La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento

Sull’ultimo numero di Giudizio Universale c’è un pezzo di Lorenzo Monaco su un nuovo “museo” a Perugia che raduna folle enormi di visitatori:
Gli italiani non sanno molto di scienza. Lo dicono le statistiche. Lo ripetono i ministri, che si sentono addosso gli occhi di tutta l’Europa. In questo clima, appare incredibile quanto sta accadendo nel cuore stesso dell’Italia. A Perugia. Qui, sul fianco di una collinetta, esiste un museo che tra mille difficoltà si sforza di diffondere la cultura scientifica. Poche stanze, poco pubblico, se si esclude quello scolastico. Finora. Perché, a quanto riferiscono i lavoratori del museo, da un anno è avvenuto qualcosa di straordinario. Sempre più persone si riuniscono davanti alle porte del centro. Qualcuno espone la propria opinione, altri cercano di confutarla. Si fanno ipotesi ardite e proiezioni predittive. Si dibatte, seguendo schemi che renderebbero felice Popper. Emerge il desiderio di vedere e toccare con mano quanto teorizzato. Insomma, si ha voglia di fare esperienza, la base stessa della scienza. Qual è il motivo di tanta effervescenza? La piccola e discreta mostra sull’acqua allestita nelle aule del museo? Oppure il fatto che tra qualche mese (a maggio 2009) Perugia ospiterà il Festival europeo della divulgazione scientifica? Per rispondere bisogna andare più a fondo. Anzi più giù. Diciamo una decina di metri, lungo la fiancata della collina. Infatti nel museo non ci entra nessuno. Tutti gli occhi puntano qualche metro più in basso, sulla CASA DELL’OMICIDIO DI MEREDITH. Altro che mostre e festival, dunque: per salvare la scienza sarebbe più utile mettere un machete in mano a Dulbecco, o invitare a qualche orgetta perversa la Montalcini. Un suggerimento, quindi, agli organizzatori del festival di maggio. Cercate una location? Usate il vecchio bar di Lumumba, vedrete che folle.
Sullo stesso argomento: Il primo amore
A pagina 22 di Contro il target citavo una famosa storiella – riportata da Philip Kotler – che spiega l’aspetto più creativo del marketing. Si tratta della cosiddetta parabola delle scarpe:
Un industriale calzaturiero di Hong Kong manda in un’isoletta del Pacifico, al fine di valutare se esportarvi le scarpe, un suo agente di commercio. Quello scopre che girano tutti scalzi e torna dicendo che non vale assolutamente la pena di investire un soldo, perché le scarpe non servono a nessuno. L’industriale manda poi un addetto alle vendite che ritorna entusiasta: c’è un mercato eccezionale, dice, perché nessuno ha le scarpe e quindi possiamo mandarne tante paia quanti sono gli abitanti. Infine, l’imprenditore invia l’esperto di marketing, che valuta quali e quanti infortuni derivano agli indigeni dal non calzare scarpe, svolge una ricerca di mercato sul prezzo che alcuni di loro sarebbero disposti a pagare, e fa una stima esatta di quante paia di scarpe possano essere profittevolmente vendute.
Qualche giorno fa ho ritrovato la stessa storiella nell’articolo di Zygmunt Bauman, Il mondo drogato della vita a credito, su Repubblica:
C’era un vecchio aneddoto su due agenti di commercio che giravano l’Africa per conto dei rispettivi calzaturifici. Il primo inviò in ditta questo messaggio: inutile spedire scarpe , qui tutti vanno scalzi. Il secondo scrisse: richiedo spedizione immediata di due milioni di paia di scarpe, tutti qui vanno scalzi.
A proposito di questo impiego del pensiero laterale nel marketing, vanno comunque fatte alcune considerazioni (ancora da Contro il target, pagina 24):
Ovviamente, la creatività non si richiede al consumatore. Non che debba essere cartesiano, perché la promozione dei prodotti punta soprattutto al valore simbolico; ma prevedibile, se non piatta, deve essere la motivazione che lo spinge all’acquisto, per non vanificare lo sforzo intellettuale del marketing. La principale dote che il consumatore deve avere, agli occhi di una direzione marketing, è quella di farsi incasellare, essere categorizzabile”.
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Segnalo infine che su affaritaliani.it c’è una nuova recensione del libro, ad opera di Piero Selva:
La pubblicità è ipnotica, ci trasporta in un mondo di sogni e di illusioni? Questa, dice Remo Bassetti [...] è una definizione in parte obsoleta, perché il marketing è andato avanti ed ha esteso stabilmente e definitivamente la regola ferrea del Target. Che cos’è il Target, questa strategia non certo nuova nel mondo della comunicazione ma che è arrivata a far coincidere l’idea di sé con ciò che si acquista in beni e servizi? Targettizzare significa dividere il mercato degli utenti-clienti in segmenti omogenei cui inviare messaggi e merci “in linea” con il loro profilo.
