La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Se qualcuno è davvero convinto che oggi in Italia sia in atto una persecuzione giudiziaria, non serve a nulla gridarlo ai quattro venti o invocare le riforme.
C’è una sola cosa da fare: chiamare il 113, e mandare in galera i magistrati colpevoli.
Arrestate quei giudici, oggi su Giudizio Universale.

Immaginiamo che non solo si ottenga di far parlare un cane, ma che pure lo si convinca a intrattenerci su questioni astratte. Il cane in questione, tuttavia, per quanto possa vantare una lunga esperienza di cucce, scodinzolate, croccantini e pisciate nel parco, difficilmente riuscirà a spiccicare parola se gli chiederemo: che cos’è la democrazia? E altrettanto, ahimé, di fronte alla domanda: cos’è lo Stato? Oppure: cosa mi dici della fisica quantistica? Ignaro per lo più delle costruzioni culturali dell’uomo, che a lui rimangono celate, il cane potrebbe tuttavia tenere una piccola conferenza se così lo interrogassimo su cos’è la famiglia.
Nel nesso misterioso che separa il nucleo domestico dal resto del mondo, nelle relazioni che legano tra loro i membri della famiglia, il cane ha modo di percepire qualcosa che non è materiale e fisicamente evidente, e in qualche modo gestisce la conoscenza di un’invisibile istituzione. Si potrà eccepire che l’animale si limita ad applicare le categorie concettuali canine (che propriamente concettuali non sono), riversandole per equivoco sulla rete affettiva del padrone. Per lui, insomma, la famiglia non è altro che il branco, e quelli che animano la casa condividono con lui (il cane) il territorio. Ma se uno dei figli cambia casa, e dunque branco e territorio, al cane non ne deriva alcuna confusione: il ruolo familiare permane.
Chissà se Matt Haig aveva in testa considerazioni simili quando ha pensato, non solo di elevare un labrador a protagonista e io narrante di un romanzo, ma di incentrare la storia sulla funzione di protettori della famiglia che i labrador hanno deciso di assumere con tanto di patto fondativo, di cui il volume riporta alcuni estratti. I labrador, e il protagonista Prince in particolare, sono convinti che qualsiasi tipo di crisi incombente sulla famiglia sia frutto di una negligenza canina, e diventano così una felice metafora del patetismo di quanti (umani) si illudono di poter governare situazioni più grandi di loro. Al tempo stesso, gli sforzi generosi di Prince mettono in luce l’inadeguatezza di chi davvero dovrebbe occuparsi di evitare la disgregazione della famiglia, assumendosi delle responsabilità.
Il Patto dei Labrador, anche se pubblicato dopo in Italia, è stato scritto prima del geniale e commovente Il club dei padri estinti, e si vede. La trama si sviluppa con troppe ingenuità e il tentativo di provare a chiudere quasi ogni capitolo con l’annuncio di un imminente colpo di scena o con lo scivolamento in enfasi stucchevoli è scolastico sino al didascalismo, ma c’è già una grazia tutta particolare nel far ridere e intenerire, anche a tre righe di distanza. Il finale, com’è ovvio, è una bestialità. Ma non per dire che è brutto, tutt’altro. E nemmeno per sottolineare che c’è di mezzo un cane. E’ che, al solito, gli esseri umani commettono un errore terribile.
