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	<title>Remo Bassetti &#187; Storia dello sport (estratti)</title>
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		<title>Lo sport e il fascismo</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jun 2008 08:43:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia dello sport (estratti)]]></category>
		<category><![CDATA[Lo Sport]]></category>

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		<description><![CDATA[Al di là delle  esigenze pratiche, tuttavia, l’attrazione per lo sport era connaturata  ad alcuni temi centrali dell’ideologia fascista che non a caso in  un’espressione para-atletica, la marcia su Roma, trovava un fatto  saliente nonché il mito fondativo della presa di potere. E il militante  originario del movimento, lo squadrista, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Al di là delle  esigenze pratiche, tuttavia, l’attrazione per lo sport era connaturata  ad alcuni temi centrali dell’ideologia fascista che non a caso in  un’espressione para-atletica, la marcia su Roma, trovava un fatto  saliente nonché il mito fondativo della presa di potere. E il militante  originario del movimento, lo squadrista, veniva accomunato all’atleta.  Lo squadrismo era “entusiasmo sportivo che aveva trovato un’idea”  e, secondo il giornalista Adolfo Cotronei, “se pigliamo lo squadrista,  lo liberiamo del suo manganello, lo riportiamo alla vita normale, troviamo  in lui un tipo di atleta capace di battersi non più sulla strada, ma  in un ring o in una palestra”. La dottrina fascista incontrava lo  sport perlomeno su cinque punti essenziali, che tra loro si richiamavano  ed assorbivano: <em>l’azione, l’eroe, il corpo, la gioventù e l’ideale  dell’uomo nuovo.</em></p>
<p align="justify"><span id="more-100"></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Lo sport metteva  in primo piano l’azione pura e semplice, nella sua spoglia e spontanea  immediatezza, e in ciò pareva un suggello dell’ideologia fascista,  che rivendicava il privilegio del gesto risolutore sull’assunto della  ragione e dell’istinto sull’intelletto. Ma se il fascismo, teoricamente,  propugnava la priorità dell’azione, nella quotidianità non esisteva  un luogo maggiore di inazione dello Stato Mussoliniano. Le settimane  si consumavano da una parata all’altra: e la parata è, al massimo,  celebrazione e <em>simulazione dell’azione</em>. Si vantavano le virtù  della nazione combattente, ma intanto la fibrillazione della comunità  veniva garantita solo attraverso mobilitazioni simboliche che alla lunga  erano un modesto surrogato della belligeranza che si proclamava animatrice  della rivoluzione fascista. Il 29 ottobre si marciava per celebrare  l’anniversario della marcia su Roma, una settimana dopo per celebrare  una vittoria. In mezzo ci si infilava qualcos’altro, come nel 1934  una curiosa contemporanea celebrazione di 820 matrimoni nella basilica  romana di Santa Maria degli Angeli, simile in fondo anch’essa a una  parata militare. Di più: le parate non avevano valore di per sé ma  lo acquisivano per il fatto di essersi svolte dinanzi al Duce o al Re,  la cui presenza ed approvazione erano il vero evento in luogo della  sfilata di persone, che nello sguardo altrui trovavano non solo una  certificazione ma l’unica condizione di esistenza. L’atto, insomma,  proveniva dallo spettatore. “L’alta e ardente parola di Mussolini  ai decorati al valore” “ Il Duce acclamato all’annuale della rivoluzione”,  “Il Duce ha presenziato alla cerimonia svoltasi nella capitale”.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Capitavano  così, nel rapporto tra regime e gesto atletico, due fenomeni contradditori.  Da un lato che, soffocato dalla simulazione dell’azione, il regime  fosse affamato di azione autentica, quale almeno lo sport poteva realmente  offrire; e dall’altro che, oramai anestetizzato dalla sostanziale  immobilità della vita nazionale, esso fosse completamente incapace  di coglierla anche nell’evidente espressione del gesto atletico. Quel  gesto, infatti, non veniva mai apprezzato per l’estetica che gli era  propria ma solo in quanto idoneo a rimandare a un contenuto simbolico  che lo trascendesse, legandosi ad un’improbabile <em>fascistità.</em> Così, mai come sotto fascismo l’azione atletica venne considerata  con tanto artificioso (e rozzo) intellettualismo. E alla fine anche  per le vittorie dei campioni il dato significativo era che Mussolini  fosse presente o consegnasse un premio.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">L’incontro  sul piano dell’oroismo tra sport e fascismo non è altrettanto scontato.  Che il soldato fosse anche un atleta non era affermazione nuova e lo  aveva già scritto Platone. Tutt’altro che conseguenziale era l’inversione  della proposizione. L’atleta non necessariamente è un eroe. Non mette  a repentaglio la vita e, in linea di massima, la sua condotta è estranea  a una dimensione etica che, può, al massimo, sovrapporvisi. Ma così  come era affamato di azione, il fascismo era a caccia di personaggi  che a quelle azioni conferissero un rilievo eroico. Per questo predilesse  sempre gli sport caratterizzati dal rischio dell’incidente fisico,  a costo di dilatare la categoria e inglobare nel novero delle discipline  atletiche anche l’escursionismo e l’aviazione. E per questo guardò  con simpatia alla morte nel corso delle competizioni motoristiche, che  sembrava dimostrare la fondatezza dell’equitazione che pareggiava  lo sport all’eroismo. Sulla stampa si legge che “proprio perché  rischiano la vita i piloti possono porsi dinanzi agli occhi della folla  in una luce di bravura eroica. Ogni vittoria vuole le sue vittime”.  E quando a Monza nel settembre 1933 durante una corsa muoiono a causa  di una macchia d’olio tre piloti, fra i quali il famoso Campari, la  gara continua “nel maschio clima di consapevole umanità che il fascismo  ha saputo introdurre nel costume degli italiani: non si è disertato  il campo”. Ma anche quando lo sport non era precisamente vivere pericolosamente,  portando all’estremo la copertura retorica dell’agonismo e valorizzando  alcuni particolari tratti dello sportivo (l’aggressività competitiva,  l’indifferenza al dolore, la sopportazione della fatica) il fascismo  otteneva la trasfigurazione dell’evento atletico. Per attribuire all’eroe  la tensione etica, la si reperiva nella totale e leale dedizione alla  causa patriottica, ammantando di aura gloriosa anche avvenimenti apparentemente  poco sacrali, come il campionato di tiro al piccione: “Forse il nuovo  campione del mondo vorrebbe correre verso la sua ultima vittima e stringerle  la fredda zampetta in segno di riconoscenza e di giubilo. Ma la folla  gli sta intorno, non gliene dà il tempo…Mentre risuonano le note  della “Marcia reale “ e di “Giovinezza”, la bandiera italiana  sale sul pennone”. Con gli sport più marcatamente borghesi e antieroici  l’operazione non è facile. Del tennis troviamo scritto che è un  “bellissimo sport, ma presenta il difetto di non esercitare affatto  il coraggio; è cioè un esercizio fisico per quelle infrequenti epoche  storiche di stanchezza e sosta che il mondo di tanto in tanto attraversa  ma non è un esercizio adatto per le epoche dinamiche ed evolutive”.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Il culto del  corpo fascista, applicato allo sport, produceva risultati diversi dal  quelli igienisti e genericamente educativi propugnati dal pensiero anglosassone.  