Nel nuovo numero, Michele Serra recensisce questa copertina:

Ed in particolare, riflette sui cambiamenti impressi dalla rivoluzione tecnologica al mondo del lavoro:
[...] E’ vero che molti lavori, rendendosi “liquidi”, perdendo il loro ancoraggio a una fabbrica, un ufficio, un luogo fisico e collettivo, hanno messo in crisi le identità di gruppo, la coscienza di classe. Hanno disperso il lavoro in una specie di diaspora polverizzata, in una sommersione diffusa, in un iper-individualismo che ha sgretolato molti degli antichi legami sociali. Ma è altrettanto vero che – comodità a parte – la “restituzione” del lavoro, o perlomeno di parecchi tipi di lavoro, ai singoli individui, al loro arbitrio, alla loro autogestione, ha anche un aspetto “anarchico”, nel senso migliore del termine [...]
Vai al sommario di Giudizio Universale n.36, settembre 2008
Questo mese Giudizio Universale recensisce in apertura sette particolari spazi di lavoro, dalle piattaforme petrolifere al pupazzo dell’Italia in Miniatura. Stefania Stecca in particolare analizza il fenomeno dell’open space: si parla di cortine architettoniche, moduli cubicolari, menzogne sostenibili, isole tondeggianti, post-it e microcosmi burocratici.
“Vendesi particolare soluzione open space di 10 metri quadri”. Così su un cartello affisso nel centro di Milano, in piena allucinazione da bolla immobiliare. Dopo il planetario successo delle soluzioni open space, oggi questo modello, anche denominato work flow office, ha realmente perso la sua spinta utopica di dinamismo e libertà?
Quello scelto per la nostra recensione è l’ufficio interno di una banca, aspetto che introduce un primo elemento di ironia nell’ambizione implicitamente proclamata dal termine: lo space in questione non è open, intanto perché, seppur aperto a un pubblico di professionisti, non è un servizio aperto al pubblico, come peraltro molti dei contesti lavorativi che dell’open space hanno consacrato il successo, dai call center alle redazioni giornalistiche. Poi perché, per tutelarne l’accesso, una mente tayloristicomilitare ha creato una cortina architettonica e umana tale per cui a raggiungerlo possono essere solo pochi esclusivi eletti, determinati da tenacia o necessità.
Confezionata una menzogna sostenibile, superiamo con colpevole disinvoltura custodi, centraliniste, barriere e tornelli per riprendere fiato solo nell’ascensore che ci risucchia e sputacchia al secondo piano. Se prima l’atmosfera era cupamente scurita dalle vetrate fumé dell’ampio e desertico ingresso (nel quale le centraliniste all’orizzonte appaiono come timidi soli in un’alba ancora lontana), ora è il candore di un neutro e sanitario beige ad ammantare pavimenti, pareti e soffitti. Non è dunque un caso se il primo essere umano incontrato, in quello che si presenta immediatamente come un labirintico succedere di corridoi uguali a se stessi, sia un medico. Lì per “visite in corso”, come proclama il cartello sulla porta alle sue spalle, sarà il primo di una serie di persone spaesate, incapaci come noi di individuare l’ufficio richiesto – che ci costringeranno ad una mezza maratona in interni. E’ qui che inizia un viaggio cupo e struggente in quella che è diventata l’organizzazione del lavoro per i nuovi operai del terziario: colletti bianchi che trovano nell’open space la loro quotidiana e anonima catena di montaggio. Nella nostra banca, come in molti luoghi affascinati dalla razionalità del work flow office, gli stanzoni sono separati da pareti mobili. Qui si organizza il personale in isole tondeggianti, torte senza panna, tagliate e separate in quattro fette di egual porzione: quattro postazioni di lavoro. In ogni spicchio trovano asilo le sinapsi tecnologiche per connessioni con il resto del mondo: telefono e computer. Penne fogli e post-it sono l’arida farcitura di una torta che vede la sua timida ciliegina nelle vignette ingiallite aggrappate alle paretine di separazione dei “cubicoli”: più che garanzie di una privacy impossibile, cesoie che recidono ogni naturale relazione col vicino. Armadi, stampanti e fotocopiatrici sono confinate ai margini dello stanzonetrincea, a rinforzare il perimetro del proprio confine di libertà vigilata. Centrale alle isole, troneggia infatti una vecchia scrivania in legno, sulla quale – seppur temporaneamente assente – non si può non immaginare il monarca di quel microcosmo burocratico.