Ecco l’editoriale di apertura per il nuovo Giudiziouniversale.it…
E’ ormai indelebile nella memoria collettiva la maniera in cui Bettino Craxi fu espulso dal proscenio politico: sotto un lancio di monetine davanti all’Hotel Raphael. Caduto nell’oblio, invece, è uno dei modi principali con cui la scena politica cercò di guadagnarla. Un bel giorno se ne uscì dicendo una cosa del tipo: “Noi socialisti non ci riconosciamo nella tradizione marxista. E’ venuto il momento, piuttosto, di rivalutare Proudhon”. Forse chi fosse il filosofo lo sapevano in pochi, ma di sicuro erano il quadruplo, specialmente nell’ambito parlamentare, di quelli che lo sanno oggi. Eppure Craxi ritenne quel riferimento una mossa politica adeguata e spiazzante. Come si vede, dunque, egli non fu solo quel dubbio precorritore della modernizzazione, come oggi viene ricordato da coloro che intendono riabilitarne la figura, ma fu ancora e a pieno titolo un uomo appartenente a una fase culturale del nostro paese che sembra oggi lontana anni luce. Una fase nella quale il background della nostra classe politica era ancora informato a un’educazione umanistica e ai suoi codici. E’ evidente a tutti che oggi, per ignoranza non meno che per calcolo, nessuno si sognerebbe di citare Proudhon per prendere voti, avendo a disposizione argomenti e forme retoriche più spicce, volgari e didascaliche.
Ma a questo scarto, che potrebbe persino apparire un’evoluzione positiva, in senso democratico e anti-elitario, è direttamente collegata una conseguenza importante: ipocrita o meno che fosse il suo volare su temi elevati, Craxi dovette abbandonare il paese a fronte di alcuni scandali; oggi, scandali non meno impressionanti suscitano fastidio verso colui che li denuncia, e la reazione di una buona parte della popolazione si sostanzia in un: “E allora?”. Così, all’indifferenza di quella parte di popolazione ci si può appoggiare per rimanere al potere, giocando a semplificare la coincidenza tra consenso popolare e democrazia.
Un paio d’anni fa aveva scritto una recensione per Giudizio Universale (n.29, dicembre 2007/gennaio 2008).
Ad essere giudicata era la domanda “Se rinasco?”, che veniva presa come spunto per una serie di riflessioni più ampie:
La domanda se rinasco? E’ una domanda strana. E poiché non credo alla resurrezione, e sono sempre stata una donna felice, non saprei cosa rispondere. Io rifarei tutto il mio percorso storico, ma mi fermo a volte su un problema che non ho mai risolto: che cos’è il male? E non parlo solo del male fisico, ma soprattutto del male morale. Il manicomio creava malesseri infernali, ma Basaglia, con la legge 180, non intendeva sguinzagliare i malati per le strade e farne una specie di carneficina: voleva strutture complete, dove l’ospedale psichiatrico fosse anche associato alla felicità del malato. Invece ci si è trovati di fronte a una strana inflorescenza: i medici bravacci, i soccorritori improvvisati, aggiunti a gente incompetente. Io mi meraviglio del fatto che in una società così avanti, la malattia mentale sia guardata con sospetto e i malati siano visti come degli invasati o degli indemoniati. Siamo tornati al medioevo. La religione non ci aiuta più. E soprattutto nei manicomi il malato era considerato un oggetto senz’anima, uno schiavo ingiustamente punito.
L’anima è un concetto astratto. Nessuno ha mai visto l’anima mentre è più facile vedere un bel corpo o un corpo deforme. L’apparenza non è uguale al pensiero, pensiamo a Leopardi, pensiamo a tanti altri geni che non avevano la fortuna di essere delle veline. Però, insomma, mentre una volta si studiava senza vedere l’autore, oggi l’autore va visto a tutti i costi, come un bel paesaggio, e non si tiene conto del fatto che l’autore per creare ha bisogno della solitudine: io dico che in manicomio questa solitudine l’ho trovata.
Un’infanzia difficile non fa presagire un buon successo nella vita. Però i bambini del mio tempo erano furbi e caparbi, e avevano scoperto che l’obbedienza è la prima regola della disobbedienza: quindi inventavano evasioni a margine di una buona condotta.