L’amore per il corpo degenerava facilmente in adorazione della forza  fisica che fosse anche sopraffazione e violenza; e dall’attenzione  per la salute rapido era il passo al culto della razza, anche se non  così smaccato come nell’arianesimo tedesco. “I campioni valgono  in quanto sono espressione di razza sviluppata e potenziata; se no sono  l’eccezione e l’espressione effimera. Nella bellezza del gesto atletico  si deve riflettere la sanità della stirpe” diceva Starace. E ancor  più perspicuamente un articolo su “Critica Fascista” auspicava:  “data la rapida successione degli avvenimenti non è lontano il giorno  in cui al posto dei professori di ginnastica saranno chiamati veri e  propri medici perché conducano sin dalla fanciullezza la razza verso  gli ideali della perfezione e della grandezza”. Sempre in relazione  al corpo, poi, non si dimentichi che lo Stato veniva comunemente descritto  dal fascismo come un organismo unitario, e le manifestazioni ginniche  di massa erano di quell’organismo la manifestazione verso l’esterno,  e, nella loro ricerca di ordine, bellezza e potenza (che conobbe maggiore  approfondimento in Germania) volevano rendere visibile il corpo collettivo.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Il corpo e  l’azione trovano la loro migliore espressione in un fisico giovane.  Il fascismo nacque nel secolo che aveva elevato la gioventù a grande  protagonista, mandandola a morire in massa dietro le trincee e rendendola  soggetto attivo rispetto al resto della popolazione che, con poche eccezioni,  era stata risparmiata dal primo conflitto mondiale. Nell’irrequietezza  giovanile, che seguiva l’incapacità di tornare a una vita normale  e ridimensionata dopo la guerra, il fascismo trovò un fertilizzante  potentissimo. Anche se alle istanze movimentiste delle avanguardie giovanili  il fascismo preferì, una volta conquistato il potere, l’accomodamento  con i poteri forti, la giovinezza restò sempre un simbolo che il regime  amava cucirsi addosso. Era una giovinezza più simbolica che reale,  che faceva coincidere l’ardimento e la virilità con la gioventù  ma che faceva di questa essenzialmente una condizione di spirito, capace  di proiettare il suo volatile dinamismo anche sopra le occupazioni che,  apparentemente, meno le si confacevano. Così si diceva che il giovane  fascista potesse offrire anche “all’immagine frusta dell’impiegato  la pienezza della gioventù, un modo di fare dinamico dato che le ore  passate in ufficio non invecchiano, non fanno stagnare il sangue né  rilassano le energie”. Gli sportivi parevano in grado di infondere,  simbolicamente, il loro virile giovanilismo nella nazione a cui appartenevano.  Definendosi rivoluzione, il fascismo temeva per sé la vecchiaia, che  di ogni rivoluzione è la tomba. E cercava nello sport un antidoto.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Infine, centrale  nell’organizzazione fascista dello sport fu il mito dell’uomo nuovo,  al quale i militanti fecero constante riferimento. Da Russeau in poi   poche cose sono rapidamente diventate vecchie come l’idea che lo Stato  possa, attraverso l’educazione autoritaria, creare l’uomo nuovo.  In un certo senso, il fascismo si distingueva su questo piano dal nazismo  che aspirava semmai a recuperare  l’uomo vecchio, depurandolo  dalle tossine della modernità. L’uomo nuovo, si diceva, sarebbe stato  quello del libro e moschetto, colui che plasmato dal regime avrebbe  saputo superare l’odiata e indolente figura del pigro borghese nella  sintesi di pensiero e azione. In realtà, l’uomo nuovo a cui pensavano  i fascisti era soprattutto quello che avrebbe annegato la sua tensione  individuale nel mare della collettività. La dottrina fascista pensava  hegelianamente che l’esistenza singola avesse un senso solo come parte  della vita della comunità, rispetto alla quale doveva segnare il passo  sul piano non solo dei comportamenti ma anche del pensiero e della volontà.  L’individuo doveva diventare tutt’uno col gruppo e, in particolare,  con lo Stato, che ara il gruppo per eccellenza. Era il famoso organicismo  statalista di cui fu compiuto assertore Alfredo Rocco.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">La comprensione  di tale assunto contribuisce a fare chiarezza sul rapporto che il fascismo  aveva istituito tra lo sport di massa e sport compionistico. Sulle riviste  dell’epoca, si leggevano frequentemente critiche feroci verso il divismo  degli atleti, qualificando il culto dei campioni come una transitoria  necessità di cui, con lo sviluppo dello sport di massa, si sarebbe  fatto a meno. Si trattava quasi di uno schema marxista, nel quale un’elite  di atleti professionisti avrebbe spianato la strada alla rivoluzione  dei costumi. Se così fosse stato, tuttavia, l’attenzione riservata  dal regime alla creazione dei campioni e la loro pubblica esaltazione  sarebbero dovute andare decrescendo. Invece, nonostante gli iscritti  alle associazioni di base dove si praticavano discipline atletiche andassero  aumentando, il fascismo incrementò prepotentemente l’allevamento  dei campioni. Non erano solo le esigenze realistiche a spezzare le velleità  movimentistiche. In un disegno di annichilimento dell’individualità,  le parate ginniche o la disciplinata azione dei raduni dopolavoristici  e le partite della nazionale erano reciprocamente funzionali, perché  servivano, su due piani diversi, a proiettare l’identità individuale  sullo schermo della collettività.</span></p>
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		<title>Nuvolari</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jun 2008 08:39:04 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Storia dello sport (estratti)]]></category>
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		<description><![CDATA[Di taglia bassa  e 57 chili di peso, Nuvolari cominciò la carriera come motociclista  segnalandosi, oltre che per le vittorie, per l’incosciente temerarietà.  Era arrivato al punto di farsi imbottire la tuta di fiocchi di lana  sotto i gomiti, per poter strisciare questi ultimi contro i muretti  che delimitavano la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Di taglia bassa  e 57 chili di peso, Nuvolari cominciò la carriera come motociclista  segnalandosi, oltre che per le vittorie, per l’incosciente temerarietà.  Era arrivato al punto di farsi imbottire la tuta di fiocchi di lana  sotto i gomiti, per poter strisciare questi ultimi contro i muretti  che delimitavano la strada nelle curve. Nel 1925 venne ricoverato in  ospedale per un pauroso incidente, ma volle presentarsi egualmente alla  partenza nel Gran Premio delle Nazioni, facendosi collocare strettamente  le bende in posizioni che non lo ostacolassero sul sellino.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Durante la  corsa urtò un muretto, rompendosi falangina e falangetta dell’indice  della mano sinistra. Con l’osso sporgente dal guanto arrivò sino  in fondo, vincendo la corsa.</span></p>