E’ questo un esempio di action office, il sistema di arredi nato nel 1964 dalla creatività di Robert Propst come risposta a un sogno: creare un ambiente di lavoro che “non isolasse il lavoratore ma lo mettesse in costante comunicazione con il mainstream aziendale”. Ma il sogno - nella sua traduzione organizzativa – si è rattrappito: quello spazio fluido e indeterminato destinato a costruire dinamismo e a favorire le interazioni si è progressivamente ridotto, irrigidito in moduli cubicolari, seminando anomia e alienazione. Dall’utopia della libertà, alla dittatura della presenza altrui, rumori e disturbi connessi. Lo stesso Prospt, poco prima di morire, chiese scusa al mondo per la “triste metamorfosi subita dalla sua invenzione”. Il mondo, sopravvissuto, non rispose, con volgare indelicatezza continuò ostinatamente a ruotare sul proprio asse. Come per il suo ideatore, anche per noi è triste constatare che il collega più prossimo per ciascuno degli interpellati ha l’immaterialità, la leggerezza e l’impersonalità di un software. Ed è lui, infatti, a essere ripetutamente interrogato, non il vicino, non il collega dell’ufficio a fianco, per cercare risposta alla nostra ripetuta domanda: scusi, l’ufficio cancellazioni? Telefoni, stampanti, brusio, via vai: le distrazioni si ripetono, con incostante regolarità. Ogni elemento che squarcia la routine visivo- acustica introduce disturbo, alimenta stress, riduce la produttività. Lo confermano tutte le ricerche, passate e recenti, italiane europee e americane: l’open space ha tradito le promesse. Anziché costruire socialità, la congela e distrugge, costringendo il lavoratore a rapporti unidirezionali con il proprio computer. Dall’open space all’open source?
(da Giudizio Universale n.36, settembre 2008)
da Derelitti e delle pene, Editori Riuniti (2003)
Nel 1983, dunque, il carcere attraversa una crisi tremenda, moralmente peggiore di quella che aveva conosciuto all’inizio degli anni settanta. Se in quell’epoca la repressione ottusa era frutto di un’odiosa ma coerente impostazione ideologica, la situazione dei primi anni ottanta denotava sbando e ingovernabilità, per non dire del fatto che la distanza misurabile tra le aspettative suscitate dalla riforma e i suoi risultati dava ai detenuti la fondata sensazione che si giocasse cinicamente sulla loro pelle.
A capo della Direzione Penitenziaria viene chiamato l’uomo giusto, Nicolò Amato, che aveva svolto la funzione di pubblico ministero nel processo Moro e in quello per l’attentato al Papa. Sin da subito Amato capovolge la secolare tradizione dell’amministrazione penitenziaria, per la quale la burocrazia carceraria doveva rispondere a una grigia impersonalità. Si fa vedere ovunque e dovunque, anche dai detenuti, che per la prima volta percepiscono, quale controparte, una persona in carne e ossa, pronta a scendere nella minimalità dei loro problemi- che mostra di avere più a cuore dell’ordinato andamento degli uffici- e che porta alla giornaliera attenzione dell’opinione pubblica la drammaticità di un luogo normalmente cancellato dalla rimozione. Né, dato il suo temperamento narcisista, un simile presenzialismo gli costa sforzo particolare.
Dopo poche settimane dall’incarico, in nome della necessità del dialogo, comincia persino a farsi aprire le celle dei detenuti. Un giorno, ad onta delle resistenze dell’agente, si fa introdurre da Moretti. Racconta Amato che il capo brigatista, dopo un attimo di sorpresa esitazione, gli disse: “Non crede che per lo stato sia venuto il momento di arrendersi?”. E Amato: “A dire il vero, vedendola qui, mi verrebbe da pensare il contrario”. Pare che dalla spiritosa replica, che in condizioni materiali di maggior favore l’interlocutore avrebbe probabilmente salutato con una sventagliata di mitra, sia nata una conversazione cordiale. Al momento del congedo, Moretti avrebbe chiesto a Amato il favore di entrare anche nella cella di un altro compagno affinché non si pensasse che l’aveva chiamato lui per rendergli dichiarazioni di pentito.