Si sa che quanto si dice del bambino è un po’ una favola. C’è in quel bambino l’uomo in nuce, il principio dell’uomo che sarà cattivo o meno a seconda dell’educazione e delle sue inclinazioni. Questa scoperta del bambino dovrebbe essere fatta dalle madri per agevolare le inclinazioni dei loro figli. E’ una cosa che raramente le madri sanno fare, volendo impartire al figlio quelle lezioni di moralità che li renderà felici. Immorale è la conquista della felicità non pagata. Oggi i figli hanno tutto pronto in casa. E perciò va in giro una grande catena di squilibrati e malcontenti. Tenuto conto che l’uomo, come dice San Francesco, è fatto di terra come un soffio d’anima, si può parlare anche di morte per l’uomo che si crede eterno. In manicomio tutto questo l’ho vissuto ogni giorno potevamo morire, ma ogni giorno si risorgeva e questo miracolo quotidiano in me è diventata poesia, obbedienza fisica e morale. Un grande ringraziamento a Dio che mi ha dato la fortuna di vedere il mondo. Nella vita non c’è niente da capire.
Nel drammatico caso di Eluana alcune voci, specialmente quelle che cercavano di liquidare il dramma del padre come la meschinità di un uomo che aspira a sgravarsi di una fastidiosa incombenza quotidiana, avevano il gusto scadente della faciloneria. Tanto più mettevano la maiuscola sul termine Vita, accettando che tale possa essere il residuo larvale che segue un cataclisma biologico, tanto più si coglieva l’assenza della pietas e dell’immedesimazione: che richiedono la capacità di passare dalla Vita alle vite, capacità senza la quale quelle vite sono sempre e solo vite degli altri. Nel quadro delle opinioni cattoliche mi fa piacere riportare la breve e densissima intervista di Vito Mancuso, il teologo che già aveva suscitato qualche mal di pancia negli ambienti ecclesiastico con il suo saggio L’anima e il suo destino.
Di lui avevo parlato scritto qualche mese fa nell’editoriale del numero 30 su Giudizio Universale:
Per chi [...] ha abbandonato Dio potrebbe sembrare inutile leggersi un libro come L’anima e il suo destino di Vito Mancuso, benché il suo autore lo definisca, con apparente ossimoro, un trattato di teologia laica. Se esista o meno il peccato originale è forse questione da addetti ai lavori (ma è coraggioso il cattolico Mancuso quando dice che se Adamo fosse stato così imbecille da cadere di fronte alla prima tentazione si dovrebbe almeno parlare di “difetto di fabbricazione”). Però a Mancuso qualsiasi lettore, agnostico o credente, sarà grato per diverse pagine, e soprattutto per una citazione di Dietrich Bonhoeffer. Autorevoli scienziati sostengono che la nascita dell’universo non è frutto del caso, ma risponde a una naturale evoluzione dell’universo verso l’ordine e la complessità. Siccome però gli scienziati stessi non sono riusciti a dare conto di questa legge, dobbiamo per forza ricorrere a Dio per colmare il vuoto? Il cattolico abitualmente risponde di sì. Mancuso dice di no e cita Bonhoeffer: “Dobbiamo cogliere Dio in ciò che conosciamo, non in ciò che non conosciamo, nelle questioni risolte, non in quelle irrisolte. Dio non è un tappabuchi”. Che è un’affermazione capace di restituire all’uomo, nel contesto degli eventi che lo riguardano, tutta la sua responsabilità.
Leggi l’intervista di Vito Mancuso al Corriere della Sera.

