avventurarsi in una serie di complicate  analisi di costi e benefici per dimostrare che una misura del genere  non sarebbe conveniente. Ma, messo alle strette, dovrebbe ammettere  che la sanzione non avrebbe l’utilità auspicata in quanto la gente  si ribellerebbe, ripugnando il sistema al comune senso di giustizia.  In questo modo, però, si riconosce che non è l’utilità a creare  la giustizia ma la giustizia a condizionare l’utilità.</span></p>
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