<p align="justify"><span id="more-93"></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Il meglio lo  dava in auto. Aveva prestato servizio militare guidando le ambulanze  e un colonnello, atterrito da quella guida che probabilmente era insalubre  per le coronarie degli infermi, lo aveva invitato a lasciar perdere  il volante. Per fortuna il mantovano non seguì il consiglio. Aveva  uno stile di guida entusiasmante e personale. Il suo pezzo forte era  la curva affrontata con il piede schiacciato a tavoletta sull’acceleratore  sia all’imbocco che all’uscita. I freni non sapeva neanche cosa  fossero: “Fanno solo perdere tempo, meglio tirare diritto” diceva.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">La folla si  innamora di lui a Rapallo nel 1925: secondo un <em>topos</em> che diverrà  ricorrente sfascia parte della macchina in un’uscita di strada ma  la fa ripartire così com’è, in quel caso specifico coll’abitacolo  semidistrutto e senza pneumatici. Vince arrivando solo sui cerchioni.  Sembra combinare una follia galoppante e un alone di magia.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Tra i tanti  valorosi rivali, quello che compete alla pari con lui è Achille Varzi.  Il direttore tecnico della Mercedes, Neuberger, fotografa con felice  concisione la differenza tra i due: “Varzi è un artista, Nuvolari  un eroe”. Nuvolari pilota ciò che gli capita tra le mani e non si  perita nemmeno di controllare lo stato delle gomme prima di partire.  Varzi non lascia nulla al caso, conosce ogni gemito o sibilo dei suoi  motori e degli avversari studia il punto di frenata e di accelerazione,  stabilendo preventivamente dove è opportuno attaccarli. Le sue traiettorie  sono stilisticamente esemplari e per questo lasciano freddo il pubblico,  assetato di emozioni violente ed imprevisti.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Varzi e Nuvolari  corrono a lungo per la stessa scuderia, l’Alfa Romeo, e umanamente  si rispettano: ciò non impedisce loro di scambiarsi i trucchi più  perfidi per prevalere. Sul circuito di Alessandria, nel 1930, Varzi,  alle spalle del rivale nelle ultime curve, ne punta con successo la  ruota posteriore per mandarlo fuori pista in un gioco di centimetri.  Nuvolari non perde l’<em>aplomb</em> e ricambia alla grande, la pariglia  nell’appuntamento più atteso dell’anno: la Mille Miglia. Le vetture  dei due guidano la corsa con ampio margine e Varzi è davanti a Nuvolari:  dall’Alfa arriva l’ordine di rallentare. Varzi si adegua, Nuvolari  spegne i fari per non farsi individuare e frenare dalla scuderia e lancia  la macchina sfrecciante nel buio pesto. Quando vede i fanalini di Varzi  e si accinge a superarlo (con la vittoria già in tasca, perché la  prova era a cronometro ed era partito dieci minuti dopo Varzi), riaccende  le luci che trafiggono improvvisamente le notte alle spalle di Varzi.  Il quale, composto e impertubabile, si limita a dire al navigatore che  lo affianca: “E’ lui”.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Tra il 1931  e il 1934 i loro duelli animano le corse. Nuvolari e Varzi sono diversi  anche nella vita privata, che paradossalmente ne ribalta le personalità  rispetto all’agonismo: Nuvolari, che in corsa grida “op op” o  “si vola si vola” mentre rischia la pelle o parla agli avversari  mentre li supera, è quieto e taciturno, ama la vita casalinga e la  famiglia, manda a studiare i figli in un collegio in Svizzera, razionalizza  i suoi spostamenti servendosi di un aereo personale e acquistando un  camion/hangar in cui trasportare i bolidi. Una delle poche frequentazioni  che si concede volentieri è quella del poeta Gabriele D’Annunzio,  vicino al quale compra anche una casa sul Garda. Varzi è scapolo, dilapida  i suoi ingaggi astronomici nelle serate con gli amici consumate nel  tabacco e nell’alcool. E nei vestiti. Varzi è elegante e vanitosissimo:  si fa preparare da un sarto, pagandogli l’esclusiva, una tuta di seta  color azzurrino pallido che indossa in tutte le corse. Nuvolari gli  replica adottando anche lui un’uniforme da combattimento: un poullover  giallo a collo lungo, con incisa sopra una tartaruga disegnata da D’Annunzio.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Nel 1935 Varzi  abbandona l’Alfa e firma un sontuoso contratto con la tedesca Auto  Union. In Italia viene vissuto come un tradimento. L’automobilismo  tedesco è già vincente e tronfio. La Mercedes e l’Auto Union, grazie  ai materiali in lega leggera offerti dalla sofisticata tecnologia dell’industria  metallurgica e non ancora alla portata dell’Italia, riescono a far  stare nel peso di 750 chili previsto dal regolamento una cilindrata  di 6000 centimetri (contro i 2900 delle vetture italiane). L’acrobazia  volumetrica è stata sofferta: alla prima uscita nella nuova formula  compressa, la Mercedes pesava 751 chili e i commissari di gara minacciavano  di non farle prendere il via. I meccanici allora grattarono via la vernice  bianca dalla carrozzeria e riuscirono a recuperare il chilo malandrino.  Da quel giorno la Mercedes da corsa adottò il colore argenteo, quello  naturale della carrozzeria in alluminio. Nel 1935 si corre il Gran Premio  di Germania che dovrebbe essere la grande celebrazione della superiorità  tecnologica tedesca. I bolidi della Mercedes e dell’Auto Union sembrano  destinati a fare corsa a sé. Invece alla partenza un Nuvolari in grande  spolvero, facendo esclusivo affidamento sulla sua condotta spericolata  e a dispetto dell’inferiorità di cavalli, tiene lungamente in scacco  le macchine tedesche. Però al rifornimento i meccanici rompono la leva  che aziona la pompa del carburante e debbono ricorrere ai bidoni e all’imbuto.  Nuvolari perde 70 secondi e riparte quarto, ma non demorde e rimonta  sui tre tedeschi che lo precedono. All’ultimo giro ha davanti solo  la Auto Union di Von Brauchitsch. Il margine di trenta secondi a favore  di quest’ultimo parrebbe impedire sorprese, ma per rintuzzare il prepotente  ritorno dell’italiano il battistrada è costretto a forzare e distrugge  i copertoni, per i quali le accelerazioni del poderoso motore sono strappi  letali. Presente Hitler, tutto è pronto per celebrare il trionfo della  Germania. Invece sul rettilineo sbuca una sagoma rossa: è l’Alfa  di Nuvolari. I tedeschi vanno talmente nel pallone che non trovano nemmeno  l’inno nazionale italiano. Provvede il vincitore a far tirare fuori  dalla sua valigia il disco della “Marcia reale”, debitamente imballato.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">La folla stravede  ormai per lui e la considerazione che ne ha non è molto dissimile dal  quadro che molti anni dopo avrebbe tracciato Lucio Dalla nella più  poetica canzone mai dedicata a un campione dello sport: “Nuvolari  ha le mani come artigli/Nuvolari ha un talismano contro i mali/il suo  sguardo è di un falco per i figli/I suoi muscoli sono muscoli eccezionali”.  Mussolini, che lo ammira incondizionatamente, si fa fotografare con  lui a Villa Torlonia e ne fa un altro grande ambasciatore dell’Italia  fascista.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">In quel Gran  Premio di Germania Varzi ha disputato un’opaca gara di retrovia. Ha  la testa altrove, si è innamorato, corrisposto, della bella e bionda  moglie di un giovane compagno di squadra. E non è solo il cuore in  subbuglio a minarne la lucidità in corsa: ai suoi vizi ha aggiunto  la morfina. Nel 1937 corre a Tunisi: si presenta scuro e ferito nell’orgoglio  perché la settimana prima, quando ha vinto a Tripoli, il ras Italo  Balbo gli ha maliziosamente fatto balenare il sospetto che ai piloti  tedeschi fosse arrivato dalle autorità naziste l’ordine di tirare  i freni, per suggellare il patto di amicizia italo-tedesco in una zona  cara agli italiani. A Tunisi, per la prima volta in vita sua, Varzi  sbaglia l’imbocco di una curva ed esce di strada, fortunatamente illeso.  