Sull’ultimo numero di Giudizio Universale c’è un pezzo di Lorenzo Monaco su un nuovo “museo” a Perugia che raduna folle enormi di visitatori:
Gli italiani non sanno molto di scienza. Lo dicono le statistiche. Lo ripetono i ministri, che si sentono addosso gli occhi di tutta l’Europa. In questo clima, appare incredibile quanto sta accadendo nel cuore stesso dell’Italia. A Perugia. Qui, sul fianco di una collinetta, esiste un museo che tra mille difficoltà si sforza di diffondere la cultura scientifica. Poche stanze, poco pubblico, se si esclude quello scolastico. Finora. Perché, a quanto riferiscono i lavoratori del museo, da un anno è avvenuto qualcosa di straordinario. Sempre più persone si riuniscono davanti alle porte del centro. Qualcuno espone la propria opinione, altri cercano di confutarla. Si fanno ipotesi ardite e proiezioni predittive. Si dibatte, seguendo schemi che renderebbero felice Popper. Emerge il desiderio di vedere e toccare con mano quanto teorizzato. Insomma, si ha voglia di fare esperienza, la base stessa della scienza. Qual è il motivo di tanta effervescenza? La piccola e discreta mostra sull’acqua allestita nelle aule del museo? Oppure il fatto che tra qualche mese (a maggio 2009) Perugia ospiterà il Festival europeo della divulgazione scientifica? Per rispondere bisogna andare più a fondo. Anzi più giù. Diciamo una decina di metri, lungo la fiancata della collina. Infatti nel museo non ci entra nessuno. Tutti gli occhi puntano qualche metro più in basso, sulla CASA DELL’OMICIDIO DI MEREDITH. Altro che mostre e festival, dunque: per salvare la scienza sarebbe più utile mettere un machete in mano a Dulbecco, o invitare a qualche orgetta perversa la Montalcini. Un suggerimento, quindi, agli organizzatori del festival di maggio. Cercate una location? Usate il vecchio bar di Lumumba, vedrete che folle.
Sullo stesso argomento: Il primo amore
Nel nuovo numero, Michele Serra recensisce questa copertina:

Ed in particolare, riflette sui cambiamenti impressi dalla rivoluzione tecnologica al mondo del lavoro:
[...] E’ vero che molti lavori, rendendosi “liquidi”, perdendo il loro ancoraggio a una fabbrica, un ufficio, un luogo fisico e collettivo, hanno messo in crisi le identità di gruppo, la coscienza di classe. Hanno disperso il lavoro in una specie di diaspora polverizzata, in una sommersione diffusa, in un iper-individualismo che ha sgretolato molti degli antichi legami sociali. Ma è altrettanto vero che – comodità a parte – la “restituzione” del lavoro, o perlomeno di parecchi tipi di lavoro, ai singoli individui, al loro arbitrio, alla loro autogestione, ha anche un aspetto “anarchico”, nel senso migliore del termine [...]
Vai al sommario di Giudizio Universale n.36, settembre 2008
Questo mese Giudizio Universale recensisce in apertura sette particolari spazi di lavoro, dalle piattaforme petrolifere al pupazzo dell’Italia in Miniatura. Stefania Stecca in particolare analizza il fenomeno dell’open space: si parla di cortine architettoniche, moduli cubicolari, menzogne sostenibili, isole tondeggianti, post-it e microcosmi burocratici.
“Vendesi particolare soluzione open space di 10 metri quadri”. Così su un cartello affisso nel centro di Milano, in piena allucinazione da bolla immobiliare. Dopo il planetario successo delle soluzioni open space, oggi questo modello, anche denominato work flow office, ha realmente perso la sua spinta utopica di dinamismo e libertà?
Quello scelto per la nostra recensione è l’ufficio interno di una banca, aspetto che introduce un primo elemento di ironia nell’ambizione implicitamente proclamata dal termine: lo space in questione non è open, intanto perché, seppur aperto a un pubblico di professionisti, non è un servizio aperto al pubblico, come peraltro molti dei contesti lavorativi che dell’open space hanno consacrato il successo, dai call center alle redazioni giornalistiche. Poi perché, per tutelarne l’accesso, una mente tayloristicomilitare ha creato una cortina architettonica e umana tale per cui a raggiungerlo possono essere solo pochi esclusivi eletti, determinati da tenacia o necessità.