da Derelitti e delle pene, Editori Riuniti (2003)
A 44 anni le cose le vedi diversamente che a 20, anche se li hai passati tutti in galera, prima prendevi l’ergastolo e dicevi vaffanculo spacco tutto ma adesso invece cosa concludo, e in alternativa cosa concludo con la buona condotta, se uno sceglie la prima scelta è pazzo, non ragiona sano, cerchi di vivere meglio anche se non è che dipende solo da quello che fai tu, in questi posti il direttore deve tenere le molle, lascia vivere e al momento opportuno ti tronca di vivere, in queste parti capita sempre lo scemetto, come quello che l’altro giorno si è ammazzato con la droga, più scemo di quello che ci può essere, e la direzione tira le molle di nuovo. Anch’io mi sono ammalato di cuore, è tutto lo stress, eppure non stavo male, facevo ginnastica due volte al giorno, facevo un lavoro più pesante, oddio qua lavori faticosi non ce ne sono, facevo lo spesino, adesso faccio il bibliotecario, è più leggerino, mi mantengo con lo stipendio, e problemi ora non ne abbiamo perché mia moglie lavora, mia figlia ha 25 anni, e io ho già due nipotini, siamo precoci in Sicilia, l’altro figlio ha 14 anni, l’ho lasciato a un annetto, finché il bambino è piccolo uno gli dice le bugie, sai papà lavora a Torino alla Fiat, il bambino si accontenta, poi a 7 anni comincia a vedere anomalie perchè a scuola vengono accompagnati dal papà, e uno gli ha detto tu il papà non lo hai, il bambino si innervosiva, poi ha capito che non era vera la storia della Fiat, perché veniva al colloquio e diceva portami fuori a prendere un gelato, tutte le volte attaccava col gelato, non mi accompagni a scuola, almeno pigliamoci il gelato insieme, papà perché tutta la polizia, e io un giorno ho detto va bene sono in galera, e lui si è messo a piangere come un pazzo, tu mi dicevi di non dire bugie e mi dicevi bugie, batteva su questo tasto, non chiedeva cosa hai fatto, e io dicevo ti volevo far crescere sano, e alla fine sembrava più o meno appagato, e arrivato a 10 anni diceva per la comunione ti aspetto, io avevo l’ergastolo, papà quando esci, io cercavo di sviare il discorso oppure dicevo fattela la comunione, posso uscire domani come fra tre o quattro anni, poi però ero arrivato nei tempi del permesso, ho parlato col prete, sa don Alfrè il bambino si vuole fare la comunione, minchia mi sembra strano non esserci anche perché con la bambina neppure c’ero, e invece il permesso non me l’hanno dato, e allora ho fatto la scena, con mia moglie e lui davanti ho cominciato quasi a urlare, oh stà comunione gliela facciamo? e il pericolo della comunione è passato, e nella foto era molto più alto dei compagni, che poi è molto lungo lui, non so che gli danno a mangiare a stì bambini oggi, e del resto anche più grande di età, ma si capisce che il problema non era proprio la comunione, è che mio figlio ha bisogno di uno fuori, ho parlato col magistrato, ero disposto a tutto, lo so che non è facile decidere per un permesso, è una decisione faticosa, che se uno sbaglia quando sta fuori paga lui, il magistrato, se non fanno uscire un ergastolano ci può dire niente nessuno? ma io ho saputo ripagare la fiducia, gli ho detto guardi se lei decide di mandarmi in permesso ora è il momento giusto, è un’età pericolosa per il bambino, ho capito com’era fatto il carcere per uscire, il carcere per rimanere già lo conoscevo, il magistrato mi chiamava e io dicevo sono innocente, e quello pensava che questo o è scemo o si pensa che è scema la magistratura, e allora ho detto i fatti che erano evidenti e io volevo nasconderli, e quando è arrivato il permesso avevo paura, e chissà se aveva paura pure lui, un ergastolano che riesce a fotterlo può distruggere un giudice e gli rimane nel fascicolo, me l’hanno comunicato il 23, dovevo uscire il 24, era Natale, nel corridoio facevo i salti mortali, mi stava venendo di nuovo l’infarto, in un minuto ho pensato tutto quello che in 11 anni avevo pensato che avrei fatto fuori e chi ha dormito, e al mattino un ispettore dice io la voglio accompagnare fuori perché voglio vedere le reazioni che ha lei, non ho mai visto uno che esce dopo così tanto tempo, e si è avverato il sogno di portare mio figlio in una gelateria, papà quando lo prendiamo stò gelato, era dicembre, ora ti faccio vedere che pigliarsi il gelato con papà è come pigliarsi il gelato con la mamma, e il giorno dopo ho dovuto dirgli tutta la verità, quello che avevo fatto, in quel contesto avrebbe capito meglio