Si tuffa nella droga e nella bella vita con la compagna Isotta e a fine  anno i tedeschi non gli rinnovano il contratto. Per Varzi è uno scossone.  Cerca di rimettersi in carreggiata e si presenta all’Auto Union implorando  una macchina. Su insistenza degli stessi ex compagni di squadra, la  chanche gli viene accordata e Varzi sembra coglierla brillantemente  perché in prova va più forte di tutti. Ma il suo Gran Premio d’Italia,  il mese dopo, è un calvario: arriva al traguardo di un pallore cadaverico,  inzuppato di sudore nella tuta azzurrina. La morfina ha lasciato il  segno. Il medico gli ordina di sospendere l’attività sportiva. “Dite  pure che sono un uomo finito” commenta distrutto.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Il 1937 è  un brutto anno anche per Nuvolari. Se è vero che fracassare ripetutamente  l’auto contro gli alberi non significa necessariamente lasciarci le  penne è vero anche, come naturale corollario, che sistemare il figlio  in un collegio svizzero non necessariamente significa sottrarlo ai pericoli.  Il diciottenne Giorgio si busca una miocardite e rientra a casa. Rimane  a letto per tre mesi e si calma solo con vicino il padre, che sa onnipotente  ed immortale. “Papà, voglio vivere” e il padre “Sei un Nuvolari  e devi vivere, devi vivere”. Nuvolari parte per l’America e il figlio  immediatamente si aggrava. Tre giorni dopo Giorgio ha la piena consapevolezza  che la morte è venuta a prenderselo. “Papà fermami per carità,  fermami”, sono le sue ultime parole.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Nuvolari continua  a uscire ammaccato ma sostanzialmente indenne da incidenti paurosi.  Dopo uno, nel quale viene a stento sottratto alle fiamme, nel 1938 annuncia  il ritiro. Sogna il fuoco anche la notte e non riesce a dormire. Rimessosi  in piedi ci ripensa e viene convinto dall’ingegner Porsche a guidare  un’Auto Union sperimentale e ai limiti dell’ingovernabilità. Per  Mussolini il passaggio alla marca tedesca di Tazio è un brutto colpo.  Ma i tifosi sono pronti ad accoglierlo con immutato entusiasmo e lui  li ripaga vincendo a Monza, alla sua maniera, il Gran Premio d’Italia  del 1938.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Poi irrompe  la guerra. Nuvolari scompare dalle poche corse. Quando si ripresenta  in pubblico nel 1946 è un uomo che si affaccia ai cinquant’anni,  ed è ancor più segnato dal dolore. Il secondo figlio Alberto si è  spento, anche lui a diciotto anni, per una nefrite. Nuvolari ha dovuto  assistere ad un’altra terribile agonia. Una notte Alberto sogna che  un temporale ha fatto cadere la lastra accanto alla tomba di Giorgio.  Al mattino la famiglia riscontra che il fatto è veramente accaduto.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Quella stessa  sera Alberto si arrende al male.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Nuvolari vuole  tornare a correre anche se ha i polmoni intesati dai gas di scarico  ed è costretto a coprirsi la bocca per non respirarne altri. Mai come  in quegli anni è vero che “il suo volto è una maschera tagliente/ha  la bocca sempre chiusa/di morire non gli importa niente” (sempre Dalla).  Partecipa nel 1947 alla prima Mille Miglia dell’età repubblicana:  questa volta la corsa non vuole ostentare nulla che non sia la sopravvivenza  del paese, la sua ferma volontà di ricostruzione. Nuvolari guida una  Cisitalia di 60 cavalli contro i 140 delle Alfa Romeo. Nonostante ciò,  dopo un centinaio di chilometri, è al comando. Ma la buona sorte si  è oramai dissociata dal suo vecchio prediletto. Viene giù una pioggia  torrenziale sulla sua spider senza cappotte, si bagna lo spinterogeno.  Riesce ad arrivare al traguardo secondo complessivo e primo della sua  categoria di cilindrata ma, con quel successo sfuggito alla fine, è  deluso e amareggiato. Tra i tifosi che lo hanno incitato lungo il percorso  è apparso, sul Ponte Ticino, perfino Achille Varzi. L’ex pilota si  è recuperato fisicamente, ha messo la testa a partito, ha lavorato  duramente nella ditta di trasporti del padre. Gli manca una sola cosa  per riaffermare davanti a  sé stesso la propria orgogliosa identità:  riprendere a correre. Torna e vince, in America e in Europa. Ma a Berna  nelle prove del Gran Premio d’Europa commette il secondo errore di  guida della sua vita, ed è quello fatale. E’ il 1948.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Nello stesso  anno Nuvolari, all’ultimo momento, decide di ritentare l’avventura  della Mille Miglia e Ferrari gli affida una sua macchina. E’ inarrestabile,  sull’accidentato tratto tra Forlì e Roma infligge un quarto d’ora  di distacco ai giovani ed allenati avversari. A Roma si rompe il gancio  del cofano: stacca il cofano e procede senza. Il cielo si rannuvola,  se cade la pioggia con quel motore all’aria aperta è fuori gioco.  Va in testacoda e nell’urto lo abbandona anche un sediolino. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Poi tocca al  parafango, quindi al perno della balestra. Perde i pezzi eppure aumenta  il vantaggio.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Ma la balestra  si stacca definitivamente. L’ultimo sogno è finito.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Il male ai  polmoni si aggrava, perde quasi la voce e sviene di frequente. La moglie  Carolina lo sostiene come può in quell’ultimo cimento. Scampato a  mille incidenti, Nuvolari spira nel suo letto nel 1953. Il feretro viene  seguito da 25.000 persona commosse.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Carolina è  l’unica sopravvissuta della famiglia. Resiste fino al 1981, quando  muore mentre passeggia a Gardone. Travolta da un’auto lanciata a folle  velocità. </span></p>
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		<title>Maradonapoli</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jun 2008 08:37:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Lo Sport]]></category>

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		<description><![CDATA[I successi,  tuttavia, non sarebbero stati possibili senza l’ingaggio del più  forte calciatore del mondo, indubbiamente il migliore che abbia mai  militato nel nostro torneo, l’argentino Diego Armando Maradona. L’acquisto  avviene quasi per caso. Ad avviare la trattativa è il direttore generale  del club, l’ex calciatore Juliano, che si muove [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">I successi,  tuttavia, non sarebbero stati possibili senza l’ingaggio del più  forte calciatore del mondo, indubbiamente il migliore che abbia mai  militato nel nostro torneo, l’argentino Diego Armando Maradona. L’acquisto  avviene quasi per caso. Ad avviare la trattativa è il direttore generale  del club, l’ex calciatore Juliano, che si muove solo per creare imbarazzo  a Ferlaino, del quale è divenuto nemico. Egli prevede che il presidente  porrà il veto per ragioni economiche, ciò che lo metterebbe in cattiva  luce agli occhi dell’esigente tifoseria. Invece Ferlaino riesce ad  ottenere il coinvolgimento del Banco di Napoli e definisce l’operazione.  