Confezionata una menzogna sostenibile, superiamo con colpevole disinvoltura custodi, centraliniste, barriere e tornelli per riprendere fiato solo nell’ascensore che ci risucchia e sputacchia al secondo piano. Se prima l’atmosfera era cupamente scurita dalle vetrate fumé dell’ampio e desertico ingresso (nel quale le centraliniste all’orizzonte appaiono come timidi soli in un’alba ancora lontana), ora è il candore di un neutro e sanitario beige ad ammantare pavimenti, pareti e soffitti. Non è dunque un caso se il primo essere umano incontrato, in quello che si presenta immediatamente come un labirintico succedere di corridoi uguali a se stessi, sia un medico. Lì per “visite in corso”, come proclama il cartello sulla porta alle sue spalle, sarà il primo di una serie di persone spaesate, incapaci come noi di individuare l’ufficio richiesto – che ci costringeranno ad una mezza maratona in interni. E’ qui che inizia un viaggio cupo e struggente in quella che è diventata l’organizzazione del lavoro per i nuovi operai del terziario: colletti bianchi che trovano nell’open space la loro quotidiana e anonima catena di montaggio. Nella nostra banca, come in molti luoghi affascinati dalla razionalità del work flow office, gli stanzoni sono separati da pareti mobili. Qui si organizza il personale in isole tondeggianti, torte senza panna, tagliate e separate in quattro fette di egual porzione: quattro postazioni di lavoro. In ogni spicchio trovano asilo le sinapsi tecnologiche per connessioni con il resto del mondo: telefono e computer. Penne fogli e post-it sono l’arida farcitura di una torta che vede la sua timida ciliegina nelle vignette ingiallite aggrappate alle paretine di separazione dei “cubicoli”: più che garanzie di una privacy impossibile, cesoie che recidono ogni naturale relazione col vicino. Armadi, stampanti e fotocopiatrici sono confinate ai margini dello stanzonetrincea, a rinforzare il perimetro del proprio confine di libertà vigilata. Centrale alle isole, troneggia infatti una vecchia scrivania in legno, sulla quale – seppur temporaneamente assente – non si può non immaginare il monarca di quel microcosmo burocratico.
E’ questo un esempio di action office, il sistema di arredi nato nel 1964 dalla creatività di Robert Propst come risposta a un sogno: creare un ambiente di lavoro che “non isolasse il lavoratore ma lo mettesse in costante comunicazione con il mainstream aziendale”. Ma il sogno - nella sua traduzione organizzativa – si è rattrappito: quello spazio fluido e indeterminato destinato a costruire dinamismo e a favorire le interazioni si è progressivamente ridotto, irrigidito in moduli cubicolari, seminando anomia e alienazione. Dall’utopia della libertà, alla dittatura della presenza altrui, rumori e disturbi connessi. Lo stesso Prospt, poco prima di morire, chiese scusa al mondo per la “triste metamorfosi subita dalla sua invenzione”. Il mondo, sopravvissuto, non rispose, con volgare indelicatezza continuò ostinatamente a ruotare sul proprio asse. Come per il suo ideatore, anche per noi è triste constatare che il collega più prossimo per ciascuno degli interpellati ha l’immaterialità, la leggerezza e l’impersonalità di un software. Ed è lui, infatti, a essere ripetutamente interrogato, non il vicino, non il collega dell’ufficio a fianco, per cercare risposta alla nostra ripetuta domanda: scusi, l’ufficio cancellazioni? Telefoni, stampanti, brusio, via vai: le distrazioni si ripetono, con incostante regolarità. Ogni elemento che squarcia la routine visivo- acustica introduce disturbo, alimenta stress, riduce la produttività. Lo confermano tutte le ricerche, passate e recenti, italiane europee e americane: l’open space ha tradito le promesse. Anziché costruire socialità, la congela e distrugge, costringendo il lavoratore a rapporti unidirezionali con il proprio computer. Dall’open space all’open source?
(da Giudizio Universale n.36, settembre 2008)