di quando eravamo dentro, e di nuovo ha pianto 4 ore, ho detto che avevo ammazzato uno, e come, abbiamo fatto le lotte e le fiaccolate a scuola contro la mafia, e la fiaccolata contro chi ammazzava le persone, e allora io non lo sapevo ma stavo facendo la fiaccolata contro mio padre, io lo sapevo che faceva la fiaccolata, e insomma ero contento perché così non si sentiva diverso dagli altri compagni, certo a volte mi veniva da dirgli ma manda a ‘fanculo le fiaccolate, e povera mia moglie, le è andata peggio che alle sorelle, una ha beccato un medico, solo lei fa questa vita, l’ho mollata da sola col bambino che aveva sedici anni, lei mi ha aspettato e mi sta aspettando oggi, e anche se lei sta fuori e io dentro le sofferenze le abbiamo divise, si è ammalata di nervosismo, di tutti i mali, cronica, 15 giorni fa stava con le fleboclisi, per fortuna è rimasta giovane in viso, e pure io, o almeno mi pare, siamo rimasti nello stesso modo che ci siamo lasciati, ricominciamo da là, rivivere quello che potevamo fare quando avevamo 20 anni, andiamo al ristorante con mia moglie e il bambino, cerco di rivivere la vita di quando avevo 20 anni, piano piano arriviamo a 44 anni, un permesso alla volta, ogni permesso ci facciamo un anno, ci raccontiamo che stiamo seduti quello che avremmo fatto quell’anno e alla fine ci sembra quasi che l’abbiamo fatto sul serio, e continuiamo questo gioco nelle lettere, siamo arrivati a trent’anni. Col bambino abbiamo riparlato che avevo ammazzato uno, dopo mangiato mi faccio sempre un pisolino, e quella volta il bambino viene a letto, posso anch’io? non avevo mai dormito con mio figlio, non lo avevo mai provato quel contatto, mi sembra strano, è come abbracciare un altro uomo e allora avevo riserbo ad abbracciarlo, dopo mezzora facevo finta di dormire ma pensavo ma scusa ma non me lo devo abbracciare a mio figlio, ho messo una mano attorno al collo e lui si è stretto, e ho pensato mi viene un altro infarto, ho sentito un’esplosione, e lui dice ma vedi papà cosa ti sei perso, sotto il braccio sentiva il tremore e me l’ha detto, i ragazzi di oggi sono così, mica si tengono niente, e così lui continua ci pensi al figlio di quello che hai ucciso, io non te ne voglio fare una colpa ma la vita ha un valore, e io sono riuscito solo a rispondere ma io lo so che la vita ha un valore, ho l’ergastolo, e dentro di me pensavo ma che cazzo mi sta dicendo mio figlio, ma non è che forse l’ho fatto crescere un po’ troppo bene, minchia, sempre il padre sono, e lui intanto diceva tu ora l’hai avuta l’opportunità di abbracciarmi, io ho detto è giusto, non volevo disturbare quella veduta, però pensavo mò mi devo aggiustare, non può essere lui papà a me, dopo non posso più fargli lezione di vita, e allora ho detto sì è giusto ma bisogna pure saperle dire le cose, e se tu certe cose le capisci significa che te le abbiamo insegnate, abbiamo regolato la cosa, se no non facciamo più padre e figlio, ci sono cose che si possono dire facilitate e altre che ci vuole metodo, minchia, si è messo a piangere, entra mia moglie, si mette a piangere pure lei perché vedeva piangere il bambino, fallo sfogare, mi ero innervosito dentro, fallo sfogare, ci fa bene, magari era un pianto di prima, e io ho detto secondo me era un pianto di nervosismo, capisci, gli ho detto dopo, se ti metti su questo piano io poi come ti posso aiutare più, già su certe cose che penso di poterlo crescere poi scopro che sono ridicolo, una volta gli ho parlato del sesso e quello rideva, io andavo avanti ma pensavo è scemo, dicevo minchia magari è che gli piacciono i maschi, papà che mi insegni, stè cose le ho fatte già. Quello che gli ho sparato in una rapina era un brigadiere, ho pensato meglio la vita sua della mia, avevo la rivoltella e ho sparato, non pensi più a niente, erano in due, uno è rimasto vivo, pensavo fossero morti tutti e due, e a quello che è morto per vero ci penso spesso, specie dopo le parole di mio figlio, mi vengono delle sudorazioni, comincio a sudare freddo, io vivo per dimenticare, non per ricordare, ma penso al bambino che aveva l’età di mio figlio, e allora invece pensavo che volevo guadagnare 50 milioni e spenderli, e avevo un brutto carattere, se mi dici muovi un tavolino lo faccio ma già la seconda volta non lo faccio più. Ogni tanto mi frullava, dicevo ma cosa cazzo hai combinato, mi dico voleva ammazzarmi lui, aveva messo il colpo in canna, e allora ho cominciato a domandare agli agenti scusate