Il tripudio cittadino non coinvolge tutti gli intellettuali e cento  di loro firmano un manifesto di protesta, ritenendo immorale l’esborso  di miliardi in un posto che è carente delle strutture essenziali e  delle fogne. Analogo cipiglio viene manifestato al nord dove si tuona  contro la dissennatezza napoletana: i derelitti, è noto, sono simpatici  solo finché accettano il ruolo istituzionale di pezzenti. Giuste le  riflessioni sui vorticosi flussi finanziari che circolano nel calcio,  improprio che tali riflessioni emergano solo quando i protagonisti non  appartengono alla sfera dei potentati economici. Ferlaino è un comune  imprenditore che attua un investimento. A Napoli, del resto, l’acquisto  di Maradona crea un indotto tale da far impallidire qualsivoglia moltiplicatore  Keynesiano. Le sole feste-scudetto realizzano un fatturato di sessanta  miliardi e l’economia dei vicoli, su cui la città in parte si regge,  viene parzialmente distolta da attività delinquenziali a favore di  altre, patetiche talvolta ma penalmente corrette. Naturalmente molti  sottolineano che la gente viene in tal modo deviata dai problemi reali.  Sono immemori, costoro, della lezione impartita a un Astuto Intervistatore  da un pastore sardo, colto dalla telecamera mentre festeggiava gioiosamente  in un angolo di montagna lo scudetto del Cagliari. “Scusi, ma a lei  che gliene viene che il Cagliari ha vinto lo scudetto?”. E quello:  “Ma perché, se il Cagliari perdeva che me ne veniva, cosa cambiava  di questa mia vita di merda?”.</span></p>
<p align="justify"><span id="more-91"></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">I tifosi partenopei  hanno sempre avuto un debole per i campioni stranieri. Il primo beniamino  fu Attila Sallustro che, negli anni trenta, rifiutava lo stipendio essendo  benestanti di famiglia.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">La società  si sdebitava regalandogli automobili e altri generi voluttuari. Sallustro  divideva la sua passione per il calcio con quella per la soubrette Lucy  d’Albert, che andava a trovare, se necessario, calandosi nottetempo  con le lenzuola dalle finestre degli alberghi in cui soggiornava, essendo  gli ingressi principali vigilati da chi avversava questa distrazione  dall’agonismo. Poi ci sono stati i vari Jeppson, Vinicio, Sivori ma  con nessuno si è creato un rapporto simbiotico come con Maradona. La  spiegazione non può essere solo tecnica. Certo Maradona  col pallone  aveva più intimità che confidenza. Incontenibile nel dribbling, di  euclidea precisione nei calci da fermo, rapido nell’esecuzione grazie  al suo bassissimo baricentro, capace di improvvise accelerazioni, molto  presente in ogni momento sul campo, alieno cioè da quei lunghi torpori  che hanno storicamente afflitto i grandi numeri dieci della storia.  Ai mondiali dell’86 trascina al successo l’Argentina e vince partite  quasi da solo, fornendo dimostrazioni pratiche di tutti i modi con i  quali la palla può entrare in porta: con l’Inghilterra prima segna  con la mano, poi dribbla mezza squadra avversaria in una fuga solitaria  di sessanta metri e spiazza il portiere. Però il suo carattere è impossibile.  Allergico ad ogni regola, accresce col tempo la sua lunatica alterigia.  Il colmo lo raggiunge quando, alla partenza  per una partita di  coppa Uefa a Mosca, resta a casa a dormire e poi raggiunge la capitale  russa nella notte con un aereo privato e, prima di unirsi ai compagni,  si fa un giretto sulla piazza rossa, con il beneplacito dei militati  sovietici che pure avevano recintato lo spazio in vista delle celebrazioni  per il centenario della Rivoluzione d’Ottobre. E il suo pubblico gli  perdona questo e altro.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Il fatto è  che Maradona somiglia a Napoli, pur se della <em>napoletanità </em> richiama spesso il peggio (la parte che lo scrittore La Capria chiama <em> napoletaneria</em>). Tracotanza, insofferenza alle regole, ostentazione,  egocentrismo, superficialità, incoerente gestione del quotidiano, grandezza  stracciona e pacchiana, come nel suo satrapesco matrimonio che, alla  presenza di migliaia di invitati, si conclude con il taglio di una torta,  offensiva nella sua ridondante verticalità, al pari dei casermoni di  Secondigliano. Ma è anche generoso, geniale ed estroverso, come napoletanità  esige. Non a caso le sue bizze non incrinano mai il rapporto con i compagni  di squadra che lui rende grandi in campo e per i quali -non certo per  diplomazia, qualità che gli è ignota- ha sempre pronto a Natale un  regalo, così come per le loro mogli e bambini. E soprattutto nelle  sue giocate incomparabili pare di scorgere la testimonianza di un’armonia  lontana eppure presente: così come la promenade di via Caracciolo,  devastata dal disordine e dall’immondizia e affacciata su acque dove  galleggiano le più putride scorie della modernità, sembra, in qualche  ineguagliabile giornata di sole, togliersi quel velo e restituire il  golfo splendente nella sua orgogliosa unicità, con il mare inchiodato  al cielo, quale lo contemplavano nel Settecento i pittori vedutisti  e i viaggiatori stranieri dalle carrozze. E’il sogno (o il segno?)  della napoletanità: il risolversi delle contraddizioni in un’armonia  primigenia.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Maradona, inoltre,  è il primo al mondo: come tale è il re. E Napoli è stata sempre affascinata  dalla monarchia. Specie quando esercitata da un sovrano che ama confondersi  con la plebe, che intarsia la passionale visceralità di quella con  una sua umorale amoralità, che fa del potere una forza solare, fracassona  e canagliesca dove il peso del caso e del capriccio supera ampiamente  il rigore e la disciplina. Così era il re Lazzarone, Ferdinando I,  che amava intrattenersi sino a notte inoltrata in schiamazzi assieme  agli scugnizzi di strada. Così è perfino per i camorristi, plateali  e visibili a confronto dei silenziosi e discreti mafiosi siciliani.  Ma a Napoli il potere o si vede o non c’è.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">La partenza  dell’argentino, che segue e precede disavventure legate alla cocaina,  non dissolve alcune nubi. In primo luogo una paternità da lui non riconosciuta  ma impostagli giudizialmente. Quel bimbo esibito nel Tribunale e sui  rotocalchi con una pettinatura da indio che renderebbe somigliante a  Maradona anche un terrier è un’immagine amara che non fa onore ai  protagonisti.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">In secondo  luogo, l’accusa- proveniente da camorristi pentiti- di essersi piegato  alle richieste dell’organizzazione criminale giocando a perdere nella  fase finale di un campionato che la camorra, per non pagare troppi soldi  agli scommettitori clandestini, non gradiva vinto dal Napoli. Tutto  può essere, ma sia consentito a chi scrive un certo scetticismo. La  camorra fonda la sua forza sulla penetrazione e sul consenso nei vicoli  e nei paesi di periferia, nei quali le sorti della squadra di calcio  sono una religione che nessun interesse economico  potrebbe calpestare  in maniera indolore. Non ci crediamo, insomma, non  perché non  ne sarebbe stato capace Maradona ma perché non ne sarebbe stata capace  la camorra.</span></p>
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		<title>Il doping</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jun 2008 08:32:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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Quale tipo di codice morale trasgredisce il doping? 