ma quando mettete il colpo in canna significa che certamente state per sparare, e mi rispondono che quando scendono dalla pattuglia notturna mettono sempre il colpo in canna però non è detto che stanno per sparare, secondo me l’infarto l’ho preso per questo, stavo una notte intera a discutere tra me sul perché avevo sparato, e tornava la questione del colpo in canna, e domandavo a un altro agente, se state mettendo il colpo in canna è perché volete sparare vero? fumavo tutta la notte e mi venivano i sensi di colpa, ora con questi tre anni che esco in permesso sono più tranquillo. L’infarto l’ho avuto cinque anni fa, facevo lo spesino, un giorno avevo un po’ di bruciore allo stomaco, mi ero mangiato tre uova con il pane toscano, pensavo fossero quelle, a un certo punto cado a terra, riesco ad arrivare in infermeria, non c’andavo mai, la dottoressa dice si accomodi, si metta nella barella, tre uova sono tante, mi fa il buscopan, io dico guardi mi fa male il braccio, mi guarda strano, si presenta con la macchina per l’elettrocardiogramma e poi fa stia calmo ha un infarto in corso, si rilassi, minchia, come faccio a rilassarmi, mi dice che ho un infarto in corso, massaggi di qua e là, non ho capito più niente, mi hanno spiegato che si era bloccata l’aorta, 45 minuti a cuore fermo, mi hanno messo un by-pass, mi sono risvegliato che c’era mia moglie, ha assistito a tutta l’operazione da dietro un vetro, in tutti gli anni che ho passato in carcere ho avuto questa fortuna qua, che non era mai capitato che ci guardassimo da dietro un vetro, abbiamo parlato sempre senza la divisione, adesso stavo lì col mio infarto a 38 anni, e lei mi guardava da dietro il vetro, e la questione era la mia vita, e dici che ti frega della vita se si tratta di passarla in galera tutta, ed è vero, però adesso coi permessi la vita è tornata e se penso spesso a una cosa penso al braccio sotto al collo di mio figlio.
da Derelitti e delle pene, Editori Riuniti (2003)
Dal punto di vista della violenza la pena moderna si discosta dalle pene più antiche non per la mitezza ma per altre due ragioni: 1) al posto di una violenza concentrata nel tempo si è passati a una violenza frazionata nel tempo 2) al posto di una violenza visibile è subentrata una violenza invisibile. Il vero mutamento di sensibilità non è stato il distacco dalla violenza ma il cambiamento delle modalità che la facciano considerare accettabile.
I diritti attribuiti ai detenuti, dunque, per quanto possano contribuire a renderne più umana la condizione, sono palliativi miseri e ipocriti se non vengono esercitati su uno sfondo di reale riduzione della violenza. Certo, è una violenza spesso impalpabile ( proprio in quanto invisibile e frazionata), per cogliere la quale occorrerebbe un atteggiamento diverso dalla rimozione. E resterebbe comunque arduo compenetrarsi in quell’esperienza che le parole faticano a restituire. Bisognerebbe immaginarcisi in una cella, caro lettore.
La pena come castigo guarda al passato e, secondo alcuni, è dunque questo il suo limite poiché non si possono ricomporre i cocci di ciò che è già andato in frantumi.
La punizione può essere giustificata solo volgendosi al futuro. La risposta alla domanda “Perché punire” deve allora essere “per evitare che altri commettano lo stesso crimine”. L’esistenza della pena avverte i consociati di ciò che rischiano se ledono il bene giuridico tutelato dalla norma. Prevedere una pena per chi uccide non serve tanto a punire chi ha già ucciso (benché quest’operazione sia indispensabile per conferire credibilità alla sanzione) quanto a impedire che si uccida, o almeno a renderlo meno probabile. E’ questa la prevenzione generale o deterrenza. Chi crede nella retribuzione vede un successo in ogni applicazione della pena, poiché il colpevole sconta il delitto che ha commesso; chi crede nella prevenzione vede in ogni applicazione della pena un fallimento poiché, in quel caso, la dissuasione non ha avuto effetto.
Nella parte finale di Contro il target si parla degli antidoti alla targettizzazione: il link, per il suo carattere aperto ed imprevedibile; e la metropolitana, per la sua mancanza di connotazioni che ne fa un luogo perfettamente neutro e dunque impermeabile alle segmentazioni di mercato.
Benché il consumo targettizzato occupi ormai quasi tutti gli spazi sociali, è ancora possibile reperire oggetti che si sottraggano al suo dominio. Qui ne indicheremo due, che sono il link e la metropolitana.