Cominciamo col dire che la storia del progresso nella civiltà occidentale è la storia di un gigantesco doping. A partire dalla mitologia greca. Giasone e gli Argonauti non sarebbero riusciti a impadronirsi del vello d’oro senza il supporto delle erbe miracolose e delle pomate magiche di [...]]]></description>
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<p><span style="font-family: Arial;">Quale tipo di codice morale trasgredisce il doping? </span></p>
<p><span style="font-family: Arial;">Cominciamo col dire che la storia del progresso nella civiltà occidentale è la storia di un gigantesco doping. A partire dalla mitologia greca. Giasone e gli Argonauti non sarebbero riusciti a impadronirsi del vello d’oro senza il supporto delle erbe miracolose e delle pomate magiche di Medea. Ma soprattutto, ad arrivare alla tecnologia moderna. L’umanità non si è confrontata con la natura ad armi pari e per piegarla alle proprie esigenze non ha esitato a servirsi di strumenti esterni e di protesi meccaniche e ad “anabolizzare” la sua capacità di resistenza fisica.</span></p>
<p><span id="more-86"></span></p>
<p><span style="font-family: Arial;">Nella società contemporanea, che ha eretto a modello i parametri della produttività e dell’efficienza, attingere a qualsiasi sostanza che renda efficienti e produttivi è considerato indice di laboriosità e quindi di merito. Se i ritmi del lavoro fiaccano la tempra mentale, il cittadino modello, anziché rifugiarsi in campagna, ingurgita qualche antidepressivo, per poter riprendere con brillantezza le proprie funzioni al mattino successivo. Durante la giornata si sostiene con la caffeina: ciò che allo sportivo sarebbe vietato. Se è uno stressatissimo uomo di spettacolo o un rampante in carriera si farà una bella tirata di coca, di tanto in tanto. La cocaina, droga di fine secolo, è molto diversa dall’eroina. Chi si inietta eroina si costruisce nel <em>trip </em>un mondo alternativo rispetto a quello reale da cui si chiama fuori. Chi sniffa cocaina vuole invece ipertendere i sensi, la ricettività, per non disperdere un grammo dal mondo reale. Ben più che l’eroina, la coca è una droga di classe, la droga del benessere esteriore (ma della solitudine e del malessere interiore) e dell’integrazione. Anche lo sportivo che vuol tenersi ben sveglio viene tentato dalla sirena della cocaina. Ma il biasimo rivoltogli contro sarebbe assai superiore a quello che colpirebbe il manager o l’attore verso i quali, al massimo, si manifesterebbe la disapprovazione riguardo quella che rimarrebbe, tuttavia, una privata scelta di vita.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial;">Se non si vogliono accettare due pesi e due misure bisogna provare a cercare nello sport la ragione etica del rifiuto del doping. E in effetti, una comune considerazione è che esso violi l’obbligo di lealtà nelle competizioni, l’essenza dello sport per la quale il confronto si deve svolgere in condizioni di eguaglianza, cosa che non avviene se uno dei due è <em>dopato. </em>Senonchè, ricaviamo da questo una violazione commessa dall’individuo sul piano squisitamente normativo, non uno scantonamento etico. L’argomentazione anti-doping che ne esce è più debole del previsto, perché ci avvisa che se il regolamento vieta il doping, l’atleta deve rispettare il divieto per non avvantaggiarsi rispetto all’avversario che è ligio all’obbligo, ma <em>non ci dice che l’ordinamento deve vietare il doping. </em>In effetti, la situazione di eguaglianza sarebbe rispettata non solo se tutti i concorrenti non fossero dopati ma anche se tutti i concorrenti fossero dopati. Alla luce del criterio di eguaglianza, insomma, l’ordinamento potrebbe consentire a chiunque di assumere sostanze stimolanti o anabolizzanti. Che poi i soggetti preferiscano doparsi o meno resterebbe una scelta puramente personale, come alienarsi superficialmente piuttosto che con sistematicità.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial;">Si potrebbe a questo punto obiettare che ad astratta parità di scelte (vietare il doping o consentirlo) l’ordinamento dovrebbe optare per quella che tutela meglio i beni fondamentali degli individui, in questo caso la salute. Infatti, pur volendo riconoscere che ognuno può amministrare la propria salute come meglio gli aggrada, e quindi anche scegliere di praticare il doping, sta di fatto che, in questo modo, viene incentivato al doping anche colui che se ne sarebbe astenuto, ma di fronte all’alternativa di partecipare a una gara di condizioni d’inferiorità, assume a sua volta le sostanze dopanti-intossicanti e pregiudica la salute del suo organismo. Anche quest’argomento, però, non è decisivo. Se due persone decidono entrambe di fare pugilato, e una pesa cinquanta chili e l’altra cento, l’ordinamento sportivo non impone al primo di dimagrire per timore che l’altro si sottoponga a una cura ingrassante, aumentando il tasso di colesterolo, ma semplicemente impedisce che i due si incontrino fra loro, facendoli gareggiare in categorie diverse, suddivise per peso. Allo stesso modo, per non ledere la libertà e la salute di nessuno e rispettare le scelte individuali, l’ordinamento potrebbe dividere le gare tra competizioni per normali e competizioni per dopati. Ma a questo punto potrebbe essere posta una nuova obiezione. Il senso del doping è quello di partecipare come <em>dopati alle gare dei non dopati</em> per avvantaggiarsi nei confronti di questi ultimi.  I dopati diserterebbero le loro gare per cimentarsi, dopandosi occultamente, in quelle normali. Ora, è vero che l’assunzione di sostanze dopanti è puramente strumentale al successo, ma è poi vero che essa risponde necessariamente alla volontà di “barare”? In teoria, il doping, anziché alimentare l’ineguaglianza tra gli atleti impegnati, potrebbe servire a superarla. Si pensi a un ragazzo di buona famiglia, ipernutrito, con un naturale talento per la corsa, mantenuto agli studi dai genitori e con il tempo a disposizione per allenarsi quattro ore ogni giorno e se ne immagini un altro, povero, dalla muscolatura esile per via degli stenti, costretto a lavorare duramente per sfamarsi, ciò che gli lascia due ore di tempo libero per allenarsi, per giunta già stanco del lavoro. Potremmo dire che, ricorrendo, al doping costui infrangerebbe una condizione di eguaglianza con il primo ragazzo e che egli pratica il doping per volontà di barare? </span></p>
<p><span style="font-family: Arial;">Come si vede, a un primo esame, i valori interni allo sport non offrono alcun appiglio che giustifichi la disapprovazione etica del doping. Proviamo allora ad allontanarcene per un attimo ed esaminiamo la cosa sotto una diversa angolazione. Il dopato è un tipo di drogato particolare. Il drogato compra un bene o un servizio. Il dopato, perlomeno nel caso degli anabolizzanti, fa entrare nella transazione commerciale il proprio corpo, in maniera analoga a quelli che cedono gli organi per i trapianti. Egli consente che il suo corpo sia luogo di transito di molecole intruse, che vengano incrementati alcuni organi dei quali egli offre la disponibilità. La vendita del corpo in Italia (ma quasi in ogni paese) è proibita. Per via non tanto dell’art. 32 della Costituzione, che tutela il diritto alla salute, quanto dell’art. 5 del codice civile che “vieta atti di disposizione del proprio corpo quando cagionino una riduzione permanente della propria integrità fisica”. I dati scientifici che attestano la tossicità del doping evidenziano che una “riduzione permanente dell’integrità fisica” esiste. E non sembra dubbio che nel doping un atto di disposizione del corpo ci sia, diverso dalla vendita, ma probabilmente persino più odioso. Se pensiamo al risultato sportivo come un <em>quid </em>che comprende ma trascende la volontà e la soddisfazione del singolo atleta (investendo il tecnico, i dirigenti, i tifosi, il medico, lo sponsor), dovremmo parlare di un contratto associativo nel quale ciascuno conferisce qualcosa per pervenire all’obbiettivo e lo sportivo, in particolare, apporta il suo corpo o, più esattamente, la sua salute. Con uno sforzo di fantasia, se inquadriamo il fenomeno non tanto per quello che i contraenti scientemente perseguono ma per quello che obiettivamente si presenta, potremmo richiamare la figura del mutuo ipotecario. Il mutuo è il contratto con il quale una persona