Il link è il collegamento che da un sito internet consente di passare a un sito diverso. Logicamente ogni sito tenderà a proporre spostamenti che abbiano una qualche coerenza con i suoi contenuti e che possano essere apprezzati dal proprio target di riferimento. Ma la migrazione su un altro sito metterà in contatto anche con i link che quell’altro sito propone, e che inevitabilmente si discosteranno parzialmente da quelli indicati sul sito di provenienza. Continuando il viaggio ci si allontanerà sempre più dal sito originario e dalla sua prospettiva, e soprattutto dal controllo che quello poteva esercitare e dalle sue indicazioni. Il link è una ramificazione ingovernabile. Il sito non vi si può sottrarre perché una buona dotazione di link è una condizione di appetibilità, gradevolezza, competitività, ma al tempo stesso è costretto a cedere una parte del suo monopolio discorsivo. Da una pagina web di una catena di alberghi si risalirà, per mezzo di link, ai siti che parlano di quel luogo, e tra questi si perverrà a siti istituzionali, di persone, di hobby disparati. Con il link il navigatore costruisce un suo personale senso per l’escursione in Rete, di volta in volta rinnovabile anche a partire dalla stessa meta, e viene in contatto con categorie di individui distanti tra loro. La personalizzazione si accentua se, come è ormai è normale, tra i link ci sono anche dei blog e dei forum che aggiungono alla difformità della fonte l’improgrammabile apporto dei partecipanti alla discussione, e l’alta probabilità che essi stessi rimandino a fonti disparate, e produttive di nuovi link.
La metropolitana è un mezzo di trasporto non classista che, per l’obiettiva capacità di ridurre considerevolmente i tempi di spostamento urbano, attrae utenti senza distinzione di ceto. La sua estetica è fatta di stratificazioni apparentemente inconciliabili: in alcune città i sotterranei vengono adornati di opere d’arte contemporanea, che servono a dare lustro alle amministrazioni ma che non sono specificamente pensate per il godimento di un pubblico che normalmente si muove con speditezza. Nelle stazioni delle metropolitane si esibiscono, in pratica assommando la totalità delle forme musicali, artisti scalcinati e storditi dall’alcool e concertisti che hanno felicemente studiato in conservatorio. Le condizioni estetiche ed igieniche sono enormemente differenziate da luogo a luogo, persino all’interno della medesima stazione. La mescolanza di odori e di stili che circola in metropolitana è persino difficile da riprodurre nelle zone all’aperto, dato che le persone tendono a frequentare queste ultime secondo una certa omogeneità, quasi un implicito criterio di spartizione di aree. Ma ciò che più trafigge questa compattezza sociale è proprio la metropolitana, che attira verso le zone borghesi e residenziali gli abitanti dei quartieri periferici, con un meccanismo non dissimile da quello dell’emigrazione extrastatuale. (…). Mai si ricorda un intervento di marketing volto ad agire sul pubblico della metropolitana, a indurlo a comprare il biglietto. La ragione non sta tanto nella percezione di una certa anelasticità della curva della domanda, nel senso che la motivazione pratica della scelta di quel mezzo di trasporto sarebbe insensibile ad altra politica che quella dei prezzi e indifferente al valore simbolico. Dobbiamo spiegarci invece perché del viaggio in metropolitana non venga proposto il valore simbolico, che pure per le non poche peculiarità dell’oggetto potrebbe attingere a diverse e originali fonti di significato, non ultimo l’attraversamento delle viscere della terra. La ragione è che la metropolitana non è targettizzabile: nessun messaggio le può essere abbinato in esclusiva poiché ciò che sedurrebbe il professionista con la ventiquattrore passerebbe inosservato allo studente, ciò che colpirebbe l’insegnante disturberebbe il manovale. Per questo, buona parte della pubblicità che viene affissa nelle stazioni o è generalista o è di taglio informativo, e si riferisce agli eventi che si svolgono in città. Si può anzi ricavare dalla pubblicità in metropolitana la prova che, dove si concentra un flusso di persone generalista piuttosto che targettizzato, il livello della comunicazione scritta tende a elevarsi, restituendo spazio alle segnalazioni culturali, che invece in ambiti diversi vengono trascurate od omesse.
Chi pensa dunque che il principio del target sia una sciagura, si troverà ad auspicare che il link e la metropolitana si sviluppino esponenzialmente. (…). Ma perché la detargettizzazione abbia un significato più profondo è necessario che il link e la metropolitana divengano metafore dell’organizzazione sociale. Bisogna linkizzare e metropolitanizzare la nostra vita, per spezzare la segregazione, l’incomunicabilità, l’attorcigliamento dell’individuo attorno a una propria artificiale identità, predeterminata e meccanicamente replicata.
Nelle pagine 52-54 si parla di Repubblica, e di come il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari sia stato all’avanguardia nel rivolgersi ad un lettore fortemente targettizzato: preoccupandosi soltanto di rafforzare la sua percezione di sé, ed evitando di suscitare dei dubbi.
Se Repubblica investe molte risorse nell’inserto glamour o quello di moda, e inserisce tra le sue notizie anche quella (come minimo capziosa) del grande successo riscontrato dall’inserto, acquistabile con una piccola aggiunta di denaro, non può mantenere un adeguato atteggiamento critico nei confronti del mondo della moda: non osta a questo solo il legame con un certo tipo di inserzionisti pubblicitari, che grazie a quegli inserti trovano interessante investire nel quotidiano (e già sarebbe un vincolo non da poco); la verità è che non si può scrivere che i lettori reagiscono favorevolmente all’inserto della moda e poi qualificare l’attenzione per l’abbigliamento firmato come una futilità. Sbaglierebbe pertanto chi ricavasse dal fatto che solo una parte (un sottotarget) di pubblico segue gli inserti la considerazione che la linea del giornale non è influenzabile dall’esistenza dei suoi allegati. Per quanto una personalità possa apparire sfaccettata e contraddittoria (in fondo uno dei brocardi cui il fondatore di Repubblica Scalfari è più affezionato è che la coerenza è degli imbecilli), il disegno di un’identità che si propone di suscitare appartenenza necessita di un equilibrio armonico tra le varie componenti e di una sostanziale unità ideologica.
Il principale aggiustamento che Repubblica ha richiesto al suo lettore intransigente di un tempo è la rivalutazione della dignità consumistica. Alla domenica, specialmente, vi sono articoli che, al loro interno, reclamizzano imprese produttrici di beni e servizi in un modo che, nello stile austero di una volta, sarebbe parso imbarazzante. Ma più in generale, durante la settimana, Repubblica descrive presunte nuove tendenze, presentate come svolte nei costumi, e connotate da un immediato riflesso consumistico: il tono dei resoconti è neutro, mai apologetico ma raramente ironico, sicuramente alieno da qualsivoglia critica di sistema. Nulla sfugge al setaccio: nel giro di un paio di mesi si viene aggiornati sia sulle montature di occhiali che si portano la sera, sia sui diamanti cuciti all’intimo. Assai frequente è il supporto della lingua inglese, che avvolge in un sano packaging cosmopolita anche i comportamenti più statici ed innocui: se qualcuno si trattiene a casa qualche giorno in più non è certo perché piove o ha finito lo stipendio. Egli rientra nella corrente degli home lovers e, presa cognizione del suo status, potrà anche agire di conseguenza, acquistando accessori casalinghi (quando gli riaccrediteranno lo stipendio) e, perché no, ingaggiando un house manager, uno di quei consulenti ad hoc che proliferano e costituiscono pure essi un indotto della segmentazione sociale. Per via del soffio effimero che alita sulle tendenze, non è sempre facile evitare di contraddirsi: a pochi mesi da un articolo sul disprezzo degli inglesi per lo studio del latino, apprendiamo che lo studio del latino nelle scuole britanniche si è raddoppiato in tre anni e che il suo sfoggio eloquente viene apprezzato tra le professioni e nell’alta società. Ma a volte per il ribaltamento basta pure un giorno: l’8 maggio 2007, il supplemento interno “Automotori” celebra i Suv che tutti vogliono e che stanno mandando in pensione la berlina. Peccato che il 7 maggio l’inserto “Affari e finanza” avesse considerato imminente “l’ora del tramonto per quei mostri giganteschi dai consumi spaventosi”. Capita anche che la simpatia con cui il giornale diffonde l’attività di alcuni esercizi commerciali venga ricambiata con calorosa franchezza. Il 15 giugno 2006, uno dei “signori delle feste”, cioè il titolare di una ditta di catering di cui si consigliano i servigi, intervistato, spiega: “è giusto che il valore delle aziende del settore venga riconosciuto e certificato dalle pubblicazioni serie e precise come la guida dei ristoranti di Roma della Repubblica”. Nemmeno si può dire che le induzioni all’acquisto ivi contenute si facciano apprezzare per il risparmio, anzi siccome vengono ascritte a un’elite, che con maggiore sensibilità è capace di coglierle in anticipo, sono particolarmente esose. Al lettore non si chiede di rinunciare alla passione civile, che viene rinfocolata da alcuni storici e moralmente irreprensibili corsivisti, ma di inserirla in un contesto light e disincantato. E l’impegno culturale? La biblioteca ideale che Repubblica aiuta a formare, a un costo risibile per effetto delle sue economie di scala, viene sfornata a un ritmo che esclude ogni capacità di assimilazione dell’acquirente. La pubblicazione settimanale di un classico, la cui lettura bisognerebbe distillare nel tempo per penetrarlo, è speculare alla produzione infinita di dizionari e di enciclopedie in ogni campo dello scibile. In entrambi i casi la spinta è all’ostentazione e alla consultazione: e questo significa che il tomo è promosso in quanto oggetto, merce, feticcio.