riceve da un’altra una quantità di cose fungibili (denaro per lo più) e si impegna a restituirne altrettante, di solito con un compenso che, se il prestito riguardava una somma di denaro, saranno gli interessi. A garanzia di chi presta, nel caso di insolvenza o negligenza di colui che ha ricevuto il prestito, quest’ultimo iscrive ipoteca su un immobile di sua proprietà. Nel caso non pagasse, quell’immobile sarà messo all’asta e il ricavato sarà utilizzato per rimborsare il creditore. Nel doping, lo sportivo riceve effettivamente nel suo organismo una quantità di beni fungibili (molecole, ormoni, proteine) destinati a stazionarvi <em>pro tempore. </em>Ma il mutuo è truccato poiché l’atleta-debitore non potrà mai restituirli. Egli sconterà il suo prestito con la precoce consumazione del corpo, la cui integrità egli ha ipotecato con l’assunzione di quelle sostanze tossiche. Scambierà le molecole che gli assicurano un temporaneo e parziale potenziamento del fisico con una anticipata distruzione di cellule. Un corpo offerto alla comunità per raggiungere uno scopo associativo, un corpo ipotecato per garantirsi un improprio approvvigionamento proteico. Sono schemi negoziali che troviamo sinanco più raccapriccianti della vendita di parti del corpo che, almeno, imponendo un nesso di corrispettività fra le prestazioni ingiungerebbe che l’altleta riceva all’incirca tanto quanto perde (anche se sul piano concreto ciò potrebbe non essere possibile). </span></p>
<p><span style="font-family: Arial;">Resta però il fatto che altro è dire che esistono norme risalendo alle quali è possibile ostacolare il doping, altro è dire che tali norme devono esistere in nome di un’indiscutibile esigenza etica. Certo, se si parla di vendita del proprio corpo (o di analoghi atti negoziali) ci sovviene l’insegnamento di Kant che distingue tra persona e proprietà per affermare che “<em>l’uomo non può disporre di se stesso poiché non è una cosa; egli non è una proprietà di se stesso, poiché ciò sarebbe contraddittorio. Nella misura, infatti, in cui egli è una persona, egli è un soggetto cui può spettare la proprietà di altre cose. Se invece fosse proprietà di se stesso egli sarebbe una cosa… è impossibile essere insieme una cosa e una persona, facendo coincidere il proprietario con la proprietà. In base a ciò l’uomo non può disporre di se stesso”. </em>Ma tali argomentazioni non catturerebbero il consenso di un liberale convinto, il quale obietterebbe che la vera essenza della persona è la libertà, intesa come signoria assoluta su di sé, e che tale libertà non può non spingersi sino alla libertà di distruggersi, a dispetto del moderno Stato clinico che considera la salute fisica il sostituto laico della salvazione dell’anima. Ciò sarebbe tanto più vero nel caso del doping, che non è distruzione <em>sic et simpliciter </em>bensì un patto faustiano, una giovinezza prosperosa in cambio di una dannazione futura. Si può impedire all’individuo di massimizzare la sua gloria immediata per fargli coltivare con maggior zelo una vecchiaia sana ma forse mediocre? Pur mantenendo fermo quanto acquisito con il ricorso all’argomento della vendita del corpo conviene, per vincere le possibili recalcitranze finali, tornare alla natura dello sport e capire se non sia sussumibile dai suoi caratteri qualcosa di incompatibile col doping.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial;">Ciò che appare evidente, nel doping, è che il costo del successo è particolarmente elevato. Chi si droga per vincere accetta che la conseguenza del successo sia l’integrità fisica che assieme a poche altre cose (l’affetto dei cari, la stima di sé o quant’altro) è uno dei costi più elevati che potrebbe pagare, certamente assai diverso dal costo normale che gli sportivi pagano (sforzo fisico, tempo dedicato all’allenamento ecc.). Chi pratica il doping pensa che lo sport possa consistere nel vincere <em>ad ogni costo.</em> E’ sbagliato. Lo sport è esattamente il contrario. Lo sport agonistico presuppone che chi gareggia lo faccia per vincere, ma esclude che ciò debba avvenire ad ogni costo. Il calcio non è il gioco che consiste nel mandare la palla nella porta dell’avversario, ma è il gioco che consiste nel mandare la palla nella porta dell’avversario secondo regole molto precise (con i piedi, senza commettere falli sugli avversari, sfruttando lo spazio di campo delimitato dalle righe, ubbidendo all’arbitro, giocando contemporaneamente in non più di undici) che non potrebbero mai essere violate e che non ammetterebbero mai un caso di <em>forza maggiore.</em> Ciò che contrassegna lo sport rispetto ad altre attività umane è l’impossibilità della forza maggiore. Ogni regola, del diritto, della politica, dell’etica, per quanto salda possa essere non esclude la forza maggiore. Non far soffrire i genitori, non mentire, non picchiare i bambini, pagare regolarmente le tasse, attraversare la strada con il verde sono tutti comportamenti che conoscono la possibilità di deroga in casi eccezionali, in casi di forza maggiore. Anche l’uccisione di una persona, se è dipesa da un caso di forza maggiore, per esempio difendere la propria vita che da quella persona era minacciata, non viene penalmente punita né incontra riprovazione morale. Ebbene, <em>le regole sportive sono inderogabili. </em>Nessun caso di forza maggiore giustificherebbe una rete segnata con le mani o dall’allenatore sceso in campo per sopperire a qualche carenza dei suoi giocatori. Lo sportivo gioca per vincere ma perfino in un caso eccezionale, di forza maggiore, deve accettare l’uniformazione alle regole e la sconfitta. Questo è un grande insegnamento dello sport ed è il momento nel quale lo sport autocertifica la propria futilità, spiegando che non per tutte le cose, anche quelle che in un dato momento viviamo come essenziali, esiste la possibilità di piegarle al nostro volere per condizionarne l’esito. Questa è la <em>sportività, </em>della quale, per la prima volta in questo libro, possiamo dare una chiara definizione. <em>La sportività è l’accettazione dell’ipotesi della sconfitta all’interno di una situazione antagonistica, è il rifiuto di avvalersi in ogni caso della giustificazione della forza maggiore.</em></span></p>
<p><span style="font-family: Arial;">Non possiamo esimerci, tuttavia, dal richiamare uno scritto nel quale si è fornito della sportività un profilo assolutamente antitetico a quello qui prospettato. Lo storico della letteratura Alessandro Portelli, in una brillante incursione nella filosofia dello sport, ha osservato che di “sportività” si parla soltanto nei momenti di pausa dell’avvenimento agonistico. Sportivo è il giocatore che “salta” il portiere quando questi si è ormai impossessato del pallone o l’atleta che, dopo essere stato coinvolto in uno scontro e prima di battere la punizione, stringe la mano all’avversario. Quando invece la partita è in pieno svolgimento, i protagonisti tendono ad agire diversamente e il giocatore che ha saltato il portiere sarà disposto a rompergli la testa se ha ancora la possibilità di impadronirsi della palla e quello che ha stretto la mano al rivale è capace di restituirgli il fallo alla prima occasione. La sportività, ne deduce Portelli, è un puro rituale, praticato nelle pause e nelle interruzioni, che serve a nascondere il codice economico che informa i comportamenti normali durante la partita. E per questo, secondo lui, un plateale fallo di mano o un fallo di reazione sono puniti severamente rispetto al fallo di gioco, anche se questo il più delle volte consiste in un atto più pericoloso per la salute della vittima: si tratta di <em>falli ideologici</em>, che svelerebbero l’economia implicita del gioco e il fatto che esso si regge non su vigore e agonismo bensì su violenza e aggressione. “La complementarità degli atti rituali ed economici tiene in piedi la falsa coscienza dei valori sportivi negati dalla prassi economica della partita”.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial;">Ora, che un incontro sportivo obbedisca a un assetto razionale e a una logica di tipo utilitaristico (e quindi in tal senso economica) nessuno l’ha mai messo in dubbio. Nemmeno è dubbio che il tipo di razionalità applicato in un incontro sportivo ha carattere antagonistico, di modo che essa sarebbe inapplicabile in altre attività umane. Se quando chiediamo a qualcuno di lanciarci la tazzina cinese costui seguisse la stessa logica del tennista che rimanda la palla nel campo dell’avversario, presto non avremmo più dove bere il caffè: ciò che troviamo normale in una partita di tennis, che il giocatore lanci la palla nell’angolo opposto a quello dove ci troviamo, assumerebbe certo una connotazione stravagante se esteso al passaggio della tazza cinese, ed è un gesto che potrebbe compiere solo un nostro acerrimo nemico o un deficiente.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial;">Ciononostante, anche fuori dal contesto sportivo, elogiamo colui che nella vita si comporta con sportività. Come mai? Ci riferiamo al rituale di cui parla Portelli o a un modo di essere proprio dell’autentico momento agonistico? Propenderemmo decisamente per la seconda ipotesi. La sportività è il temperamento dell’ottica utilitaristica in un contesto utilitaristico, è il senso del limite, l’accettazione della sconfitta, la rinunzia alla forza maggiore. Il rito serve solo a rammentarla agli stessi atleti, oltre che agli spettatori.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial;">Il doping, dunque, è negazione della sportività in quanto teorizza la vittoria ad ogni costo, ed in tal senso è anche negazione dello sport. C’è anche un altro aspetto. Lo sport è potenziamento delle risorse individuali, è l’instaurazione di un legame positivo con il proprio io che il doping finisce per spezzare. Chi pratica il doping si attenderà, da quel momento, una soluzione ai suoi problemi che parta dall’esterno e non da se stesso. <em>Se lo sport, in definitiva, significa lottare per vincere, ma non ad ogni costo, e comunque facendo conto esclusivamente sulle proprie risorse, il doping è una totale negazione dello sport.</em></span></p>
<p><span style="font-family: Arial;">Naturalmente per sottoscrivere tale conclusione è necessario ammettere che lo sport esprima una sua autonoma ragion d’essere e non sia l’anello di una catena che lo oltrepassa e se ne serva strumentalmente. Il doping, come detto, ha origini antichissime ma la sua diffusione è andata di pari passo con l’ingresso massiccio dell’industria nello sport, che non solo ha introdotto il metodo della capillare ricerca scientifica e i capitali che la consentono ma ha fatto del risultato agonistico un affare economico. Se lo scopo è quello di fare un investimento redditizio e lo sport è solo uno strumento, quanto detto sinora ha un’importanza limitata. Se lo sport resta centrale a se stesso gli argomenti sono pienamente validi. Ed ecco che si evidenzia una volta di più come la struttura industriale rischi di essere un cappio che stritola lo sport o, se vogliamo, un anabolizzante che ne altera la morfologia e dal quale si impone una parziale disintossicazione. Ne riparleremo . </span></p>
<p><span style="font-family: Arial;">Ne riparleremo alla fine del libro. </span></p>
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		<title>L&#8217;alpinismo</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jun 2008 08:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia dello sport (estratti)]]></category>
		<category><![CDATA[Lo Sport]]></category>

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L’ascensione  di una montagna, a detta degli stessi alpinisti, è un percorso solitario  e narcisistico anche quando avviene in compagnia; il compagno di cordata  è solo il più sicuro strumento di autoassicurazione che ci si possa  procurare, poco più che un chiodo robusto, rispetto a quello con il  difetto di [...]]]></description>
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<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">L’ascensione  di una montagna, a detta degli stessi alpinisti, è un percorso solitario  e narcisistico anche quando avviene in compagnia; il compagno di cordata  è solo il più sicuro strumento di autoassicurazione che ci si possa  procurare, poco più che un chiodo robusto, rispetto a quello con il  difetto di dire qualche parola di troppo, o, semplicemente, qualche  parola. E se l’alpinismo riceve diverse sulle sue coordinate dalla  dimensione agonistico-sportiva, anche lo sport presenta delle angolazioni  scopertamente alpinistiche. La classifica di una gara ha una struttura  brulla e verticale come il profilo del Cervino ed è una vetta da raggiungere.  Il vincitore, durante la premiazione, sale sul gradino più alto del  podio e si gode la contemplazione del panorama dell’umanità ai suoi  piedi. Nonostante le apparenze la pendenza che lo separa dal secondo  è assai più che un morbido declivio.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Tuttavia, è  innegabile che, se l’alpinismo è anche fortemente sport, esso non  è solo sport. Per prima cosa, il margine di simulazione rispetto allo  sport è ristretto. Lo spazio di gioco non è artificialmente costruito  e delimitato bensì gentilmente omaggiato dalla natura. E se si sbaglia  non si perde solo il gioco. Si perde la vita. Ciò rende agli occhi  di molti riprovevole e balorda la scalata lungo la parete di una montagna.  Nessuno vuol negare come il diletto di mettere a repentaglio l’esistenza  al di fuori della necessità presenti non di rado tratti patologici.  Ma possiamo condannare in blocco lo spirito di avventura? Evidentemente  no. Senza una punta di follia gratuita la nostra civiltà avrebbe intrapreso  un cammino diverso. Lo spirito di avventura ingloba in sé il gusto  che offre il brivido del rischio. L’uomo, nella sua insoddisfazione  per il finito, ricerca non di rado la vertigine, la perdita del dominio  di sé che il contatto col rischio gli procura. Si dice per lo più  che chi non va in montagna perché ha paura di cadere soffre di vertigini.  Ma forse è vero il contrario. Forse sono proprio gli alpinisti che  soffrono di vertigini. Almeno, se ha ragione Milan Kundera quando scrive  che la vertigine non è esattamente la paura di cadere bensì <em>la  voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio  di cadere. </em>Aggiungiamo che un borghese europeo occidentale degli  ultimi cinquant’anni di secolo, avvolto in un’esistenza fortunatamente  confortevole, dispone di poche occasioni per esercitare il gusto dell’avventura.  Così come ne ha poche per reagire all’anonimato e all’indifferenziazione  o per compiere serie di gesti che non rispondano a una meccanicità  ripetitiva, ma abbiamo ognuno una giustificazione, per giunta connessa  alla salvaguardia della propria vita. Ovviamente bisogna stare attenti  a non esaltare in maniera assoluta queste sensazioni che sono anche  la molla alla base del comportamento di coloro che si schiantano sull’autostrada  pigiando l’acceleratore a tavoletta. Per la cronaca, la logica che  segnala il pericolo che la giustificazione di un comportamento conduca  alla benevolenza verso altri comportamenti, palesemente negativi, in  filosofia si definisce, alpinisticamente, argomento del <em>pendio scivoloso.</em></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">L’alpinismo  obbedisce anche ad altre chiavi di lettura. Forse anche psicanalitiche:  si è ipotizzato che gli osteggiatori della scalata artificiale siano  inibiti sessuali turbati dalla profanazione della donna-montagna, con  la quale vogliono intrattenere un rapporto di tenerezza, senza mediazioni  falliche (quelle del chiodo). E si è anche sostenuto che gli alpinisti  in blocco sono una massa di esibizionisti, frustrati, incapaci di confrontarsi  con la realtà, al punto da doversene costruire una parallela, nella  quale trovare la via di accesso a una parete è (nel linguaggio degli  alpinisti) <em>risolvere un problema. </em> Ma c’è anche una lettura mistico-religiosa, nella quale il percorso  verso le torri calcaree, gli spigoli granitici, gli scisti cristallini,  le creste ghiacciate è ascesa e ascesi, distacco dalla terra,   allontanamento dall’umano; mai un paradiso ma solo un enorme e disabitato  purgatorio, un delirio di onnipotenza, un abbandono all’umanità,  che non può che concludersi, nell’insensatezza di una qualsiasi meta,  nella fine dell’umanità, nella caduta, che per i più fortunati è  l’amaro e inaccettato ritorno alla dimensione grigiamente quotidiana  dopo la delusione della vetta, e per i meno fortunati un tuffo in uno  strapiombo.</span></p>
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